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Sullo scaffale

Libri

Consigli di lettura, spunti di riflessione, recensioni di libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.

A cura di Federica Merlo

Recensioni 

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    Sirene

    Laura Pugno
    Marsilio, Venezia, 2017

    Uscito per Einaudi nel 2007 e ripubblicato da Marsilio dieci anni dopo, Sirene continua ad essere un unicum nel panorama letterario italiano e un successo che non ...

    Uscito per Einaudi nel 2007 e ripubblicato da Marsilio dieci anni dopo, Sirene continua ad essere un unicum nel panorama letterario italiano e un successo che non subisce il passare del tempo. La scrittrice (anche poetessa) Laura Pugno, in questo suo folgorante e disturbante romanzo d’esordio riprende dal mito l’archetipo della sirena e di Atlantide, la città sommersa, e li reinterpreta in chiave distopica. Senza chiari riferimenti che facciano capire dove la vicenda è ambientata (forse il Giappone? Forse la California?) e quando (probabilmente un futuro non troppo lontano), al lettore vengono descritte da un narratore onniscente in terza persona le vicende di Samuel, sorvegliante di una vasca per l’allevamento di sirene con lo scopo di macellarle e ottenerne la loro carne. In questo universo bagnato, post-industriale, violento e governato da una mafia internazionale, la yakuza, gli umani sono costretti a proteggersi dalla luce solare che provoca il «cancro nero», malattia rapidamente mortale. A sconvolgere un ordine già disordinato è (ed ancora vediamo il forte richiamo alla mitologia) l’unione del protagonista con un sirena femmina, che porterà alla nascita di Mia, essere ibrido, metà sirena e metà umana, dalla quale, forse, originerà una nuova specie cosciente.
    Sirene è fantasy nero, dal finale non lieto e aperto… aperto su tutto quello che la bravissima autrice è riuscita ad inserire in 134 pagine che si leggono tutte d’un fiato: il femminismo, l’oppressione di genere e di classe, la violenza e la sottomissione nei confronti delle altre specie, il cambiamento climatico che genera catastrofi e malattie.
    A lettura conclusa ciò che resta è una sensazione spaventosa e premonitrice dell’imminente tramonto del genere umano.
    Un’ultima considerazione deve essere doverosamente dedicata alla scrittura. Pungo in Sirene usa una prosa affilata, limpida e a tratti scientifica (si nota il gusto per le precise descrizioni anatomiche) che Vincenzo Latronico sulla rivista Esquire (2017) non ha esitato a definire «dinamica come quella di Asimov e cruda e crudele come quella della Didion». Io aggiungo che ci vedo qualcosa di Stephen King.

    Perché leggerlo? Perchè a maggio 2020 i «Grandi Lettori» e le «Grandi Lettrici» delle Classifiche di Qualità de l’Indiscreto hanno votato quelle che per loro sono state le migliori opere di narrativa italiana degli ultimi vent’anni e Sirene di Laura Pugno si è piazzato «solo» al quarto posto! Prima di lei Walter Siti con Troppi paradisi, Giorgio Vasta (presentato a Babel Festival 2020, come Sirene) con Il tempo materiale e Michele Mari con Leggenda privata.

    Una citazione dal libro: «Samuel controllò il display. Le cifre luminose si modificarono a velocità vertiginosa per poi stabilizzarsi. Valori animali standard.
    Fece altri controlli. Radiografia, ecografia, body scan. La mappa completa dello scheletro e dei tessuti molli.
    La mezzoumana si agitava sul lettino. Samuel le coprì la bocca con un pezzo di nastro adesivo, perché il suo verso da foca, o il richiamo, non facesse entrare in agitazione il branco nelle vasche. Dovrei mettere la cuffia pensò.

    Questo libro è stato presentato a Babel festival 2020.

    Federica Merlo

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    La dolce indifferenza del mondo

    Peter Stamm
    Casagrande, Bellinzona, 2020

    L’autore svizzero Peter Stamm, nel suo La dolce indifferenza del mondo, ci parla di uno scrittore che ha scritto un solo romanzo di enorme successo… sospettosamente simile ...

    L’autore svizzero Peter Stamm, nel suo La dolce indifferenza del mondo, ci parla di uno scrittore che ha scritto un solo romanzo di enorme successo… sospettosamente simile al libro che stiamo leggendo. Basterebbero questo intrigante espediente e una scrittura elegantissima e minimale («sai quei momenti in autunno che, a un tratto, pensi che sia primavera?», «scrivere non significa fare, ma trovare») per farci apprezzare la grandezza di questo breve libro. Invece Stamm va oltre e costruisce una trama interamente basata sul tema del doppio, topos letterario da sempre presente in letteratura e per questo pericoloso da trattare senza risultare banali, dove quattro identità, Christoph (lo scrittore protagonista ed io narrante), Lena, Chris e Magdalena si intrecciano («Forse tutti hanno un doppio da qualche parte […] E Lei ha avuto semplicemente la sfortuna di incontrare il Suo»).

    Approfondire ulteriormente la descrizione dei personaggi e le vicende rischierebbe di rovinare il gusto della scoperta e anche l’impegno che bisogna dedicare, saltando da un capitoletto all’altro, per comprendere (o credere di aver compreso?) una serie di realtà simili, in cui i doppi ego scivolano l’uno sull’altro in tortuose sequenze.
    Il romanzo di Stamm è davvero, davvero, magnetico e in un’epoca in cui le nostre identità fisiche e psicologiche possono essere modificate da noi (e dagli altri!) con la stessa facilità con cui si modifica un profilo sui social network, La dolce indifferenza del mondo ci pone dinnanzi ad importanti domande sull’autonomia e il destino.

    Perché leggerlo? Per leggere uno tra i migliori (forse il migliore?) scrittori Svizzeri viventi.

    Una citazione dal libro: «Ci sono diversità, variazioni. Sono gli errori, le asimmetrie che rendono possibile la nostra vita. L’intero universo, mi spiegò una volta un fisico, si basa su un piccolo errore, un lieve squilibrio tra materia e antimateria, che deve essersi verificato durante il big bang. Se non fosse stato per questo errore, la materia e l’antimateria si sarebbero dissolte da tempo e non esisterebbe nulla. Ogni minima variazione non dovrebbe moltiplicarsi?, chiese Lena, ogni decisione che lui o io prendiamo in modo differente da come avete fatto Lei e Magdalena all’epoca, non dovrebbe portare a esiti sempre diversi?».

    Questo libro è stato presentato a Babel festival 2020.

    Federica Merlo

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    Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo

    Jean-Paul Dubois
    Ponte alle Grazie, Milano, 2020

    Già vincitore nel 2004 del premio Femina con Una vita francese, il prolifico scrittore Jean-Paul Dubois (più di venti romanzi all’attivo, non tutti però tradotti in ...

    Già vincitore nel 2004 del premio Femina con Una vita francese, il prolifico scrittore Jean-Paul Dubois (più di venti romanzi all’attivo, non tutti però tradotti in italiano) nel 2019 si è aggiudicato con questo Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo l’ancor più prestigioso premio Goncourt. Curioso il suo commento all’annuncio della vittoria «On ne mérite jamais le prix Goncourt, on a la chance de l’avoir. Ça tombe sur la personne qui est sur un alignement de planètes cette année-là une convergence, un bon alignement des planète… ». Che si creda o no alla sua modestia o alla fortuna «siderale», siamo di fronte a un testo sicuramente meritevole della più importante onorificenza letteraria di Francia. Il romanzo è ambientato nel carcere di Montréal dove il protagonista Paul Hansen, condannato per un crimine minore «né gravissimo, né insignificante» e di cui fino alla fine non sapremo nulla, condivide la cella con un motociclista della banda Hell’s Angel. Paul, in questo ambiente soffocante, descritto da Dubois con attenzione ai dettagli più disumanizzanti, condurrà il lettore in un viaggio della memoria, tra i ricordi e i fantasmi del suo doloroso passato. Oltre alla scrittura, capace di avvolgere il racconto in un costante e voluto freddo grigiore malinconico, la cosa più interessante del romanzo è la presenza di un elemento che accomuna tutti i personaggi. La moglie di Paul (un’indiana algonchina che pilota aerotaxi), i genitori (il padre, un pastore protestante di origini Danesi, la madre, una femminista coinvolta nelle lotte politiche del 1969), il grosso e tatuato compagno di cella e persino gli anziani proprietari delle case del residence di cui il protagonista era custode, subiscono un destino avverso, una rottura improvvisa, che ad un certo punto della loro esistenza ne decreta il fallimento. Quello che rimane a lettura ultimata è una profonda «tristezza dell’ineluttabile», ma anche la consapevolezza che pur se «non stiamo tutti al mondo nello stesso modo» quello per cui tutti possiamo lottare è la ricerca di una «serenità dell’accettazione» (Giorgia Tolfo, www.illibraio.it, 2020).

    Perché leggerlo? Perché oltre ai temi poc’anzi citati (colpa, destino, fallimento), Dubois ha scritto un romanzo che parla anche di spazio e tempo. Paul, dalla sua cella, ci fa viaggiare tra la Danimarca, la Francia e il Québec (anche dal cielo) e ripercorre le rivolte degli anni ’60 e ’70, l’elezione di Obama e la storia del cinema (a tal proposito si parla anche di Godard e del famoso scandalo del film Gola Profonda).

    Una citazione dal libro: «la mia vita di prima mi manca a tal punto che a volte mi ritrovo, nottetempo, a stringere i denti e farli digrignare. La mia vita di prima, quella che conducevo quand’ero saldo ai comandi dell’Excelsior, quando Winona, bardata come un pioniere dell’aereopostale posava il suo monomotore Beaver sui laghi dei Laurentides, quando Nouk, la mia eterna cagna, nuotatrice di stagno e corritrice di prato, intratteneva con me lunghe conversazioni di cui lei sola conosceva il tenore. Quella vita non esiste più, e quando le porte del carcere torneranno ad aprirsi per me, mi ritroverò sul marciapiede, davanti al numero 800 di boulevard Gouin, a dover scegliere una direzione, e a proseguire la mia pena irriducibile sotto un’altra forma».

    Federica Merlo

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    Memorie postume di Brás Cubas

    Machado de Assis
    Fazi, Roma, 2020

    È impossibile che un uomo ci racconti la sua vita, sotto forma di romanzo, dopo la propria morte. Eppure, la grandezza della letteratura sta anche in questo: rendere possibile l’impossibile. ...

    È impossibile che un uomo ci racconti la sua vita, sotto forma di romanzo, dopo la propria morte. Eppure, la grandezza della letteratura sta anche in questo: rendere possibile l’impossibile. Dopo questa doverosa premessa, utile per capire il geniale espediente usato dall’autore brasiliano Machado de Assis (classe 1839) possiamo parlare del libro più spassoso (ebbene sì!) che io abbia mai letto. La storia, narrata in prima persona, è quella del nobile Brás Cubas, un uomo che non si è mai sposato, non ha mai avuto figli, si è fatto raggirare più volte dalle compagne e le cui ambizioni di carriera sono state tanto temerarie quanto fallimentari. Tuttavia, al di là della trama, composta da un classico susseguirsi di piccoli drammi «da ricchi» (amanti, tradimenti, equivoci etc.), questo libro si deve leggere per Brás Cubas «per il suo candore disarmante, per il suo, pienamente meritato, disgusto di sé, e per le domande che ci suggerisce: cos’è la vita al di là dei suoi inconvenienti e di ciò che otteniamo? Cos’è un romanzo?» (New York Times, 2020). Inoltre, quello che stupisce di questo testo, pubblicato la prima volta nel diciannovesimo secolo, è la sua incredibile attualità. Se fosse possibile ripulirlo dai vari riferimenti storici dell’epoca, sembrerebbe di leggere un libro scritto ai giorni nostri. De Assis è un maestro della reticenza, della preterizione (affermare di non voler dire una cosa e intanto dirla) e della meta-narrazione (ci sono parecchie considerazioni divertenti dell’autore rispetto a ciò che scrive). Le trecento pagine del romanzo, composto da brevi capitoletti, si leggono in un baleno e con la sua sagace e raffinata ironia lo scrittore brasiliano riesce nella duplice impresa di criticare aspramente, ma senza inutile retorica, la società e di affrontare il tabù della morte… strappando sempre una genuina risata.

    Perché leggerlo? Perché per Susan Sontag, De Assis è «il più grande autore dell’America Latina», perché per José Saramago «ha prodotto un’opera immensa caratterizzata da un senso dell’umorismo inimitabile» e perché Woody Allen è rimasto scioccato «per quanto è affascinante e divertente» questo romanzo. Che dite, vi basta?

    Una citazione dal libro: Capitolo 71, Il difetto del libro «Comincio a pentirmi di questo libro. Non che mi abbia stancato; non ho altro da fare; e sul serio, inviare qualche capitoletto striminzito nel vostro mondo è pur sempre un’attività buona a distrarre un poco dall’eternità. Però che libro noioso, puzza di cadavere, soffre di una certa rigidità sepolcrale; una mancanza grave, e d’altra parte minima, perché il difetto peggiore del libro, lettori, siete voi. Avete fretta di invecchiare, mentre il mio libro cammina lento; amate le trame dense e immediate, lo stile piano e regolare, e questo libro e il mio stile sbandano come ubriachi a destra e a manca, partono e subito si fermano, borbottano, schiamazzano, sghignazzano, minacciano i cieli, scivolano e cascano per terra… E cascano! Cadrete, miserabili foglie del mio cipresso, come qualsiasi altra foglia bella e appariscente; se ancora avessi gli occhi, verserei per voi una lacrima di rimpianto. È il grande vantaggio della morte, che se non lascia bocca per ridere non lascia nemmeno occhi per piangere… Cadrete».

    Federica Merlo

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    Svegliare i leoni

    Ayelet Gundar-Goshen
    Giuntina, Firenze, 2017

    Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla ...

    Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla giovane e talentuosa autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen.
    Il libro, che definirei per un terzo un thriller e per due terzi una profonda analisi psicologica dei personaggi, parte da uno spunto di trama semplicemente geniale: provando il suo SUV tra le dune del deserto del Negev il neurochirurgo Eitan Green – persona dai solidi principi morali tanto da aver rinunciato ad una promettente carriera rifiutando la corruzione del suo superiore – uccide, investendolo, un lavoratore migrante eritreo e preso dal panico per quanto successo scappa.
    Mi fermo qui con il racconto delle vicende perché non avrebbe senso rovinare le interessanti sorprese e i colpi di scena che il libro riserva.
    Credo invece sia utile sapere, per chi ne volesse intraprendere la lettura, quali sono i due meriti a mio avviso maggiori di questo Svegliare i leoni. Il primo, è la scrittura perfetta. La Gundar-Goshen ha una prosa semplice ma molto elengante e il libro scorre dalla prima all’ultima pagina senza mai una sbavatura, senza mai un termine fuori posto. Il secondo è la trattazione di tematiche molto interessanti ed attuali. Da una parte, la colpa, la bugia, i non detti e i ricatti all’interno delle relazioni umane, dall’altra uno sguardo affascinante su Israele e sul rapporto di questo stato con i migranti (in questo caso in un campo profughi) che ci permette di confrontare la nostra realtà con un’altra più lontana… purtroppo solo geograficamente.
    Quando lo si conclude, se gli si perdona qualche digressione descrittiva di troppo su aspetti o personaggi marginali e un finale, forse, un po’ frettoloso, Svegliare i leoni è uno di quei libri che, come si suol dire, «ti rimane dentro».

    Perché leggerlo? Per leggere «cultura ebraica». Nonostante sia da poco uscita un’edizione Feltrinelli, uno dei motivi che mi ha spinto a leggerlo è stato inizialmente il desiderio di scoprire qualche titolo pubblicato da Giuntina, casa editrice fiorentina, unica in Europa ad essere specializzata in cultura ebraica.

    Una citazione dal libro: «L’unico denominatore comune era il nome con cui li definivano altre persone, che avevano la pelle di un altro colore. Cosa li accomunava al di fuori del tintinnio metallico delle catene del viaggio che li aveva legati? Emigrare significa lasciare un posto per un altro, trascinandoti attaccato alla caviglia con una catena d’acciaio il posto che hai lasciato. Se emigrare è difficile, è perché è dura camminare per il mondo con un intero paese legato alla caviglia».

    Federica Merlo

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    Il disagio della sera

    Marieke Lucas Rijneveld
    Nutrimenti, Roma, 2019

    Il 26 Agosto 2020 quando Il disagio della sera ha vinto l’Internationl Booker Prize (premio tra i più prestigiosi nel panorama della letteratura mondiale) non è stata una ...

    Il 26 Agosto 2020 quando Il disagio della sera ha vinto l’Internationl Booker Prize (premio tra i più prestigiosi nel panorama della letteratura mondiale) non è stata una sorpresa. Nonostante gli altri cinque finalisti fossero altrettanto meritevoli (qui la lista nella quale tutti tranne uno hanno già un’edizione italiana) questo esordio, già best seller in Olanda nel 2018, del/della ventinovenne Marieke Lucas Rijneveld (identità non-binaria) ha convinto i giurati per la sua «poetica» e per la sua «emozionante potenza».
    Jas Mulder, ragazzina di 10 anni, vive con la sua devota famiglia di agricoltori in una fattoria nella campagna dei Paesi Bassi. Un giorno d’inverno, durante il periodo natalizio, suo fratello maggiore parte per un gita di pattinaggio sul ghiaccio. Risentita e arrabbiata per non poter partecipare in quanto «troppo piccola» Jas fa una supplica infantile e perversa «e chiesi a Dio se per favore invece del mio coniglio non poteva prendersi mio fratello: Amen». Sfortunatemente, quella stessa sera il ghiaccio si spezza e il ragazzo muore annegato nelle gelide acque del lago. La tragedia travolge tutta la famiglia (composta anche da un altro fratello maschio, Odde, e una sorella femmina, Hanna) e Jas, narratrice in prima persona della vicenda, viene trascinata in un vortice di fantasie e turbamenti sempre più inquietanti, mentre guarda sé stessa disintegrarsi.
    Da tanto non leggevo qualcosa di così disturbante e affascinante al tempo stesso. Cupo, crudo, con un linguaggio allusivo e metaforico ma anche poetico e originale. Questo romanzo, che in parte, per stessa ammissione dell’autore/autrice, riporta alcune vicende autobiografiche è un vero pugno nello stomaco!

    Perché leggerlo? Per farsi una propria idea sul perché Rijneveld abbia scelto un narratore bambino, che ricorda famosi classici quali, ad esempio, Il buio oltre la siepe o Le avvenuture di Huckleberry Finn. Alcuni pensieri sembrerebbero, infatti, richiedere un grado di maturità superiore: «ma l’unica cosa in cui posso perdermi in questo momento è la perdita stessa», «poco a poco mio fratello esce dalle teste degli altri, mentre nelle nostre non fa che piantarsi sempre più a fondo», «potete immaginare quante domande ho dentro di me, e quante risposte senza un segno di spunta».

    Una citazione dal libro: «Ogni perdita ha in sè tutti i precedenti tentativi di tenere con te qualcosa che non volevi perdere, e che però devi lasciare andare. Da un sacchetto pieno di splendide biglie a un fratello. Nella perdita troviamo noi stessi e siamo ciò che siamo: esseri vulnerabili come pulcini di storno ancora implumi, che ogni tanto cadono giù dal nido e sperano di essere recuperati».

    Federica Merlo

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    Città aperta

    Teju Cole
    Einaudi, Milano, 2013

    Prima di parlare di questo affascinante romanzo d’esordio (pubblicato ormai qualche anno fa) è doveroso introdurre il suo poliedrico autore. Teju Cole, americano di origine nigeriana (arrivato negli Stati Uniti ...

    Prima di parlare di questo affascinante romanzo d’esordio (pubblicato ormai qualche anno fa) è doveroso introdurre il suo poliedrico autore. Teju Cole, americano di origine nigeriana (arrivato negli Stati Uniti a 17 anni), non è solo romanziere (oltre a questo Città aperta, sempre Einaudi ha pubblicato l’altrettanto incantevole Ogni giorno è per il ladro), saggista e professore di scrittura creativa ad Harvard, ma anche fotografo, critico di fotografia (del New York Times Magazine dal 2015 fino al 2019, e qui trovate l’archivio dei suoi saggi) e curatore.

    Venendo a Città aperta… siamo di fronte a un testo sicuramente originale. In gran parte ambientato a New York e a Bruxelles, le vicende, o meglio, una serie di incontri e riflessioni su ciò che lo circonda, sono narrate in prima persona da Julius, psichiatra specializzando, mezzo nigeriano (quanto c’è di autobiografico?) e mezzo tedesco.

    Città aperta è volutamente un libro senza trama, è un flusso libero, per certi aspetti quasi un diario, anche se privo della struttura che abitualmente contraddistingue questo genere letterario. A tal proposito, per esempio, i dialoghi di Julius con una serie di immigrati incontrati casualmente durante le sue peregrinazioni (un liberiano imprigionato per più di due anni in una struttura di detenzione nel Queens; un lustrascarpe haitiano; uno studente marocchino che gestisce un Internet café a Bruxelles) non sono contrassegnati da virgolette, trattini o interruzioni di paragrafo, ma risultano formalmente indistinguibili dalla lingua del narratore.

    Difficile durante la lettura non pensare a W.G. Sebald, perché, come nel grande scrittore tedesco, non sono veri e propri eventi o mutamenti improvvisi che spingono la narrazione. Piuttosto, e qui sta la grandezza di Cole, il testo è una sorta di costante indagine accidentale, ricca di colti rimandi musicali (Mahler, il Jazz...), letterari (Roland Barthes, Tahar Ben Jelloun...) e artistici (Velasquez...), dove ciò che coinvolge il lettore è l’immedesimazione col narratore che sembra usare la scrittura per indagare e accettare la sua solitudine.

    Difficile anche non pensare a Zadie Smith (tanti gli aspetti biografici in comune tra la scrittrice inglese e Cole), perché, nonostante la ricchezza tematica (la morte, i difficili rapporti familiari, il riscaldamento globale, l’11 settembre, per citarne solo alcuni) ciò che contraddistinge Città aperta, a volte in maniera velata, a volte più esplicita, è la costante presenza, come nella Smith, di “lively multiracial themes” (“vivaci tematiche multirazziali” come le ha definite J. Wood nell’articolo The arrival of enigmas, The New Yorker, 2011).

    Perché leggerlo? Per conoscere Teju Cole, lasciandosi ammaliare non solo dai suoi due romanzi ma anche dalla sua produzione saggistica (L’estraneo e il noto, Contrasto, Roma, 2018), e fotografica (Punto d’ombra, Contrasto, Roma, 2014). Una curiosità: lo scrittore, che nel 2014 ha vissuto sei mesi a Zurigo su invito della Literaturhaus per una residenza artistica, ama moltissimo la Svizzera e ha recentemente pubblicato un libro fotografico, Fernwhe (Mack, Londra, 2020), che raccoglie fotografie fatte da lui dal 2014 al 2019 nei suoi ripetuti viaggi nel nostro paese.

    Una citazione dal libro: «La musica di Mahler fece da sfondo alle mie attività per tutto il giorno seguente. C’era una nuova intensità anche nei dettagli più comuni, in ospedale […], come se la precisione della struttura orchestrale si specchiasse nel mondo visibile, e ogni particolare fosse diventato in qualche modo significativo. Uno dei miei pazienti si era seduto di fronte a me con le gambe accavallate, e il piede sollevato, il destro, che si muoveva a scatti nella lucida scarpa nera, sembrava anch’esso stranamente parte di quell’intricato mondo musicale».

    Federica Merlo

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    Il colibrì

    Sandro Veronesi
    La Nave di Teseo, Milano, 2019

    Fresco vincitore del premio Strega 2020 (che fa di Sandro Veronesi l’unico scrittore, insieme a Paolo Volponi, ad aver vinto due volte il più prestigioso riconoscimento letterario italiano), Il ...

    Fresco vincitore del premio Strega 2020 (che fa di Sandro Veronesi l’unico scrittore, insieme a Paolo Volponi, ad aver vinto due volte il più prestigioso riconoscimento letterario italiano), Il colibrì narra la storia tormentata – degli amori, dei tradimenti, delle sconfitte, delle difficili relazioni interpersonali e soprattutto dei lutti – di Marco Carrera, oculista fiorentino soprannominato proprio il colibrì perché da bimbetto cresceva poco ed era bassino. La metafora con l’uccello, però, risulta avere in realtà una duplice accezione perché descrive alla perfezione anche i tratti caratteriali del protagonista. Carrera infatti, come il piccolissimo volatile tropicale, impegnerà tutte le sue energie per restare sospeso, quasi immobile, continuando imperterrito a resistere nonostante tutto quello che la vita gli riserverà.

    Parlare della trama rischierebbe irrimediabilmente di rovinare i colpi di scena, le svolte improvvise e i grandi dolori che il lettore si trova ad affrontare pagina dopo pagina. Il testo, almeno fino a circa cento pagine dal termine è, a mio avviso, un libro quasi perfetto (forse troppo?). Seppur non una novità, ho trovato geniale la mescolanza di forme: lettere, sms, diari, frammenti di appunti, persino una lista (tratto distintivo della prosa dello scrittore toscano che è, tra l’altro, laureato in architettura) degli oggetti d’arredamento di design contenuti nella vecchia casa di famiglia. Seppur non una novità anche in questo caso, ho trovato gestita magistralmente la non linearità temporale nel susseguirsi dei brevi capitoli che sincopa il ritmo ravvivandolo continuamente.

    Insomma… Sandro Veronesi con questo Il colibrì, che può anche non piacere e che a mio parere, resta inferiore a Caos calmo (Strega nel 2006, La nave di Teseo lo ha recentemente ristampato!), si conferma tra i migliori scrittori in circolazione in Italia.

    Perché leggerlo? Ci sono poche pagine che da sole potrebbero valere tutto il libro. Veronesi, in una nota, dichiara che il capitolo «Ai Mulinelli» è una riscrittura di uno dei racconti più belli di Beppe Fenoglio, «Il Gorgo». E, così, da un capolavoro… ne è venuto fuori un altro.

    Una citazione dal libro: «Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme. Si vede bene perché in realtà è già tutto contenuto nell’inizio, come la forma di ogni cosa è contenuta nel suo primo manifestarsi. Ma si tratta di un momento, per l’appunto, e poi quella visione ispirata svanisce, o viene rimossa, ed è solo per questo che le storie tra le persone producono sorprese, danni, piacere o dolore imprevisto».

    Federica Merlo

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Federica Merlo

Ricerca e documentazione

Educatrice. Svolge la sua attività clinica presso l’unità minorenni dell’OTAF e la sua attività di ricerca presso l’Istituto di Salute Pubblica della Facoltà di Scienze biomediche (USI). È collaboratrice della Fondazione Sasso Corbaro dal 2014.

Ha concluso un Bachelor in Lavoro Sociale e un MAS in Etica Clinica e Medical Humanities della SUPSI. Attualmente sta concludendo il quinto anno di Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano.

Contatti: federica.merlo@sasso-corbaro.ch