Curare ad arte

Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell'arte, perché curare è un'arte e l'arte può essere cura.

Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda.
Joseph Beuys
1966, Centre Pompidou, Parigi

Joseph Beuys amava il feltro, fin da quando, pilota nella Seconda guerra mondiale, abbattuto dal nemico e precipitato col suo aereo in Crimea, sperimenta il freddo e rischia di morire assiderato: lo salva un gruppo di nomadi tartari, curandolo proprio con una coperta di feltro. 

La poetica e pratica artistica di Beuys hanno precorso temi e riflessioni oggi più che mai attuali: il rapporto tra essere umano e Natura, ecologia, pace, arte intesa come impegno sociale e ricerca spirituale. In “Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda”un pianoforte, a simbolo della Cultura in crisi, viene avvolto in uno strato di feltro per proteggerlo e ricondurlo alla vita.

Un riferimento alla vita personale dell’artista per ricordare una cura ricevuta e riproporla a favore di un elemento cosi vulnerabile come la Cultura. La croce rossa sulla coperta di feltro enfatizza il concetto di cura da prestare al concetto stesso di Cultura. 

Quest’opera di Beuys, cosi come molte altre sue creazioni, sanno ritrovare attualità anche sessant’anni dopo. L’intero mondo della Cultura è stato tra i più toccati durante questa pandemia e forse qualche coperta in più non avrebbe guastato. Ma la Cura è un atto temporaneo, fatto di più fasi: anche quello di togliere la coperta e tornare a far risuonare le corde del nostro pianoforte, perché è la Cultura stessa una Cura per noi stessi.  

Newsletter #20, settembre 2021


Autoritratto con amici. 1824 / 27
Francesco Hayez
olio su tela, Museo Poldi Pezzoli, Milano

Il quadro è un non finito, un abbozzo di dipinto molto probabilmente iniziato da Hayez sotto un importante moto emotivo. L’opera infatti raffigura la trasposizione visiva del brindisi recitato dal Tommaso Grossi nel 1824 in un banchetto di amici organizzato da Giuseppe Molteni per festeggiare la guarigione di Hayez da una lunga malattia. Il personaggio al centro, dunque, sarebbe lo stesso artista attorniato dai suoi amici più cari (a sinistra, Giovanni Migliara in basso e, in alto, Pelagio Palagi; a destra, con la tuba, Giuseppe Molteni e infine Tommaso Grossi). 

Un ritratto di guarigione, che celebra la vita, il ritorno a una normalità che la malattia aveva interrotto e che ritrova senso solo se condivisa con gli amici più cari. Quegli amici della stagione romantica, quelli che negli anni '20 del XIX secolo percorrevano la sua stessa strada e condividevano con lui discussioni, scelte intellettuali e civili. 

Un ritratto che nella sua non completezza trova il suo fascino e la sua forza espressiva concentrando l’attenzione di chi guarda sui visi dei protagonisti. 

Questo quadro, ma soprattutto la sua storia, ci racconta questo momento storico, dove molti di noi si sono sentiti “guariti” solo una volta potuto tornare a frequentare le persone vicine e care. L’amicizia, il contatto, tutto il bisogno sociale dell’essere umano celebrato su tela.  

Newsletter #19, Agosto 2021


Fontana, 1917
Marcel Duchamp
ready made

Marcel Duchamp con i suoi ready made entra di prepotenza tra i protagonisti della Storia dell’Arte. Tra le sue opere più famose sicuramente possiamo citare la “Fontana”. Un semplice orinatoio capovolto, una firma fasulla e quel banale e volgare oggetto di ceramica diventa un’opera d’arte. L’oggetto non cambia forma, non cambia colore. Duchamp cambia quell’orinatoio nel suo significato, lo eleva allo status di opera d’arte, lo estirpa dal suo anonimato di oggetto. Un gesto semplice, un gesto storico, un gesto che cambia l’esistenza stessa dell’oggetto. L’opera non fu mai esposta e andò perduta, ma la sua icona è rimasta scalfita nella Storia dell’Arte e nell’immaginario collettivo. 

Nella nostra vita a volte incontriamo persone che sanno vedere dentro di noi l’opera d’arte, che sanno, attraverso un cambio di prospettiva, elevare la nostra esistenza a qualcosa di meglio e ci fanno vivere meglio con noi stessi. Un ready made della persona, una cura che non ci cambia nella forma o nel colore, ma cambia il nostro modo di vederci, di vivere, e questo grazie a qualcuno. Quel qualcuno che si è curato di noi soltanto con il suo essere con noi.  Forse per qualcuno il suo Duchamp non è ancora arrivato, per qualcun altro forse è già passato. Forse lo siamo stati a nostra volta o forse no. 

Non bisognerebbe farseli scappare i Duchamp dalla propria vita, quelli che ti entrano e ti cambiano prospettiva, ma se succede, come per l’orinatoio, rimane quel cambio di prospettiva, quando ti sentivi un cesso e invece qualcuno ti ha insegnato ad essere un’opera d’arte. Grazie. 

Newsletter #18, luglio 2021


La creazione di Adamo.
Michelangelo Buonarroti, 1508-1512
affresco, Cappella Sistina, Roma

Frank Meshberger è stato un noto neurologo americano. Un giorno, sfogliando un libro dedicato a Michelangelo mentre si rilassava dopo ore di intenso studio nel suo laboratorio, fu subito colpito dalla forma dell’immagine che circonda Dio e gli angeli. Era la stessa cosa su cui aveva lavorato tutto il giorno: il profilo inconfondibile della sezione di un cervello umano. Inoltre, il vestito vorticoso verde corrisponde all’arteria vertebrale e la gamba dell’angelo che si estende sotto la base del contorno rosa dividerebbe l’ipofisi anteriore dalla posteriore. 

Un cervello in uno degli affreschi più iconici dell’intera Storia dell’Arte. E non in un posto qualunque,ma in uno dei centri nevralgici e simbolici della religione cristiana, laddove i cardinali, chiusi in conclave, eleggono da secoli il successore di Pietro.  

Come Michelangelo sia riuscito ad esaminare e studiare in maniera accurata la sezione di un cervello, all’epoca in cui la sezione dei cadaveri era ritenuta pratica eretica, non ci è dato saperlo. Ma quello che a noi interessa è la scelta di Michelangelo di dove inserire questo particolare: La creazione di Adamo. Quasi a sfidare il potere della Chiesa e le credenze millenarie di un Dio creatore dell’uomo che esce lui stesso da un cervello umano. Chi ha creato chi? E perché? 

Quante volte  in un momento difficile, nella propria sofferenza o quella di un parente o di un amico, quando le cure mediche e scientifiche sembrano inutili, molti si rivolgono ai poteri divini e ultraterreni chiedendo, implorando, pregando. Una cura spirituale, la ricerca di qualcosa che vada al di là del nostro essere umani, per cercare sollievo oltre la propria condizione di fragilità. Come un Adamo che allunga la mano per toccare quel dito e cercare un senso o cercare di crearselo.  Nella nostra chiave di lettura declinata al mondo della Cura la domanda che Michelangelo lascia sospesa sulla volta della Sistina può essere questa: “Dio ha creato l’uomo per prendersene cura? O l’uomo ha creato dio per prendersi cura di sè?”

Newsletter #17, giugno 2021


Lo stagno delle ninfee. Armonia verde.
Claude Monet, 1899
olio su tela, Musée D'Orsay, Parigi


Il soggetto di quest’opera è il giardino in stile giapponese che il pittore costruì per se stesso presso Giverny. In questo giardino Monet coltivava personalmente diverse piante esotiche che decoravano un ponticello di legno, il quale nella rappresentazione divide lo spazio pittorico orizzontalmente, in due parti. Le tonalità predominanti sono quelle del verde, che si fondono tra loro per creare un'armonia cromatica piacevole e rilassante. 

Un giardino dove dipingere e dove possiamo sicuramente immaginare Claude Monet passeggiare, soffermarsi sui colori e le forme, chinarsi a curare con mano i fiori e le piante di quel piccolo angolo di mondo in cui l’artista francese aveva creato il suo universo pittorico. 

Una sorta di oasi creativa, dove Monet poteva rifugiarsi, dove trovava benessere. 

Lo possiamo vedere dalle pennellate, che sebbene rapide in perfetto stile impressionista, si sovrappongono con armonia e cura del dettaglio, trasmettendo allo spettatore un senso di calma, la stessa che possiamo immaginare provasse Monet una volta varcata la soglia di quel giardino. 

Un luogo speciale per Monet, dove prendersi cura di tutte quelle piante voleva dire prendersi cura delle sue opere, della sua arte e in qualche modo di se stesso. 

Prendersi cura di sé attraverso i luoghi che si attraversano, che si vivono: che sia una stanza di casa, il laboratorio in garage, la finestra dell’ufficio, un giardino, una panchina di un parco di fronte ad un panorama a noi caro. Ognuno di noi dovrebbe avere il proprio giardino, la propria personale Giverny. Un luogo dove ognuno abbia un ponte per ricollegarsi a se stesso, un luogo di cura “intimo e personale”.


Autoritratto come allegoria della pittura
Artemisia Gentileschi, 1638
olio su tela, Kensington Palace, Londra

Artemisa Gentileschi non è stata una pittrice, ma La pittrice. Senza di lei forse non avremmo avuto Berthe Morisot, Tamara de Lempicka e neanche Frida Kalho. In un ambito artistico all’epoca ad esclusiva maschile lei si è fatta strada e ha scardinato più di un pregiudizio. 

In questo quadro Artemisa sfida apertamente il mondo maschile ponendosi lei, donna e pittrice come personificazione della Pittura stessa. L’artista che si fa arte, la donna che si eleva non per quello che è nel suo satus di bellezza, ma per quello che fa nella società. La Gentileschi infatti non propone un ritratto idealizzato, ma reale. La pittrice è scompigliata, vestita in maniera adatta al mestiere e non per apparire in posa, intenta e concentrata nel suo operato. La pittura è una donna che dipinge.

Al di là di quello che poi Artemisa diverrà nel percorso storico dell’emancipazione femminile, l’artista rivendica il diritto di prendersi cura di ciò che le piace fare, al di là dei preconcetti vigenti. Prendersi cura di sé passa anche dal potersi esprimere. Sentirsi accettati , capiti. Artemisa urla al mondo che lei è pittrice, ed è questo che le piace fare ed è per questo che vuole sentirsi accolta. Rivendicare ciò che si è diventa un atto di cura verso se stessi, ma è anche una richiesta: quella di prendersi cura di me per ciò che sono. Prendersi cura della Pittura, della pittrice, della donna, di Artemisa, che stata è tutto questo ed è diventata anche di più.

Marzo 2021, Newsletter #14


Quadrato bianco su fondo bianco
Kasimir Malevic, 1918
olio su tela, The Museum of Modern Art (MoMa), New York

Già solo dal titolo ai più verrebbe da dire: “va beh, questo lo so fare anch’io”. Eppure ci sono voluti quasi 5'000 anni di storia dell’arte per giungere a questo dipinto, nato dal percorso artistico che Malevic ha personalmente intrapreso attraverso la creazione della corrente suprematista: forme semplici, nessuna sfumatura, pochi colori.  Quadrato bianco su fondo bianco è il punto più alto di questo percorso, la conquista di un’espressione suprema, essenziale.

 “L’essenziale è invisibile agli occhi” scriveva Saint-Exupery ne Il Piccolo Principe, e infatti il quadrato quasi neanche si vede, ma c’è. Cosi l’atto di cura, quello essenziale, quell’espressione suprema di prendersi cura dell’altro. Molte volte l’atto di cura è un gesto semplice, impercettibile, a volte invisibile agli occhi. L’atto di cura è spesso un quadrato bianco su fondo bianco, un atto concreto, che c’è, esiste, ma è impercettibile, non intacca la tela nel suo essere presente, non si rende protagonista, rimane sullo sfondo, del suo stesso colore, invisibile agli occhi, ma concreto nel suo intento. 

Il curante che sa essere un quadrato bianco su fondo bianco è un curante che non si fa artista del suo operato, ma che sa renderlo  invisibile nel suo essere essenziale.  

Gennaio 2021, Newsletter #12


Le due madri
Giovanni Segantini, 1889
olio su tela, Galleria d'Arte Moderna, Milano

Nel dipinto l’artista, partendo da una scena di genere, compie il passaggio ad un’idea universale: l’idea della maternità.

La maternità, la prima forma di cura con cui l’essere umano viene a contatto.

Il pittore guarda con tenerezza al mondo rurale e contadino a lui famigliare e attua un paragone tra la mucca con il suo vitello e la contadina seduta con il suo bambino (ritratto della compagna e del figlio), che, come sottolineato dal titolo stesso, sono accomunate nel ruolo di madri, le prime curanti del ciclo della vita.

L’artista vuole far emergere il fatto che quello materno è un istinto che accomuna uomo e animale, ed è emblematico che uno dei più primitivi istinti che ancora ci accomuna al regno animale sia un istinto di cura. L’uomo che nasce nella cura, l’essere curato nella sua fragilità di vita appena nata. La prima cosa che riceve l’uomo è un atto di cura. La cura come istinto, da perpetrare nel corso dell’esistenza, non solo cercandola, ma anche donandola. L’atmosfera, creata da una luce calda e ben studiata per dar risalto ai volumi, è intima. Una stalla, un bambino, una madre, anzi due, accomunate dal sapersi prendere cura della vita.

Ho scelto quest’opera per augurare a tutti i lettori un sereno Natale, attraverso una delle visioni più laiche e moderne,ma allo stesso tempo profondamente spirituale, della natività.

Buone feste

Dicembre 2020, Newsletter #11


Mosè
Michelangelo Buonarroti, 1513-1515
Chiesa di S.Pietro in Vincoli - Roma

Tra le più famose statue concepite dal genio di Michelangelo, il Mosè è stato oggetto di molti studi. Vanta anche l’onore di essere stato psicanalizzato dallo stesso Freud. Mosè è raffigurato nel momento preciso in cui, ricevute le tavole dei dieci comandamenti, si volta e vede il popolo ebraico in adorazione del Vitello d’oro. 

Mosè è ricordato nell’Antico Testamento per aver liberato il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, guidandolo verso la Terra promessa. Un cammino lungo 40 anni. Un percorso in cui Mosè si è preso cura del suo popolo; come un curante (che sia un medico, un infermiere, operatore o famigliare) che, portato il paziente fuori dalla fase acuta della malattia, lo accompagna nel suo percorso di convalescenza. 

Ci sono momenti in cui prendersi cura dell’altro è difficile, perché il paziente non segue le indicazioni, non assume le terapie, non risponde alle cure prestate come ci si aspetta. Prendersi cura è anche dover gestire la frustrazione. Il Mosè di Michelangelo è rappresentato in quel momento, nella gestione della frustrazione. Addirittura le tavole della legge che ha sottobraccio sembrano delle cartelle cliniche che gli stanno per scivolare di mano per lo scoramento. Il momento è tragico, ma il Mosè di Michelangelo è già oltre, ha afferrato le tavole prima che cadessero, stringendole a se e impigliandosi anche un po’ le dita tra la folta barba. Le gambe in tensione sono pronte a rialzarsi. 

Cosi come il curante sa che è nel momento della difficoltà che il paziente ha bisogno di lui, cosi il Mosè è pronto a rialzarsi per tornare a prendersi cura del suo popolo. 

Il curante che spesso si sente solo, il curante che soffre, che prova sconforto e rabbia; il curante che ha coraggio, che si rialza e torna alla sua missione del prendersi cura.

Novembre 2020, Newsletter #10     


Nightwalks
Edward Hopper, 1942
olio su tela, The Art Institute of Chicago, USA

Hopper è un maestro della pittura americana della prima metà del XX secolo, e forse questo è il suo capolavoro più assoluto. E tra tutte le opere che ha dipinto con la luce del giorno, la sua arte tocca l’apice in una desolata notte americana del 1942. La luce è quella artificiale che dalla vetrina del locale si riflette sulla strada, permettendoci di vedere i protagonisti di quella notte: un uomo solo, una coppia e il barista. L’uomo solo, forse lì per dimenticare la giornata, per curarsi le ferite che le ore diurne gli hanno inflitto, sta di spalle e non ne cogliamo lo sguardo. Vediamo invece la coppia: lui e lei. Non sappiamo se una coppia formatasi per un incrocio di destini proprio lì, o se sono arrivati per curare la monotonia del loro rapporto. Non si guardano, vicini, ma entrambi assorti nei loro pensieri, cercando di scioglierli nelle tazze di caffè. 

Poi c’è il barman, che dispensa agli avventori attenzioni, coglie i bisogni, se ne prende cura. Il camicie bianco lo avvicina a un infermiere in corsia. Allora la vetrina di un bar diventa quasi una di quelle finestre d’ospedale che di notte si vedono illuminate, dove c’è un dolore da curare, una vita da ripensare, una cura da elargire. Hopper coglie tutta la forza di una finestra illuminata nella notte, della vita che vi scorre dentro. Una luce che ancora non si spegne finchè c’è da prendersi cura del corpo, dell’anima, dell’uomo.

Ottobre 2020, Newsletter #9


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