Curare ad arte

Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell'arte, perché curare è un'arte e l'arte può essere cura.

Bacchino malato.
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio
1593-94, Galleria Borghese, Roma

In quest'opera l’autore si immedesima nel dio Dioniso, personaggio che incarna l'indole passionale in cui Caravaggio si riconosceva. Tuttavia il pittore si trovava in una fase di debolezza e malattia, infatti era stato vittima del calcio di un cavallo che lo aveva costretto a una convalescenza ospedaliera nell'ospeale della Consolazione. Il fatto lo aveva portato a riflettere sulla condizione umana, sempre in bilico tra salute e malattia, vigore e debolezza, spirito entusiastico e malinconia. In questo autoritratto Caravaggio ritrae Bacco con le labbra livide, il volto magro e pallido,  ma con una corona di edera sul capo: questa pianta, da sempre simbolo di Dioniso, è segno di protezione e augurio di buon auspicio. 

Il dipinto non solo è ben augurante, ma esprime la consapevolezza della fragilità umana. 

Il periodo della degenza, quel periodo dedicato alla cura, diventa spesso un periodo di riflessione, dove a volte si rivedono le proprie priorità, si rivalutano i propri valori o addirittura crollano certezze fino ad allora solide. 

Caravaggio nel suo autoritratto allegorico ritrae proprio questo. C’è tutta la fragilità del momento, la sua vulnerabilità fisica e psichica, ma anche la sua speranza e desiderio di vita e per dircelo usa il linguaggio che meglio conosce: quello della pittura. 

L’arte di nuovo come mezzo di cura: mettere la propria condizione di malattia su tela, quasi ad esorcizzarla, ma anche per prenderne coscienza; primo passo per iniziare il proprio percorso di cura.

Newsletter #22, novembre 2021


Tigre con serpente
Antonio Ligabue
non datato, collezione privata

La Storia dell’arte si è costellata nei secoli di personaggi che presentavano disturbi psichici, ma cosa accumuna cosi tanto arte e follia? È forse una sensibilità diversa, alterata a volte, che permette di evolversi artisticamente creando nuove forme di linguaggio, o è di per sé l’avvicinarsi all’arte a portare poi ad un’alterazione dello stato psico-emotivo della persona? Per alcuni l’arte fu un’ancora di salvezza da una realtà che in altro modo avrebbe visto esclusi certi personaggi eccentrici, anomali, geniali. Dall’altra c’è chi, talmente assorbito nel proprio mondo artistico, finì col perdere i contatti con la realtà.

Nel caso di Antonio Ligabue il suo mondo pittorico lo aiutò ad esternare tutte le emozioni che nascevano nella sua testa, le paure che ne affliggevano l’anima. Questo non lo salvò dall’essere ricoverato più volte in manicomio. Antonio dipingeva molto, con colori vivaci, con tematiche sempre molto legate alla fauna selvatica. Uno stile naif simile a quello di Rousseau, il doganiere francese. Tigri, leopardi, sempre ruggenti, sempre ferocemente accaniti sulla preda. Si narra che

un giovane medico, in uno dei vari ricoveri, dedusse che quegli animali imponenti, feroci , violenti, che occupavano l’intera tela, non fossero altro che i suoi disturbi, la sua vita travagliata che assalivano l’esistenza dell’artista. Antonio parlava di sé usando il linguaggio pittorico della giungla contenstualizzata nel paesaggio famigliare della pianura emiliana bagnata dal Po. Il medico ne parlò con Antonio, provò a spronarlo a invertire la rotta, sovvertire il punto di vista: doveva diventare lui la belva, il dominatore delle sue tele e della sua vita, non la sua malattia. Antonio accolse le parole del dottore, le ascoltò e gli frullarono in testa per molto tempo.

Un giorno tornò sulla tela a dipingere, l’ennesimo felino. A tela terminata si vide qualcosa di diverso. Un’enorme tigre, in posa trionfante, maestosa, con le fauci aperte. Nessuna vittima sotto i suoi artigli, questa volta Antonio era diventato la tigre. Un successo terapeutico senza precedenti se non fosse che quella tigre, in contrasto netto con la sua posa e la sua massa imponente, si ritrovi avvinghiata dalle spire di un gigantesto serpente che la stava soffocando e da cui non riusciva a liberarsi. Antonio non è cambiato: la prospettiva si, ma lui no. Il malessere se lo porterà dentro per sempre, sarà sempre parte di lui, che lui sia un’esile antilope o una possente tigre. Antonio non guarì mai, aveva solo l’arte come cura. La follia lo faceva entrare in manicomio, l’arte lo faceva evadere.

Ottobre 2021, Newsletter #21


Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda.
Joseph Beuys
1966, Centre Pompidou, Parigi

Joseph Beuys amava il feltro, fin da quando, pilota nella Seconda guerra mondiale, abbattuto dal nemico e precipitato col suo aereo in Crimea, sperimenta il freddo e rischia di morire assiderato: lo salva un gruppo di nomadi tartari, curandolo proprio con una coperta di feltro. 

La poetica e pratica artistica di Beuys hanno precorso temi e riflessioni oggi più che mai attuali: il rapporto tra essere umano e Natura, ecologia, pace, arte intesa come impegno sociale e ricerca spirituale. In “Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda”un pianoforte, a simbolo della Cultura in crisi, viene avvolto in uno strato di feltro per proteggerlo e ricondurlo alla vita.

Un riferimento alla vita personale dell’artista per ricordare una cura ricevuta e riproporla a favore di un elemento cosi vulnerabile come la Cultura. La croce rossa sulla coperta di feltro enfatizza il concetto di cura da prestare al concetto stesso di Cultura. 

Quest’opera di Beuys, cosi come molte altre sue creazioni, sanno ritrovare attualità anche sessant’anni dopo. L’intero mondo della Cultura è stato tra i più toccati durante questa pandemia e forse qualche coperta in più non avrebbe guastato. Ma la Cura è un atto temporaneo, fatto di più fasi: anche quello di togliere la coperta e tornare a far risuonare le corde del nostro pianoforte, perché è la Cultura stessa una Cura per noi stessi.  

Newsletter #20, settembre 2021


Autoritratto con amici. 1824 / 27
Francesco Hayez
olio su tela, Museo Poldi Pezzoli, Milano

Il quadro è un non finito, un abbozzo di dipinto molto probabilmente iniziato da Hayez sotto un importante moto emotivo. L’opera infatti raffigura la trasposizione visiva del brindisi recitato dal Tommaso Grossi nel 1824 in un banchetto di amici organizzato da Giuseppe Molteni per festeggiare la guarigione di Hayez da una lunga malattia. Il personaggio al centro, dunque, sarebbe lo stesso artista attorniato dai suoi amici più cari (a sinistra, Giovanni Migliara in basso e, in alto, Pelagio Palagi; a destra, con la tuba, Giuseppe Molteni e infine Tommaso Grossi). 

Un ritratto di guarigione, che celebra la vita, il ritorno a una normalità che la malattia aveva interrotto e che ritrova senso solo se condivisa con gli amici più cari. Quegli amici della stagione romantica, quelli che negli anni '20 del XIX secolo percorrevano la sua stessa strada e condividevano con lui discussioni, scelte intellettuali e civili. 

Un ritratto che nella sua non completezza trova il suo fascino e la sua forza espressiva concentrando l’attenzione di chi guarda sui visi dei protagonisti. 

Questo quadro, ma soprattutto la sua storia, ci racconta questo momento storico, dove molti di noi si sono sentiti “guariti” solo una volta potuto tornare a frequentare le persone vicine e care. L’amicizia, il contatto, tutto il bisogno sociale dell’essere umano celebrato su tela.  

Newsletter #19, Agosto 2021


Fontana, 1917
Marcel Duchamp
ready made

Marcel Duchamp con i suoi ready made entra di prepotenza tra i protagonisti della Storia dell’Arte. Tra le sue opere più famose sicuramente possiamo citare la “Fontana”. Un semplice orinatoio capovolto, una firma fasulla e quel banale e volgare oggetto di ceramica diventa un’opera d’arte. L’oggetto non cambia forma, non cambia colore. Duchamp cambia quell’orinatoio nel suo significato, lo eleva allo status di opera d’arte, lo estirpa dal suo anonimato di oggetto. Un gesto semplice, un gesto storico, un gesto che cambia l’esistenza stessa dell’oggetto. L’opera non fu mai esposta e andò perduta, ma la sua icona è rimasta scalfita nella Storia dell’Arte e nell’immaginario collettivo. 

Nella nostra vita a volte incontriamo persone che sanno vedere dentro di noi l’opera d’arte, che sanno, attraverso un cambio di prospettiva, elevare la nostra esistenza a qualcosa di meglio e ci fanno vivere meglio con noi stessi. Un ready made della persona, una cura che non ci cambia nella forma o nel colore, ma cambia il nostro modo di vederci, di vivere, e questo grazie a qualcuno. Quel qualcuno che si è curato di noi soltanto con il suo essere con noi.  Forse per qualcuno il suo Duchamp non è ancora arrivato, per qualcun altro forse è già passato. Forse lo siamo stati a nostra volta o forse no. 

Non bisognerebbe farseli scappare i Duchamp dalla propria vita, quelli che ti entrano e ti cambiano prospettiva, ma se succede, come per l’orinatoio, rimane quel cambio di prospettiva, quando ti sentivi un cesso e invece qualcuno ti ha insegnato ad essere un’opera d’arte. Grazie. 

Newsletter #18, luglio 2021


La creazione di Adamo.
Michelangelo Buonarroti, 1508-1512
affresco, Cappella Sistina, Roma

Frank Meshberger è stato un noto neurologo americano. Un giorno, sfogliando un libro dedicato a Michelangelo mentre si rilassava dopo ore di intenso studio nel suo laboratorio, fu subito colpito dalla forma dell’immagine che circonda Dio e gli angeli. Era la stessa cosa su cui aveva lavorato tutto il giorno: il profilo inconfondibile della sezione di un cervello umano. Inoltre, il vestito vorticoso verde corrisponde all’arteria vertebrale e la gamba dell’angelo che si estende sotto la base del contorno rosa dividerebbe l’ipofisi anteriore dalla posteriore. 

Un cervello in uno degli affreschi più iconici dell’intera Storia dell’Arte. E non in un posto qualunque,ma in uno dei centri nevralgici e simbolici della religione cristiana, laddove i cardinali, chiusi in conclave, eleggono da secoli il successore di Pietro.  

Come Michelangelo sia riuscito ad esaminare e studiare in maniera accurata la sezione di un cervello, all’epoca in cui la sezione dei cadaveri era ritenuta pratica eretica, non ci è dato saperlo. Ma quello che a noi interessa è la scelta di Michelangelo di dove inserire questo particolare: La creazione di Adamo. Quasi a sfidare il potere della Chiesa e le credenze millenarie di un Dio creatore dell’uomo che esce lui stesso da un cervello umano. Chi ha creato chi? E perché? 

Quante volte  in un momento difficile, nella propria sofferenza o quella di un parente o di un amico, quando le cure mediche e scientifiche sembrano inutili, molti si rivolgono ai poteri divini e ultraterreni chiedendo, implorando, pregando. Una cura spirituale, la ricerca di qualcosa che vada al di là del nostro essere umani, per cercare sollievo oltre la propria condizione di fragilità. Come un Adamo che allunga la mano per toccare quel dito e cercare un senso o cercare di crearselo.  Nella nostra chiave di lettura declinata al mondo della Cura la domanda che Michelangelo lascia sospesa sulla volta della Sistina può essere questa: “Dio ha creato l’uomo per prendersene cura? O l’uomo ha creato dio per prendersi cura di sè?”

Newsletter #17, giugno 2021


Lo stagno delle ninfee. Armonia verde.
Claude Monet, 1899
olio su tela, Musée D'Orsay, Parigi


Il soggetto di quest’opera è il giardino in stile giapponese che il pittore costruì per se stesso presso Giverny. In questo giardino Monet coltivava personalmente diverse piante esotiche che decoravano un ponticello di legno, il quale nella rappresentazione divide lo spazio pittorico orizzontalmente, in due parti. Le tonalità predominanti sono quelle del verde, che si fondono tra loro per creare un'armonia cromatica piacevole e rilassante. 

Un giardino dove dipingere e dove possiamo sicuramente immaginare Claude Monet passeggiare, soffermarsi sui colori e le forme, chinarsi a curare con mano i fiori e le piante di quel piccolo angolo di mondo in cui l’artista francese aveva creato il suo universo pittorico. 

Una sorta di oasi creativa, dove Monet poteva rifugiarsi, dove trovava benessere. 

Lo possiamo vedere dalle pennellate, che sebbene rapide in perfetto stile impressionista, si sovrappongono con armonia e cura del dettaglio, trasmettendo allo spettatore un senso di calma, la stessa che possiamo immaginare provasse Monet una volta varcata la soglia di quel giardino. 

Un luogo speciale per Monet, dove prendersi cura di tutte quelle piante voleva dire prendersi cura delle sue opere, della sua arte e in qualche modo di se stesso. 

Prendersi cura di sé attraverso i luoghi che si attraversano, che si vivono: che sia una stanza di casa, il laboratorio in garage, la finestra dell’ufficio, un giardino, una panchina di un parco di fronte ad un panorama a noi caro. Ognuno di noi dovrebbe avere il proprio giardino, la propria personale Giverny. Un luogo dove ognuno abbia un ponte per ricollegarsi a se stesso, un luogo di cura “intimo e personale”.


Autoritratto come allegoria della pittura
Artemisia Gentileschi, 1638
olio su tela, Kensington Palace, Londra

Artemisa Gentileschi non è stata una pittrice, ma La pittrice. Senza di lei forse non avremmo avuto Berthe Morisot, Tamara de Lempicka e neanche Frida Kalho. In un ambito artistico all’epoca ad esclusiva maschile lei si è fatta strada e ha scardinato più di un pregiudizio. 

In questo quadro Artemisa sfida apertamente il mondo maschile ponendosi lei, donna e pittrice come personificazione della Pittura stessa. L’artista che si fa arte, la donna che si eleva non per quello che è nel suo satus di bellezza, ma per quello che fa nella società. La Gentileschi infatti non propone un ritratto idealizzato, ma reale. La pittrice è scompigliata, vestita in maniera adatta al mestiere e non per apparire in posa, intenta e concentrata nel suo operato. La pittura è una donna che dipinge.

Al di là di quello che poi Artemisa diverrà nel percorso storico dell’emancipazione femminile, l’artista rivendica il diritto di prendersi cura di ciò che le piace fare, al di là dei preconcetti vigenti. Prendersi cura di sé passa anche dal potersi esprimere. Sentirsi accettati , capiti. Artemisa urla al mondo che lei è pittrice, ed è questo che le piace fare ed è per questo che vuole sentirsi accolta. Rivendicare ciò che si è diventa un atto di cura verso se stessi, ma è anche una richiesta: quella di prendersi cura di me per ciò che sono. Prendersi cura della Pittura, della pittrice, della donna, di Artemisa, che stata è tutto questo ed è diventata anche di più.

Marzo 2021, Newsletter #14


Quadrato bianco su fondo bianco
Kasimir Malevic, 1918
olio su tela, The Museum of Modern Art (MoMa), New York

Già solo dal titolo ai più verrebbe da dire: “va beh, questo lo so fare anch’io”. Eppure ci sono voluti quasi 5'000 anni di storia dell’arte per giungere a questo dipinto, nato dal percorso artistico che Malevic ha personalmente intrapreso attraverso la creazione della corrente suprematista: forme semplici, nessuna sfumatura, pochi colori.  Quadrato bianco su fondo bianco è il punto più alto di questo percorso, la conquista di un’espressione suprema, essenziale.

 “L’essenziale è invisibile agli occhi” scriveva Saint-Exupery ne Il Piccolo Principe, e infatti il quadrato quasi neanche si vede, ma c’è. Cosi l’atto di cura, quello essenziale, quell’espressione suprema di prendersi cura dell’altro. Molte volte l’atto di cura è un gesto semplice, impercettibile, a volte invisibile agli occhi. L’atto di cura è spesso un quadrato bianco su fondo bianco, un atto concreto, che c’è, esiste, ma è impercettibile, non intacca la tela nel suo essere presente, non si rende protagonista, rimane sullo sfondo, del suo stesso colore, invisibile agli occhi, ma concreto nel suo intento. 

Il curante che sa essere un quadrato bianco su fondo bianco è un curante che non si fa artista del suo operato, ma che sa renderlo  invisibile nel suo essere essenziale.  

Gennaio 2021, Newsletter #12


Le due madri
Giovanni Segantini, 1889
olio su tela, Galleria d'Arte Moderna, Milano

Nel dipinto l’artista, partendo da una scena di genere, compie il passaggio ad un’idea universale: l’idea della maternità.

La maternità, la prima forma di cura con cui l’essere umano viene a contatto.

Il pittore guarda con tenerezza al mondo rurale e contadino a lui famigliare e attua un paragone tra la mucca con il suo vitello e la contadina seduta con il suo bambino (ritratto della compagna e del figlio), che, come sottolineato dal titolo stesso, sono accomunate nel ruolo di madri, le prime curanti del ciclo della vita.

L’artista vuole far emergere il fatto che quello materno è un istinto che accomuna uomo e animale, ed è emblematico che uno dei più primitivi istinti che ancora ci accomuna al regno animale sia un istinto di cura. L’uomo che nasce nella cura, l’essere curato nella sua fragilità di vita appena nata. La prima cosa che riceve l’uomo è un atto di cura. La cura come istinto, da perpetrare nel corso dell’esistenza, non solo cercandola, ma anche donandola. L’atmosfera, creata da una luce calda e ben studiata per dar risalto ai volumi, è intima. Una stalla, un bambino, una madre, anzi due, accomunate dal sapersi prendere cura della vita.

Ho scelto quest’opera per augurare a tutti i lettori un sereno Natale, attraverso una delle visioni più laiche e moderne,ma allo stesso tempo profondamente spirituale, della natività.

Buone feste

Dicembre 2020, Newsletter #11


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