Curare ad arte

Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell'arte, perché curare è un'arte e l'arte può essere cura.

Mosè
Michelangelo Buonarroti, 1513-1515
Chiesa di S.Pietro in Vincoli - Roma

Tra le più famose statue concepite dal genio di Michelangelo, il Mosè è stato oggetto di molti studi. Vanta anche l’onore di essere stato psicanalizzato dallo stesso Freud. Mosè è raffigurato nel momento preciso in cui, ricevute le tavole dei dieci comandamenti, si volta e vede il popolo ebraico in adorazione del Vitello d’oro. 

Mosè è ricordato nell’Antico Testamento per aver liberato il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, guidandolo verso la Terra promessa. Un cammino lungo 40 anni. Un percorso in cui Mosè si è preso cura del suo popolo; come un curante (che sia un medico, un infermiere, operatore o famigliare) che, portato il paziente fuori dalla fase acuta della malattia, lo accompagna nel suo percorso di convalescenza. 

Ci sono momenti in cui prendersi cura dell’altro è difficile, perché il paziente non segue le indicazioni, non assume le terapie, non risponde alle cure prestate come ci si aspetta. Prendersi cura è anche dover gestire la frustrazione. Il Mosè di Michelangelo è rappresentato in quel momento, nella gestione della frustrazione. Addirittura le tavole della legge che ha sottobraccio sembrano delle cartelle cliniche che gli stanno per scivolare di mano per lo scoramento. Il momento è tragico, ma il Mosè di Michelangelo è già oltre, ha afferrato le tavole prima che cadessero, stringendole a se e impigliandosi anche un po’ le dita tra la folta barba. Le gambe in tensione sono pronte a rialzarsi. 

Cosi come il curante sa che è nel momento della difficoltà che il paziente ha bisogno di lui, cosi il Mosè è pronto a rialzarsi per tornare a prendersi cura del suo popolo. 

Il curante che spesso si sente solo, il curante che soffre, che prova sconforto e rabbia; il curante che ha coraggio, che si rialza e torna alla sua missione del prendersi cura.     


Nightwalks
Edward Hopper, 1942
olio su tela, The Art Institute of Chicago, USA

Hopper è un maestro della pittura americana della prima metà del XX secolo, e forse questo è il suo capolavoro più assoluto. E tra tutte le opere che ha dipinto con la luce del giorno, la sua arte tocca l’apice in una desolata notte americana del 1942. La luce è quella artificiale che dalla vetrina del locale si riflette sulla strada, permettendoci di vedere i protagonisti di quella notte: un uomo solo, una coppia e il barista. L’uomo solo, forse lì per dimenticare la giornata, per curarsi le ferite che le ore diurne gli hanno inflitto, sta di spalle e non ne cogliamo lo sguardo. Vediamo invece la coppia: lui e lei. Non sappiamo se una coppia formatasi per un incrocio di destini proprio lì, o se sono arrivati per curare la monotonia del loro rapporto. Non si guardano, vicini, ma entrambi assorti nei loro pensieri, cercando di scioglierli nelle tazze di caffè. 

Poi c’è il barman, che dispensa agli avventori attenzioni, coglie i bisogni, se ne prende cura. Il camicie bianco lo avvicina a un infermiere in corsia. Allora la vetrina di un bar diventa quasi una di quelle finestre d’ospedale che di notte si vedono illuminate, dove c’è un dolore da curare, una vita da ripensare, una cura da elargire. Hopper coglie tutta la forza di una finestra illuminata nella notte, della vita che vi scorre dentro. Una luce che ancora non si spegne finchè c’è da prendersi cura del corpo, dell’anima, dell’uomo.


Semplice
Vaslij Kandinskij, 1916
acquarello, Centre G. Pompidou, Parigi

Questo acquarello di Kandinskij potrebbe benissimo accompagnare l’attesa in una sala d’aspetto dal medico, o fare da sfondo proprio durante una consultazione specialistica in studio.

L’astratto sembra quasi uno stile che ben si sposa ai luoghi di cura. Di questo genere di opere Kandinskij ne ha prodotte tante nella sua carriera, chiamandole molte volte soltanto Composizione numero...; e allora perché questo e non un altro? Proprio per il titolo: “Semplice”. 

Eppure in questa semplicità c’è tutto: ci sono i colori primari, e i loro complementari. Ci sono le righe nette e le sfumate, linee dritte e curve, spesse e sottili, incrociate con armonia ed equilibrio. Ci sono forme quasi ancestrali, l’alternanza tra pieni e vuoti. Una semplicità disarmante, ma allo stesso tempo completa.  

Che cos’è il gesto di cura se non un gesto semplice, ma che racchiude, in modo completo, la complessità dell’essere e dell’agire umano?  


Il cortile dell'Ospedale di Arles
Vincent Van Gogh, 1889
olio su tela, collezione Oskar Reinhart (Winterthur)

Il ricovero: periodo difficile, periodo di malinconie e pensieri. Dove ci si può sentire prigionieri, a volte della struttura, a volte di noi stessi.

In ques’opera Van Gogh rappresenta il cortile dell'Hotel-Dieu, l'antico ospedale di Arles, dove l’artista olandese era ricoverato tra il dicembre 1888 al maggio 1889 dopo il famoso taglio dell'orecchio. Se il periodo provenzale di Van Gogh è sempre stato contraddistinto da colori caldi e lussureggianti, in quest’opera l’artista fa trasparire tutta la mestizia del suo vissuto attraverso l’utilizzo di una tavolozza fredda, con molte tonalità di blu. Inoltre lo scorcio prospettico cosi forzato evidenzia il senso di oppressione, e di clausura provata in quel periodo. Siamo nei primi mesi dell’anno, e i colori accesi della struttura ospedaliera quasi stridono con le tonalità spente della natura spoglia e decadente. Non è quindi la struttura in sé che rende Van Gogh cosi malinconico, ma tutto quello che ci sta attorno e che quella struttura rappresenta.


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