La riflessione sulla Casa deve superare i limiti imposti da una riduttiva interpretazione della Casa come luogo predeterminato e deve abbracciare una contemplazione della parola Cura in tutta la sua radicalità. Casa e Cura sono due facce della stessa medaglia. E questo è tanto più vero per persone con disabilità e per i loro famigliari, proprio perché la condizione di disabilità le predispone al sentire l’urto dell’esistenza in tutta la sua forza. La Casa è luogo di Cura, intesa come tentativo di narrare, e quindi trovare, il senso del dolore ontologico che segna le nostre esistenze. Si tratta di una narrazione compassionevole, proprio per il suo soffrire insieme agendo per alleviare questa sofferenza ontologica attraverso parole che sono ricami di sensi e significati. Allora, anche un quartiere può divenire Casa attraverso una narrazione compassionevole condivisa che è Cura del nostro senso d’esistere e, quindi, del nostro dolore ontologico. La domanda da cui partire appare, dunque, in tutta la sua radicalità: come una narrazione compassionevole può trasformare il quartiere in una Casa, luogo di Cura del nostro dolore ontologico, soprattutto per persone con disabilità e loro famigliari che percepiscono e testimoniano l’urto dell’esistenza?
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