Curare ad arte

Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell'arte, perché curare è un'arte e l'arte può essere cura.

La creazione di Adamo.
Michelangelo Buonarroti, 1508-1512
affresco, Cappella Sistina, Roma

Frank Meshberger è stato un noto neurologo americano. Un giorno, sfogliando un libro dedicato a Michelangelo mentre si rilassava dopo ore di intenso studio nel suo laboratorio, fu subito colpito dalla forma dell’immagine che circonda Dio e gli angeli. Era la stessa cosa su cui aveva lavorato tutto il giorno: il profilo inconfondibile della sezione di un cervello umano. Inoltre, il vestito vorticoso verde corrisponde all’arteria vertebrale e la gamba dell’angelo che si estende sotto la base del contorno rosa dividerebbe l’ipofisi anteriore dalla posteriore. 

Un cervello in uno degli affreschi più iconici dell’intera Storia dell’Arte. E non in un posto qualunque,ma in uno dei centri nevralgici e simbolici della religione cristiana, laddove i cardinali, chiusi in conclave, eleggono da secoli il successore di Pietro.  

Come Michelangelo sia riuscito ad esaminare e studiare in maniera accurata la sezione di un cervello, all’epoca in cui la sezione dei cadaveri era ritenuta pratica eretica, non ci è dato saperlo. Ma quello che a noi interessa è la scelta di Michelangelo di dove inserire questo particolare: La creazione di Adamo. Quasi a sfidare il potere della Chiesa e le credenze millenarie di un Dio creatore dell’uomo che esce lui stesso da un cervello umano. Chi ha creato chi? E perché? 

Quante volte  in un momento difficile, nella propria sofferenza o quella di un parente o di un amico, quando le cure mediche e scientifiche sembrano inutili, molti si rivolgono ai poteri divini e ultraterreni chiedendo, implorando, pregando. Una cura spirituale, la ricerca di qualcosa che vada al di là del nostro essere umani, per cercare sollievo oltre la propria condizione di fragilità. Come un Adamo che allunga la mano per toccare quel dito e cercare un senso o cercare di crearselo.  Nella nostra chiave di lettura declinata al mondo della Cura la domanda che Michelangelo lascia sospesa sulla volta della Sistina può essere questa: “Dio ha creato l’uomo per prendersene cura? O l’uomo ha creato dio per prendersi cura di sè?”

Newsletter #17, giugno 2021


Lo stagno delle ninfee. Armonia verde.
Claude Monet, 1899
olio su tela, Musée D'Orsay, Parigi


Il soggetto di quest’opera è il giardino in stile giapponese che il pittore costruì per se stesso presso Giverny. In questo giardino Monet coltivava personalmente diverse piante esotiche che decoravano un ponticello di legno, il quale nella rappresentazione divide lo spazio pittorico orizzontalmente, in due parti. Le tonalità predominanti sono quelle del verde, che si fondono tra loro per creare un'armonia cromatica piacevole e rilassante. 

Un giardino dove dipingere e dove possiamo sicuramente immaginare Claude Monet passeggiare, soffermarsi sui colori e le forme, chinarsi a curare con mano i fiori e le piante di quel piccolo angolo di mondo in cui l’artista francese aveva creato il suo universo pittorico. 

Una sorta di oasi creativa, dove Monet poteva rifugiarsi, dove trovava benessere. 

Lo possiamo vedere dalle pennellate, che sebbene rapide in perfetto stile impressionista, si sovrappongono con armonia e cura del dettaglio, trasmettendo allo spettatore un senso di calma, la stessa che possiamo immaginare provasse Monet una volta varcata la soglia di quel giardino. 

Un luogo speciale per Monet, dove prendersi cura di tutte quelle piante voleva dire prendersi cura delle sue opere, della sua arte e in qualche modo di se stesso. 

Prendersi cura di sé attraverso i luoghi che si attraversano, che si vivono: che sia una stanza di casa, il laboratorio in garage, la finestra dell’ufficio, un giardino, una panchina di un parco di fronte ad un panorama a noi caro. Ognuno di noi dovrebbe avere il proprio giardino, la propria personale Giverny. Un luogo dove ognuno abbia un ponte per ricollegarsi a se stesso, un luogo di cura “intimo e personale”.


Autoritratto come allegoria della pittura
Artemisia Gentileschi, 1638
olio su tela, Kensington Palace, Londra

Artemisa Gentileschi non è stata una pittrice, ma La pittrice. Senza di lei forse non avremmo avuto Berthe Morisot, Tamara de Lempicka e neanche Frida Kalho. In un ambito artistico all’epoca ad esclusiva maschile lei si è fatta strada e ha scardinato più di un pregiudizio. 

In questo quadro Artemisa sfida apertamente il mondo maschile ponendosi lei, donna e pittrice come personificazione della Pittura stessa. L’artista che si fa arte, la donna che si eleva non per quello che è nel suo satus di bellezza, ma per quello che fa nella società. La Gentileschi infatti non propone un ritratto idealizzato, ma reale. La pittrice è scompigliata, vestita in maniera adatta al mestiere e non per apparire in posa, intenta e concentrata nel suo operato. La pittura è una donna che dipinge.

Al di là di quello che poi Artemisa diverrà nel percorso storico dell’emancipazione femminile, l’artista rivendica il diritto di prendersi cura di ciò che le piace fare, al di là dei preconcetti vigenti. Prendersi cura di sé passa anche dal potersi esprimere. Sentirsi accettati , capiti. Artemisa urla al mondo che lei è pittrice, ed è questo che le piace fare ed è per questo che vuole sentirsi accolta. Rivendicare ciò che si è diventa un atto di cura verso se stessi, ma è anche una richiesta: quella di prendersi cura di me per ciò che sono. Prendersi cura della Pittura, della pittrice, della donna, di Artemisa, che stata è tutto questo ed è diventata anche di più.

Marzo 2021, Newsletter #14


Quadrato bianco su fondo bianco
Kasimir Malevic, 1918
olio su tela, The Museum of Modern Art (MoMa), New York

Già solo dal titolo ai più verrebbe da dire: “va beh, questo lo so fare anch’io”. Eppure ci sono voluti quasi 5'000 anni di storia dell’arte per giungere a questo dipinto, nato dal percorso artistico che Malevic ha personalmente intrapreso attraverso la creazione della corrente suprematista: forme semplici, nessuna sfumatura, pochi colori.  Quadrato bianco su fondo bianco è il punto più alto di questo percorso, la conquista di un’espressione suprema, essenziale.

 “L’essenziale è invisibile agli occhi” scriveva Saint-Exupery ne Il Piccolo Principe, e infatti il quadrato quasi neanche si vede, ma c’è. Cosi l’atto di cura, quello essenziale, quell’espressione suprema di prendersi cura dell’altro. Molte volte l’atto di cura è un gesto semplice, impercettibile, a volte invisibile agli occhi. L’atto di cura è spesso un quadrato bianco su fondo bianco, un atto concreto, che c’è, esiste, ma è impercettibile, non intacca la tela nel suo essere presente, non si rende protagonista, rimane sullo sfondo, del suo stesso colore, invisibile agli occhi, ma concreto nel suo intento. 

Il curante che sa essere un quadrato bianco su fondo bianco è un curante che non si fa artista del suo operato, ma che sa renderlo  invisibile nel suo essere essenziale.  

Gennaio 2021, Newsletter #12


Le due madri
Giovanni Segantini, 1889
olio su tela, Galleria d'Arte Moderna, Milano

Nel dipinto l’artista, partendo da una scena di genere, compie il passaggio ad un’idea universale: l’idea della maternità.

La maternità, la prima forma di cura con cui l’essere umano viene a contatto.

Il pittore guarda con tenerezza al mondo rurale e contadino a lui famigliare e attua un paragone tra la mucca con il suo vitello e la contadina seduta con il suo bambino (ritratto della compagna e del figlio), che, come sottolineato dal titolo stesso, sono accomunate nel ruolo di madri, le prime curanti del ciclo della vita.

L’artista vuole far emergere il fatto che quello materno è un istinto che accomuna uomo e animale, ed è emblematico che uno dei più primitivi istinti che ancora ci accomuna al regno animale sia un istinto di cura. L’uomo che nasce nella cura, l’essere curato nella sua fragilità di vita appena nata. La prima cosa che riceve l’uomo è un atto di cura. La cura come istinto, da perpetrare nel corso dell’esistenza, non solo cercandola, ma anche donandola. L’atmosfera, creata da una luce calda e ben studiata per dar risalto ai volumi, è intima. Una stalla, un bambino, una madre, anzi due, accomunate dal sapersi prendere cura della vita.

Ho scelto quest’opera per augurare a tutti i lettori un sereno Natale, attraverso una delle visioni più laiche e moderne,ma allo stesso tempo profondamente spirituale, della natività.

Buone feste

Dicembre 2020, Newsletter #11


Mosè
Michelangelo Buonarroti, 1513-1515
Chiesa di S.Pietro in Vincoli - Roma

Tra le più famose statue concepite dal genio di Michelangelo, il Mosè è stato oggetto di molti studi. Vanta anche l’onore di essere stato psicanalizzato dallo stesso Freud. Mosè è raffigurato nel momento preciso in cui, ricevute le tavole dei dieci comandamenti, si volta e vede il popolo ebraico in adorazione del Vitello d’oro. 

Mosè è ricordato nell’Antico Testamento per aver liberato il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, guidandolo verso la Terra promessa. Un cammino lungo 40 anni. Un percorso in cui Mosè si è preso cura del suo popolo; come un curante (che sia un medico, un infermiere, operatore o famigliare) che, portato il paziente fuori dalla fase acuta della malattia, lo accompagna nel suo percorso di convalescenza. 

Ci sono momenti in cui prendersi cura dell’altro è difficile, perché il paziente non segue le indicazioni, non assume le terapie, non risponde alle cure prestate come ci si aspetta. Prendersi cura è anche dover gestire la frustrazione. Il Mosè di Michelangelo è rappresentato in quel momento, nella gestione della frustrazione. Addirittura le tavole della legge che ha sottobraccio sembrano delle cartelle cliniche che gli stanno per scivolare di mano per lo scoramento. Il momento è tragico, ma il Mosè di Michelangelo è già oltre, ha afferrato le tavole prima che cadessero, stringendole a se e impigliandosi anche un po’ le dita tra la folta barba. Le gambe in tensione sono pronte a rialzarsi. 

Cosi come il curante sa che è nel momento della difficoltà che il paziente ha bisogno di lui, cosi il Mosè è pronto a rialzarsi per tornare a prendersi cura del suo popolo. 

Il curante che spesso si sente solo, il curante che soffre, che prova sconforto e rabbia; il curante che ha coraggio, che si rialza e torna alla sua missione del prendersi cura.

Novembre 2020, Newsletter #10     


Nightwalks
Edward Hopper, 1942
olio su tela, The Art Institute of Chicago, USA

Hopper è un maestro della pittura americana della prima metà del XX secolo, e forse questo è il suo capolavoro più assoluto. E tra tutte le opere che ha dipinto con la luce del giorno, la sua arte tocca l’apice in una desolata notte americana del 1942. La luce è quella artificiale che dalla vetrina del locale si riflette sulla strada, permettendoci di vedere i protagonisti di quella notte: un uomo solo, una coppia e il barista. L’uomo solo, forse lì per dimenticare la giornata, per curarsi le ferite che le ore diurne gli hanno inflitto, sta di spalle e non ne cogliamo lo sguardo. Vediamo invece la coppia: lui e lei. Non sappiamo se una coppia formatasi per un incrocio di destini proprio lì, o se sono arrivati per curare la monotonia del loro rapporto. Non si guardano, vicini, ma entrambi assorti nei loro pensieri, cercando di scioglierli nelle tazze di caffè. 

Poi c’è il barman, che dispensa agli avventori attenzioni, coglie i bisogni, se ne prende cura. Il camicie bianco lo avvicina a un infermiere in corsia. Allora la vetrina di un bar diventa quasi una di quelle finestre d’ospedale che di notte si vedono illuminate, dove c’è un dolore da curare, una vita da ripensare, una cura da elargire. Hopper coglie tutta la forza di una finestra illuminata nella notte, della vita che vi scorre dentro. Una luce che ancora non si spegne finchè c’è da prendersi cura del corpo, dell’anima, dell’uomo.

Ottobre 2020, Newsletter #9


Semplice
Vaslij Kandinskij, 1916
acquarello, Centre G. Pompidou, Parigi

Questo acquarello di Kandinskij potrebbe benissimo accompagnare l’attesa in una sala d’aspetto dal medico, o fare da sfondo proprio durante una consultazione specialistica in studio.

L’astratto sembra quasi uno stile che ben si sposa ai luoghi di cura. Di questo genere di opere Kandinskij ne ha prodotte tante nella sua carriera, chiamandole molte volte soltanto Composizione numero...; e allora perché questo e non un altro? Proprio per il titolo: “Semplice”. 

Eppure in questa semplicità c’è tutto: ci sono i colori primari, e i loro complementari. Ci sono le righe nette e le sfumate, linee dritte e curve, spesse e sottili, incrociate con armonia ed equilibrio. Ci sono forme quasi ancestrali, l’alternanza tra pieni e vuoti. Una semplicità disarmante, ma allo stesso tempo completa.  

Che cos’è il gesto di cura se non un gesto semplice, ma che racchiude, in modo completo, la complessità dell’essere e dell’agire umano?

Settembre 2020, Newsletter #8  


Il cortile dell'Ospedale di Arles
Vincent Van Gogh, 1889
olio su tela, collezione Oskar Reinhart (Winterthur)

Il ricovero: periodo difficile, periodo di malinconie e pensieri. Dove ci si può sentire prigionieri, a volte della struttura, a volte di noi stessi.

In ques’opera Van Gogh rappresenta il cortile dell'Hotel-Dieu, l'antico ospedale di Arles, dove l’artista olandese era ricoverato tra il dicembre 1888 al maggio 1889 dopo il famoso taglio dell'orecchio. Se il periodo provenzale di Van Gogh è sempre stato contraddistinto da colori caldi e lussureggianti, in quest’opera l’artista fa trasparire tutta la mestizia del suo vissuto attraverso l’utilizzo di una tavolozza fredda, con molte tonalità di blu. Inoltre lo scorcio prospettico cosi forzato evidenzia il senso di oppressione, e di clausura provata in quel periodo. Siamo nei primi mesi dell’anno, e i colori accesi della struttura ospedaliera quasi stridono con le tonalità spente della natura spoglia e decadente. Non è quindi la struttura in sé che rende Van Gogh cosi malinconico, ma tutto quello che ci sta attorno e che quella struttura rappresenta.

Agosto 2020, Newsletter #7


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