Sullo scaffale
Libri

Consigli di lettura, spunti di riflessione, recensioni di libri e film raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.

A cura di Federica Merlo e Martina Malacrida Nembrini.

Solenoide
Solenoide
Mircea Cartarescu
Il Saggiatore, Milano, 2021
Mircea Cartarescu
Il Saggiatore, Milano, 2021

Dopo Yoga di Emmanuel Carrère, recensito il mese scorso, un altro dei libri più attesi di questo 2021 era sicuramente Solenoide, ultima impresa letteraria dell’autore rumeno Mircea Cartarescu, uscito a maggio per Il Saggiatore con la curatissima traduzione di Bruno Mazzoni.
Cartarescu, che da tempo si vocifera possa essere uno dei prossimi premi Nobel, dopo aver scritto una meravigliosa trilogia quale è Abbacinante (3 volumi di più di 500 pagine ciascuno) «si è superato» (Vanni Santoni su La lettura). 
Solenoide è infatti un testo (lo stesso autore non vorrebbe lo si definisse romanzo) mastodontico di 937 pagine che evade da qualsiasi definizione si tenti di attribuirgli (un po’ autobiografia, un po’ fiction, un po’ racconto di fantascienza). Volendo ridurre all’osso la trama, nel libro si parla della vita di un giovane scrittore fallito che finisce col diventare un anonimo professore di una scuola periferica di Bucarest, città apocalittica e alla deriva, sotto il regime di Ceaușescu. Tuttavia, come spesso accade quando ci si trova di fronte ad opere di questo calibro, solo paragonabili ad altri capolavori massimalisti quali 2666 di Bolaño, L’arcobaleno della gravità di Pynchon o al più recente Infinite Jest di Wallace, le vicende sono sovrastate, annichilite dalla prorompente potenza dello stile. Cartarescu sfrutta la sua prosa barocca e la sua straordinaria conoscenza di concetti e termini propri del mondo scientifico della matematica, della fisica, della medicina e della biologia per dimostrare in ogni pagina «la forza esorbitante della letteratura» (Vanni Santoni su La lettura). Se però il rischio potrebbe essere quello di pensare che Solenoide sia solo una pura dimostrazione stilistica, l’estetica di un grande virtuoso della penna fine a se stessa, ci si rende presto conto che le molteplici dimensioni proposte dallo scrittore rumeno, siano esse fisiche, metafisiche, oniriche o allucinatorie, non sono affatto dei giochi letterari, bensì veri e propri tentativi «di farsi carico dei problemi dell’umanità» (Cartarescu intervistato da Vanni Santoni sulla pagina Facebook de Il Saggiatore).
Non stupisce quindi che siano la realizzazione, le sconfitte, le relazioni sociali, amorose e familiari e il confine tra la vita e la morte la vera materia pulsante con la quale il lettore è costantemente chiamato a confrontarsi fino a rimanerne, per usare un termine caro allo scrittore, abbacinato.

Perché leggerlo? Perché questo è uno dei migliori libri degli ultimi vent’anni (e anche la critica, per una volta, è unanime). E poi perché vi sfido a trovare una città letteraria meglio descritta della Baucarest di Carteruscu… una metropoli a dir poco folle! 

Una citazione dal libro: «Nessun romanzo ha mai mostrato una strada da seguire, ma assolutamente tutto viene riassorbito nell’inutile nulla della letteratura. Il mondo si è riempito di milioni di romanzi che eludono l’unica ragione di essere che la scrittura abbia mai avuto: quella di comprendere te stesso fino in fondo, fin nell’unica stanza del labirinto della mente in cui non hai diritto di penetrare».

Federica Merlo, Newsletter #18

Dopo Yoga di Emmanuel Carrère, recensito il mese scorso, un altro dei libri più attesi di questo 2021 era sicuramente Solenoide, ultima impresa letteraria dell’autore rumeno Mircea Cartarescu, uscito a maggio per Il Saggiatore con la curatissima traduzione di Bruno Mazzoni.
Cartarescu, che da tempo si vocifera possa essere uno dei prossimi premi Nobel, dopo aver scritto una meravigliosa trilogia quale è Abbacinante (3 volumi di più di 500 pagine ciascuno) «si è superato» (Vanni Santoni su La lettura). 
Solenoide è infatti un testo (lo stesso autore non vorrebbe lo si definisse romanzo) mastodontico di 937 pagine che evade da qualsiasi definizione si tenti di attribuirgli (un po’ autobiografia, un po’ fiction, un po’ racconto di fantascienza). Volendo ridurre all’osso la trama, nel libro si parla della vita di un giovane scrittore fallito che finisce col diventare un anonimo professore di una scuola periferica di Bucarest, città apocalittica e alla deriva, sotto il regime di Ceaușescu. Tuttavia, come spesso accade quando ci si trova di fronte ad opere di questo calibro, solo paragonabili ad altri capolavori massimalisti quali 2666 di Bolaño, L’arcobaleno della gravità di Pynchon o al più recente Infinite Jest di Wallace, le vicende sono sovrastate, annichilite dalla prorompente potenza dello stile. Cartarescu sfrutta la sua prosa barocca e la sua straordinaria conoscenza di concetti e termini propri del mondo scientifico della matematica, della fisica, della medicina e della biologia per dimostrare in ogni pagina «la forza esorbitante della letteratura» (Vanni Santoni su La lettura). Se però il rischio potrebbe essere quello di pensare che Solenoide sia solo una pura dimostrazione stilistica, l’estetica di un grande virtuoso della penna fine a se stessa, ci si rende presto conto che le molteplici dimensioni proposte dallo scrittore rumeno, siano esse fisiche, metafisiche, oniriche o allucinatorie, non sono affatto dei giochi letterari, bensì veri e propri tentativi «di farsi carico dei problemi dell’umanità» (Cartarescu intervistato da Vanni Santoni sulla pagina Facebook de Il Saggiatore).
Non stupisce quindi che siano la realizzazione, le sconfitte, le relazioni sociali, amorose e familiari e il confine tra la vita e la morte la vera materia pulsante con la quale il lettore è costantemente chiamato a confrontarsi fino a rimanerne, per usare un termine caro allo scrittore, abbacinato.

Perché leggerlo? Perché questo è uno dei migliori libri degli ultimi vent’anni (e anche la critica, per una volta, è unanime). E poi perché vi sfido a trovare una città letteraria meglio descritta della Baucarest di Carteruscu… una metropoli a dir poco folle! 

Una citazione dal libro: «Nessun romanzo ha mai mostrato una strada da seguire, ma assolutamente tutto viene riassorbito nell’inutile nulla della letteratura. Il mondo si è riempito di milioni di romanzi che eludono l’unica ragione di essere che la scrittura abbia mai avuto: quella di comprendere te stesso fino in fondo, fin nell’unica stanza del labirinto della mente in cui non hai diritto di penetrare».

Federica Merlo, Newsletter #18

Dopo Yoga di Emmanuel Carrère, recensito il mese scorso, un altro dei libri più attesi di questo 2021 era sicuramente Solenoide, ultima impresa letteraria dell’autore rumeno Mircea Cartarescu, uscito a maggio per Il Saggiatore con la curatissima traduzione di Bruno Mazzoni.

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Mosca più balena
Mosca più balena
Valeria Parrella
Minimum Fax, Roma, 2021
Valeria Parrella
Minimum Fax, Roma, 2021

Appena riedita da Minimum Fax, che pubblicò anche la prima edizione nel 2003, Mosca più balena è la raccolta di sei racconti con la quale ha esordito e si è fatta conoscere al grande pubblico dei lettori Valeria Parrella, una delle penne migliori nell’attuale panorama letterario italiano.
Mosca più balena, con la quale l’autrice ha vinto il Premio Campiello opera prima e il premio Amelia Rosselli, è composta da sei racconti (a mio avviso primo, secondo e sesto spiccano sugli altri) accomunati dall’avere tutti come protagoniste delle donne. Contraddizioni, disparità sociali, rapporti complicati e i piccoli-grandi problemi da affrontare nel quotidiano di una Napoli vitale, chiassosa, colorata ma anche difficile e ambigua, sono il microcosmo nel quale, con una scrittura già precisa e pungente, Parrella costruisce e fa muovere, con stupefancente capacità narrativa, i suoi personaggi. Ci si diverte parecchio a leggere questo Mosca più balena (che ha forse come unico difetto quello di essere troppo breve) e soprattutto si trovano costantemente spunti per profonde riflessioni di carattere antropologico… e allora, ancora una volta, grazie alla buona letteratura! 

Perché leggerlo? Per scovare i germogli letterari che, sbocciati negli anni a venire, hanno reso Parrella l’ottima scrittrice di romanzi quali Lo spazio bianco e Almarina, per citarne soltanto due. E perché comprandovi una copia fisica di questo libro, diventerete proprietari di una delle copertine graficamente più belle e azzeccate mai create.  

Una citazione dal libro: «Le ragazze dicevano che dovevo leggere molto, una matricola mi prestò dei best seller e il primo fu quello della Tamaro. Mi sembrò un libro impossibile: se io fossi andata dove mi portava il cuore, sarei rimasta incinta a tredici anni nell’Ape di Totonno il pezzaro».

Federica Merlo, Newsletter #18

Appena riedita da Minimum Fax, che pubblicò anche la prima edizione nel 2003, Mosca più balena è la raccolta di sei racconti con la quale ha esordito e si è fatta conoscere al grande pubblico dei lettori Valeria Parrella, una delle penne migliori nell’attuale panorama letterario italiano.
Mosca più balena, con la quale l’autrice ha vinto il Premio Campiello opera prima e il premio Amelia Rosselli, è composta da sei racconti (a mio avviso primo, secondo e sesto spiccano sugli altri) accomunati dall’avere tutti come protagoniste delle donne. Contraddizioni, disparità sociali, rapporti complicati e i piccoli-grandi problemi da affrontare nel quotidiano di una Napoli vitale, chiassosa, colorata ma anche difficile e ambigua, sono il microcosmo nel quale, con una scrittura già precisa e pungente, Parrella costruisce e fa muovere, con stupefancente capacità narrativa, i suoi personaggi. Ci si diverte parecchio a leggere questo Mosca più balena (che ha forse come unico difetto quello di essere troppo breve) e soprattutto si trovano costantemente spunti per profonde riflessioni di carattere antropologico… e allora, ancora una volta, grazie alla buona letteratura! 

Perché leggerlo? Per scovare i germogli letterari che, sbocciati negli anni a venire, hanno reso Parrella l’ottima scrittrice di romanzi quali Lo spazio bianco e Almarina, per citarne soltanto due. E perché comprandovi una copia fisica di questo libro, diventerete proprietari di una delle copertine graficamente più belle e azzeccate mai create.  

Una citazione dal libro: «Le ragazze dicevano che dovevo leggere molto, una matricola mi prestò dei best seller e il primo fu quello della Tamaro. Mi sembrò un libro impossibile: se io fossi andata dove mi portava il cuore, sarei rimasta incinta a tredici anni nell’Ape di Totonno il pezzaro».

Federica Merlo, Newsletter #18

Appena riedita da Minimum Fax, che pubblicò anche la prima edizione nel 2003, Mosca più balena è la raccolta di sei racconti con la quale ha esordito e si è fatta conoscere al grande pubblico dei lettori Valeria Parrella, una delle penne migliori nell’attuale panorama letterario italiano.

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Il vecchio lottatore
Il vecchio lottatore
Antonio Franchini
NN Editore, Milano, 2020
Antonio Franchini
NN Editore, Milano, 2020

«A Nicolò, da Antonio». Mi piace iniziare questa recensione con la dedica che l’autore (Antonio Franchini oltre ad essere uno scrittore è anche uno dei più famosi editor italiani) ha scritto sulla mia copia de Il vecchio lottatore. Faccio questo perché ho la convinzione che chi ami, come me, la letteratura, goda anche, ogni tanto, dei suoi momenti partecipativi, quelli in cui ci si siede su seggioline precarie con altri appassionati e si ascolta lo scrittore che racconta il «dietro le quinte» del romanzo, il perché di alcune scelte, da cosa ha tratto ispirazione, il suo modo di lavorare etc. Questo è accaduto – nel mio caso dopo più di un anno – il 5 maggio scorso al teatro Foce di Lugano, dove Franchini è stato ospite di «Agorateca Incontri» per parlare, con un altro scrittore, Luca Saltini, del suo ultimo libro, edito dai tipi di NN (potete recuperare l’incontro integrale qui).
Il Vecchio lottatore è una raccolta di nove racconti, che, come dice il bel sottotitolo «e altri racconti postemingueiani», sono tutti legati dall’ambizioso filo rosso Hem. Questo, non tanto per lo stile di scrittura, qui distante dal minimalismo del Nobel americano, ma per i temi. Ci sono, infatti, la pesca, la guerra, lo sport, le amicizie, i personaggi del quotidiano che diventano mitici e, come chiosa emblematica di un modo di affrontare la vita, nell’ultimo racconto c’è la lotta.
Qualità elevatissima della prosa, straordinaria capacità di attualizzare argomenti cari a una narrativa che ha molto contribuito a plasmare gli scrittori della generazione di Franchini (che è un classe ’58) e introspezione psicologica dei personaggi, caratterizzati con grande sapienza nel breve spazio concesso dal racconto, rendono questo libro una delle proposte più interessanti tra le recenti uscite della narrativa in lingua italiana. 

Perché leggerlo? Perché Franchini, con coraggio, affronta argomenti che all’interno del dibattito delle idee di questi ultimi anni partirebbero perdenti, rendendoli invece pieni di senso e assolutamente attuali. 

Una citazione dal libro: «La vita dei sentimenti è confusa, si soffre per ragioni futili e sbagliate, si procura dolore agli altri senza volerlo e gioie senza esserne consapevoli, il bene e il male hanno contorni incerti e la coscienza li rimugina all’infinito in monotoni soliloqui, quando si è svegli, e in oscure visioni cercando il sonno che non arriva, ma quel giorno su Balmuccia lui aveva individuato il gesto perfetto».

Nicolò Saverio Centemero, Newsletter #17

«A Nicolò, da Antonio». Mi piace iniziare questa recensione con la dedica che l’autore (Antonio Franchini oltre ad essere uno scrittore è anche uno dei più famosi editor italiani) ha scritto sulla mia copia de Il vecchio lottatore. Faccio questo perché ho la convinzione che chi ami, come me, la letteratura, goda anche, ogni tanto, dei suoi momenti partecipativi, quelli in cui ci si siede su seggioline precarie con altri appassionati e si ascolta lo scrittore che racconta il «dietro le quinte» del romanzo, il perché di alcune scelte, da cosa ha tratto ispirazione, il suo modo di lavorare etc. Questo è accaduto – nel mio caso dopo più di un anno – il 5 maggio scorso al teatro Foce di Lugano, dove Franchini è stato ospite di «Agorateca Incontri» per parlare, con un altro scrittore, Luca Saltini, del suo ultimo libro, edito dai tipi di NN (potete recuperare l’incontro integrale qui).
Il Vecchio lottatore è una raccolta di nove racconti, che, come dice il bel sottotitolo «e altri racconti postemingueiani», sono tutti legati dall’ambizioso filo rosso Hem. Questo, non tanto per lo stile di scrittura, qui distante dal minimalismo del Nobel americano, ma per i temi. Ci sono, infatti, la pesca, la guerra, lo sport, le amicizie, i personaggi del quotidiano che diventano mitici e, come chiosa emblematica di un modo di affrontare la vita, nell’ultimo racconto c’è la lotta.
Qualità elevatissima della prosa, straordinaria capacità di attualizzare argomenti cari a una narrativa che ha molto contribuito a plasmare gli scrittori della generazione di Franchini (che è un classe ’58) e introspezione psicologica dei personaggi, caratterizzati con grande sapienza nel breve spazio concesso dal racconto, rendono questo libro una delle proposte più interessanti tra le recenti uscite della narrativa in lingua italiana. 

Perché leggerlo? Perché Franchini, con coraggio, affronta argomenti che all’interno del dibattito delle idee di questi ultimi anni partirebbero perdenti, rendendoli invece pieni di senso e assolutamente attuali. 

Una citazione dal libro: «La vita dei sentimenti è confusa, si soffre per ragioni futili e sbagliate, si procura dolore agli altri senza volerlo e gioie senza esserne consapevoli, il bene e il male hanno contorni incerti e la coscienza li rimugina all’infinito in monotoni soliloqui, quando si è svegli, e in oscure visioni cercando il sonno che non arriva, ma quel giorno su Balmuccia lui aveva individuato il gesto perfetto».

Nicolò Saverio Centemero, Newsletter #17

«A Nicolò, da Antonio». Mi piace iniziare questa recensione con la dedica che l’autore (Antonio Franchini oltre ad essere uno scrittore è anche uno dei più famosi editor italiani) ha scritto sulla mia copia de Il vecchio lottatore.

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Yoga
Yoga
Emmanuel Carrère
Adelphi, Milano, 2021
Emmanuel Carrère
Adelphi, Milano, 2021

Partiamo da un dato di fatto: Yoga, ultimo libro dello scrittore Emmanuel Carrère (in Francia pubblicato l’autunno scorso), era l’uscita di narrativa in traduzione più attesa del 2021. Come spesso accade (e con Carrère potremmo sostituire lo spesso col sempre) quando l’aspettativa è così elevata, il rischio è quello che ci si divida tra chi lo legge ed è «l’ennesimo indiscusso capolavoro» e chi invece trova che il testo abbia tradito le aspettative. Io devo confessare che, se proprio mi dovessi schierare, starei di sicuro coi i primi. Proverò qui di seguito a darvi le mie personali motivazioni, sperando possano scatenare in voi l’interesse per un libro… semplicemente bellismo! 

Per prima cosa, Yoga aggiunge un ulteriore tassello a quel percorso che lo scrittore francese sta compiendo ormai da trent’anni all’interno della sua produzione. Partito come romanziere puro (si legga Baffi), Carrère è approdato all’autofiction – genere che ha indubbiamente contributo a rinnovare (si legga Vite che non sono la mia) – mettendo al centro della narrazione non tanto se stesso, quanto più le persone che ha incontrato o ha voluto incontrare (si leggano L’Avversario e Limonov) nella sua vita. Con Yoga però il passo è ancora ulteriore (che bello quando uno scrittore non si stanca di cambiare in continuazione!) ed il protagonista diventa solo lui, o forse sarebbe meglio dire, il personaggio Carrère. La passione per la meditazione, le due perdite di amici importanti, il disturbo bipolare di cui soffre, l’esperienza nell’hot spot per migranti dell’isola Greca di Leros sono descritte nel libro fornendo al lettore gli aspetti più intimi, profondi e contradditori del personaggio Carrère.
Seconda cosa, la qualità della scrittura è altissima e, se questo non stupisce, è il solito Carrère insomma, tuttavia, ancora una volta è stato capace di trovare una novità anche a livello stilistico. Infatti, se nei testi precedenti i capitoli erano piuttosto lunghi, in Yoga, lo stesso autore in alcune interviste confessa di essersi divertito molto ad accorciarli e cercare per ciascuno un titolo molto peculiare. Dal mio punto di vista questa operazione è riuscita alla perfezione e dà alla narrazione un ritmo incalzante, che spesso vivifica quelle che potevano diventare le parti più lente e noiose (le descrizioni di alcune sedute meditative di gruppo, per esempio).
Terzo, la totale assenza di retorica e quel gusto per la provocazione (non entro nel merito e vi lascio scoprire qualche retroscena polemico legato all’ex-moglie o a quanto ci sia di vero o di inventato nelle vicende narrate) che lo rendono, come già è stato per tanti altri suoi libri, argomento di continuo dibattito tra i suoi tanti abituali lettori e non solo. E questo, a mio modesto parere, fa benissimo alla letteratura… 

Perché leggerlo? Perché troverete tanto della società degli ultimi anni (la crisi dei migranti, la malattia mentale, l’introduzione, a volte in maniera un po’ superficiale, delle filosofie di origine orientale, l’attentato a Charlie Hebdo) raccontato in maniera mai banale, spesso provocatoria, e a volte persino eccessiva, ma proprio per questo, molto vera. 

Una citazione dal libro: «Io, che aspiravo all’unità, sono sceso a patti con la divisione. Quanto al tracollo di cui parlo, che cosa posso dirne? Che cosa devo tacerne? Quando penso alla letteratura, al genere di letteratura che faccio, di una sola cosa sono fermamente convinto: è il luogo in cui non si mente. È un imperativo assoluto, tutto il resto è secondario, e a questo imperativo penso di essermi sempre attenuto. Le cose che scrivo forse sono narcisistiche e vane, ma non sono false».

Federica Merlo, Newsletter #17

Partiamo da un dato di fatto: Yoga, ultimo libro dello scrittore Emmanuel Carrère (in Francia pubblicato l’autunno scorso), era l’uscita di narrativa in traduzione più attesa del 2021. Come spesso accade (e con Carrère potremmo sostituire lo spesso col sempre) quando l’aspettativa è così elevata, il rischio è quello che ci si divida tra chi lo legge ed è «l’ennesimo indiscusso capolavoro» e chi invece trova che il testo abbia tradito le aspettative. Io devo confessare che, se proprio mi dovessi schierare, starei di sicuro coi i primi. Proverò qui di seguito a darvi le mie personali motivazioni, sperando possano scatenare in voi l’interesse per un libro… semplicemente bellismo! 

Per prima cosa, Yoga aggiunge un ulteriore tassello a quel percorso che lo scrittore francese sta compiendo ormai da trent’anni all’interno della sua produzione. Partito come romanziere puro (si legga Baffi), Carrère è approdato all’autofiction – genere che ha indubbiamente contributo a rinnovare (si legga Vite che non sono la mia) – mettendo al centro della narrazione non tanto se stesso, quanto più le persone che ha incontrato o ha voluto incontrare (si leggano L’Avversario e Limonov) nella sua vita. Con Yoga però il passo è ancora ulteriore (che bello quando uno scrittore non si stanca di cambiare in continuazione!) ed il protagonista diventa solo lui, o forse sarebbe meglio dire, il personaggio Carrère. La passione per la meditazione, le due perdite di amici importanti, il disturbo bipolare di cui soffre, l’esperienza nell’hot spot per migranti dell’isola Greca di Leros sono descritte nel libro fornendo al lettore gli aspetti più intimi, profondi e contradditori del personaggio Carrère.
Seconda cosa, la qualità della scrittura è altissima e, se questo non stupisce, è il solito Carrère insomma, tuttavia, ancora una volta è stato capace di trovare una novità anche a livello stilistico. Infatti, se nei testi precedenti i capitoli erano piuttosto lunghi, in Yoga, lo stesso autore in alcune interviste confessa di essersi divertito molto ad accorciarli e cercare per ciascuno un titolo molto peculiare. Dal mio punto di vista questa operazione è riuscita alla perfezione e dà alla narrazione un ritmo incalzante, che spesso vivifica quelle che potevano diventare le parti più lente e noiose (le descrizioni di alcune sedute meditative di gruppo, per esempio).
Terzo, la totale assenza di retorica e quel gusto per la provocazione (non entro nel merito e vi lascio scoprire qualche retroscena polemico legato all’ex-moglie o a quanto ci sia di vero o di inventato nelle vicende narrate) che lo rendono, come già è stato per tanti altri suoi libri, argomento di continuo dibattito tra i suoi tanti abituali lettori e non solo. E questo, a mio modesto parere, fa benissimo alla letteratura… 

Perché leggerlo? Perché troverete tanto della società degli ultimi anni (la crisi dei migranti, la malattia mentale, l’introduzione, a volte in maniera un po’ superficiale, delle filosofie di origine orientale, l’attentato a Charlie Hebdo) raccontato in maniera mai banale, spesso provocatoria, e a volte persino eccessiva, ma proprio per questo, molto vera. 

Una citazione dal libro: «Io, che aspiravo all’unità, sono sceso a patti con la divisione. Quanto al tracollo di cui parlo, che cosa posso dirne? Che cosa devo tacerne? Quando penso alla letteratura, al genere di letteratura che faccio, di una sola cosa sono fermamente convinto: è il luogo in cui non si mente. È un imperativo assoluto, tutto il resto è secondario, e a questo imperativo penso di essermi sempre attenuto. Le cose che scrivo forse sono narcisistiche e vane, ma non sono false».

Federica Merlo, Newsletter #17

Partiamo da un dato di fatto: Yoga, ultimo libro dello scrittore Emmanuel Carrère (in Francia pubblicato l’autunno scorso), era l’uscita di narrativa in traduzione più attesa del 2021. Come spesso accade (e con Carrère potremmo sostituire lo spesso col sempre) quando l’aspettativa è così elevata, il rischio è quello che ci si divida tra chi lo legge ed è «l’ennesimo indiscusso capolavoro» e chi invece trova che il testo abbia tradito le aspettative. Io devo confessare che, se proprio mi dovessi schierare, starei di sicuro coi i primi.

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Contro l'impegno
Contro l'impegno
Walter Siti
Rizzoli, Milano, 2021
Walter Siti
Rizzoli, Milano, 2021

Il 27 aprile è stata pubblicata una nuova raccolta di saggi, qualcuno inedito e qualcuno già uscito su giornali e riviste «seppure qui arricchito e risistemato per la nuova collocazione» di Walter Siti. Tanto è stato il desiderio di leggere subito il testo, considerata anche la tematica vicina agli argomenti d’interesse della Fondazione Sasso Corbaro, che l’ho subito preso in e-book e finito la sera successiva.
Il libro analizza in maniera critica uno dei temi fondanti della letteratura ancora oggi molto attuale, quello che Sartre definiva l’engagement. Siti contesta l’attuale deriva della letteratura che, «come una brava infermiera», deve per forza fare del bene risanando il maggior numero di lettori possibile. In passato – fin qui niente di nuovo – si è sempre chiesto alla letteratura di essere «morale» e la stragrande maggioranza dei classici lo dimostra. Il problema attuale però, secondo Siti, è che tutto questo impegno, tutti questi messaggi positivi, hanno relegato in secondo piano «semplificando ed esteriorizzando», la forma. Individuati i temi, «buoni per definizione» (migranti, vari tipi di diversità, malattie rare, orgoglio femminile, olocausto etc.), quello che importa è che il messaggio arrivi senza «deludere», «sconcertare» o «disgustare», il fido lettore.
La grandezza di questo Contro l’impegno, che dichiara tutto quanto ho riportato sin qui nella parte iniziale, sta anche nel fatto che, nella parte centrale, oltre a fare precisi riferimenti agli scrittori (tra gli altri Perrin, Murgia, Carofiglio, Saviano vengono «smontati» con la raffinatezza e le armi del critico letterario di razza) Siti fa anche molti esempi televisivi e legati ai nuovi media (podcast, social network etc.), anch’essi colpevoli di sacrificare la forma («strumento di conoscenza» e «contenuto a tutti gli effetti»), per far prevalere l’efficacia di un messaggio leggero, superficiale, frammentario, veloce… aereodinamico, per citare (come fa lo stesso Siti) il Baricco di The Game.
Nel capitolo finale, a mio avviso insieme ai primi il migliore di tutto il libro, lo scrittore si chiede se ci sia «un modo per la letteratura di sostenere cause etiche e/o politiche senza avvilire le sue potenzialità conoscitive?» e risponde con tre esempi che vi lascio scoprire (Spoiler: dei tre uno è attuale, uno è un classico e uno un classicissimo!).

Perché leggerlo? Per imparare come si fa «critica» e quanto sia fondamentale essere competenti, preparati e studiare a fondo la materia di cui si scrive… per farla bene!

Una citazione dal libro: «Si fatica a distinguere tra l’uso benefico della parola quale si verifica in vari campi della cultura (psicanalisi, antropologia, educazione, giornalismo) e la letteratura che invece dovrebbe essere ascolto e avventura della parola».

Federica Merlo

Il 27 aprile è stata pubblicata una nuova raccolta di saggi, qualcuno inedito e qualcuno già uscito su giornali e riviste «seppure qui arricchito e risistemato per la nuova collocazione» di Walter Siti. Tanto è stato il desiderio di leggere subito il testo, considerata anche la tematica vicina agli argomenti d’interesse della Fondazione Sasso Corbaro, che l’ho subito preso in e-book e finito la sera successiva.
Il libro analizza in maniera critica uno dei temi fondanti della letteratura ancora oggi molto attuale, quello che Sartre definiva l’engagement. Siti contesta l’attuale deriva della letteratura che, «come una brava infermiera», deve per forza fare del bene risanando il maggior numero di lettori possibile. In passato – fin qui niente di nuovo – si è sempre chiesto alla letteratura di essere «morale» e la stragrande maggioranza dei classici lo dimostra. Il problema attuale però, secondo Siti, è che tutto questo impegno, tutti questi messaggi positivi, hanno relegato in secondo piano «semplificando ed esteriorizzando», la forma. Individuati i temi, «buoni per definizione» (migranti, vari tipi di diversità, malattie rare, orgoglio femminile, olocausto etc.), quello che importa è che il messaggio arrivi senza «deludere», «sconcertare» o «disgustare», il fido lettore.
La grandezza di questo Contro l’impegno, che dichiara tutto quanto ho riportato sin qui nella parte iniziale, sta anche nel fatto che, nella parte centrale, oltre a fare precisi riferimenti agli scrittori (tra gli altri Perrin, Murgia, Carofiglio, Saviano vengono «smontati» con la raffinatezza e le armi del critico letterario di razza) Siti fa anche molti esempi televisivi e legati ai nuovi media (podcast, social network etc.), anch’essi colpevoli di sacrificare la forma («strumento di conoscenza» e «contenuto a tutti gli effetti»), per far prevalere l’efficacia di un messaggio leggero, superficiale, frammentario, veloce… aereodinamico, per citare (come fa lo stesso Siti) il Baricco di The Game.
Nel capitolo finale, a mio avviso insieme ai primi il migliore di tutto il libro, lo scrittore si chiede se ci sia «un modo per la letteratura di sostenere cause etiche e/o politiche senza avvilire le sue potenzialità conoscitive?» e risponde con tre esempi che vi lascio scoprire (Spoiler: dei tre uno è attuale, uno è un classico e uno un classicissimo!).

Perché leggerlo? Per imparare come si fa «critica» e quanto sia fondamentale essere competenti, preparati e studiare a fondo la materia di cui si scrive… per farla bene!

Una citazione dal libro: «Si fatica a distinguere tra l’uso benefico della parola quale si verifica in vari campi della cultura (psicanalisi, antropologia, educazione, giornalismo) e la letteratura che invece dovrebbe essere ascolto e avventura della parola».

Federica Merlo

Il 27 aprile è stata pubblicata una nuova raccolta di saggi, qualcuno inedito e qualcuno già uscito su giornali e riviste «seppure qui arricchito e risistemato per la nuova collocazione» di Walter Siti. Tanto è stato il desiderio di leggere subito il testo, considerata anche la tematica vicina agli argomenti d’interesse della Fondazione Sasso Corbaro, che l’ho subito preso in e-book e finito la sera successiva.

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Tre orfani
Tre orfani
Giorgio Vasta
Casagrande, Bellinzona, 2021
Giorgio Vasta
Casagrande, Bellinzona, 2021

Tre diverse sedie campeggiano sulla bellissima copertina rosso vivo che l’editore Casagrande ha pensato per questo breve e fulminate racconto di Giorgio Vasta, scrittore (suoi i capolavori Il tempo materiale e Absolutely Nothing), sceneggiatore (Via Castellana Bandiera e Le sorelle Macaluso di Emma Dante) e direttore editoriale di Book Pride (fiera nazionale italiana dell’editoria indipendente). 
Tre orfani racconta dell’incontro di Vasta stesso, il giorno del suo cinquantesimo compleanno «alle sei del mattino di giovedì 12 marzo 2020» con i due personaggi «melvilliani» Achab e Bartleby, nella cucina della sua casa di Palermo. Reclusi per ragioni sanitarie in questo spazio domestico che percepiamo soltano come qualcosa di minimale ed essenziale, i suoi concreti fantasmi letterari fanno cose: preparano una torta «amalgama di formaggio e biscotti allo zenzero», guardano i bollettini della protezione civile su youtube, cancellano conversazioni di WhatsApp (Bartleby), intagliano un manico di scopa (Achab) le cui schegge diventano candeline per il dolce del compleanno. Ad un certo punto la scena si sposta in un esterno, sempre di reclusione: un terrazzino dal quale, come sul ponte della baleniera, Palermo si trasforma nell’Atlantico («Atlantica» è stato il titolo del festival letterario Babel del 2020 per il quale Vasta ha scritto il racconto), Palermo è la balena, Palermo è anche New York… e «l’unica cosa certa» restano i «tre orfani misantropi che sotto un cielo dove adesso gridavano le procellarie stavano finalmente per mangiare un tortino di formaggio, zenzero, acqua e fuoco».
Onirico, perturbante, straniante, visionario, malinconico, nostalgico, etereo, fluttuante, profondo, cupo… è quasi impossibile smettere di trovare aggettivi per descrivere quanto si percepisce dalle parole di Vasta che, non solo sono capaci di evocare tempi e spazi, ma anche sonorità (si legga per esempio, ad alta voce, questa frase: «ma sulle cementine, e soprattutto sulle parti pavimentate col parquet, avevo contemplato un succedersi di piccoli solchi, a volte curvi e in altri punti sgorbiati – il riflesso geroglifico di un turbamento»).

Perché leggerlo? Non solo perché se doveste scegliere un solo libro uscito quest’anno per ora vi direi di leggere assolutamente questo, ma anche perché a pensarla come me è anche il poeta Gianni Montieri che scrive sulla rivista culturale on-line Minima & moralia: «Il libro consta di trenta pagine e ne ha la densità di mille» e «Vasta fa letteratura, tutto qui. Io trovo conforto in tutto questo». Per chi volesse ascoltare Montieri e Vasta sulla pagina Facebook di Edizioni Casagrande trovate anche la loro video-intervista.

Una citazione dal libro: «Di colpo malinconico, aveva chinato il capo, si era voltato, aveva preso una sedia e si era sistemato accanto a Bartleby. Non per un desiderio preciso, ma perché continuavo a non sapere cosa fare, avevo preso anch’io una sedia e mi ero messo accanto a loro, e ce ne eravamo stati là – tre figurine consunte, tre reduci non si sa da cosa e da dove: tre reietti: tre relitti; davanti a noi uno scampolo oscuro di città, qualche luce minuta, il cielo offuscato dalle nubi, la quiete».

Federica Merlo

Tre diverse sedie campeggiano sulla bellissima copertina rosso vivo che l’editore Casagrande ha pensato per questo breve e fulminate racconto di Giorgio Vasta, scrittore (suoi i capolavori Il tempo materiale e Absolutely Nothing), sceneggiatore (Via Castellana Bandiera e Le sorelle Macaluso di Emma Dante) e direttore editoriale di Book Pride (fiera nazionale italiana dell’editoria indipendente). 
Tre orfani racconta dell’incontro di Vasta stesso, il giorno del suo cinquantesimo compleanno «alle sei del mattino di giovedì 12 marzo 2020» con i due personaggi «melvilliani» Achab e Bartleby, nella cucina della sua casa di Palermo. Reclusi per ragioni sanitarie in questo spazio domestico che percepiamo soltano come qualcosa di minimale ed essenziale, i suoi concreti fantasmi letterari fanno cose: preparano una torta «amalgama di formaggio e biscotti allo zenzero», guardano i bollettini della protezione civile su youtube, cancellano conversazioni di WhatsApp (Bartleby), intagliano un manico di scopa (Achab) le cui schegge diventano candeline per il dolce del compleanno. Ad un certo punto la scena si sposta in un esterno, sempre di reclusione: un terrazzino dal quale, come sul ponte della baleniera, Palermo si trasforma nell’Atlantico («Atlantica» è stato il titolo del festival letterario Babel del 2020 per il quale Vasta ha scritto il racconto), Palermo è la balena, Palermo è anche New York… e «l’unica cosa certa» restano i «tre orfani misantropi che sotto un cielo dove adesso gridavano le procellarie stavano finalmente per mangiare un tortino di formaggio, zenzero, acqua e fuoco».
Onirico, perturbante, straniante, visionario, malinconico, nostalgico, etereo, fluttuante, profondo, cupo… è quasi impossibile smettere di trovare aggettivi per descrivere quanto si percepisce dalle parole di Vasta che, non solo sono capaci di evocare tempi e spazi, ma anche sonorità (si legga per esempio, ad alta voce, questa frase: «ma sulle cementine, e soprattutto sulle parti pavimentate col parquet, avevo contemplato un succedersi di piccoli solchi, a volte curvi e in altri punti sgorbiati – il riflesso geroglifico di un turbamento»).

Perché leggerlo? Non solo perché se doveste scegliere un solo libro uscito quest’anno per ora vi direi di leggere assolutamente questo, ma anche perché a pensarla come me è anche il poeta Gianni Montieri che scrive sulla rivista culturale on-line Minima & moralia: «Il libro consta di trenta pagine e ne ha la densità di mille» e «Vasta fa letteratura, tutto qui. Io trovo conforto in tutto questo». Per chi volesse ascoltare Montieri e Vasta sulla pagina Facebook di Edizioni Casagrande trovate anche la loro video-intervista.

Una citazione dal libro: «Di colpo malinconico, aveva chinato il capo, si era voltato, aveva preso una sedia e si era sistemato accanto a Bartleby. Non per un desiderio preciso, ma perché continuavo a non sapere cosa fare, avevo preso anch’io una sedia e mi ero messo accanto a loro, e ce ne eravamo stati là – tre figurine consunte, tre reduci non si sa da cosa e da dove: tre reietti: tre relitti; davanti a noi uno scampolo oscuro di città, qualche luce minuta, il cielo offuscato dalle nubi, la quiete».

Federica Merlo

Tre diverse sedie campeggiano sulla bellissima copertina rosso vivo che l’editore Casagrande ha pensato per questo breve e fulminate racconto di Giorgio Vasta, scrittore (suoi i capolavori Il tempo materiale e Absolutely Nothing), sceneggiatore (Via Castellana Bandiera e Le sorelle Macaluso di Emma Dante) e direttore editoriale di Book Pride (fiera nazionale italiana dell’editoria indipendente). 

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Due vite
Due vite
Emanuele Trevi
Neri Pozza, Vicenza, 2020
Emanuele Trevi
Neri Pozza, Vicenza, 2020

Non sopporto i book blurb o soffietti editoriali. Si tratta di quelle poche parole ad effetto, solitamente da parte di altri scrittori di fama, che per motivi di mero marketing esaltano le qualità del libro sulla cui copertina vengono stampate o apposte come fascette. Tuttavia, in questo caso, sono perfettamente concorde con quanto ha scritto Marco Missiroli di Due Vite di Emanuele Trevi: «Uno dei libri che ho amato di più in questi ultimi anni». Ecco, anche per me è proprio così!
Premessa: Emanuele Trevi è un gigante della narrativa italiana e quando prendo in mano un suo libro so già in anticipo che sarà un capolavoro (si legga per esempio l’altrettanto recente Sogni e Favole, uscito per Ponte alle Grazie nel 2019). Infatti, Due Vite è stata per me l’ennesima conferma che lo scrittore romano è un vero fuoriclasse.
In questo breve testo (non più di 120 pagine) Trevi racconta degli «spaccati» della sua meravigliosa amicizia con due scrittori, Rocco Carbone e Pia Pera, morti in giovane età (Carbone a quarantasei anni per un incidente in motorino a Roma, Pera a sessant’anni a causa della Sclerosi Laterale Amiotrofica). Ma è il «come» porta a termine questa operazione che rende Due Vite un testo interessantissimo! Schivando il rischio di fare del tedioso biografismo o, peggio ancora, di scadere nel retorico, Trevi decide di narrarci soltanto quanto si ricorda («ci sarà pure un motivo, se ci scordiamo di qualcosa») dei due amici e di rendere i vari aneddoti e i momenti trascorsi con loro dei nobili spunti per parlare di arte e di letteratura, per approfondire l’amicizia e le sue sfaccettature, l’incidente e la malattia e per riuscire anche a dirci qualcosa di sé e della sua visione della vita.

Perché leggerlo? Per tifare per Due Vite al prossimo premio Strega (attualmente il libro è già nella dozzina dei finalisti).

Una citazione dal libro: «Ma a che servirebbe? Più ti avvicini a un individuo, più assomiglia un quadro impressionista, o a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità».

Federica Merlo
Newsletter #15, Aprile 2021

Non sopporto i book blurb o soffietti editoriali. Si tratta di quelle poche parole ad effetto, solitamente da parte di altri scrittori di fama, che per motivi di mero marketing esaltano le qualità del libro sulla cui copertina vengono stampate o apposte come fascette. Tuttavia, in questo caso, sono perfettamente concorde con quanto ha scritto Marco Missiroli di Due Vite di Emanuele Trevi: «Uno dei libri che ho amato di più in questi ultimi anni». Ecco, anche per me è proprio così!
Premessa: Emanuele Trevi è un gigante della narrativa italiana e quando prendo in mano un suo libro so già in anticipo che sarà un capolavoro (si legga per esempio l’altrettanto recente Sogni e Favole, uscito per Ponte alle Grazie nel 2019). Infatti, Due Vite è stata per me l’ennesima conferma che lo scrittore romano è un vero fuoriclasse.
In questo breve testo (non più di 120 pagine) Trevi racconta degli «spaccati» della sua meravigliosa amicizia con due scrittori, Rocco Carbone e Pia Pera, morti in giovane età (Carbone a quarantasei anni per un incidente in motorino a Roma, Pera a sessant’anni a causa della Sclerosi Laterale Amiotrofica). Ma è il «come» porta a termine questa operazione che rende Due Vite un testo interessantissimo! Schivando il rischio di fare del tedioso biografismo o, peggio ancora, di scadere nel retorico, Trevi decide di narrarci soltanto quanto si ricorda («ci sarà pure un motivo, se ci scordiamo di qualcosa») dei due amici e di rendere i vari aneddoti e i momenti trascorsi con loro dei nobili spunti per parlare di arte e di letteratura, per approfondire l’amicizia e le sue sfaccettature, l’incidente e la malattia e per riuscire anche a dirci qualcosa di sé e della sua visione della vita.

Perché leggerlo? Per tifare per Due Vite al prossimo premio Strega (attualmente il libro è già nella dozzina dei finalisti).

Una citazione dal libro: «Ma a che servirebbe? Più ti avvicini a un individuo, più assomiglia un quadro impressionista, o a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità».

Federica Merlo
Newsletter #15, Aprile 2021

Non sopporto i book blurb o soffietti editoriali. Si tratta di quelle poche parole ad effetto, solitamente da parte di altri scrittori di fama, che per motivi di mero marketing esaltano le qualità del libro sulla cui copertina vengono stampate o apposte come fascette. Tuttavia, in questo caso, sono perfettamente concorde con quanto ha scritto Marco Missiroli di Due Vite di Emanuele Trevi: «Uno dei libri che ho amato di più in questi ultimi anni». Ecco, anche per me è proprio così!

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Bianco è il colore del danno
Bianco è il colore del danno
Francesca Mannocchi
Einaudi, Torino, 2021
Francesca Mannocchi
Einaudi, Torino, 2021

Sapevo che sarebbe stato pubblicato a febbraio di quest’anno Bianco è il colore del danno, memoir della giornalista mediorentalista Francesca Mannocchi. In questo testo, il cui titolo si riferisce al colore dei segni radiologici della Sclerosi Multipla alla Risonanza Magnetica, la scrittrice racconta il percorso intrapreso per arrivare alla diagnosi e soprattutto i cambiamenti che il suo corpo e, di conseguenza, la sua vita, hanno subito dopo la scoperta di «essere malata» di questa patologia neurologica cronica e debilitante.
Devo confessare che se non ci fosse stata una lettrice della news-letter che ci avesse richiesto di recensirlo, non credo che ne avrei scritto, nonostante questo libro io lo abbia letto tutto d’un fiato pochissimi giorni dopo la sua uscita. A volte però, per affrontare tematiche che, anche solo per delle coincidenze sfortunate, ci fanno più male di altre… serve qualcosa o qualcuno che ci dia una «spinta gentile». Quindi, grazie lettrice!
Capirete, però, che per questo motivo ho ancor meno intenzione di quanto faccia di solito, di descrivervi nel dettaglio ciò che nel libro viene raccontato. Trasformo invece questa recensione in uno spassionato invito alla lettura di questo testo a tutti coloro che abbiano voglia di affrontare «un reportage di una guerra che ha per territorio il corpo e la storia dell’autrice» e che seguendo «due principali muovimenti narrativi che ne conseguono: da un lato il percorso riluttante, ma necessario, per addomesticare l’universo della medicalizzazione […]; dall’altro la ricerca del senso che sottopone a uno scandaglio spietato il passato e il presente dell’autrice» (Alessandra Sarchi, La lettura, 14 febbraio 2021) vogliano provare a comprendere l’unicità dell’essere umano di fronte alla malattia.
Aggiungo altresì che Mannocchi, probabilmente anche per un suo personale imprinting giornalistico, non si dedica solo e soltanto ad una analisi lucida di sé, ma dedica molte pagine a denunciare, senza alcun timore, quelle che sono le mancanze del sistema sanitario (Italiano nella fattispecie, anche se i problemi sono simili per molte altre realtà), al rapporto spesso ambiguo dei sani con il malato e alla sua condizione di donna, lavoratrice e mamma di un bambino piccolo. 

Perché leggerlo? Perché è anche un libro pieno di bellissima musica (per chi volesse è raccolta qui)

Una citazione dal libro: «Perché il sano, per quanto amore abbia, sarà sempre non-malato rispetto al malato. E in un luogo oscuro, il malato non glielo perdona».

Federica Merlo
Newsletter #15, Aprile 2021

Sapevo che sarebbe stato pubblicato a febbraio di quest’anno Bianco è il colore del danno, memoir della giornalista mediorentalista Francesca Mannocchi. In questo testo, il cui titolo si riferisce al colore dei segni radiologici della Sclerosi Multipla alla Risonanza Magnetica, la scrittrice racconta il percorso intrapreso per arrivare alla diagnosi e soprattutto i cambiamenti che il suo corpo e, di conseguenza, la sua vita, hanno subito dopo la scoperta di «essere malata» di questa patologia neurologica cronica e debilitante.
Devo confessare che se non ci fosse stata una lettrice della news-letter che ci avesse richiesto di recensirlo, non credo che ne avrei scritto, nonostante questo libro io lo abbia letto tutto d’un fiato pochissimi giorni dopo la sua uscita. A volte però, per affrontare tematiche che, anche solo per delle coincidenze sfortunate, ci fanno più male di altre… serve qualcosa o qualcuno che ci dia una «spinta gentile». Quindi, grazie lettrice!
Capirete, però, che per questo motivo ho ancor meno intenzione di quanto faccia di solito, di descrivervi nel dettaglio ciò che nel libro viene raccontato. Trasformo invece questa recensione in uno spassionato invito alla lettura di questo testo a tutti coloro che abbiano voglia di affrontare «un reportage di una guerra che ha per territorio il corpo e la storia dell’autrice» e che seguendo «due principali muovimenti narrativi che ne conseguono: da un lato il percorso riluttante, ma necessario, per addomesticare l’universo della medicalizzazione […]; dall’altro la ricerca del senso che sottopone a uno scandaglio spietato il passato e il presente dell’autrice» (Alessandra Sarchi, La lettura, 14 febbraio 2021) vogliano provare a comprendere l’unicità dell’essere umano di fronte alla malattia.
Aggiungo altresì che Mannocchi, probabilmente anche per un suo personale imprinting giornalistico, non si dedica solo e soltanto ad una analisi lucida di sé, ma dedica molte pagine a denunciare, senza alcun timore, quelle che sono le mancanze del sistema sanitario (Italiano nella fattispecie, anche se i problemi sono simili per molte altre realtà), al rapporto spesso ambiguo dei sani con il malato e alla sua condizione di donna, lavoratrice e mamma di un bambino piccolo. 

Perché leggerlo? Perché è anche un libro pieno di bellissima musica (per chi volesse è raccolta qui)

Una citazione dal libro: «Perché il sano, per quanto amore abbia, sarà sempre non-malato rispetto al malato. E in un luogo oscuro, il malato non glielo perdona».

Federica Merlo
Newsletter #15, Aprile 2021

Sapevo che sarebbe stato pubblicato a febbraio di quest’anno Bianco è il colore del danno, memoir della giornalista mediorentalista Francesca Mannocchi. In questo testo, il cui titolo si riferisce al colore dei segni radiologici della Sclerosi Multipla alla Risonanza Magnetica, la scrittrice racconta il percorso intrapreso per arrivare alla diagnosi e soprattutto i cambiamenti che il suo corpo e, di conseguenza, la sua vita, hanno subito dopo la scoperta di «essere malata» di questa patologia neurologica cronica e debilitante.

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L'arte di legare le persone
L'arte di legare le persone
Paolo Milone
Einaudi, Milano, 2021
Paolo Milone
Einaudi, Milano, 2021

La scrittrice Valeria Parrella, in un twit del 12 febbraio 2021, scrive de L’arte di legare le persone«È un sollievo sapere che qualcuno sa occuparsi dei nostri terrori».
Lo psichiatra Paolo Milone ha scritto questo suo esordio nel corso dei quarant’anni passati «in prima linea» al servizio dei malati, in un Centro di salute mentale e in un reparto psichiatrico ospedaliero.
Frammentario, poetico, ironico, L’arte di legare le persone è a tratti dolcissimo, a tratti cupo e violento. La Psichiatria d’urgenza, vera protagonista, è narrata da Milone per impressioni, aneddoti e riflessioni. Momenti lirici e attimi di pura tragedia si susseguono a ritmo incalzante e senza un apparente fil rouge. Nel libro non c’è spazio per la teoria e non c’è nulla di astratto, c’è il quotidiano del duro lavoro clinico, della sofferenza dei pazienti, del ritorno a casa la notte svuotati dalla fatica… ma c’è anche l’amore per i suoi matti (come li chiama l’autore) e per la propria professione.
Infine, Genova, città in cui il libro è ambientato, che con le onde del suo mare lambisce tutte le vicende narrate. 

Perché leggerlo? Per prepararsi all’appuntamento con Paolo Milone che il 14 aprile 2021 alle ore 20.00 sarà ospite dei mercoledì della Fondazione Sasso Corbaro (maggiori informazioni sul sito sul sito www.sasso-corbaro.ch).

 Una citazione dal libro: «Se vedo qualcuno che si sporge, | offro la mano per non farlo cadere, | e mentre lo tengo gli chiedo cosa vede. | Sono un vigliacco: | io guardo l’abisso con gli occhi degli altri».

Federica Merlo
Marzo 2021, Newsletter #14

La scrittrice Valeria Parrella, in un twit del 12 febbraio 2021, scrive de L’arte di legare le persone«È un sollievo sapere che qualcuno sa occuparsi dei nostri terrori».
Lo psichiatra Paolo Milone ha scritto questo suo esordio nel corso dei quarant’anni passati «in prima linea» al servizio dei malati, in un Centro di salute mentale e in un reparto psichiatrico ospedaliero.
Frammentario, poetico, ironico, L’arte di legare le persone è a tratti dolcissimo, a tratti cupo e violento. La Psichiatria d’urgenza, vera protagonista, è narrata da Milone per impressioni, aneddoti e riflessioni. Momenti lirici e attimi di pura tragedia si susseguono a ritmo incalzante e senza un apparente fil rouge. Nel libro non c’è spazio per la teoria e non c’è nulla di astratto, c’è il quotidiano del duro lavoro clinico, della sofferenza dei pazienti, del ritorno a casa la notte svuotati dalla fatica… ma c’è anche l’amore per i suoi matti (come li chiama l’autore) e per la propria professione.
Infine, Genova, città in cui il libro è ambientato, che con le onde del suo mare lambisce tutte le vicende narrate. 

Perché leggerlo? Per prepararsi all’appuntamento con Paolo Milone che il 14 aprile 2021 alle ore 20.00 sarà ospite dei mercoledì della Fondazione Sasso Corbaro (maggiori informazioni sul sito sul sito www.sasso-corbaro.ch).

 Una citazione dal libro: «Se vedo qualcuno che si sporge, | offro la mano per non farlo cadere, | e mentre lo tengo gli chiedo cosa vede. | Sono un vigliacco: | io guardo l’abisso con gli occhi degli altri».

Federica Merlo
Marzo 2021, Newsletter #14

La scrittrice Valeria Parrella, in un twit del 12 febbraio 2021, scrive de L’arte di legare le persone«È un sollievo sapere che qualcuno sa occuparsi dei nostri terrori».
Lo psichiatra Paolo Milone ha scritto questo suo esordio nel corso dei quarant’anni passati «in prima linea» al servizio dei malati, in un Centro di salute mentale e in un reparto psichiatrico ospedaliero.

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La matematica è politica
La matematica è politica
Chiara Valerio
Einaudi, Milano, 2020
Chiara Valerio
Einaudi, Milano, 2020

Conobbi Chiara Valerio per la prima volta leggendo il suo romanzo Il cuore non si vede. Fu il mio primo libro del 2020 e ricordo che rimasi folgorata. Poi, in primavera, quando lentamente ci si apprestava ad uscire dalla prima ondata della pandemia comparve sugli scaffali delle librerie La matematica è politica, un curioso pamphlet di un centinaio di pagine pubblicato nella collana Vele di Einaudi (nella quale si trovano piccoli saggi uno più interessante dell’altro!).
Chiara Valerio, che oggi lavora nell’editoria e conduce un programma su Rai Radio3, ha studiato e insegnato matematica per molti anni e ha un dottorato di ricerca in calcolo delle probabilità. In questo La matematica è politica è riuscita, partendo dalla scienza che l’ha formata, a discutere di democrazia «la democrazia, come il linguaggio, e tra i linguaggi la matematica […] è una costruzione culturale e […] va continuamente ridiscussa», di verità scientifiche «Le verità della scienza evolvono. E pensare agli scienziati come ai scerdoti della soluzione o della guarigione è un modo di delegare la responsabilità politica», di errore «l’errore è la nostra caratteristica principale»di cultura «l’istruzione è un processo orizzontale e collettivo, mentre la cultura è verticale e singolare. La cultura è una scelta individuale», di diritti «chi guadagna diritti, guadagna doveri», del corpo femminile «Come tutti gli intransigenti, gli orgogliosi, i fortunati mi sono accorta d’improvviso della differenza tra il corpo esposto e rivendicato delle donne come luogo di arte e di lotta e il corpo delle donne esposto come fosse vuoto», e anche di Covid «Deve cambiare qualcosa dentro di noi. Noi siamo il sistema sanitario, ciascuno di noi»
E ci credereste mai che c’è anche lo spazio per Paperino nel mondo della matemagica? Per Barbie? Per Batman? Per Karate Kid? Per Ratatouille? Per Tolkien? Per Anna Karenina? Per Downtown Abbey? Ebbene sì! La capacità divulgativa di Chiara Valerio e questo suo libro sono due cose Xtra0dinarie :-) 

Perché leggerlo? Perché aiuta a trovare vie da percorrere per riflettere sul periodo che stiamo vivendo. 

Una citazione dal libro: «studiare non serve, studiare comanda»

Federica Merlo
Marzo 2021, Newsletter #14

Conobbi Chiara Valerio per la prima volta leggendo il suo romanzo Il cuore non si vede. Fu il mio primo libro del 2020 e ricordo che rimasi folgorata. Poi, in primavera, quando lentamente ci si apprestava ad uscire dalla prima ondata della pandemia comparve sugli scaffali delle librerie La matematica è politica, un curioso pamphlet di un centinaio di pagine pubblicato nella collana Vele di Einaudi (nella quale si trovano piccoli saggi uno più interessante dell’altro!).
Chiara Valerio, che oggi lavora nell’editoria e conduce un programma su Rai Radio3, ha studiato e insegnato matematica per molti anni e ha un dottorato di ricerca in calcolo delle probabilità. In questo La matematica è politica è riuscita, partendo dalla scienza che l’ha formata, a discutere di democrazia «la democrazia, come il linguaggio, e tra i linguaggi la matematica […] è una costruzione culturale e […] va continuamente ridiscussa», di verità scientifiche «Le verità della scienza evolvono. E pensare agli scienziati come ai scerdoti della soluzione o della guarigione è un modo di delegare la responsabilità politica», di errore «l’errore è la nostra caratteristica principale»di cultura «l’istruzione è un processo orizzontale e collettivo, mentre la cultura è verticale e singolare. La cultura è una scelta individuale», di diritti «chi guadagna diritti, guadagna doveri», del corpo femminile «Come tutti gli intransigenti, gli orgogliosi, i fortunati mi sono accorta d’improvviso della differenza tra il corpo esposto e rivendicato delle donne come luogo di arte e di lotta e il corpo delle donne esposto come fosse vuoto», e anche di Covid «Deve cambiare qualcosa dentro di noi. Noi siamo il sistema sanitario, ciascuno di noi»
E ci credereste mai che c’è anche lo spazio per Paperino nel mondo della matemagica? Per Barbie? Per Batman? Per Karate Kid? Per Ratatouille? Per Tolkien? Per Anna Karenina? Per Downtown Abbey? Ebbene sì! La capacità divulgativa di Chiara Valerio e questo suo libro sono due cose Xtra0dinarie :-) 

Perché leggerlo? Perché aiuta a trovare vie da percorrere per riflettere sul periodo che stiamo vivendo. 

Una citazione dal libro: «studiare non serve, studiare comanda»

Federica Merlo
Marzo 2021, Newsletter #14

Conobbi Chiara Valerio per la prima volta leggendo il suo romanzo Il cuore non si vede. Fu il mio primo libro del 2020 e ricordo che rimasi folgorata. Poi, in primavera, quando lentamente ci si apprestava ad uscire dalla prima ondata della pandemia comparve sugli scaffali delle librerie La matematica è politica, un curioso pamphlet di un centinaio di pagine pubblicato nella collana Vele di Einaudi (nella quale si trovano piccoli saggi uno più interessante dell’altro!).

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Persone care
Persone care
Vera Giaconi
SUR, Roma, 2019
Vera Giaconi
SUR, Roma, 2019

Vera Giaconi, classe 1974, scrittrice di origini uruguaiane da molti anni trapiantata a Buenos Aires è considerata una delle voci latinoamericane più importanti della sua generazione. Persone care è la sua seconda raccolta di racconti, che in italiano leggiamo grazie alla bella traduzione di Giulia Zavagna per la casa editrice SUR.
Si tratta di dieci «short stories» incentrate sull’analisi delle relazioni interpersonali, siano esse tra parenti, amici o semplici conoscenti. Giaconi, con una prosa che molti critici hanno definito scarna e precisa, indaga le relazioni umane nei loro dettagli più ambigui, oscuri e contradditori, catapultando il lettore nel clou delle vicende narrate, senza troppi preamboli e senza regalargli un vero scioglimento finale.
Come spesso accade quando si tratta di raccolte di racconti, siamo portati ad eleggere il nostro preferito. Nel mio caso è Limbo, il numero sei, nel quale viene narrata la relazione tra una paziente affetta da una malattia a cui «si applicano tre degli aggettivi peggiori in assoluto: cronica, progressiva e incurabile […]» e il suo medico che si ammala a sua volta ed è costretto nel letto di un ospedale. 15 pagine semplicemente perfette! 

Perché leggerlo? Perché è un libro capace di rendere universali i personaggi e le vicende che racconta. Ogni lettore avrà la sensazione di ritrovare qualcosa di sé e del suo stare nel mondo con gli altri.

Una citazione dal libro: «[…] non si può attribuire alla malattia tutto quello che mi succede, e per questo davanti a ogni nuovo sintomo o dolore la prima cosa non deve essere attaccare con qualche medicina ma verificare che la causa non sia un’altra. «Il fatto è che questa non è l’unica cosa che succede al tuo corpo» ecco un’altra delle tipiche frasi di Ribero. Ed è una delle mie preferite: mi aiuta a ricordare che, fuori dal suo studio e dalla sua area di influenza, il mio corpo continua a esistere nel mondo, continuano a succedergli cose».

Federica Merlo

Vera Giaconi, classe 1974, scrittrice di origini uruguaiane da molti anni trapiantata a Buenos Aires è considerata una delle voci latinoamericane più importanti della sua generazione. Persone care è la sua seconda raccolta di racconti, che in italiano leggiamo grazie alla bella traduzione di Giulia Zavagna per la casa editrice SUR.
Si tratta di dieci «short stories» incentrate sull’analisi delle relazioni interpersonali, siano esse tra parenti, amici o semplici conoscenti. Giaconi, con una prosa che molti critici hanno definito scarna e precisa, indaga le relazioni umane nei loro dettagli più ambigui, oscuri e contradditori, catapultando il lettore nel clou delle vicende narrate, senza troppi preamboli e senza regalargli un vero scioglimento finale.
Come spesso accade quando si tratta di raccolte di racconti, siamo portati ad eleggere il nostro preferito. Nel mio caso è Limbo, il numero sei, nel quale viene narrata la relazione tra una paziente affetta da una malattia a cui «si applicano tre degli aggettivi peggiori in assoluto: cronica, progressiva e incurabile […]» e il suo medico che si ammala a sua volta ed è costretto nel letto di un ospedale. 15 pagine semplicemente perfette! 

Perché leggerlo? Perché è un libro capace di rendere universali i personaggi e le vicende che racconta. Ogni lettore avrà la sensazione di ritrovare qualcosa di sé e del suo stare nel mondo con gli altri.

Una citazione dal libro: «[…] non si può attribuire alla malattia tutto quello che mi succede, e per questo davanti a ogni nuovo sintomo o dolore la prima cosa non deve essere attaccare con qualche medicina ma verificare che la causa non sia un’altra. «Il fatto è che questa non è l’unica cosa che succede al tuo corpo» ecco un’altra delle tipiche frasi di Ribero. Ed è una delle mie preferite: mi aiuta a ricordare che, fuori dal suo studio e dalla sua area di influenza, il mio corpo continua a esistere nel mondo, continuano a succedergli cose».

Federica Merlo

Vera Giaconi, classe 1974, scrittrice di origini uruguaiane da molti anni trapiantata a Buenos Aires è considerata una delle voci latinoamericane più importanti della sua generazione. Persone care è la sua seconda raccolta di racconti, che in italiano leggiamo grazie alla bella traduzione di Giulia Zavagna per la casa editrice SUR.

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Prima di noi
Prima di noi
Giorgio Fontana
Sellerio, Palermo, 2020
Giorgio Fontana
Sellerio, Palermo, 2020

Un anno fa, il 3 febbraio 2020, prima dell’arrivo della pandemia che ancora oggi ci costringe alla distanza e agli «schermi», partecipavo all’ultima presentazione di un libro in presenza dell’autore. Quel libro era Prima di noi, ultimo romanzo dello scrittore Giorgio Fontana, già vincitore del premio Campiello nel 2014 con Morte di un uomo felice.
Probabilmente, chi meglio è riuscita a descrivere in poche parole la grandezza e l’importanza di questo «librone» di 886 pagine è stata la scrittrice Claudia Durastanti, che con Fontana condivide la giovane età (entrambi nati nei primi anni ottanta) e la fama nel panorama letterario italiano: «Questo romanzo è un proiettile che entra nel Novecento italiano, passa la storia da parte a parte e fuoriesce dal presente trasformando il lettore, dopo essergli entrato nella testa quanto nel cuore». Fontana ha scritto quello che si definisce un «grande romanzo italiano», una saga, quella della famiglia Sartori, che parte dalla battaglia di Caporetto e arriva fino al decennio appena trascorso. Quattro generazioni, tanti personaggi e tanti avvenimenti della storia italiana che, non solo fanno da sfondo alle vicende familiari, ma diventano i veri motori delle stesse.
Detta così, rischia di spaventare… ma, vi assicuro, Fontana è talmente abile a gestire la sua prosa lineare e raffinata, che i brevi capitoli da cui sono composte le undici parti in ordine cronologico in cui il testo si divide, scorrono veloci e non si vorrebbe mai arrivare alla fine. 

Perché leggerlo? Recentissima è la notizia che Prima di noi ha vinto il prestigioso premio Bagutta 2021… un’altra conferma che questo libro non bisogna farselo sfuggire!

Una citazione dal libro: «Poi il contadino lo portò nel folto del bosco e gli mostrò una risorgiva, una polla d’acqua parzialmente ghiacciata e gli disse di toccarla per sentire il respiro del torrente. Davide affondò il pugno e il gelo gli risalì fino alla spalla, quindi aprì le dita e appoggiò il polso nel punto dove gli aveva detto l’uomo. La sabbia pulsava. Era come tenere la mano su una bocca che si apriva e chiudeva».

Federica Merlo

Un anno fa, il 3 febbraio 2020, prima dell’arrivo della pandemia che ancora oggi ci costringe alla distanza e agli «schermi», partecipavo all’ultima presentazione di un libro in presenza dell’autore. Quel libro era Prima di noi, ultimo romanzo dello scrittore Giorgio Fontana, già vincitore del premio Campiello nel 2014 con Morte di un uomo felice.
Probabilmente, chi meglio è riuscita a descrivere in poche parole la grandezza e l’importanza di questo «librone» di 886 pagine è stata la scrittrice Claudia Durastanti, che con Fontana condivide la giovane età (entrambi nati nei primi anni ottanta) e la fama nel panorama letterario italiano: «Questo romanzo è un proiettile che entra nel Novecento italiano, passa la storia da parte a parte e fuoriesce dal presente trasformando il lettore, dopo essergli entrato nella testa quanto nel cuore». Fontana ha scritto quello che si definisce un «grande romanzo italiano», una saga, quella della famiglia Sartori, che parte dalla battaglia di Caporetto e arriva fino al decennio appena trascorso. Quattro generazioni, tanti personaggi e tanti avvenimenti della storia italiana che, non solo fanno da sfondo alle vicende familiari, ma diventano i veri motori delle stesse.
Detta così, rischia di spaventare… ma, vi assicuro, Fontana è talmente abile a gestire la sua prosa lineare e raffinata, che i brevi capitoli da cui sono composte le undici parti in ordine cronologico in cui il testo si divide, scorrono veloci e non si vorrebbe mai arrivare alla fine. 

Perché leggerlo? Recentissima è la notizia che Prima di noi ha vinto il prestigioso premio Bagutta 2021… un’altra conferma che questo libro non bisogna farselo sfuggire!

Una citazione dal libro: «Poi il contadino lo portò nel folto del bosco e gli mostrò una risorgiva, una polla d’acqua parzialmente ghiacciata e gli disse di toccarla per sentire il respiro del torrente. Davide affondò il pugno e il gelo gli risalì fino alla spalla, quindi aprì le dita e appoggiò il polso nel punto dove gli aveva detto l’uomo. La sabbia pulsava. Era come tenere la mano su una bocca che si apriva e chiudeva».

Federica Merlo

Un anno fa, il 3 febbraio 2020, prima dell’arrivo della pandemia che ancora oggi ci costringe alla distanza e agli «schermi», partecipavo all’ultima presentazione di un libro in presenza dell’autore. Quel libro era Prima di noi, ultimo romanzo dello scrittore Giorgio Fontana, già vincitore del premio Campiello nel 2014 con Morte di un uomo felice.

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I poveri
I poveri
William Tanner Vollmann
minimum fax, Roma, 2020
William Tanner Vollmann
minimum fax, Roma, 2020

«Ci sono pochi scrittori contemporanei che, come William T. Vollmann, rimescolano continuamente il confine tra arte e vita. E ci sono pochi scrittori che, al pari di Vollmann, hanno un’idea della letteratura più alta, esclusiva, quasi religiosa» scrive Roberto Festa in un articolo apparso su La Repubblica (Aprile 2020). Questo I poveri (pubblicato nel 2007 negli Stati Uniti e portato per la prima volta in Italia nel 2020 da minimum fax) è, come tutta la produzione del geniale e prolifico scrittore Californiano, di difficile definizione. Nel corso della sua lettura ci si rende presto conto che l’opera che abbiamo tra le mani è tante cose insieme: un’inchiesta giornalistica con interviste e fotografie, un saggio corredato da un voluminoso apparato di fonti e una raccolta di esperienze personali dell’autore in stile diario di viaggio. La cosa stupefacente è che il tutto, in puro stile Vollmann, è sia mischiato e magistralmente gestito a livello formale, sia scritto con una prosa e una capacità descrittiva tra le migliori oggi in circolazione. Il libro ruota attorno alle risposte a una semplice domanda, «Perché sei povero/a?» posta dallo stesso scrittore alle persone «povere» (la stessa definizione «povero/a» viene continuamente rimessa in discussione) incontrate nelle varie parti del pianeta. Grazie alle molteplici prospettive dei diversi «poveri» conosciuti e intervistati, quello che alla fine risulta è un’analisi multisfacettata e continuamente ridiscussa nei suoi aspetti più critici e problematici (scissione fra l’osservatore e l’osservato, scelta di pagare le interviste, povertà assoluta versus relativa). Lo stesso autore scrive che «questo libro abbonda di ipotesi e interpretazioni, che però sono il mio sincero tentativo di comprendere dei fenomeni». Non aspettatevi retorica, non aspettatevi paternalismo e soprattutto non aspettatevi risposte… la grandezza di Vollmann sta tutta nel caos schizofrenico delle sue narrazioni, che amerete (o odierete) alla follia. 

Perché leggerlo? Perché, nonostante io non creda esistano scrittori o libri «necessari», chi pensa che la letteratura possa fornirci strumenti, in forma di storie, per comprendere noi stessi e ciò che ci circonda, dovrebbe leggere Vollmann. 

Una citazione dal libro: «Siccome desidero rispettare le impressioni e le esperienze dei poveri, rifiuto di dire che so meglio di loro ciò che gli conviene; di conseguenza mi rifiuto di degnarli della pietà che finge che i poveri non abbiano scelta o, peggio ancora, che indora ogni loro scelta di benevola approvazione. Ancora una volta vi presento l’evidenza: i poveri sono umani né più né meno di noi; di conseguenza meritano di essere giudicati e compresi esattamente come giudico e comprendo me stesso».

Federica Merlo

«Ci sono pochi scrittori contemporanei che, come William T. Vollmann, rimescolano continuamente il confine tra arte e vita. E ci sono pochi scrittori che, al pari di Vollmann, hanno un’idea della letteratura più alta, esclusiva, quasi religiosa» scrive Roberto Festa in un articolo apparso su La Repubblica (Aprile 2020). Questo I poveri (pubblicato nel 2007 negli Stati Uniti e portato per la prima volta in Italia nel 2020 da minimum fax) è, come tutta la produzione del geniale e prolifico scrittore Californiano, di difficile definizione. Nel corso della sua lettura ci si rende presto conto che l’opera che abbiamo tra le mani è tante cose insieme: un’inchiesta giornalistica con interviste e fotografie, un saggio corredato da un voluminoso apparato di fonti e una raccolta di esperienze personali dell’autore in stile diario di viaggio. La cosa stupefacente è che il tutto, in puro stile Vollmann, è sia mischiato e magistralmente gestito a livello formale, sia scritto con una prosa e una capacità descrittiva tra le migliori oggi in circolazione. Il libro ruota attorno alle risposte a una semplice domanda, «Perché sei povero/a?» posta dallo stesso scrittore alle persone «povere» (la stessa definizione «povero/a» viene continuamente rimessa in discussione) incontrate nelle varie parti del pianeta. Grazie alle molteplici prospettive dei diversi «poveri» conosciuti e intervistati, quello che alla fine risulta è un’analisi multisfacettata e continuamente ridiscussa nei suoi aspetti più critici e problematici (scissione fra l’osservatore e l’osservato, scelta di pagare le interviste, povertà assoluta versus relativa). Lo stesso autore scrive che «questo libro abbonda di ipotesi e interpretazioni, che però sono il mio sincero tentativo di comprendere dei fenomeni». Non aspettatevi retorica, non aspettatevi paternalismo e soprattutto non aspettatevi risposte… la grandezza di Vollmann sta tutta nel caos schizofrenico delle sue narrazioni, che amerete (o odierete) alla follia. 

Perché leggerlo? Perché, nonostante io non creda esistano scrittori o libri «necessari», chi pensa che la letteratura possa fornirci strumenti, in forma di storie, per comprendere noi stessi e ciò che ci circonda, dovrebbe leggere Vollmann. 

Una citazione dal libro: «Siccome desidero rispettare le impressioni e le esperienze dei poveri, rifiuto di dire che so meglio di loro ciò che gli conviene; di conseguenza mi rifiuto di degnarli della pietà che finge che i poveri non abbiano scelta o, peggio ancora, che indora ogni loro scelta di benevola approvazione. Ancora una volta vi presento l’evidenza: i poveri sono umani né più né meno di noi; di conseguenza meritano di essere giudicati e compresi esattamente come giudico e comprendo me stesso».

Federica Merlo

«Ci sono pochi scrittori contemporanei che, come William T. Vollmann, rimescolano continuamente il confine tra arte e vita. E ci sono pochi scrittori che, al pari di Vollmann, hanno un’idea della letteratura più alta, esclusiva, quasi religiosa» scrive Roberto Festa in un articolo apparso su La Repubblica (Aprile 2020).

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Nella casa dei tuoi sogni
Nella casa dei tuoi sogni
Carmen Maria Machado
Codice Edizioni, Torino, 2020
Carmen Maria Machado
Codice Edizioni, Torino, 2020

Dopo l’esordio esplosivo con la raccolta di racconti Il suo corpo e altre feste (sempre Codice Edizioni, 2019), finalista al National Book Award, e quando tutti si sarebbero aspettati dalla giovane e talentuosa scrittrice americana Carmen Maria Machado un romanzo, lei spariglia le carte e pubblica un memoir.
Nel prologo è la stessa Machado a dichiarare i suoi intenti «Il memoir, in fondo, è un atto di resurrezione. Chi scrive un memoir ri-crea il passato, ricostruisce un dialogo. Evoca un significato da eventi che per lungo tempo sono rimasti dormienti. Impasta tra loro le argille della memoria, del saggio, dei dati di fatto e della percezione, le riduce a una palla e le appiattisce come una sfoglia. Manipola il tempo, resuscita i morti. Inserisce se stesso, e altri, nel necessario contesto».
Nella casa dei tuoi sogni racconta una relazione di coppia, quella tra la scrittrice e la sua ragazza e convivente (il tema della «casa» è fondamentale durante tutta la narrazione) ai tempi della scuola di specializzazione universitaria. Si tratta di un rapporto nel quale la Machado subisce continue violenze psicologiche e viene pesantemente sottomessa da quella che nel libro è sempre definita «la ragazza della casa dei tuoi sogni».
Due sono le chiavi di lettura del libro: la prima, chiaramente, l’analisi di questa relazione abusiva, che la scrittrice utilizza non solo per capire sé stessa, ma anche per ripescare dal passato una letteratura dimenticata che racconta di relazioni omosessuali violente tra donne; la seconda, una profonda riflessione sulla scrittura e sulla natura stessa del memoir.  

Perché leggerlo? Perché questo è tra i libri più importanti usciti negli ultimi anni! È quello che dovrebbe essere tutta la letteratura contemporanea e futura: sperimentazione a livelli altissimi (es. numerosi generi letterari, rimandi alla cultura pop, giochi con la struttura, alternanza di prima, seconda e terza persona, narratore inaffidabile, enorme lavoro di documentazione) e mai fine a sé stessa. È un libro post-moderno che va oltre al post-modernismo. Chi ama la lettura, non può non amare La casa dei tuoi sogni

Una citazione dal libro: «Ma il mio sistema nervoso ricorda. Le pupille dei miei occhi. La mia corteccia cerebrale, con la sua memoria, il linguaggio e la consapevolezza. Loro ricorderanno per sempre, o almeno fino a quando ci sarò io. Possono ancora salire al banco dei testimoni. La mia memoria ha qualcosa da dire su come il trauma ha alterato il dna del mio corpo, come un antico virus.
Penso molto a quale testimonianza, se fosse stata soppesata, registrata o conservata mi avrebbe aiutato a perorare la mia causa. Non propriamente in un’aula di giustizia, perché tante cose che ci succedono vanno al di là dell’ambito di un sistema legale pur perfettamente funzionante. Ma il tribunale delle altre persone, il tribunale del corpo, il tribunale della storia queer».

Federica Merlo

Dopo l’esordio esplosivo con la raccolta di racconti Il suo corpo e altre feste (sempre Codice Edizioni, 2019), finalista al National Book Award, e quando tutti si sarebbero aspettati dalla giovane e talentuosa scrittrice americana Carmen Maria Machado un romanzo, lei spariglia le carte e pubblica un memoir.
Nel prologo è la stessa Machado a dichiarare i suoi intenti «Il memoir, in fondo, è un atto di resurrezione. Chi scrive un memoir ri-crea il passato, ricostruisce un dialogo. Evoca un significato da eventi che per lungo tempo sono rimasti dormienti. Impasta tra loro le argille della memoria, del saggio, dei dati di fatto e della percezione, le riduce a una palla e le appiattisce come una sfoglia. Manipola il tempo, resuscita i morti. Inserisce se stesso, e altri, nel necessario contesto».
Nella casa dei tuoi sogni racconta una relazione di coppia, quella tra la scrittrice e la sua ragazza e convivente (il tema della «casa» è fondamentale durante tutta la narrazione) ai tempi della scuola di specializzazione universitaria. Si tratta di un rapporto nel quale la Machado subisce continue violenze psicologiche e viene pesantemente sottomessa da quella che nel libro è sempre definita «la ragazza della casa dei tuoi sogni».
Due sono le chiavi di lettura del libro: la prima, chiaramente, l’analisi di questa relazione abusiva, che la scrittrice utilizza non solo per capire sé stessa, ma anche per ripescare dal passato una letteratura dimenticata che racconta di relazioni omosessuali violente tra donne; la seconda, una profonda riflessione sulla scrittura e sulla natura stessa del memoir.  

Perché leggerlo? Perché questo è tra i libri più importanti usciti negli ultimi anni! È quello che dovrebbe essere tutta la letteratura contemporanea e futura: sperimentazione a livelli altissimi (es. numerosi generi letterari, rimandi alla cultura pop, giochi con la struttura, alternanza di prima, seconda e terza persona, narratore inaffidabile, enorme lavoro di documentazione) e mai fine a sé stessa. È un libro post-moderno che va oltre al post-modernismo. Chi ama la lettura, non può non amare La casa dei tuoi sogni

Una citazione dal libro: «Ma il mio sistema nervoso ricorda. Le pupille dei miei occhi. La mia corteccia cerebrale, con la sua memoria, il linguaggio e la consapevolezza. Loro ricorderanno per sempre, o almeno fino a quando ci sarò io. Possono ancora salire al banco dei testimoni. La mia memoria ha qualcosa da dire su come il trauma ha alterato il dna del mio corpo, come un antico virus.
Penso molto a quale testimonianza, se fosse stata soppesata, registrata o conservata mi avrebbe aiutato a perorare la mia causa. Non propriamente in un’aula di giustizia, perché tante cose che ci succedono vanno al di là dell’ambito di un sistema legale pur perfettamente funzionante. Ma il tribunale delle altre persone, il tribunale del corpo, il tribunale della storia queer».

Federica Merlo

Dopo l’esordio esplosivo con la raccolta di racconti Il suo corpo e altre feste (sempre Codice Edizioni, 2019), finalista al National Book Award, e quando tutti si sarebbero aspettati dalla giovane e talentuosa scrittrice americana Carmen Maria Machado un romanzo, lei spariglia le carte e pubblica un memoir.

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Bill
Bill
Helen Humphreys
Playground, Roma, 2020
Helen Humphreys
Playground, Roma, 2020

Da tempo sento parlare di Helen Humphreys, scrittrice e poetessa canadese che in Italia è pubblicata dalla piccola casa editrice indipendente Playground. Tuttavia, è stato solo con questo suo ultimo romanzo, intitolato Bill, che finalmente mi sono decisa a leggere qualcosa di suo… e meno male che l’ho fatto! La narrazione prende il via nel 1947, nella piatta provincia canadese del Saskatchewan, raccontandoci di un’amicizia tra il ragazzino dodicenne Leonard e il vagabondo del paese Bill. In realtà, s’intuisce in fretta che questo è solo lo spunto di partenza di una vicenda che, con alcuni salti temporali (si arriva fino al 1970), toccherà i momenti più tragici delle vite dei due protagonisti.
Come spesso capita in queste recensioni, preferisco non raccontarvi altro della trama. Il libro è ricco di colpi di scena e mi piacerebbe che questi provocassero in voi lo stesso effetto sopresa che hanno avuto in me. Aggiungo solo che nel romanzo (ispirato a fatti realmente accaduti) si parla anche di psichiatria e che viene descritto, senza complicazioni tecniche che avrebbero appesantito la narrazione, l’utilizzo sperimentale dell’LSD da parte dei medici dell’ospedale di Weyburn, negli anni Cinquanta.
Insomma, Bill è un libro che mi è piaciuto moltissimo, nel quale la Humphreys, con una prosa elegante, riesce ad intrecciare sapientemente il racconto delle vicende con le descrizioni dei luoghi e a portarci all’interno del personaggio di Leonard (io narrante) e delle sue profonde inquietudini in maniera magistrale.

Perché leggerlo? Perché è un libro profondo, ma che, a differenza di testi più complessi che si occupano delle medesime tematiche (bullismo, violenza domestica, malattia mentale, rieducazione e reintegrazione nella società), si divora in poche ore, senza mai riuscire a staccarsi dalle pagine.

Una citazione dal libro: «C’è sempre un luogo fuori dalla storia, da dove questa stessa storia viene raccontata. Non può essere narrata da dentro. Come potrebbe? Deve essersi conclusa prima che si possa raccontare […] Ma capita che in una storia ci siano momenti che possono funzionare da finale, che lo sembrino. E i momenti in cui Bill mi ha lasciato dormire, e ha pronunciato quelle parole, «Bado io a te», mi sono sembrati proprio questo, una conclusione: la giusta conclusione, almeno per me».

Federica Merlo

 

Da tempo sento parlare di Helen Humphreys, scrittrice e poetessa canadese che in Italia è pubblicata dalla piccola casa editrice indipendente Playground. Tuttavia, è stato solo con questo suo ultimo romanzo, intitolato Bill, che finalmente mi sono decisa a leggere qualcosa di suo… e meno male che l’ho fatto! La narrazione prende il via nel 1947, nella piatta provincia canadese del Saskatchewan, raccontandoci di un’amicizia tra il ragazzino dodicenne Leonard e il vagabondo del paese Bill. In realtà, s’intuisce in fretta che questo è solo lo spunto di partenza di una vicenda che, con alcuni salti temporali (si arriva fino al 1970), toccherà i momenti più tragici delle vite dei due protagonisti.
Come spesso capita in queste recensioni, preferisco non raccontarvi altro della trama. Il libro è ricco di colpi di scena e mi piacerebbe che questi provocassero in voi lo stesso effetto sopresa che hanno avuto in me. Aggiungo solo che nel romanzo (ispirato a fatti realmente accaduti) si parla anche di psichiatria e che viene descritto, senza complicazioni tecniche che avrebbero appesantito la narrazione, l’utilizzo sperimentale dell’LSD da parte dei medici dell’ospedale di Weyburn, negli anni Cinquanta.
Insomma, Bill è un libro che mi è piaciuto moltissimo, nel quale la Humphreys, con una prosa elegante, riesce ad intrecciare sapientemente il racconto delle vicende con le descrizioni dei luoghi e a portarci all’interno del personaggio di Leonard (io narrante) e delle sue profonde inquietudini in maniera magistrale.

Perché leggerlo? Perché è un libro profondo, ma che, a differenza di testi più complessi che si occupano delle medesime tematiche (bullismo, violenza domestica, malattia mentale, rieducazione e reintegrazione nella società), si divora in poche ore, senza mai riuscire a staccarsi dalle pagine.

Una citazione dal libro: «C’è sempre un luogo fuori dalla storia, da dove questa stessa storia viene raccontata. Non può essere narrata da dentro. Come potrebbe? Deve essersi conclusa prima che si possa raccontare […] Ma capita che in una storia ci siano momenti che possono funzionare da finale, che lo sembrino. E i momenti in cui Bill mi ha lasciato dormire, e ha pronunciato quelle parole, «Bado io a te», mi sono sembrati proprio questo, una conclusione: la giusta conclusione, almeno per me».

Federica Merlo

 

Da tempo sento parlare di Helen Humphreys, scrittrice e poetessa canadese che in Italia è pubblicata dalla piccola casa editrice indipendente Playground. Tuttavia, è stato solo con questo suo ultimo romanzo, intitolato Bill, che finalmente mi sono decisa a leggere qualcosa di suo… e meno male che l’ho fatto! La narrazione prende il via nel 1947, nella piatta provincia canadese del Saskatchewan, raccontandoci di un’amicizia tra il ragazzino dodicenne Leonard e il vagabondo del paese Bill.

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Abbandonare un gatto
Abbandonare un gatto
Murakami Haruki
Einaudi, Torino, 2020
Murakami Haruki
Einaudi, Torino, 2020

Alla fatidica domanda «… scrittrici e scrittori preferiti?», capita spesso che io ne dimentichi o ne aggiunga qualcuna o qualcuno rispetto alla risposta data la volta precedente. Tuttavia, ce n’è uno che «fa storia a sé» e che sarà sempre tra i primi dell’elenco: Murakami Haruki. I motivi della mia devozione per questo scrittore giapponese sono molteplici. Tra questi però, quello che prevale su tutti gli altri è il potere «terapeutico» che ha, su di me, la sua scrittura. Non avevo dubbi, quindi, che anche nel caso del suo ultimo libro (appena pubblicato in una meravigliosa edizione Supercoralli Einaudi, illustrata da Emiliano Ponzi), questa magia si sarebbe nuovamente ripetuta… e così è stato.
Abbandonare un gatto non è un romanzo ma un racconto breve di una settantina di pagine, illustrazioni comprese, nel quale Murakami ci racconta, nonostante dal titolo sia impossibile intuirlo, alcuni episodi della vita di suo padre. L’autore stesso nella postfazione ci dice «Da tanto tempo avevo in mente di scrivere qualcosa di adeguato su mio padre […] Finché, per caso, mi sono ricordato che una volta, da bambino, ero andato con mio padre ad abbandonare un gatto su una spiaggia; ho cominciato a scrivere da lì, e il racconto è venuto fuori da solo, molto più facilmente di quanto avessi pensato».
Ciò che rende speciale questo libro è che, attraverso il racconto delle sue origini, Murakami ci consegna, con estrema delicatezza, anche la sua personale visione della vita.
In conclusione, suggerirei agli amanti dei gatti di non lasciarsi intimidire dal titolo. Anzi, proprio agli amici quattrozampe lo scrittore dedica, in maniera quasi circolare, l’inizio e la fine di questo straordinario racconto… non posso svelarvi di più!

Perché leggerlo? Per due motivi. Primo: un racconto breve è il modo migliore per approcciare uno scrittore che non si è mai letto. Secondo: queste edizioni illustrate (Einaudi ne ha a catalogo anche altre) sono splendide da comprare per sé e da regalare.

Una citazione dal libro: «In altre parole, ognuno di noi è una delle innumerevoli, anonime gocce di pioggia che cadono su una vasta pianura. Una goccia che ha una sua individualità, ma è sostituibile. Eppure quella goccia di pioggia ha i suoi pensieri, ha la sua storia e il dovere di continuarla. Non lo dobbiamo dimenticare. Anche se si perde la propria individualità per essere inglobati e annullati in una qualche massa. Anzi, dovrei dire «proprio perché si è inglobati in una massa».

Federica Merlo

 

Alla fatidica domanda «… scrittrici e scrittori preferiti?», capita spesso che io ne dimentichi o ne aggiunga qualcuna o qualcuno rispetto alla risposta data la volta precedente. Tuttavia, ce n’è uno che «fa storia a sé» e che sarà sempre tra i primi dell’elenco: Murakami Haruki. I motivi della mia devozione per questo scrittore giapponese sono molteplici. Tra questi però, quello che prevale su tutti gli altri è il potere «terapeutico» che ha, su di me, la sua scrittura. Non avevo dubbi, quindi, che anche nel caso del suo ultimo libro (appena pubblicato in una meravigliosa edizione Supercoralli Einaudi, illustrata da Emiliano Ponzi), questa magia si sarebbe nuovamente ripetuta… e così è stato.
Abbandonare un gatto non è un romanzo ma un racconto breve di una settantina di pagine, illustrazioni comprese, nel quale Murakami ci racconta, nonostante dal titolo sia impossibile intuirlo, alcuni episodi della vita di suo padre. L’autore stesso nella postfazione ci dice «Da tanto tempo avevo in mente di scrivere qualcosa di adeguato su mio padre […] Finché, per caso, mi sono ricordato che una volta, da bambino, ero andato con mio padre ad abbandonare un gatto su una spiaggia; ho cominciato a scrivere da lì, e il racconto è venuto fuori da solo, molto più facilmente di quanto avessi pensato».
Ciò che rende speciale questo libro è che, attraverso il racconto delle sue origini, Murakami ci consegna, con estrema delicatezza, anche la sua personale visione della vita.
In conclusione, suggerirei agli amanti dei gatti di non lasciarsi intimidire dal titolo. Anzi, proprio agli amici quattrozampe lo scrittore dedica, in maniera quasi circolare, l’inizio e la fine di questo straordinario racconto… non posso svelarvi di più!

Perché leggerlo? Per due motivi. Primo: un racconto breve è il modo migliore per approcciare uno scrittore che non si è mai letto. Secondo: queste edizioni illustrate (Einaudi ne ha a catalogo anche altre) sono splendide da comprare per sé e da regalare.

Una citazione dal libro: «In altre parole, ognuno di noi è una delle innumerevoli, anonime gocce di pioggia che cadono su una vasta pianura. Una goccia che ha una sua individualità, ma è sostituibile. Eppure quella goccia di pioggia ha i suoi pensieri, ha la sua storia e il dovere di continuarla. Non lo dobbiamo dimenticare. Anche se si perde la propria individualità per essere inglobati e annullati in una qualche massa. Anzi, dovrei dire «proprio perché si è inglobati in una massa».

Federica Merlo

 

Alla fatidica domanda «… scrittrici e scrittori preferiti?», capita spesso che io ne dimentichi o ne aggiunga qualcuna o qualcuno rispetto alla risposta data la volta precedente. Tuttavia, ce n’è uno che «fa storia a sé» e che sarà sempre tra i primi dell’elenco: Murakami Haruki. I motivi della mia devozione per questo scrittore giapponese sono molteplici. Tra questi però, quello che prevale su tutti gli altri è il potere «terapeutico» che ha, su di me, la sua scrittura.

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Sirene
Sirene
Laura Pugno
Marsilio, Venezia, 2017
Laura Pugno
Marsilio, Venezia, 2017

Uscito per Einaudi nel 2007 e ripubblicato da Marsilio dieci anni dopo, Sirene continua ad essere un unicum nel panorama letterario italiano e un successo che non subisce il passare del tempo. La scrittrice (anche poetessa) Laura Pugno, in questo suo folgorante e disturbante romanzo d’esordio riprende dal mito l’archetipo della sirena e di Atlantide, la città sommersa, e li reinterpreta in chiave distopica. Senza chiari riferimenti che facciano capire dove la vicenda è ambientata (forse il Giappone? Forse la California?) e quando (probabilmente un futuro non troppo lontano), al lettore vengono descritte da un narratore onniscente in terza persona le vicende di Samuel, sorvegliante di una vasca per l’allevamento di sirene con lo scopo di macellarle e ottenerne la loro carne. In questo universo bagnato, post-industriale, violento e governato da una mafia internazionale, la yakuza, gli umani sono costretti a proteggersi dalla luce solare che provoca il «cancro nero», malattia rapidamente mortale. A sconvolgere un ordine già disordinato è (ed ancora vediamo il forte richiamo alla mitologia) l’unione del protagonista con un sirena femmina, che porterà alla nascita di Mia, essere ibrido, metà sirena e metà umana, dalla quale, forse, originerà una nuova specie cosciente.
Sirene è fantasy nero, dal finale non lieto e aperto… aperto su tutto quello che la bravissima autrice è riuscita ad inserire in 134 pagine che si leggono tutte d’un fiato: il femminismo, l’oppressione di genere e di classe, la violenza e la sottomissione nei confronti delle altre specie, il cambiamento climatico che genera catastrofi e malattie.
A lettura conclusa ciò che resta è una sensazione spaventosa e premonitrice dell’imminente tramonto del genere umano.
Un’ultima considerazione deve essere doverosamente dedicata alla scrittura. Pungo in Sirene usa una prosa affilata, limpida e a tratti scientifica (si nota il gusto per le precise descrizioni anatomiche) che Vincenzo Latronico sulla rivista Esquire (2017) non ha esitato a definire «dinamica come quella di Asimov e cruda e crudele come quella della Didion». Io aggiungo che ci vedo qualcosa di Stephen King. 

Perché leggerlo? Perchè a maggio 2020 i «Grandi Lettori» e le «Grandi Lettrici» delle Classifiche di Qualità de l’Indiscreto hanno votato quelle che per loro sono state le migliori opere di narrativa italiana degli ultimi vent’anni e Sirene di Laura Pugno si è piazzato «solo» al quarto posto! Prima di lei Walter Siti con Troppi paradisi, Giorgio Vasta (presentato a Babel Festival 2020, come Sirene) con Il tempo materiale e Michele Mari con Leggenda privata

Una citazione dal libro: «Samuel controllò il display. Le cifre luminose si modificarono a velocità vertiginosa per poi stabilizzarsi. Valori animali standard. 
Fece altri controlli. Radiografia, ecografia, body scan. La mappa completa dello scheletro e dei tessuti molli.
La mezzoumana si agitava sul lettino. Samuel le coprì la bocca con un pezzo di nastro adesivo, perché il suo verso da foca, o il richiamo, non facesse entrare in agitazione il branco nelle vasche. Dovrei mettere la cuffia pensò.

Questo libro è stato presentato a Babel festival 2020.

Federica Merlo

Uscito per Einaudi nel 2007 e ripubblicato da Marsilio dieci anni dopo, Sirene continua ad essere un unicum nel panorama letterario italiano e un successo che non subisce il passare del tempo. La scrittrice (anche poetessa) Laura Pugno, in questo suo folgorante e disturbante romanzo d’esordio riprende dal mito l’archetipo della sirena e di Atlantide, la città sommersa, e li reinterpreta in chiave distopica. Senza chiari riferimenti che facciano capire dove la vicenda è ambientata (forse il Giappone? Forse la California?) e quando (probabilmente un futuro non troppo lontano), al lettore vengono descritte da un narratore onniscente in terza persona le vicende di Samuel, sorvegliante di una vasca per l’allevamento di sirene con lo scopo di macellarle e ottenerne la loro carne. In questo universo bagnato, post-industriale, violento e governato da una mafia internazionale, la yakuza, gli umani sono costretti a proteggersi dalla luce solare che provoca il «cancro nero», malattia rapidamente mortale. A sconvolgere un ordine già disordinato è (ed ancora vediamo il forte richiamo alla mitologia) l’unione del protagonista con un sirena femmina, che porterà alla nascita di Mia, essere ibrido, metà sirena e metà umana, dalla quale, forse, originerà una nuova specie cosciente.
Sirene è fantasy nero, dal finale non lieto e aperto… aperto su tutto quello che la bravissima autrice è riuscita ad inserire in 134 pagine che si leggono tutte d’un fiato: il femminismo, l’oppressione di genere e di classe, la violenza e la sottomissione nei confronti delle altre specie, il cambiamento climatico che genera catastrofi e malattie.
A lettura conclusa ciò che resta è una sensazione spaventosa e premonitrice dell’imminente tramonto del genere umano.
Un’ultima considerazione deve essere doverosamente dedicata alla scrittura. Pungo in Sirene usa una prosa affilata, limpida e a tratti scientifica (si nota il gusto per le precise descrizioni anatomiche) che Vincenzo Latronico sulla rivista Esquire (2017) non ha esitato a definire «dinamica come quella di Asimov e cruda e crudele come quella della Didion». Io aggiungo che ci vedo qualcosa di Stephen King. 

Perché leggerlo? Perchè a maggio 2020 i «Grandi Lettori» e le «Grandi Lettrici» delle Classifiche di Qualità de l’Indiscreto hanno votato quelle che per loro sono state le migliori opere di narrativa italiana degli ultimi vent’anni e Sirene di Laura Pugno si è piazzato «solo» al quarto posto! Prima di lei Walter Siti con Troppi paradisi, Giorgio Vasta (presentato a Babel Festival 2020, come Sirene) con Il tempo materiale e Michele Mari con Leggenda privata

Una citazione dal libro: «Samuel controllò il display. Le cifre luminose si modificarono a velocità vertiginosa per poi stabilizzarsi. Valori animali standard. 
Fece altri controlli. Radiografia, ecografia, body scan. La mappa completa dello scheletro e dei tessuti molli.
La mezzoumana si agitava sul lettino. Samuel le coprì la bocca con un pezzo di nastro adesivo, perché il suo verso da foca, o il richiamo, non facesse entrare in agitazione il branco nelle vasche. Dovrei mettere la cuffia pensò.

Questo libro è stato presentato a Babel festival 2020.

Federica Merlo

Uscito per Einaudi nel 2007 e ripubblicato da Marsilio dieci anni dopo, Sirene continua ad essere un unicum nel panorama letterario italiano e un successo che non subisce il passare del tempo. La scrittrice (anche poetessa) Laura Pugno, in questo suo folgorante e disturbante romanzo d’esordio riprende dal mito l’archetipo della sirena e di Atlantide, la città sommersa, e li reinterpreta in chiave distopica. Senza chiari riferimenti che facciano capire dove la vicenda è ambientata (forse il Giappone?

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La dolce indifferenza del mondo
La dolce indifferenza del mondo
Peter Stamm
Casagrande, Bellinzona, 2020
Peter Stamm
Casagrande, Bellinzona, 2020

L’autore svizzero Peter Stamm, nel suo La dolce indifferenza del mondo, ci parla di uno scrittore che ha scritto un solo romanzo di enorme successo… sospettosamente simile al libro che stiamo leggendo. Basterebbero questo intrigante espediente e una scrittura elegantissima e minimale («sai quei momenti in autunno che, a un tratto, pensi che sia primavera?», «scrivere non significa fare, ma trovare») per farci apprezzare la grandezza di questo breve libro. Invece Stamm va oltre e costruisce una trama interamente basata sul tema del doppio, topos letterario da sempre presente in letteratura e per questo pericoloso da trattare senza risultare banali, dove quattro identità, Christoph (lo scrittore protagonista ed io narrante), Lena, Chris e Magdalena si intrecciano («Forse tutti hanno un doppio da qualche parte […] E Lei ha avuto semplicemente la sfortuna di incontrare il Suo»).

Approfondire ulteriormente la descrizione dei personaggi e le vicende rischierebbe di rovinare il gusto della scoperta e anche l’impegno che bisogna dedicare, saltando da un capitoletto all’altro, per comprendere (o credere di aver compreso?) una serie di realtà simili, in cui i doppi ego scivolano l’uno sull’altro in tortuose sequenze.
Il romanzo di Stamm è davvero, davvero, magnetico e in un’epoca in cui le nostre identità fisiche e psicologiche possono essere modificate da noi (e dagli altri!) con la stessa facilità con cui si modifica un profilo sui social networkLa dolce indifferenza del mondo ci pone dinnanzi ad importanti domande sull’autonomia e il destino. 

Perché leggerlo? Per leggere uno tra i migliori (forse il migliore?) scrittori Svizzeri viventi.  

Una citazione dal libro: «Ci sono diversità, variazioni. Sono gli errori, le asimmetrie che rendono possibile la nostra vita. L’intero universo, mi spiegò una volta un fisico, si basa su un piccolo errore, un lieve squilibrio tra materia e antimateria, che deve essersi verificato durante il big bang. Se non fosse stato per questo errore, la materia e l’antimateria si sarebbero dissolte da tempo e non esisterebbe nulla. Ogni minima variazione non dovrebbe moltiplicarsi?, chiese Lena, ogni decisione che lui o io prendiamo in modo differente da come avete fatto Lei e Magdalena all’epoca, non dovrebbe portare a esiti sempre diversi?».

Questo libro è stato presentato a Babel festival 2020.

Federica Merlo

L’autore svizzero Peter Stamm, nel suo La dolce indifferenza del mondo, ci parla di uno scrittore che ha scritto un solo romanzo di enorme successo… sospettosamente simile al libro che stiamo leggendo. Basterebbero questo intrigante espediente e una scrittura elegantissima e minimale («sai quei momenti in autunno che, a un tratto, pensi che sia primavera?», «scrivere non significa fare, ma trovare») per farci apprezzare la grandezza di questo breve libro. Invece Stamm va oltre e costruisce una trama interamente basata sul tema del doppio, topos letterario da sempre presente in letteratura e per questo pericoloso da trattare senza risultare banali, dove quattro identità, Christoph (lo scrittore protagonista ed io narrante), Lena, Chris e Magdalena si intrecciano («Forse tutti hanno un doppio da qualche parte […] E Lei ha avuto semplicemente la sfortuna di incontrare il Suo»).

Approfondire ulteriormente la descrizione dei personaggi e le vicende rischierebbe di rovinare il gusto della scoperta e anche l’impegno che bisogna dedicare, saltando da un capitoletto all’altro, per comprendere (o credere di aver compreso?) una serie di realtà simili, in cui i doppi ego scivolano l’uno sull’altro in tortuose sequenze.
Il romanzo di Stamm è davvero, davvero, magnetico e in un’epoca in cui le nostre identità fisiche e psicologiche possono essere modificate da noi (e dagli altri!) con la stessa facilità con cui si modifica un profilo sui social networkLa dolce indifferenza del mondo ci pone dinnanzi ad importanti domande sull’autonomia e il destino. 

Perché leggerlo? Per leggere uno tra i migliori (forse il migliore?) scrittori Svizzeri viventi.  

Una citazione dal libro: «Ci sono diversità, variazioni. Sono gli errori, le asimmetrie che rendono possibile la nostra vita. L’intero universo, mi spiegò una volta un fisico, si basa su un piccolo errore, un lieve squilibrio tra materia e antimateria, che deve essersi verificato durante il big bang. Se non fosse stato per questo errore, la materia e l’antimateria si sarebbero dissolte da tempo e non esisterebbe nulla. Ogni minima variazione non dovrebbe moltiplicarsi?, chiese Lena, ogni decisione che lui o io prendiamo in modo differente da come avete fatto Lei e Magdalena all’epoca, non dovrebbe portare a esiti sempre diversi?».

Questo libro è stato presentato a Babel festival 2020.

Federica Merlo

L’autore svizzero Peter Stamm, nel suo La dolce indifferenza del mondo, ci parla di uno scrittore che ha scritto un solo romanzo di enorme successo… sospettosamente simile al libro che stiamo leggendo. Basterebbero questo intrigante espediente e una scrittura elegantissima e minimale («sai quei momenti in autunno che, a un tratto, pensi che sia primavera?», «scrivere non significa fare, ma trovare») per farci apprezzare la grandezza di questo breve libro.

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Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo
Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo
Jean-Paul Dubois
Ponte alle Grazie, Milano, 2020
Jean-Paul Dubois
Ponte alle Grazie, Milano, 2020

Già vincitore nel 2004 del premio Femina con Una vita francese, il prolifico scrittore Jean-Paul Dubois (più di venti romanzi all’attivo, non tutti però tradotti in italiano) nel 2019 si è aggiudicato con questo Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo l’ancor più prestigioso premio Goncourt. Curioso il suo commento all’annuncio della vittoria «On ne mérite jamais le prix Goncourt, on a la chance de l’avoir. Ça tombe sur la personne qui est sur un alignement de planètes cette année-là une convergence, un bon alignement des planète… ». Che si creda o no alla sua modestia o alla fortuna «siderale», siamo di fronte a un testo sicuramente meritevole della più importante onorificenza letteraria di Francia. Il romanzo è ambientato nel carcere di Montréal dove il protagonista Paul Hansen, condannato per un crimine minore «né gravissimo, né insignificante» e di cui fino alla fine non sapremo nulla, condivide la cella con un motociclista della banda Hell’s Angel. Paul, in questo ambiente soffocante, descritto da Dubois con attenzione ai dettagli più disumanizzanti, condurrà il lettore in un viaggio della memoria, tra i ricordi e i fantasmi del suo doloroso passato. Oltre alla scrittura, capace di avvolgere il racconto in un costante e voluto freddo grigiore malinconico, la cosa più interessante del romanzo è la presenza di un elemento che accomuna tutti i personaggi. La moglie di Paul (un’indiana algonchina che pilota aerotaxi), i genitori (il padre, un pastore protestante di origini Danesi, la madre, una femminista coinvolta nelle lotte politiche del 1969), il grosso e tatuato compagno di cella e persino gli anziani proprietari delle case del residence di cui il protagonista era custode, subiscono un destino avverso, una rottura improvvisa, che ad un certo punto della loro esistenza ne decreta il fallimento. Quello che rimane a lettura ultimata è una profonda «tristezza dell’ineluttabile», ma anche la consapevolezza che pur se «non stiamo tutti al mondo nello stesso modo» quello per cui tutti possiamo lottare è la ricerca di una «serenità dell’accettazione» (Giorgia Tolfo, www.illibraio.it, 2020).

Perché leggerlo? Perché oltre ai temi poc’anzi citati (colpa, destino, fallimento), Dubois ha scritto un romanzo che parla anche di spazio e tempo. Paul, dalla sua cella, ci fa viaggiare tra la Danimarca, la Francia e il Québec (anche dal cielo) e ripercorre le rivolte degli anni ’60 e ’70, l’elezione di Obama e la storia del cinema (a tal proposito si parla anche di Godard e del famoso scandalo del film Gola Profonda).

Una citazione dal libro: «la mia vita di prima mi manca a tal punto che a volte mi ritrovo, nottetempo, a stringere i denti e farli digrignare. La mia vita di prima, quella che conducevo quand’ero saldo ai comandi dell’Excelsior, quando Winona, bardata come un pioniere dell’aereopostale posava il suo monomotore Beaver sui laghi dei Laurentides, quando Nouk, la mia eterna cagna, nuotatrice di stagno e corritrice di prato, intratteneva con me lunghe conversazioni di cui lei sola conosceva il tenore. Quella vita non esiste più, e quando le porte del carcere torneranno ad aprirsi per me, mi ritroverò sul marciapiede, davanti al numero 800 di boulevard Gouin, a dover scegliere una direzione, e a proseguire la mia pena irriducibile sotto un’altra forma».

Federica Merlo

Già vincitore nel 2004 del premio Femina con Una vita francese, il prolifico scrittore Jean-Paul Dubois (più di venti romanzi all’attivo, non tutti però tradotti in italiano) nel 2019 si è aggiudicato con questo Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo l’ancor più prestigioso premio Goncourt. Curioso il suo commento all’annuncio della vittoria «On ne mérite jamais le prix Goncourt, on a la chance de l’avoir. Ça tombe sur la personne qui est sur un alignement de planètes cette année-là une convergence, un bon alignement des planète… ». Che si creda o no alla sua modestia o alla fortuna «siderale», siamo di fronte a un testo sicuramente meritevole della più importante onorificenza letteraria di Francia. Il romanzo è ambientato nel carcere di Montréal dove il protagonista Paul Hansen, condannato per un crimine minore «né gravissimo, né insignificante» e di cui fino alla fine non sapremo nulla, condivide la cella con un motociclista della banda Hell’s Angel. Paul, in questo ambiente soffocante, descritto da Dubois con attenzione ai dettagli più disumanizzanti, condurrà il lettore in un viaggio della memoria, tra i ricordi e i fantasmi del suo doloroso passato. Oltre alla scrittura, capace di avvolgere il racconto in un costante e voluto freddo grigiore malinconico, la cosa più interessante del romanzo è la presenza di un elemento che accomuna tutti i personaggi. La moglie di Paul (un’indiana algonchina che pilota aerotaxi), i genitori (il padre, un pastore protestante di origini Danesi, la madre, una femminista coinvolta nelle lotte politiche del 1969), il grosso e tatuato compagno di cella e persino gli anziani proprietari delle case del residence di cui il protagonista era custode, subiscono un destino avverso, una rottura improvvisa, che ad un certo punto della loro esistenza ne decreta il fallimento. Quello che rimane a lettura ultimata è una profonda «tristezza dell’ineluttabile», ma anche la consapevolezza che pur se «non stiamo tutti al mondo nello stesso modo» quello per cui tutti possiamo lottare è la ricerca di una «serenità dell’accettazione» (Giorgia Tolfo, www.illibraio.it, 2020).

Perché leggerlo? Perché oltre ai temi poc’anzi citati (colpa, destino, fallimento), Dubois ha scritto un romanzo che parla anche di spazio e tempo. Paul, dalla sua cella, ci fa viaggiare tra la Danimarca, la Francia e il Québec (anche dal cielo) e ripercorre le rivolte degli anni ’60 e ’70, l’elezione di Obama e la storia del cinema (a tal proposito si parla anche di Godard e del famoso scandalo del film Gola Profonda).

Una citazione dal libro: «la mia vita di prima mi manca a tal punto che a volte mi ritrovo, nottetempo, a stringere i denti e farli digrignare. La mia vita di prima, quella che conducevo quand’ero saldo ai comandi dell’Excelsior, quando Winona, bardata come un pioniere dell’aereopostale posava il suo monomotore Beaver sui laghi dei Laurentides, quando Nouk, la mia eterna cagna, nuotatrice di stagno e corritrice di prato, intratteneva con me lunghe conversazioni di cui lei sola conosceva il tenore. Quella vita non esiste più, e quando le porte del carcere torneranno ad aprirsi per me, mi ritroverò sul marciapiede, davanti al numero 800 di boulevard Gouin, a dover scegliere una direzione, e a proseguire la mia pena irriducibile sotto un’altra forma».

Federica Merlo

Già vincitore nel 2004 del premio Femina con Una vita francese, il prolifico scrittore Jean-Paul Dubois (più di venti romanzi all’attivo, non tutti però tradotti in italiano) nel 2019 si è aggiudicato con questo Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo l’ancor più prestigioso premio Goncourt.

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Memorie postume di Brás Cubas
Memorie postume di Brás Cubas
Machado de Assis
Fazi, Roma, 2020
Machado de Assis
Fazi, Roma, 2020

È impossibile che un uomo ci racconti la sua vita, sotto forma di romanzo, dopo la propria morte. Eppure, la grandezza della letteratura sta anche in questo: rendere possibile l’impossibile. Dopo questa doverosa premessa, utile per capire il geniale espediente usato dall’autore brasiliano Machado de Assis (classe 1839) possiamo parlare del libro più spassoso (ebbene sì!) che io abbia mai letto. La storia, narrata in prima persona, è quella del nobile Brás Cubas, un uomo che non si è mai sposato, non ha mai avuto figli, si è fatto raggirare più volte dalle compagne e le cui ambizioni di carriera sono state tanto temerarie quanto fallimentari. Tuttavia, al di là della trama, composta da un classico susseguirsi di piccoli drammi «da ricchi» (amanti, tradimenti, equivoci etc.), questo libro si deve leggere per Brás Cubas «per il suo candore disarmante, per il suo, pienamente meritato, disgusto di sé, e per le domande che ci suggerisce: cos’è la vita al di là dei suoi inconvenienti e di ciò che otteniamo? Cos’è un romanzo?» (New York Times,  2020). Inoltre, quello che stupisce di questo testo, pubblicato la prima volta nel diciannovesimo secolo, è la sua incredibile attualità. Se fosse possibile ripulirlo dai vari riferimenti storici dell’epoca, sembrerebbe di leggere un libro scritto ai giorni nostri. De Assis è un maestro della reticenza, della preterizione (affermare di non voler dire una cosa e intanto dirla) e della meta-narrazione (ci sono parecchie considerazioni divertenti dell’autore rispetto a ciò che scrive). Le trecento pagine del romanzo, composto da brevi capitoletti, si leggono in un baleno e con la sua sagace e raffinata ironia lo scrittore brasiliano riesce nella duplice impresa di criticare aspramente, ma senza inutile retorica, la società e di affrontare il tabù della morte… strappando sempre una genuina risata. 

Perché leggerlo? Perché per Susan Sontag, De Assis è «il più grande autore dell’America Latina», perché per José Saramago «ha prodotto un’opera immensa caratterizzata da un senso dell’umorismo inimitabile» e perché Woody Allen è rimasto scioccato «per quanto è affascinante e divertente» questo romanzo. Che dite, vi basta? 

Una citazione dal libro: Capitolo 71, Il difetto del libro «Comincio a pentirmi di questo libro. Non che mi abbia stancato; non ho altro da fare; e sul serio, inviare qualche capitoletto striminzito nel vostro mondo è pur sempre un’attività buona a distrarre un poco dall’eternità. Però che libro noioso, puzza di cadavere, soffre di una certa rigidità sepolcrale; una mancanza grave, e d’altra parte minima, perché il difetto peggiore del libro, lettori, siete voi. Avete fretta di invecchiare, mentre il mio libro cammina lento; amate le trame dense e immediate, lo stile piano e regolare, e questo libro e il mio stile sbandano come ubriachi a destra e a manca, partono e subito si fermano, borbottano, schiamazzano, sghignazzano, minacciano i cieli, scivolano e cascano per terra… E cascano! Cadrete, miserabili foglie del mio cipresso, come qualsiasi altra foglia bella e appariscente; se ancora avessi gli occhi, verserei per voi una lacrima di rimpianto. È il grande vantaggio della morte, che se non lascia bocca per ridere non lascia nemmeno occhi per piangere… Cadrete».

Federica Merlo

È impossibile che un uomo ci racconti la sua vita, sotto forma di romanzo, dopo la propria morte. Eppure, la grandezza della letteratura sta anche in questo: rendere possibile l’impossibile. Dopo questa doverosa premessa, utile per capire il geniale espediente usato dall’autore brasiliano Machado de Assis (classe 1839) possiamo parlare del libro più spassoso (ebbene sì!) che io abbia mai letto. La storia, narrata in prima persona, è quella del nobile Brás Cubas, un uomo che non si è mai sposato, non ha mai avuto figli, si è fatto raggirare più volte dalle compagne e le cui ambizioni di carriera sono state tanto temerarie quanto fallimentari. Tuttavia, al di là della trama, composta da un classico susseguirsi di piccoli drammi «da ricchi» (amanti, tradimenti, equivoci etc.), questo libro si deve leggere per Brás Cubas «per il suo candore disarmante, per il suo, pienamente meritato, disgusto di sé, e per le domande che ci suggerisce: cos’è la vita al di là dei suoi inconvenienti e di ciò che otteniamo? Cos’è un romanzo?» (New York Times,  2020). Inoltre, quello che stupisce di questo testo, pubblicato la prima volta nel diciannovesimo secolo, è la sua incredibile attualità. Se fosse possibile ripulirlo dai vari riferimenti storici dell’epoca, sembrerebbe di leggere un libro scritto ai giorni nostri. De Assis è un maestro della reticenza, della preterizione (affermare di non voler dire una cosa e intanto dirla) e della meta-narrazione (ci sono parecchie considerazioni divertenti dell’autore rispetto a ciò che scrive). Le trecento pagine del romanzo, composto da brevi capitoletti, si leggono in un baleno e con la sua sagace e raffinata ironia lo scrittore brasiliano riesce nella duplice impresa di criticare aspramente, ma senza inutile retorica, la società e di affrontare il tabù della morte… strappando sempre una genuina risata. 

Perché leggerlo? Perché per Susan Sontag, De Assis è «il più grande autore dell’America Latina», perché per José Saramago «ha prodotto un’opera immensa caratterizzata da un senso dell’umorismo inimitabile» e perché Woody Allen è rimasto scioccato «per quanto è affascinante e divertente» questo romanzo. Che dite, vi basta? 

Una citazione dal libro: Capitolo 71, Il difetto del libro «Comincio a pentirmi di questo libro. Non che mi abbia stancato; non ho altro da fare; e sul serio, inviare qualche capitoletto striminzito nel vostro mondo è pur sempre un’attività buona a distrarre un poco dall’eternità. Però che libro noioso, puzza di cadavere, soffre di una certa rigidità sepolcrale; una mancanza grave, e d’altra parte minima, perché il difetto peggiore del libro, lettori, siete voi. Avete fretta di invecchiare, mentre il mio libro cammina lento; amate le trame dense e immediate, lo stile piano e regolare, e questo libro e il mio stile sbandano come ubriachi a destra e a manca, partono e subito si fermano, borbottano, schiamazzano, sghignazzano, minacciano i cieli, scivolano e cascano per terra… E cascano! Cadrete, miserabili foglie del mio cipresso, come qualsiasi altra foglia bella e appariscente; se ancora avessi gli occhi, verserei per voi una lacrima di rimpianto. È il grande vantaggio della morte, che se non lascia bocca per ridere non lascia nemmeno occhi per piangere… Cadrete».

Federica Merlo

È impossibile che un uomo ci racconti la sua vita, sotto forma di romanzo, dopo la propria morte. Eppure, la grandezza della letteratura sta anche in questo: rendere possibile l’impossibile. Dopo questa doverosa premessa, utile per capire il geniale espediente usato dall’autore brasiliano Machado de Assis (classe 1839) possiamo parlare del libro più spassoso (ebbene sì!) che io abbia mai letto.

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Svegliare i leoni
Svegliare i leoni
Ayelet Gundar-Goshen
Giuntina, Firenze, 2017
Ayelet Gundar-Goshen
Giuntina, Firenze, 2017

Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla giovane e talentuosa autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen.
Il libro, che definirei per un terzo un thriller e per due terzi una profonda analisi psicologica dei personaggi, parte da uno spunto di trama semplicemente geniale: provando il suo SUV tra le dune del deserto del Negev il neurochirurgo Eitan Green – persona dai solidi principi morali tanto da aver rinunciato ad una promettente carriera rifiutando la corruzione del suo superiore – uccide, investendolo, un lavoratore migrante eritreo e preso dal panico per quanto successo scappa.
Mi fermo qui con il racconto delle vicende perché non avrebbe senso rovinare le interessanti sorprese e i colpi di scena che il libro riserva.
Credo invece sia utile sapere, per chi ne volesse intraprendere la lettura, quali sono i due meriti a mio avviso maggiori di questo Svegliare i leoni. Il primo, è la scrittura perfetta. La Gundar-Goshen ha una prosa semplice ma molto elengante e il libro scorre dalla prima all’ultima pagina senza mai una sbavatura, senza mai un termine fuori posto. Il secondo è la trattazione di tematiche molto interessanti ed attuali. Da una parte, la colpa, la bugia, i non detti e i ricatti all’interno delle relazioni umane, dall’altra uno sguardo affascinante su Israele e sul rapporto di questo stato con i migranti (in questo caso in un campo profughi) che ci permette di confrontare la nostra realtà con un’altra più lontana… purtroppo solo geograficamente.
Quando lo si conclude, se gli si perdona qualche digressione descrittiva di troppo su aspetti o personaggi marginali e un finale, forse, un po’ frettoloso, Svegliare i leoni è uno di quei libri che, come si suol dire, «ti rimane dentro».

Perché leggerlo? Per leggere «cultura ebraica». Nonostante sia da poco uscita un’edizione Feltrinelli, uno dei motivi che mi ha spinto a leggerlo è stato inizialmente il desiderio di scoprire qualche titolo pubblicato da Giuntina, casa editrice fiorentina, unica in Europa ad essere specializzata in cultura ebraica. 

Una citazione dal libro: «L’unico denominatore comune era il nome con cui li definivano altre persone, che avevano la pelle di un altro colore. Cosa li accomunava al di fuori del tintinnio metallico delle catene del viaggio che li aveva legati? Emigrare significa lasciare un posto per un altro, trascinandoti attaccato alla caviglia con una catena d’acciaio il posto che hai lasciato. Se emigrare è difficile, è perché è dura camminare per il mondo con un intero paese legato alla caviglia».

Federica Merlo

Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla giovane e talentuosa autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen.
Il libro, che definirei per un terzo un thriller e per due terzi una profonda analisi psicologica dei personaggi, parte da uno spunto di trama semplicemente geniale: provando il suo SUV tra le dune del deserto del Negev il neurochirurgo Eitan Green – persona dai solidi principi morali tanto da aver rinunciato ad una promettente carriera rifiutando la corruzione del suo superiore – uccide, investendolo, un lavoratore migrante eritreo e preso dal panico per quanto successo scappa.
Mi fermo qui con il racconto delle vicende perché non avrebbe senso rovinare le interessanti sorprese e i colpi di scena che il libro riserva.
Credo invece sia utile sapere, per chi ne volesse intraprendere la lettura, quali sono i due meriti a mio avviso maggiori di questo Svegliare i leoni. Il primo, è la scrittura perfetta. La Gundar-Goshen ha una prosa semplice ma molto elengante e il libro scorre dalla prima all’ultima pagina senza mai una sbavatura, senza mai un termine fuori posto. Il secondo è la trattazione di tematiche molto interessanti ed attuali. Da una parte, la colpa, la bugia, i non detti e i ricatti all’interno delle relazioni umane, dall’altra uno sguardo affascinante su Israele e sul rapporto di questo stato con i migranti (in questo caso in un campo profughi) che ci permette di confrontare la nostra realtà con un’altra più lontana… purtroppo solo geograficamente.
Quando lo si conclude, se gli si perdona qualche digressione descrittiva di troppo su aspetti o personaggi marginali e un finale, forse, un po’ frettoloso, Svegliare i leoni è uno di quei libri che, come si suol dire, «ti rimane dentro».

Perché leggerlo? Per leggere «cultura ebraica». Nonostante sia da poco uscita un’edizione Feltrinelli, uno dei motivi che mi ha spinto a leggerlo è stato inizialmente il desiderio di scoprire qualche titolo pubblicato da Giuntina, casa editrice fiorentina, unica in Europa ad essere specializzata in cultura ebraica. 

Una citazione dal libro: «L’unico denominatore comune era il nome con cui li definivano altre persone, che avevano la pelle di un altro colore. Cosa li accomunava al di fuori del tintinnio metallico delle catene del viaggio che li aveva legati? Emigrare significa lasciare un posto per un altro, trascinandoti attaccato alla caviglia con una catena d’acciaio il posto che hai lasciato. Se emigrare è difficile, è perché è dura camminare per il mondo con un intero paese legato alla caviglia».

Federica Merlo

Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla giovane e talentuosa autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen.

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Il disagio della sera
Il disagio della sera
Marieke Lucas Rijneveld
Nutrimenti, Roma, 2019
Marieke Lucas Rijneveld
Nutrimenti, Roma, 2019

Il 26 Agosto 2020 quando Il disagio della sera ha vinto l’Internationl Booker Prize (premio tra i più prestigiosi nel panorama della letteratura mondiale) non è stata una sorpresa. Nonostante gli altri cinque finalisti fossero altrettanto meritevoli (qui la lista nella quale tutti tranne uno hanno già un’edizione italiana) questo esordio, già best seller in Olanda nel 2018, del/della ventinovenne Marieke Lucas Rijneveld (identità non-binaria) ha convinto i giurati per la sua «poetica» e per la sua «emozionante potenza».
Jas Mulder, ragazzina di 10 anni, vive con la sua devota famiglia di agricoltori in una fattoria nella campagna dei Paesi Bassi. Un giorno d’inverno, durante il periodo natalizio, suo fratello maggiore parte per un gita di pattinaggio sul ghiaccio. Risentita e arrabbiata per non poter partecipare in quanto «troppo piccola» Jas fa una supplica infantile e perversa «e chiesi a Dio se per favore invece del mio coniglio non poteva prendersi mio fratello: Amen». Sfortunatemente, quella stessa sera il ghiaccio si spezza e il ragazzo muore annegato nelle gelide acque del lago. La tragedia travolge tutta la famiglia (composta anche da un altro fratello maschio, Odde, e una sorella femmina, Hanna) e Jas, narratrice in prima persona della vicenda, viene trascinata in un vortice di fantasie e turbamenti sempre più inquietanti, mentre guarda sé stessa disintegrarsi.
Da tanto non leggevo qualcosa di così disturbante e affascinante al tempo stesso. Cupo, crudo, con un linguaggio allusivo e metaforico ma anche poetico e originale. Questo romanzo, che in parte, per stessa ammissione dell’autore/autrice, riporta alcune vicende autobiografiche è un vero pugno nello stomaco!

Perché leggerlo? Per farsi una propria idea sul perché Rijneveld abbia scelto un narratore bambino, che ricorda famosi classici quali, ad esempio, Il buio oltre la siepe o Le avvenuture di Huckleberry Finn. Alcuni pensieri sembrerebbero, infatti, richiedere un grado di maturità superiore: «ma l’unica cosa in cui posso perdermi in questo momento è la perdita stessa», «poco a poco mio fratello esce dalle teste degli altri, mentre nelle nostre non fa che piantarsi sempre più a fondo», «potete immaginare quante domande ho dentro di me, e quante risposte senza un segno di spunta». 

Una citazione dal libro: «Ogni perdita ha in sè tutti i precedenti tentativi di tenere con te qualcosa che non volevi perdere, e che però devi lasciare andare. Da un sacchetto pieno di splendide biglie a un fratello. Nella perdita troviamo noi stessi e siamo ciò che siamo: esseri vulnerabili come pulcini di storno ancora implumi, che ogni tanto cadono giù dal nido e sperano di essere recuperati».

Federica Merlo

Il 26 Agosto 2020 quando Il disagio della sera ha vinto l’Internationl Booker Prize (premio tra i più prestigiosi nel panorama della letteratura mondiale) non è stata una sorpresa. Nonostante gli altri cinque finalisti fossero altrettanto meritevoli (qui la lista nella quale tutti tranne uno hanno già un’edizione italiana) questo esordio, già best seller in Olanda nel 2018, del/della ventinovenne Marieke Lucas Rijneveld (identità non-binaria) ha convinto i giurati per la sua «poetica» e per la sua «emozionante potenza».
Jas Mulder, ragazzina di 10 anni, vive con la sua devota famiglia di agricoltori in una fattoria nella campagna dei Paesi Bassi. Un giorno d’inverno, durante il periodo natalizio, suo fratello maggiore parte per un gita di pattinaggio sul ghiaccio. Risentita e arrabbiata per non poter partecipare in quanto «troppo piccola» Jas fa una supplica infantile e perversa «e chiesi a Dio se per favore invece del mio coniglio non poteva prendersi mio fratello: Amen». Sfortunatemente, quella stessa sera il ghiaccio si spezza e il ragazzo muore annegato nelle gelide acque del lago. La tragedia travolge tutta la famiglia (composta anche da un altro fratello maschio, Odde, e una sorella femmina, Hanna) e Jas, narratrice in prima persona della vicenda, viene trascinata in un vortice di fantasie e turbamenti sempre più inquietanti, mentre guarda sé stessa disintegrarsi.
Da tanto non leggevo qualcosa di così disturbante e affascinante al tempo stesso. Cupo, crudo, con un linguaggio allusivo e metaforico ma anche poetico e originale. Questo romanzo, che in parte, per stessa ammissione dell’autore/autrice, riporta alcune vicende autobiografiche è un vero pugno nello stomaco!

Perché leggerlo? Per farsi una propria idea sul perché Rijneveld abbia scelto un narratore bambino, che ricorda famosi classici quali, ad esempio, Il buio oltre la siepe o Le avvenuture di Huckleberry Finn. Alcuni pensieri sembrerebbero, infatti, richiedere un grado di maturità superiore: «ma l’unica cosa in cui posso perdermi in questo momento è la perdita stessa», «poco a poco mio fratello esce dalle teste degli altri, mentre nelle nostre non fa che piantarsi sempre più a fondo», «potete immaginare quante domande ho dentro di me, e quante risposte senza un segno di spunta». 

Una citazione dal libro: «Ogni perdita ha in sè tutti i precedenti tentativi di tenere con te qualcosa che non volevi perdere, e che però devi lasciare andare. Da un sacchetto pieno di splendide biglie a un fratello. Nella perdita troviamo noi stessi e siamo ciò che siamo: esseri vulnerabili come pulcini di storno ancora implumi, che ogni tanto cadono giù dal nido e sperano di essere recuperati».

Federica Merlo

Il 26 Agosto 2020 quando Il disagio della sera ha vinto l’Internationl Booker Prize (premio tra i più prestigiosi nel panorama della letteratura mondiale) non è stata una sorpresa.

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Città aperta
Città aperta
Teju Cole
Einaudi, Milano, 2013
Teju Cole
Einaudi, Milano, 2013

Prima di parlare di questo affascinante romanzo d’esordio (pubblicato ormai qualche anno fa) è doveroso introdurre il suo poliedrico autore. Teju Cole, americano di origine nigeriana (arrivato negli Stati Uniti a 17 anni), non è solo romanziere (oltre a questo Città aperta, sempre Einaudi ha pubblicato l’altrettanto incantevole Ogni giorno è per il ladro), saggista e professore di scrittura creativa ad Harvard, ma anche fotografo, critico di fotografia (del New York Times Magazine dal 2015 fino al 2019, e qui trovate l’archivio dei suoi saggi) e curatore. 

Venendo a Città aperta… siamo di fronte a un testo sicuramente originale. In gran parte ambientato a New York e a Bruxelles, le vicende, o meglio, una serie di incontri e riflessioni su ciò che lo circonda, sono narrate in prima persona da Julius, psichiatra specializzando, mezzo nigeriano (quanto c’è di autobiografico?) e mezzo tedesco. 

Città aperta è volutamente un libro senza trama, è un flusso libero, per certi aspetti quasi un diario, anche se privo della struttura che abitualmente contraddistingue questo genere letterario. A tal proposito, per esempio, i dialoghi di Julius con una serie di immigrati incontrati casualmente durante le sue peregrinazioni (un liberiano imprigionato per più di due anni in una struttura di detenzione nel Queens; un lustrascarpe haitiano; uno studente marocchino che gestisce un Internet café a Bruxelles) non sono contrassegnati da virgolette, trattini o interruzioni di paragrafo, ma risultano formalmente indistinguibili dalla lingua del narratore. 

Difficile durante la lettura non pensare a W.G. Sebald, perché, come nel grande scrittore tedesco, non sono veri e propri eventi o mutamenti improvvisi che spingono la narrazione. Piuttosto, e qui sta la grandezza di Cole, il testo è una sorta di costante indagine accidentale, ricca di colti rimandi musicali (Mahler, il Jazz...), letterari (Roland Barthes, Tahar Ben Jelloun...) e artistici (Velasquez...), dove ciò che coinvolge il lettore è l’immedesimazione col narratore che sembra usare la scrittura per indagare e accettare la sua solitudine. 

Difficile anche non pensare a Zadie Smith (tanti gli aspetti biografici in comune tra la scrittrice inglese e Cole), perché, nonostante la ricchezza tematica (la morte, i difficili rapporti familiari, il riscaldamento globale, l’11 settembre, per citarne solo alcuni) ciò che contraddistinge Città aperta, a volte in maniera velata, a volte più esplicita, è la costante presenza, come nella Smith, di “lively multiracial themes” (“vivaci tematiche multirazziali” come le ha definite J. Wood nell’articolo The arrival of enigmas, The New Yorker, 2011). 

Perché leggerlo? Per conoscere Teju Cole, lasciandosi ammaliare non solo dai suoi due romanzi ma anche dalla sua produzione saggistica (L’estraneo e il noto, Contrasto, Roma, 2018), e fotografica (Punto d’ombra, Contrasto, Roma, 2014). Una curiosità: lo scrittore, che nel 2014 ha vissuto sei mesi a Zurigo su invito della Literaturhaus per una residenza artistica, ama moltissimo la Svizzera e ha recentemente pubblicato un libro fotografico, Fernwhe (Mack, Londra, 2020), che raccoglie fotografie fatte da lui dal 2014 al 2019 nei suoi ripetuti viaggi nel nostro paese. 

Una citazione dal libro: «La musica di Mahler fece da sfondo alle mie attività per tutto il giorno seguente. C’era una nuova intensità anche nei dettagli più comuni, in ospedale […], come se la precisione della struttura orchestrale si specchiasse nel mondo visibile, e ogni particolare fosse diventato in qualche modo significativo. Uno dei miei pazienti si era seduto di fronte a me con le gambe accavallate, e il piede sollevato, il destro, che si muoveva a scatti nella lucida scarpa nera, sembrava anch’esso stranamente parte di quell’intricato mondo musicale».

Federica Merlo

Prima di parlare di questo affascinante romanzo d’esordio (pubblicato ormai qualche anno fa) è doveroso introdurre il suo poliedrico autore. Teju Cole, americano di origine nigeriana (arrivato negli Stati Uniti a 17 anni), non è solo romanziere (oltre a questo Città aperta, sempre Einaudi ha pubblicato l’altrettanto incantevole Ogni giorno è per il ladro), saggista e professore di scrittura creativa ad Harvard, ma anche fotografo, critico di fotografia (del New York Times Magazine dal 2015 fino al 2019, e qui trovate l’archivio dei suoi saggi) e curatore. 

Venendo a Città aperta… siamo di fronte a un testo sicuramente originale. In gran parte ambientato a New York e a Bruxelles, le vicende, o meglio, una serie di incontri e riflessioni su ciò che lo circonda, sono narrate in prima persona da Julius, psichiatra specializzando, mezzo nigeriano (quanto c’è di autobiografico?) e mezzo tedesco. 

Città aperta è volutamente un libro senza trama, è un flusso libero, per certi aspetti quasi un diario, anche se privo della struttura che abitualmente contraddistingue questo genere letterario. A tal proposito, per esempio, i dialoghi di Julius con una serie di immigrati incontrati casualmente durante le sue peregrinazioni (un liberiano imprigionato per più di due anni in una struttura di detenzione nel Queens; un lustrascarpe haitiano; uno studente marocchino che gestisce un Internet café a Bruxelles) non sono contrassegnati da virgolette, trattini o interruzioni di paragrafo, ma risultano formalmente indistinguibili dalla lingua del narratore. 

Difficile durante la lettura non pensare a W.G. Sebald, perché, come nel grande scrittore tedesco, non sono veri e propri eventi o mutamenti improvvisi che spingono la narrazione. Piuttosto, e qui sta la grandezza di Cole, il testo è una sorta di costante indagine accidentale, ricca di colti rimandi musicali (Mahler, il Jazz...), letterari (Roland Barthes, Tahar Ben Jelloun...) e artistici (Velasquez...), dove ciò che coinvolge il lettore è l’immedesimazione col narratore che sembra usare la scrittura per indagare e accettare la sua solitudine. 

Difficile anche non pensare a Zadie Smith (tanti gli aspetti biografici in comune tra la scrittrice inglese e Cole), perché, nonostante la ricchezza tematica (la morte, i difficili rapporti familiari, il riscaldamento globale, l’11 settembre, per citarne solo alcuni) ciò che contraddistinge Città aperta, a volte in maniera velata, a volte più esplicita, è la costante presenza, come nella Smith, di “lively multiracial themes” (“vivaci tematiche multirazziali” come le ha definite J. Wood nell’articolo The arrival of enigmas, The New Yorker, 2011). 

Perché leggerlo? Per conoscere Teju Cole, lasciandosi ammaliare non solo dai suoi due romanzi ma anche dalla sua produzione saggistica (L’estraneo e il noto, Contrasto, Roma, 2018), e fotografica (Punto d’ombra, Contrasto, Roma, 2014). Una curiosità: lo scrittore, che nel 2014 ha vissuto sei mesi a Zurigo su invito della Literaturhaus per una residenza artistica, ama moltissimo la Svizzera e ha recentemente pubblicato un libro fotografico, Fernwhe (Mack, Londra, 2020), che raccoglie fotografie fatte da lui dal 2014 al 2019 nei suoi ripetuti viaggi nel nostro paese. 

Una citazione dal libro: «La musica di Mahler fece da sfondo alle mie attività per tutto il giorno seguente. C’era una nuova intensità anche nei dettagli più comuni, in ospedale […], come se la precisione della struttura orchestrale si specchiasse nel mondo visibile, e ogni particolare fosse diventato in qualche modo significativo. Uno dei miei pazienti si era seduto di fronte a me con le gambe accavallate, e il piede sollevato, il destro, che si muoveva a scatti nella lucida scarpa nera, sembrava anch’esso stranamente parte di quell’intricato mondo musicale».

Federica Merlo

Prima di parlare di questo affascinante romanzo d’esordio (pubblicato ormai qualche anno fa) è doveroso introdurre il suo poliedrico autore.

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Il colibrì
Il colibrì
Sandro Veronesi
La Nave di Teseo, Milano, 2019
Sandro Veronesi
La Nave di Teseo, Milano, 2019

Fresco vincitore del premio Strega 2020 (che fa di Sandro Veronesi l’unico scrittore, insieme a Paolo Volponi, ad aver vinto due volte il più prestigioso riconoscimento letterario italiano), Il colibrì narra la storia tormentata – degli amori, dei tradimenti, delle sconfitte, delle difficili relazioni interpersonali e soprattutto dei lutti – di Marco Carrera, oculista fiorentino soprannominato proprio il colibrì perché da bimbetto cresceva poco ed era bassino. La metafora con l’uccello, però, risulta avere in realtà una duplice accezione perché descrive alla perfezione anche i tratti caratteriali del protagonista. Carrera infatti, come il piccolissimo volatile tropicale, impegnerà tutte le sue energie per restare sospeso, quasi immobile, continuando imperterrito a resistere nonostante tutto quello che la vita gli riserverà. 

Parlare della trama rischierebbe irrimediabilmente di rovinare i colpi di scena, le svolte improvvise e i grandi dolori che il lettore si trova ad affrontare pagina dopo pagina. Il testo, almeno fino a circa cento pagine dal termine è, a mio avviso, un libro quasi perfetto (forse troppo?). Seppur non una novità, ho trovato geniale la mescolanza di forme: lettere, sms, diari, frammenti di appunti, persino una lista (tratto distintivo della prosa dello scrittore toscano che è, tra l’altro, laureato in architettura) degli oggetti d’arredamento di design contenuti nella vecchia casa di famiglia. Seppur non una novità anche in questo caso, ho trovato gestita magistralmente la non linearità temporale nel susseguirsi dei brevi capitoli che sincopa il ritmo ravvivandolo continuamente. 

Insomma… Sandro Veronesi con questo Il colibrì, che può anche non piacere e che a mio parere, resta inferiore a Caos calmo (Strega nel 2006, La nave di Teseo lo ha recentemente ristampato!), si conferma tra i migliori scrittori in circolazione in Italia.

Perché leggerlo? Ci sono poche pagine che da sole potrebbero valere tutto il libro. Veronesi, in una nota, dichiara che il capitolo «Ai Mulinelli» è una riscrittura di uno dei racconti più belli di Beppe Fenoglio, «Il Gorgo». E, così, da un capolavoro… ne è venuto fuori un altro.

Una citazione dal libro: «Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme. Si vede bene perché in realtà è già tutto contenuto nell’inizio, come la forma di ogni cosa è contenuta nel suo primo manifestarsi. Ma si tratta di un momento, per l’appunto, e poi quella visione ispirata svanisce, o viene rimossa, ed è solo per questo che le storie tra le persone producono sorprese, danni, piacere o dolore imprevisto». 

Federica Merlo

Fresco vincitore del premio Strega 2020 (che fa di Sandro Veronesi l’unico scrittore, insieme a Paolo Volponi, ad aver vinto due volte il più prestigioso riconoscimento letterario italiano), Il colibrì narra la storia tormentata – degli amori, dei tradimenti, delle sconfitte, delle difficili relazioni interpersonali e soprattutto dei lutti – di Marco Carrera, oculista fiorentino soprannominato proprio il colibrì perché da bimbetto cresceva poco ed era bassino. La metafora con l’uccello, però, risulta avere in realtà una duplice accezione perché descrive alla perfezione anche i tratti caratteriali del protagonista. Carrera infatti, come il piccolissimo volatile tropicale, impegnerà tutte le sue energie per restare sospeso, quasi immobile, continuando imperterrito a resistere nonostante tutto quello che la vita gli riserverà. 

Parlare della trama rischierebbe irrimediabilmente di rovinare i colpi di scena, le svolte improvvise e i grandi dolori che il lettore si trova ad affrontare pagina dopo pagina. Il testo, almeno fino a circa cento pagine dal termine è, a mio avviso, un libro quasi perfetto (forse troppo?). Seppur non una novità, ho trovato geniale la mescolanza di forme: lettere, sms, diari, frammenti di appunti, persino una lista (tratto distintivo della prosa dello scrittore toscano che è, tra l’altro, laureato in architettura) degli oggetti d’arredamento di design contenuti nella vecchia casa di famiglia. Seppur non una novità anche in questo caso, ho trovato gestita magistralmente la non linearità temporale nel susseguirsi dei brevi capitoli che sincopa il ritmo ravvivandolo continuamente. 

Insomma… Sandro Veronesi con questo Il colibrì, che può anche non piacere e che a mio parere, resta inferiore a Caos calmo (Strega nel 2006, La nave di Teseo lo ha recentemente ristampato!), si conferma tra i migliori scrittori in circolazione in Italia.

Perché leggerlo? Ci sono poche pagine che da sole potrebbero valere tutto il libro. Veronesi, in una nota, dichiara che il capitolo «Ai Mulinelli» è una riscrittura di uno dei racconti più belli di Beppe Fenoglio, «Il Gorgo». E, così, da un capolavoro… ne è venuto fuori un altro.

Una citazione dal libro: «Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme. Si vede bene perché in realtà è già tutto contenuto nell’inizio, come la forma di ogni cosa è contenuta nel suo primo manifestarsi. Ma si tratta di un momento, per l’appunto, e poi quella visione ispirata svanisce, o viene rimossa, ed è solo per questo che le storie tra le persone producono sorprese, danni, piacere o dolore imprevisto». 

Federica Merlo

Fresco vincitore del premio Strega 2020 (che fa di Sandro Veronesi l’unico scrittore, insieme a Paolo Volponi, ad aver vinto due volte il più prestigioso riconoscimento letterario italiano), Il colibrì narra la storia tormentata – degli amori, dei tradimenti, delle sconfitte, delle difficili relazioni interpersonali e soprattutto dei lutti – di Marco Carrera, oculista fiorentino soprannominato proprio il colibrì perché da bimbetto cresceva poco ed era bassino.

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Riparare i viventi
Riparare i viventi
Maylis de Kerangal
Feltrinelli, Milano, 2015
Maylis de Kerangal
Feltrinelli, Milano, 2015

Riparare i viventi, della filosofa e sociologa francese Maylis de Kerangal, è il racconto di 24 ore. Simon e suoi due amici Chris e John fanno surf in una gelida mattina di febbraio nella Francia del nord, a Le Havre (luogo dove l’autrice stessa ha trascorso l’infanzia). Dopo un’epica sessione tra le onde oceaniche, i tre fanno rientro verso casa in un vecchio furgoncino stile hippie. Chi guida, Chris, non si capisce se per un colpo di sonno o per colpa del ghiaccio esce di strada andando a sbattere contro un palo. L’impatto, che proietta Simon fuori dall’abitacolo, procurerà al giovane lesioni al cervello irreversibili, lasciandolo in stato di morte cerebrale. A questo punto l’infermiere Thomas Rémige, coordinatore della donazione di organi, avvia il complicato (burocraticamente ma soprattutto moralmente!) processo che permetterà al cuore di Simon, ancora in perfetta forma, di «riparare una vivente», la traduttrice Parigina Claire Méjan. A mio avviso, la grandezza di questo breve romanzo (218 pagine), definito sulla quarta di copertina da un blurb azzeccatissimo «bello come una tragedia antica», non sta solo nella vicenda narrata ma nella sua coralità. Più facile sarebbe stato concentrarsi su Simon, renderlo protagonista unico e assoluto della sua storia. De Kerangal, invece, liberando la medicina dal suo peculiare linguaggio tecnico (senza però che i dettagli più realistici vengano meno), riesce a descrivere con una prosa perfetta e in maniera mai superficiale, pietistica o scontata tutta la rete di personaggi che viene coinvolta dal tragico evento. Il risultato è quello di portare il lettore di fronte alla «vita stessa, la catena umana di tutte quelle persone – fra cui il medico e l’infermiera del reparto di rianimazione e i loro piccoli gesti quotidiani – che permeteranno di riparare alla intollerabile ferita nel tessuto sociale rappresentata dalla morte di Simon». (F. Musolino, minima&moralia, 2015). 

Perché leggerlo? Perché tocca argomenti fondanti la nostra natura di «essere umani». In particolare, il concetto ontologico del «dono», alla base della medicina dei trapianti, e la desacralizzazione del corpo, resa possibile dalle tecnologie a disposizione nelle terapie intensive dei moderni ospedali. 

Una citazione dal libro: «Anche la strada è silenziosa, silenziosa e monocroma come il resto del mondo. La catastrofe si è propagata agli elementi, ai luoghi, alle cose, un flagello, come se tutto si conformasse a quanto è accaduto quella mattina, dietro le falesie […]». 

Nota: Il 27.05.2020, in occasione del Premio Von Rezzoni XIV, l'autrice ha conversato con Philippe Lançon, scrittore francese finalista al premio con il suo libro La traversata (Edizioni e/o, Roma, 2020). La traversata è stato recensito nella Newsletter #2.

Federica Merlo

Riparare i viventi, della filosofa e sociologa francese Maylis de Kerangal, è il racconto di 24 ore. Simon e suoi due amici Chris e John fanno surf in una gelida mattina di febbraio nella Francia del nord, a Le Havre (luogo dove l’autrice stessa ha trascorso l’infanzia). Dopo un’epica sessione tra le onde oceaniche, i tre fanno rientro verso casa in un vecchio furgoncino stile hippie. Chi guida, Chris, non si capisce se per un colpo di sonno o per colpa del ghiaccio esce di strada andando a sbattere contro un palo. L’impatto, che proietta Simon fuori dall’abitacolo, procurerà al giovane lesioni al cervello irreversibili, lasciandolo in stato di morte cerebrale. A questo punto l’infermiere Thomas Rémige, coordinatore della donazione di organi, avvia il complicato (burocraticamente ma soprattutto moralmente!) processo che permetterà al cuore di Simon, ancora in perfetta forma, di «riparare una vivente», la traduttrice Parigina Claire Méjan. A mio avviso, la grandezza di questo breve romanzo (218 pagine), definito sulla quarta di copertina da un blurb azzeccatissimo «bello come una tragedia antica», non sta solo nella vicenda narrata ma nella sua coralità. Più facile sarebbe stato concentrarsi su Simon, renderlo protagonista unico e assoluto della sua storia. De Kerangal, invece, liberando la medicina dal suo peculiare linguaggio tecnico (senza però che i dettagli più realistici vengano meno), riesce a descrivere con una prosa perfetta e in maniera mai superficiale, pietistica o scontata tutta la rete di personaggi che viene coinvolta dal tragico evento. Il risultato è quello di portare il lettore di fronte alla «vita stessa, la catena umana di tutte quelle persone – fra cui il medico e l’infermiera del reparto di rianimazione e i loro piccoli gesti quotidiani – che permeteranno di riparare alla intollerabile ferita nel tessuto sociale rappresentata dalla morte di Simon». (F. Musolino, minima&moralia, 2015). 

Perché leggerlo? Perché tocca argomenti fondanti la nostra natura di «essere umani». In particolare, il concetto ontologico del «dono», alla base della medicina dei trapianti, e la desacralizzazione del corpo, resa possibile dalle tecnologie a disposizione nelle terapie intensive dei moderni ospedali. 

Una citazione dal libro: «Anche la strada è silenziosa, silenziosa e monocroma come il resto del mondo. La catastrofe si è propagata agli elementi, ai luoghi, alle cose, un flagello, come se tutto si conformasse a quanto è accaduto quella mattina, dietro le falesie […]». 

Nota: Il 27.05.2020, in occasione del Premio Von Rezzoni XIV, l'autrice ha conversato con Philippe Lançon, scrittore francese finalista al premio con il suo libro La traversata (Edizioni e/o, Roma, 2020). La traversata è stato recensito nella Newsletter #2.

Federica Merlo

Riparare i viventi, della filosofa e sociologa francese Maylis de Kerangal, è il racconto di 24 ore. Simon e suoi due amici Chris e John fanno surf in una gelida mattina di febbraio nella Francia del nord, a Le Havre (luogo dove l’autrice stessa ha trascorso l’infanzia). Dopo un’epica sessione tra le onde oceaniche, i tre fanno rientro verso casa in un vecchio furgoncino stile hippie. Chi guida, Chris, non si capisce se per un colpo di sonno o per colpa del ghiaccio esce di strada andando a sbattere contro un palo.

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I colpevoli
I colpevoli
Andrea Pomella
Einaudi, Milano, 2020
Andrea Pomella
Einaudi, Milano, 2020

Dopo aver scritto un meraviglioso memoir sulla sua depressione, (L’uomo che trema, Einaudi, Milano, 2018) Andrea Pomella (intervistato sul prossimo numero, il 46, della Rivista per le Medical Humanities), continua a raccontarci di sé e pubblica, sempre nell’elegante collana Supercoralli di Einaudi, I colpevoli. Premessa: è impossibile parlare senza metterci il cuore dei libri di un amico, soprattutto se l’hai conosciuto grazie alla passione per le sue parole. Comunque… I colpevoli nasce dal Pomella bambino che dice a suo padre, andatosene via di casa, «Non voglio più vederti». È questo rifiuto, che dura trentasette anni, e si conclude il 16 dicembre del 2017, all’origine di tutta la narrazione. Lo scrittore, ormai quarantasettenne, non racconta però, come ci si potrebbe aspettare, la ricostruzione del rapporto con il padre, ormai sessantottenne. Di questo «rapporto» Pomella ne fa piuttosto un’analisi «scrupolosa e senza scrupoli», alternandola a digressioni sia personali (sulla vita con la moglie e il figlio, sul lavoro, sull’infanzia) sia extra-personali (bellissimi i capitoli che parlano dei musicisti padre e figlio Tim e Jeff Buckley e della Lettera al padre di Kafka) che hanno lo scopo di fornire al lettore degli «appigli» per non essere interamente trascinato in tutti i non risolti di un tradimento, di una colpa, e forse anche… di un perdono sui generis. 

Perché leggerlo? Perché la penna di Andrea Pomella è tra le migliori in Italia oggi. Inoltre, perché la letteratura è fatta anche di confronti e fil rouge e I colpevoli si colloca di diritto e con merito tra i più importanti testi autobiografici scritti negli ultimi anni, insieme a capolavori come Città sola di Olivia Laing, Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong (recensione sulla Newsletter #4) e a La Straniera di Claudia Durastanti (intervistata sul numero 44 della Rivista per le Medical Humanities). 

Una citazione dal libro: «Abbiamo lo stesso tono, identico il fluire delle frasi, l’ascesa e la discesa, le pause e le attese tra una parola e l’altra. […] Ho ereditato da te anche questo, non l’ho assimilato per frequentazione. Se tu fossi fuggito di casa ancor prima che nascessi sarebbe stata la stessa cosa. È affascinante il modo in cui la natura se ne infischia dei nostri traumi». 

Nota: Da il suo I colpevoli Andrea Pomella ha tratto anche un podcast in 4 episodi in cui narra le storie di alcuni grandi della letteratura, della musica, dell’arte e del cinema… «storie di figli che, nel corso della loro vita, si sono persi nell’ombra fitta della figura paterna, che hanno patito la mancanza del padre o che il padre lo hanno combattuto, che hanno tradito e che sono stati traditi».

Federica Merlo e Nicolò Saverio Centemero

Dopo aver scritto un meraviglioso memoir sulla sua depressione, (L’uomo che trema, Einaudi, Milano, 2018) Andrea Pomella (intervistato sul prossimo numero, il 46, della Rivista per le Medical Humanities), continua a raccontarci di sé e pubblica, sempre nell’elegante collana Supercoralli di Einaudi, I colpevoli. Premessa: è impossibile parlare senza metterci il cuore dei libri di un amico, soprattutto se l’hai conosciuto grazie alla passione per le sue parole. Comunque… I colpevoli nasce dal Pomella bambino che dice a suo padre, andatosene via di casa, «Non voglio più vederti». È questo rifiuto, che dura trentasette anni, e si conclude il 16 dicembre del 2017, all’origine di tutta la narrazione. Lo scrittore, ormai quarantasettenne, non racconta però, come ci si potrebbe aspettare, la ricostruzione del rapporto con il padre, ormai sessantottenne. Di questo «rapporto» Pomella ne fa piuttosto un’analisi «scrupolosa e senza scrupoli», alternandola a digressioni sia personali (sulla vita con la moglie e il figlio, sul lavoro, sull’infanzia) sia extra-personali (bellissimi i capitoli che parlano dei musicisti padre e figlio Tim e Jeff Buckley e della Lettera al padre di Kafka) che hanno lo scopo di fornire al lettore degli «appigli» per non essere interamente trascinato in tutti i non risolti di un tradimento, di una colpa, e forse anche… di un perdono sui generis. 

Perché leggerlo? Perché la penna di Andrea Pomella è tra le migliori in Italia oggi. Inoltre, perché la letteratura è fatta anche di confronti e fil rouge e I colpevoli si colloca di diritto e con merito tra i più importanti testi autobiografici scritti negli ultimi anni, insieme a capolavori come Città sola di Olivia Laing, Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong (recensione sulla Newsletter #4) e a La Straniera di Claudia Durastanti (intervistata sul numero 44 della Rivista per le Medical Humanities). 

Una citazione dal libro: «Abbiamo lo stesso tono, identico il fluire delle frasi, l’ascesa e la discesa, le pause e le attese tra una parola e l’altra. […] Ho ereditato da te anche questo, non l’ho assimilato per frequentazione. Se tu fossi fuggito di casa ancor prima che nascessi sarebbe stata la stessa cosa. È affascinante il modo in cui la natura se ne infischia dei nostri traumi». 

Nota: Da il suo I colpevoli Andrea Pomella ha tratto anche un podcast in 4 episodi in cui narra le storie di alcuni grandi della letteratura, della musica, dell’arte e del cinema… «storie di figli che, nel corso della loro vita, si sono persi nell’ombra fitta della figura paterna, che hanno patito la mancanza del padre o che il padre lo hanno combattuto, che hanno tradito e che sono stati traditi».

Federica Merlo e Nicolò Saverio Centemero

Dopo aver scritto un meraviglioso memoir sulla sua depressione, (L’uomo che trema, Einaudi, Milano, 2018) Andrea Pomella (intervistato sul prossimo numero, il 46, della Rivista per le Medical Humanities), continua a raccontarci di sé e pubblica, sempre nell’elegante collana Supercoralli di Einaudi, I colpevoli. Premessa: è impossibile parlare senza metterci il cuore dei libri di un amico, soprattutto se l’hai conosciuto grazie alla passione per le sue parole.

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Tutti i bambini tranne uno
Tutti i bambini tranne uno
Philippe Forest
Fandango, Roma, 2018
Philippe Forest
Fandango, Roma, 2018

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?! Quello che invece credo abbia senso indicare a chi volesse, come ho fatto io, portare a termine una lettura così profonda e straziante è che le pagine di questo libro, nate dal dolore, sono pagine in cui il dolore stesso non viene mai descritto per trovare salvezza (per Forest non c’è potere terapeutico nella scrittura) o per pietismo, ma per tentare di comprenderlo. Lo scrittore si mette accanto alla sua sofferenza e cerca, attraverso il filtro della scrittura, di rivoltarla, di torcerla, di spremerla nel tentativo di darle un senso. 

Perché leggerlo? Perché Forest si distanzia anni luce dalle molte narrazioni in cui il dolore personale viene usato per creare un’empatia effimera che, però, a mio avviso, una volta riposto il libro lascia al lettore poco o niente. Inoltre, lo scrittore francese è un gigante (leggete la nota a fine libro scritta dalla sua traduttrice italiana Gabriella Bosco... è illuminante!), ed è capace di scomodare mostri sacri quali Hugo, Mallarmé e il Barrie di Peter Pan (Wendy diventa quasi alter ego della piccola Pauline in alcuni passaggi) utilizzandoli come nobilissimi strumenti per quella costante analisi della sofferenza che permea ogni pagina. In ultimo, perché e credetemi, in questo libro troverete anche tanto, tantissimo, amore. 

Una citazione dal libro: «Ormai gli agonizzanti non esalano più l’ultimo respiro. Una lunga lingua di plastica scende nella loro gola passando per le narici […]. Respirano così, assistiti e incapaci del minimo suono. La tecnica batte in velocità il desiderio di dire dei vivi. Tutt’a un tratto è troppo tardi. Non è ancora la morte ma, fuori del sonno comatoso, è già il silenzio». 

Federica Merlo

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?! Quello che invece credo abbia senso indicare a chi volesse, come ho fatto io, portare a termine una lettura così profonda e straziante è che le pagine di questo libro, nate dal dolore, sono pagine in cui il dolore stesso non viene mai descritto per trovare salvezza (per Forest non c’è potere terapeutico nella scrittura) o per pietismo, ma per tentare di comprenderlo. Lo scrittore si mette accanto alla sua sofferenza e cerca, attraverso il filtro della scrittura, di rivoltarla, di torcerla, di spremerla nel tentativo di darle un senso. 

Perché leggerlo? Perché Forest si distanzia anni luce dalle molte narrazioni in cui il dolore personale viene usato per creare un’empatia effimera che, però, a mio avviso, una volta riposto il libro lascia al lettore poco o niente. Inoltre, lo scrittore francese è un gigante (leggete la nota a fine libro scritta dalla sua traduttrice italiana Gabriella Bosco... è illuminante!), ed è capace di scomodare mostri sacri quali Hugo, Mallarmé e il Barrie di Peter Pan (Wendy diventa quasi alter ego della piccola Pauline in alcuni passaggi) utilizzandoli come nobilissimi strumenti per quella costante analisi della sofferenza che permea ogni pagina. In ultimo, perché e credetemi, in questo libro troverete anche tanto, tantissimo, amore. 

Una citazione dal libro: «Ormai gli agonizzanti non esalano più l’ultimo respiro. Una lunga lingua di plastica scende nella loro gola passando per le narici […]. Respirano così, assistiti e incapaci del minimo suono. La tecnica batte in velocità il desiderio di dire dei vivi. Tutt’a un tratto è troppo tardi. Non è ancora la morte ma, fuori del sonno comatoso, è già il silenzio». 

Federica Merlo

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?!

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Carnaio
Carnaio
Giulio Cavalli
Fandango, Roma, 2018
Giulio Cavalli
Fandango, Roma, 2018

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello. In Carnaio, che è a tutti gli effetti un romanzo distopico, siamo a DF (citazione del Distrito Federal di Roberto Bolaño) un paese qualsiasi dell’Italia meridionale affacciato sulla costa, nel quale da un giorno all’altro iniziano ad arrivare ondate di corpi morti, tutti uguali. Senza che nessuno ricerchi l’origine e la causa di questo fenomeno, i cittadini si danno da fare per trasformare questo dramma in opportunità economica, usando i corpi in modi parecchio eccentrici. Tale operato susciterà l’intervento da parte dello Stato che, tuttavia, innescherà un processo di isolamento estremo degli abitanti di DF guidati dal loro sindaco (con chiusura delle frontiere, utilizzo di armi per difendere i confini, cittadinanze concesse soltanto agli autoctoni ed espulsione di giornalisti) e porterà il paese a chiudersi in una vera e propria bolla di plexiglas. 

In risposta a una domanda sul tema di Carnaio durante un’intervista, Cavalli ha detto che il libro non parla tanto di immigrazione ma si concentra piuttosto sulla disumanizzazione che questa ha prodotto negli anni recenti su chi accoglie, sul «popolo spaventato». Un’altra caratterista peculiare che rende questo libro uno dei migliori romanzi di genere usciti nel panorama letterario italiano negli ultimi anni è sicuramente la forza della lingua utilizzata che, grazie alle doti dello scrittore «fluisce con naturalezza all’interno di architetture complesse […] impreziosita da espressioni ingegnose e parole rare» (D. Sinfonico, La balena bianca, 2019).

Perché leggerlo? Perché ci spiega cosa succede quando, per proteggere il nostro operato, spostiamo l’etica «un po’ più in là» e decidiamo che quello che ieri «non era giusto» oggi «giusto», purtroppo, lo diventa.

Una citazione dal libro: «Quando se ne va l’umanità, anche il vero diventa un lusso: non è per ignoranza, come potrebbe sembrare, ma per un rimescolamento avvelenato delle priorità. Il trucco, mamma, sta nel convincere le persone che esista qualcosa di altro da proteggere […] e che tutto il resto sia terribilmente poco importante». 

Federica Merlo

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello. In Carnaio, che è a tutti gli effetti un romanzo distopico, siamo a DF (citazione del Distrito Federal di Roberto Bolaño) un paese qualsiasi dell’Italia meridionale affacciato sulla costa, nel quale da un giorno all’altro iniziano ad arrivare ondate di corpi morti, tutti uguali. Senza che nessuno ricerchi l’origine e la causa di questo fenomeno, i cittadini si danno da fare per trasformare questo dramma in opportunità economica, usando i corpi in modi parecchio eccentrici. Tale operato susciterà l’intervento da parte dello Stato che, tuttavia, innescherà un processo di isolamento estremo degli abitanti di DF guidati dal loro sindaco (con chiusura delle frontiere, utilizzo di armi per difendere i confini, cittadinanze concesse soltanto agli autoctoni ed espulsione di giornalisti) e porterà il paese a chiudersi in una vera e propria bolla di plexiglas. 

In risposta a una domanda sul tema di Carnaio durante un’intervista, Cavalli ha detto che il libro non parla tanto di immigrazione ma si concentra piuttosto sulla disumanizzazione che questa ha prodotto negli anni recenti su chi accoglie, sul «popolo spaventato». Un’altra caratterista peculiare che rende questo libro uno dei migliori romanzi di genere usciti nel panorama letterario italiano negli ultimi anni è sicuramente la forza della lingua utilizzata che, grazie alle doti dello scrittore «fluisce con naturalezza all’interno di architetture complesse […] impreziosita da espressioni ingegnose e parole rare» (D. Sinfonico, La balena bianca, 2019).

Perché leggerlo? Perché ci spiega cosa succede quando, per proteggere il nostro operato, spostiamo l’etica «un po’ più in là» e decidiamo che quello che ieri «non era giusto» oggi «giusto», purtroppo, lo diventa.

Una citazione dal libro: «Quando se ne va l’umanità, anche il vero diventa un lusso: non è per ignoranza, come potrebbe sembrare, ma per un rimescolamento avvelenato delle priorità. Il trucco, mamma, sta nel convincere le persone che esista qualcosa di altro da proteggere […] e che tutto il resto sia terribilmente poco importante». 

Federica Merlo

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello.

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Le gratitudini
Le gratitudini
Delphine De Vigan
Einaudi, Milano, 2020
Delphine De Vigan
Einaudi, Milano, 2020

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole. Per questo motivo e per via di qualche altro intoppo nelle attività quotidiane, Michka vede venir meno la sua autonomia ed è costretta a trasferirsi, nonostante sarebbe rimasta volentieri nel suo accogliente appartamento parigino, in una residenza per anziani. Accanto alla protagonista e molto legati ad essa, ci sono nel libro altri due personaggi importanti: Marie, l’ex vicina di casa di cui l’anziana signora è stata quasi una seconda madre e Jérôme, l’ortofonista che cura le sue parole «birichine». A di là di alcune brevi parti narrate, il libro è composto per la stragrande maggioranza da dialoghi. Piacevole la scelta della De Vigan di alternare capitoli in cui ora Marie, ora Jérôme ci raccontano Michka e chiacchierano con lei. I botta-e-risposta sono spesso divertenti e ricchi di piccoli strafalcioni dell’anziana signora che rendono un «grazie» un «gratis» e un «va bene» un «fa pena». Nonostante tratti temi complessi e molto attuali quali l’invecchiamento e le malattie neurodegenerative che colpiscono l’anziano, la De Vigan (considerata in patria una «scrittrice sociale» per via degli argomenti presenti nella sua precedente produzione tra cui anoressia, mobbing e precarietà sul posto di lavoro, suicidio, senzatetto etc.) ci presenta il tutto con grande semplicità e dolcezza, pur lasciando nel lettore molti spunti di riflessione profondi ed esistenziali («Possiamo rallentare le cose, ma non possiamo fermarle», «Invecchiare è imparare a perdere [...]. Ecco quello che vedo io»). 

Perché leggerlo? Per rispondere alla domanda che ci viene posta nell’incipit: «vi siete mai chiesti quante volte al giorno dite grazie?» e ritrovare il valore della gratitudine. 

Una citazione dal libro: « – Perché dice le “persone anziane”? Dovrebbe dire “i vecchi”. È bello, “i vecchi”. Ha il merito di essere fiero e tondo. Lei dice “i giovani”, no? Non “le persone giovani” – Ha ragione. Dà importanza alle parole, Michka, mi fa piacere».

Federica Merlo

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole. Per questo motivo e per via di qualche altro intoppo nelle attività quotidiane, Michka vede venir meno la sua autonomia ed è costretta a trasferirsi, nonostante sarebbe rimasta volentieri nel suo accogliente appartamento parigino, in una residenza per anziani. Accanto alla protagonista e molto legati ad essa, ci sono nel libro altri due personaggi importanti: Marie, l’ex vicina di casa di cui l’anziana signora è stata quasi una seconda madre e Jérôme, l’ortofonista che cura le sue parole «birichine». A di là di alcune brevi parti narrate, il libro è composto per la stragrande maggioranza da dialoghi. Piacevole la scelta della De Vigan di alternare capitoli in cui ora Marie, ora Jérôme ci raccontano Michka e chiacchierano con lei. I botta-e-risposta sono spesso divertenti e ricchi di piccoli strafalcioni dell’anziana signora che rendono un «grazie» un «gratis» e un «va bene» un «fa pena». Nonostante tratti temi complessi e molto attuali quali l’invecchiamento e le malattie neurodegenerative che colpiscono l’anziano, la De Vigan (considerata in patria una «scrittrice sociale» per via degli argomenti presenti nella sua precedente produzione tra cui anoressia, mobbing e precarietà sul posto di lavoro, suicidio, senzatetto etc.) ci presenta il tutto con grande semplicità e dolcezza, pur lasciando nel lettore molti spunti di riflessione profondi ed esistenziali («Possiamo rallentare le cose, ma non possiamo fermarle», «Invecchiare è imparare a perdere [...]. Ecco quello che vedo io»). 

Perché leggerlo? Per rispondere alla domanda che ci viene posta nell’incipit: «vi siete mai chiesti quante volte al giorno dite grazie?» e ritrovare il valore della gratitudine. 

Una citazione dal libro: « – Perché dice le “persone anziane”? Dovrebbe dire “i vecchi”. È bello, “i vecchi”. Ha il merito di essere fiero e tondo. Lei dice “i giovani”, no? Non “le persone giovani” – Ha ragione. Dà importanza alle parole, Michka, mi fa piacere».

Federica Merlo

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole.

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Brevemente risplendiamo sulla terra
Brevemente risplendiamo sulla terra
Ocean Vuong
La nave di Teseo, Milano, 2020
Ocean Vuong
La nave di Teseo, Milano, 2020

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot). Vuong, che nel 1990 si è trasferito negli Stati Uniti e si è formato grazie a professori del calibro di Ben Lerner, ha scritto un libro sperimentale e poetico, ricco di influssi autobiografici. A livello di struttura, si tratta di una lunga lettera scritta da un figlio, «Little Dog» (come Vuong viene chiamato nel libro), alla madre Rose, la quale, tuttavia, non sa leggere. Questo rende il testo, in realtà, un prolungato racconto interiore dell’autore, denso di meditazioni di tipo quasi saggistico e sezioni poetiche al limite del componimento in versi. Tre sono gli aspetti che caratterizzano fortemente questo memoir. Il primo, è l’incredibile molteplicità di temi che Voung riesce a trattare (la memoria, il fallimento dell’integrazione degli immigrati, l’amore omosessuale, la violenza domestica, le armi, il disturbo post-traumatico da stress, l’abuso di ossicodone che devasta negli Stati Uniti le classi sociali meno abbienti), il secondo è l’utilizzo, come spesso avviene anche nelle sue poesie, di immagini tratte dal regno animale (molto evocativa è quella iniziale della migrazione delle farfalle monarca verso sud) e il terzo, che a mio modo di vedere risulta essere anche il più interessante e riuscito, sono le riflessioni sul senso della scrittura e della parola «[…] invidio le parole per essere capaci di fare quello che noi non sappiamo mai fare, sono capaci di dire tutto di sé rimanendosene ferme e basta, essendo e basta».

Perché leggerlo? Facile… perché è leggere poesia!

Una citazione dal libro: «A volte, quando non ci penso troppo, mi viene in mente che una ferita è anche il punto in cui la carne rincontra se stessa, chiedendo all’altra estremità: dove sei stata?».

Federica Merlo

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot). Vuong, che nel 1990 si è trasferito negli Stati Uniti e si è formato grazie a professori del calibro di Ben Lerner, ha scritto un libro sperimentale e poetico, ricco di influssi autobiografici. A livello di struttura, si tratta di una lunga lettera scritta da un figlio, «Little Dog» (come Vuong viene chiamato nel libro), alla madre Rose, la quale, tuttavia, non sa leggere. Questo rende il testo, in realtà, un prolungato racconto interiore dell’autore, denso di meditazioni di tipo quasi saggistico e sezioni poetiche al limite del componimento in versi. Tre sono gli aspetti che caratterizzano fortemente questo memoir. Il primo, è l’incredibile molteplicità di temi che Voung riesce a trattare (la memoria, il fallimento dell’integrazione degli immigrati, l’amore omosessuale, la violenza domestica, le armi, il disturbo post-traumatico da stress, l’abuso di ossicodone che devasta negli Stati Uniti le classi sociali meno abbienti), il secondo è l’utilizzo, come spesso avviene anche nelle sue poesie, di immagini tratte dal regno animale (molto evocativa è quella iniziale della migrazione delle farfalle monarca verso sud) e il terzo, che a mio modo di vedere risulta essere anche il più interessante e riuscito, sono le riflessioni sul senso della scrittura e della parola «[…] invidio le parole per essere capaci di fare quello che noi non sappiamo mai fare, sono capaci di dire tutto di sé rimanendosene ferme e basta, essendo e basta».

Perché leggerlo? Facile… perché è leggere poesia!

Una citazione dal libro: «A volte, quando non ci penso troppo, mi viene in mente che una ferita è anche il punto in cui la carne rincontra se stessa, chiedendo all’altra estremità: dove sei stata?».

Federica Merlo

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot).

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Il dono oscuro
Il dono oscuro
John M. Hull
Adelphi, Milano, 2019
John M. Hull
Adelphi, Milano, 2019

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco. L'autore infatti descrive (registrò su cassette) senza una vera concatenazione o direzione di senso ed in forma diaristica, alcuni degli eventi più significativi degli anni che seguirono la sua perdita totale della vista, dal 1983 al 1986. Sono pagine che scorrono alternando momenti di dolore e smarrimento ad attimi di gioia e speranza, ma non solo. Ritengo siano gli aspetti più filosofici (interrogativi spesso lasciati senza risposte e per questo ancora più coinvolgenti per il lettore, chiamato a pensare e darsi le proprie di risposte), quelli più riflessivi sulla fede e quelli meramente pratici (un lavoro a cui pensare, i figli, la moglie) quello che rende questo testo diverso da altre più classiche e lineari autobiografie narrative scritte da persone malate.

Perché leggerlo? Perché ci sono dei pensieri, piccoli capolavori, in cui John Hull descrive la pioggia che vi faranno apprezzare anche il «prenderla tutta» durante un temporale o nelle giornate più uggiose.

Una citazione dal libro: «I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza. Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni. Queste fughe sono un vero momento di felicità».

Federica Merlo

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco. L'autore infatti descrive (registrò su cassette) senza una vera concatenazione o direzione di senso ed in forma diaristica, alcuni degli eventi più significativi degli anni che seguirono la sua perdita totale della vista, dal 1983 al 1986. Sono pagine che scorrono alternando momenti di dolore e smarrimento ad attimi di gioia e speranza, ma non solo. Ritengo siano gli aspetti più filosofici (interrogativi spesso lasciati senza risposte e per questo ancora più coinvolgenti per il lettore, chiamato a pensare e darsi le proprie di risposte), quelli più riflessivi sulla fede e quelli meramente pratici (un lavoro a cui pensare, i figli, la moglie) quello che rende questo testo diverso da altre più classiche e lineari autobiografie narrative scritte da persone malate.

Perché leggerlo? Perché ci sono dei pensieri, piccoli capolavori, in cui John Hull descrive la pioggia che vi faranno apprezzare anche il «prenderla tutta» durante un temporale o nelle giornate più uggiose.

Una citazione dal libro: «I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza. Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni. Queste fughe sono un vero momento di felicità».

Federica Merlo

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco.
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L'esercizio
L'esercizio
Claudia Petrucci
La nave di Teseo, Milano, 2020
Claudia Petrucci
La nave di Teseo, Milano, 2020

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa. La recitazione, che il maestro le ripropone e che in passato era stata per lei un’ancora di salvataggio in momenti terribilmente bui, riaccende Giorgia portandola, però, all’«esplosione». Da sempre infatti tiene nascosta a Filippo una diagnosi di schizofrenia paranoide che, violentemente slatentizzata da una pièce teatrale che si appresta a interpretare per la prima volta, la costringerà ad un ricovero coatto in una clinica psichiatrica per un anno. A questo punto Filippo e Mauro, prima complici e poi avversari, si ritroveranno ad assisterla e soltanto un «esercizio» (da qui il titolo del libro) perverso che porta i due a scrivere il copione della nuova vita di Giorgia, sarà la terapia che la farà riemergere dallo stato catatonico… molto, molto, cambiata. «Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo». In questo testo, che a tutti gli effetti possiamo definire un dramma romantico ricco di momenti ambigui e di un erotismo sottile e potente, Claudia Petrucci è stata capace di costruire, intrecciando con grande maestria il teatro e la malattia mentale (la scrittrice si è fatta aiutare da un medico per descrivere al meglio i sintomi e segni clinici della schizofrenia), una storia sul potere che ha la scrittura di fare e disfare mondi, personaggi e… persone.

Perché leggerlo? Perché è un esordio di una giovane scrittrice, classe 1990, che dimostra grandi capacità di scrittura (era da un po' che non leggevo dialoghi con questo ritmo!) e per l’originalità della trama, indubbiamente geniale.

Una citazione dal libro: «“Penso che lei facesse come facciamo tutti” dico, iniziando uno scarabocchio. “Quello che facciamo tutti è diverso dall’essere sinceri. È selezionare le verità accettabili”».

Federica Merlo

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa. La recitazione, che il maestro le ripropone e che in passato era stata per lei un’ancora di salvataggio in momenti terribilmente bui, riaccende Giorgia portandola, però, all’«esplosione». Da sempre infatti tiene nascosta a Filippo una diagnosi di schizofrenia paranoide che, violentemente slatentizzata da una pièce teatrale che si appresta a interpretare per la prima volta, la costringerà ad un ricovero coatto in una clinica psichiatrica per un anno. A questo punto Filippo e Mauro, prima complici e poi avversari, si ritroveranno ad assisterla e soltanto un «esercizio» (da qui il titolo del libro) perverso che porta i due a scrivere il copione della nuova vita di Giorgia, sarà la terapia che la farà riemergere dallo stato catatonico… molto, molto, cambiata. «Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo». In questo testo, che a tutti gli effetti possiamo definire un dramma romantico ricco di momenti ambigui e di un erotismo sottile e potente, Claudia Petrucci è stata capace di costruire, intrecciando con grande maestria il teatro e la malattia mentale (la scrittrice si è fatta aiutare da un medico per descrivere al meglio i sintomi e segni clinici della schizofrenia), una storia sul potere che ha la scrittura di fare e disfare mondi, personaggi e… persone.

Perché leggerlo? Perché è un esordio di una giovane scrittrice, classe 1990, che dimostra grandi capacità di scrittura (era da un po' che non leggevo dialoghi con questo ritmo!) e per l’originalità della trama, indubbiamente geniale.

Una citazione dal libro: «“Penso che lei facesse come facciamo tutti” dico, iniziando uno scarabocchio. “Quello che facciamo tutti è diverso dall’essere sinceri. È selezionare le verità accettabili”».

Federica Merlo

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa.
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Frankissstein. Una storia d’amore
Frankissstein. Una storia d’amore
Jeanette Winterson
Mondadori, Milano, 2019
Jeanette Winterson
Mondadori, Milano, 2019

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro. La Winterson, in un’intervista su «La Lettura» del «Corriere della Sera», pubblicata in occasione dell’uscita della traduzione italiana nel novembre 2019, dice che il suo racconto è un «avvertimento su quello che succede quando creiamo nuove forme di vita sulla Terra e rappresenta quello che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un giorno: una nuova forma di vita». Tuttavia, il testo è denso di altri temi, tutti molto attuali, e che, anche grazie alla forma romanzo e alla capacità di scrittura dell’autrice, scivolano nella mente del lettore senza alcuna imposizione di giudizio. Ci sono la questione di genere, c’è l’omofobia, c’è la tecnocrazia e poi c’è anche e soprattutto l’amore. Amore che, una volta chiuso il libro, dopo una sensazione di spaesamento costante (attenzione, non è un romanzo per tutti!) sembra essere l’unico «trait d’union» tra passato, presente e, forse, futuro dell’umanità̀. E allora ecco anche spiegato perché questo Frankissstein, ha scritto in copertina: una storia d’amore.

Perché leggerlo? Banalmente… perché libri richiamano libri e questo fa venire una voglia matta di prendere, o per molti riprendere, in mano il Frankenstein della Shelley (vale la pena ricordare che quel capolavoro fu scritto tra il 1816 e il 1817, quando la Shelley aveva diciannove anni!). 

Una citazione dal libro: «Che cos’è dunque la realtà. Le menti migliori si sono sempre poste questa domanda. E io non ho una risposta. Quello che posso dire è che la coscienza sembra essere una proprietà emergente della funzione cerebrale, anche se non possiamo localizzarne la sede biologica, essendo sfuggente quanto quella dell’anima. Ma nessuno dubita che la coscienza esista, come non dubitiamo che, al momento, l’intelligenza artificiale non sia dotata di consapevolezza. Forse, dunque, anche la realtà è una proprietà emergente: esiste, ma non è il fatto materiale che noi crediamo che sia».

Federica Merlo

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro. La Winterson, in un’intervista su «La Lettura» del «Corriere della Sera», pubblicata in occasione dell’uscita della traduzione italiana nel novembre 2019, dice che il suo racconto è un «avvertimento su quello che succede quando creiamo nuove forme di vita sulla Terra e rappresenta quello che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un giorno: una nuova forma di vita». Tuttavia, il testo è denso di altri temi, tutti molto attuali, e che, anche grazie alla forma romanzo e alla capacità di scrittura dell’autrice, scivolano nella mente del lettore senza alcuna imposizione di giudizio. Ci sono la questione di genere, c’è l’omofobia, c’è la tecnocrazia e poi c’è anche e soprattutto l’amore. Amore che, una volta chiuso il libro, dopo una sensazione di spaesamento costante (attenzione, non è un romanzo per tutti!) sembra essere l’unico «trait d’union» tra passato, presente e, forse, futuro dell’umanità̀. E allora ecco anche spiegato perché questo Frankissstein, ha scritto in copertina: una storia d’amore.

Perché leggerlo? Banalmente… perché libri richiamano libri e questo fa venire una voglia matta di prendere, o per molti riprendere, in mano il Frankenstein della Shelley (vale la pena ricordare che quel capolavoro fu scritto tra il 1816 e il 1817, quando la Shelley aveva diciannove anni!). 

Una citazione dal libro: «Che cos’è dunque la realtà. Le menti migliori si sono sempre poste questa domanda. E io non ho una risposta. Quello che posso dire è che la coscienza sembra essere una proprietà emergente della funzione cerebrale, anche se non possiamo localizzarne la sede biologica, essendo sfuggente quanto quella dell’anima. Ma nessuno dubita che la coscienza esista, come non dubitiamo che, al momento, l’intelligenza artificiale non sia dotata di consapevolezza. Forse, dunque, anche la realtà è una proprietà emergente: esiste, ma non è il fatto materiale che noi crediamo che sia».

Federica Merlo

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro.

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La traversata
La traversata
Philippe Lançon
Edizioni e/o, Roma, 2020
Philippe Lançon
Edizioni e/o, Roma, 2020

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano. Soprattutto, un’altra, gli disintegra la parte bassa del viso, lasciandolo con un buco nella mandibola destra, con brandelli di labbro inferiore e senza denti. Tuttavia, se vi aspettate di leggere la cronaca di uno dei più significativi momenti della storia di questo secolo, siete fuori strada. La traversata è il racconto, «letterariamente formidabile» (Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 27 gennaio 2020) di un’odissea fatta di numerosi interventi di chirurgia plastica, di una lunghissima riabilitazione e di come, attorno a tutto ciò, ci sia sempre e comunque un mondo fatto di rapporti umani con parenti, amori, amici, personale di cura e con lo stato sotto forma, in questo caso, di guardie della scorta ma anche di politici importanti (splendido è il racconto dell’incontro con l’allora presidente della repubblica François Hollande). Sarebbe stato facile far prevalere la rabbia, il lamento, la disperazione. Forse, sarebbe stato anche giusto fare la vittima. Ma no, Philippe Lançon è un gigantesco intellettuale e nonostante sia privato della parola, si danna a cercare costantemente un nuovo senso a ciò che lo circonda.

Perché leggerlo? Perché è già un classico della letteratura. Inoltre, e forse in maniera inaspettata, è pieno zeppo di citazioni letterarie, di sarcasmo e di… Parigi. Evitate l’e-book. La copertina del curatissimo formato cartaceo, scelta da Edizioni e/o, è Rosso Plastica, un’opera del 1964 dell’artista (fu anche medico) Alberto Burri. Splendida e drammaticamente evocativa.

Una citazione dal libro: «Il mio stato mentale non se la passa meglio. Emergo da due mesi di cure intensive come da un lungo sogno, con i postumi di trentasei sbornie contemporaneamente. Il momento delicato, dottore, è quello in cui il paziente riprende coscienza del corpo trasformato nel mondo vivo che lo circonda. È allora che comincia davvero a rinascere, e la rinascita, che fin qui si è manifestata con shock fisici di una violenza quasi magica, si accompagna ormai a una certa tristezza: lascio il ciclo delle caldaie dell’inferno per entrare nel bagno freddo del purgatorio, che non è migliore. Piango sulla vita perduta, sulla vita futura, sulla vita oscura, ma lei non mi vedrà piangere. Ecco a che punto sono, dottore. Vedo che prende appunti, bene. Ma basterà?».

Federica Merlo

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano. Soprattutto, un’altra, gli disintegra la parte bassa del viso, lasciandolo con un buco nella mandibola destra, con brandelli di labbro inferiore e senza denti. Tuttavia, se vi aspettate di leggere la cronaca di uno dei più significativi momenti della storia di questo secolo, siete fuori strada. La traversata è il racconto, «letterariamente formidabile» (Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 27 gennaio 2020) di un’odissea fatta di numerosi interventi di chirurgia plastica, di una lunghissima riabilitazione e di come, attorno a tutto ciò, ci sia sempre e comunque un mondo fatto di rapporti umani con parenti, amori, amici, personale di cura e con lo stato sotto forma, in questo caso, di guardie della scorta ma anche di politici importanti (splendido è il racconto dell’incontro con l’allora presidente della repubblica François Hollande). Sarebbe stato facile far prevalere la rabbia, il lamento, la disperazione. Forse, sarebbe stato anche giusto fare la vittima. Ma no, Philippe Lançon è un gigantesco intellettuale e nonostante sia privato della parola, si danna a cercare costantemente un nuovo senso a ciò che lo circonda.

Perché leggerlo? Perché è già un classico della letteratura. Inoltre, e forse in maniera inaspettata, è pieno zeppo di citazioni letterarie, di sarcasmo e di… Parigi. Evitate l’e-book. La copertina del curatissimo formato cartaceo, scelta da Edizioni e/o, è Rosso Plastica, un’opera del 1964 dell’artista (fu anche medico) Alberto Burri. Splendida e drammaticamente evocativa.

Una citazione dal libro: «Il mio stato mentale non se la passa meglio. Emergo da due mesi di cure intensive come da un lungo sogno, con i postumi di trentasei sbornie contemporaneamente. Il momento delicato, dottore, è quello in cui il paziente riprende coscienza del corpo trasformato nel mondo vivo che lo circonda. È allora che comincia davvero a rinascere, e la rinascita, che fin qui si è manifestata con shock fisici di una violenza quasi magica, si accompagna ormai a una certa tristezza: lascio il ciclo delle caldaie dell’inferno per entrare nel bagno freddo del purgatorio, che non è migliore. Piango sulla vita perduta, sulla vita futura, sulla vita oscura, ma lei non mi vedrà piangere. Ecco a che punto sono, dottore. Vedo che prende appunti, bene. Ma basterà?».

Federica Merlo

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano.

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Malintesi
Malintesi
Bertrand Leclair
Quodlibet, Macerata, 2019
Bertrand Leclair
Quodlibet, Macerata, 2019

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia. E’ la storia di Julien, nato sordo negli anni Sessanta nella provincia Francese ed educato, suo malgrado, secondo il metodo «oralista»: logopedia, apparecchi acustici (non le tecnologie attuali!), e soprattutto nessun contatto con la lingua dei segni. A diciotto anni solo la sua fuga alla volta di Parigi, tra attivisti sordi e militanti gay, gli permetterà di impararla. Sarà questa la nuova libertà di Julien, non solo di espressione ma anche da un padre conservatore che si ostinava a volerlo «guarire» e da una madre succube e connivente, incapace di qualsiasi ribellione ai metodi educativi imposti dal capofamiglia. Ma la bellezza del romanzo sta anche nell’incastro di altri due elementi. Il primo è sicuramente la storia, sconosciuta ai più, dei sordi e della loro liberazione proprio attraverso la lingua dei segni, inventata nel periodo Illuminista e bandita in Europa per più di un secolo, dopo il Congresso di Milano del 1880. Il secondo è l’elemento metaletterario che fa sì che proprio l’autore stesso, padre a sua volta di una ragazza sorda, «entri» nel testo e si faccia coinvolgere dai suoi personaggi.

Perché leggerlo? Perché non solo è un testo delicato e scritto divinamente, ma anche perché invita a proseguire con altre letture sul tema. Per esempio, sempre di sordità, si parla in altri due recenti romanzi: La straniera di Claudia Durastanti (un’intervista all’autrice compare sul numero 44 della rMH) e Baco di Giacomo Sartori.

Una citazione dal libro: «[…] mentre le misere parole di noialtri somigliano più spesso a sassi da tirarsi in faccia che a pietre preziose da trasmettere come talismani ancestrali – eppure potrebbero esserlo. Anche con le mani, anche con gli occhi potremmo cercare di imparare, forse, a parlare d’amore».

Federica Merlo

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia. E’ la storia di Julien, nato sordo negli anni Sessanta nella provincia Francese ed educato, suo malgrado, secondo il metodo «oralista»: logopedia, apparecchi acustici (non le tecnologie attuali!), e soprattutto nessun contatto con la lingua dei segni. A diciotto anni solo la sua fuga alla volta di Parigi, tra attivisti sordi e militanti gay, gli permetterà di impararla. Sarà questa la nuova libertà di Julien, non solo di espressione ma anche da un padre conservatore che si ostinava a volerlo «guarire» e da una madre succube e connivente, incapace di qualsiasi ribellione ai metodi educativi imposti dal capofamiglia. Ma la bellezza del romanzo sta anche nell’incastro di altri due elementi. Il primo è sicuramente la storia, sconosciuta ai più, dei sordi e della loro liberazione proprio attraverso la lingua dei segni, inventata nel periodo Illuminista e bandita in Europa per più di un secolo, dopo il Congresso di Milano del 1880. Il secondo è l’elemento metaletterario che fa sì che proprio l’autore stesso, padre a sua volta di una ragazza sorda, «entri» nel testo e si faccia coinvolgere dai suoi personaggi.

Perché leggerlo? Perché non solo è un testo delicato e scritto divinamente, ma anche perché invita a proseguire con altre letture sul tema. Per esempio, sempre di sordità, si parla in altri due recenti romanzi: La straniera di Claudia Durastanti (un’intervista all’autrice compare sul numero 44 della rMH) e Baco di Giacomo Sartori.

Una citazione dal libro: «[…] mentre le misere parole di noialtri somigliano più spesso a sassi da tirarsi in faccia che a pietre preziose da trasmettere come talismani ancestrali – eppure potrebbero esserlo. Anche con le mani, anche con gli occhi potremmo cercare di imparare, forse, a parlare d’amore».

Federica Merlo

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia.

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Febbre
Febbre
Jonathan Bazzi
Fandango, Roma, 2019
Jonathan Bazzi
Fandango, Roma, 2019

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso. Si tratta di un esordio bomba, nel quale il giovane scrittore Jonathan Bazzi ci fa conoscere non solo se stesso, la sua omosessualità e la sua malattia, l’HIV, ma anche la vita nella periferia povera di Milano, ed in particolare a Rozzano, dagli anni 90 ad oggi. L’autore, in una recente intervista, alla domanda «perché hai scritto questo libro?» ha risposto: «Rozzano e la mia sieropositività hanno delle cose in comune, così è nata l’idea di tenerle insieme e di raccontarle». Nel libro, che ha una struttura elegante a capitoli alternati con continui salti cronologici, si ha l’impressione che, non solo il luogo di origine, ma anche i personaggi che l’autore ci presenta – i genitori separati, i nonni coi quali è cresciuto e il suo compagno – siano entità assolutamente interconnesse l’una all’altra da cause ed effetti che hanno plasmato il Jonathan Bazzi, omosessuale, sieropositivo, filosofo e scrittore di oggi. E poi c’è l’HIV, l’HIV all’epoca degli antiretrovirali, l’HIV che non uccide più ma che… ecco!

Perché leggerlo? Per almeno tre motivi. Il primo: perchè parlare di sessualità e HIV oggi non deve essere scomodo ed infastidire la società e le istituzioni, come purtroppo ancora avviene. Secondo: perché la scelta stilistica di usare un linguaggio diretto e quasi colloquiale, che trascina il lettore a Rozzano risulta potente ed azzecatissima. Terzo: perché Jonathan Bazzi è un grande scrittore di cui sentiremo ancora parlare!

Una citazione dal libro: «Una morte non più imminente, ma che entra in gioco lo stesso come la presenza che deve essere scongiurata con esami, controlli, farmaci, stile di vita. È per lei che devo fare tutto quello che mi aspetta. È lì dietro l’angolo, d’ora in poi sempre pronta».

Federica Merlo

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso. Si tratta di un esordio bomba, nel quale il giovane scrittore Jonathan Bazzi ci fa conoscere non solo se stesso, la sua omosessualità e la sua malattia, l’HIV, ma anche la vita nella periferia povera di Milano, ed in particolare a Rozzano, dagli anni 90 ad oggi. L’autore, in una recente intervista, alla domanda «perché hai scritto questo libro?» ha risposto: «Rozzano e la mia sieropositività hanno delle cose in comune, così è nata l’idea di tenerle insieme e di raccontarle». Nel libro, che ha una struttura elegante a capitoli alternati con continui salti cronologici, si ha l’impressione che, non solo il luogo di origine, ma anche i personaggi che l’autore ci presenta – i genitori separati, i nonni coi quali è cresciuto e il suo compagno – siano entità assolutamente interconnesse l’una all’altra da cause ed effetti che hanno plasmato il Jonathan Bazzi, omosessuale, sieropositivo, filosofo e scrittore di oggi. E poi c’è l’HIV, l’HIV all’epoca degli antiretrovirali, l’HIV che non uccide più ma che… ecco!

Perché leggerlo? Per almeno tre motivi. Il primo: perchè parlare di sessualità e HIV oggi non deve essere scomodo ed infastidire la società e le istituzioni, come purtroppo ancora avviene. Secondo: perché la scelta stilistica di usare un linguaggio diretto e quasi colloquiale, che trascina il lettore a Rozzano risulta potente ed azzecatissima. Terzo: perché Jonathan Bazzi è un grande scrittore di cui sentiremo ancora parlare!

Una citazione dal libro: «Una morte non più imminente, ma che entra in gioco lo stesso come la presenza che deve essere scongiurata con esami, controlli, farmaci, stile di vita. È per lei che devo fare tutto quello che mi aspetta. È lì dietro l’angolo, d’ora in poi sempre pronta».

Federica Merlo

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso.
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