Sullo scaffale
Libri

Consigli di lettura, spunti di riflessione, recensioni di libri e film raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.

Svegliare i leoni
Svegliare i leoni
Ayelet Gundar-Goshen
Giuntina, Firenze, 2017
Ayelet Gundar-Goshen
Giuntina, Firenze, 2017

Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla giovane e talentuosa autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen.
Il libro, che definirei per un terzo un thriller e per due terzi una profonda analisi psicologica dei personaggi, parte da uno spunto di trama semplicemente geniale: provando il suo SUV tra le dune del deserto del Negev il neurochirurgo Eitan Green – persona dai solidi principi morali tanto da aver rinunciato ad una promettente carriera rifiutando la corruzione del suo superiore – uccide, investendolo, un lavoratore migrante eritreo e preso dal panico per quanto successo scappa.
Mi fermo qui con il racconto delle vicende perché non avrebbe senso rovinare le interessanti sorprese e i colpi di scena che il libro riserva.
Credo invece sia utile sapere, per chi ne volesse intraprendere la lettura, quali sono i due meriti a mio avviso maggiori di questo Svegliare i leoni. Il primo, è la scrittura perfetta. La Gundar-Goshen ha una prosa semplice ma molto elengante e il libro scorre dalla prima all’ultima pagina senza mai una sbavatura, senza mai un termine fuori posto. Il secondo è la trattazione di tematiche molto interessanti ed attuali. Da una parte, la colpa, la bugia, i non detti e i ricatti all’interno delle relazioni umane, dall’altra uno sguardo affascinante su Israele e sul rapporto di questo stato con i migranti (in questo caso in un campo profughi) che ci permette di confrontare la nostra realtà con un’altra più lontana… purtroppo solo geograficamente.
Quando lo si conclude, se gli si perdona qualche digressione descrittiva di troppo su aspetti o personaggi marginali e un finale, forse, un po’ frettoloso, Svegliare i leoni è uno di quei libri che, come si suol dire, «ti rimane dentro».

Perché leggerlo? Per leggere «cultura ebraica». Nonostante sia da poco uscita un’edizione Feltrinelli, uno dei motivi che mi ha spinto a leggerlo è stato inizialmente il desiderio di scoprire qualche titolo pubblicato da Giuntina, casa editrice fiorentina, unica in Europa ad essere specializzata in cultura ebraica. 

Una citazione dal libro: «L’unico denominatore comune era il nome con cui li definivano altre persone, che avevano la pelle di un altro colore. Cosa li accomunava al di fuori del tintinnio metallico delle catene del viaggio che li aveva legati? Emigrare significa lasciare un posto per un altro, trascinandoti attaccato alla caviglia con una catena d’acciaio il posto che hai lasciato. Se emigrare è difficile, è perché è dura camminare per il mondo con un intero paese legato alla caviglia».

Federica Merlo

Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla giovane e talentuosa autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen.
Il libro, che definirei per un terzo un thriller e per due terzi una profonda analisi psicologica dei personaggi, parte da uno spunto di trama semplicemente geniale: provando il suo SUV tra le dune del deserto del Negev il neurochirurgo Eitan Green – persona dai solidi principi morali tanto da aver rinunciato ad una promettente carriera rifiutando la corruzione del suo superiore – uccide, investendolo, un lavoratore migrante eritreo e preso dal panico per quanto successo scappa.
Mi fermo qui con il racconto delle vicende perché non avrebbe senso rovinare le interessanti sorprese e i colpi di scena che il libro riserva.
Credo invece sia utile sapere, per chi ne volesse intraprendere la lettura, quali sono i due meriti a mio avviso maggiori di questo Svegliare i leoni. Il primo, è la scrittura perfetta. La Gundar-Goshen ha una prosa semplice ma molto elengante e il libro scorre dalla prima all’ultima pagina senza mai una sbavatura, senza mai un termine fuori posto. Il secondo è la trattazione di tematiche molto interessanti ed attuali. Da una parte, la colpa, la bugia, i non detti e i ricatti all’interno delle relazioni umane, dall’altra uno sguardo affascinante su Israele e sul rapporto di questo stato con i migranti (in questo caso in un campo profughi) che ci permette di confrontare la nostra realtà con un’altra più lontana… purtroppo solo geograficamente.
Quando lo si conclude, se gli si perdona qualche digressione descrittiva di troppo su aspetti o personaggi marginali e un finale, forse, un po’ frettoloso, Svegliare i leoni è uno di quei libri che, come si suol dire, «ti rimane dentro».

Perché leggerlo? Per leggere «cultura ebraica». Nonostante sia da poco uscita un’edizione Feltrinelli, uno dei motivi che mi ha spinto a leggerlo è stato inizialmente il desiderio di scoprire qualche titolo pubblicato da Giuntina, casa editrice fiorentina, unica in Europa ad essere specializzata in cultura ebraica. 

Una citazione dal libro: «L’unico denominatore comune era il nome con cui li definivano altre persone, che avevano la pelle di un altro colore. Cosa li accomunava al di fuori del tintinnio metallico delle catene del viaggio che li aveva legati? Emigrare significa lasciare un posto per un altro, trascinandoti attaccato alla caviglia con una catena d’acciaio il posto che hai lasciato. Se emigrare è difficile, è perché è dura camminare per il mondo con un intero paese legato alla caviglia».

Federica Merlo

Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla giovane e talentuosa autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen.

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Il disagio della sera
Il disagio della sera
Marieke Lucas Rijneveld
Nutrimenti, Roma, 2019
Marieke Lucas Rijneveld
Nutrimenti, Roma, 2019

Il 26 Agosto 2020 quando Il disagio della sera ha vinto l’Internationl Booker Prize (premio tra i più prestigiosi nel panorama della letteratura mondiale) non è stata una sorpresa. Nonostante gli altri cinque finalisti fossero altrettanto meritevoli (qui la lista nella quale tutti tranne uno hanno già un’edizione italiana) questo esordio, già best seller in Olanda nel 2018, del/della ventinovenne Marieke Lucas Rijneveld (identità non-binaria) ha convinto i giurati per la sua «poetica» e per la sua «emozionante potenza».
Jas Mulder, ragazzina di 10 anni, vive con la sua devota famiglia di agricoltori in una fattoria nella campagna dei Paesi Bassi. Un giorno d’inverno, durante il periodo natalizio, suo fratello maggiore parte per un gita di pattinaggio sul ghiaccio. Risentita e arrabbiata per non poter partecipare in quanto «troppo piccola» Jas fa una supplica infantile e perversa «e chiesi a Dio se per favore invece del mio coniglio non poteva prendersi mio fratello: Amen». Sfortunatemente, quella stessa sera il ghiaccio si spezza e il ragazzo muore annegato nelle gelide acque del lago. La tragedia travolge tutta la famiglia (composta anche da un altro fratello maschio, Odde, e una sorella femmina, Hanna) e Jas, narratrice in prima persona della vicenda, viene trascinata in un vortice di fantasie e turbamenti sempre più inquietanti, mentre guarda sé stessa disintegrarsi.
Da tanto non leggevo qualcosa di così disturbante e affascinante al tempo stesso. Cupo, crudo, con un linguaggio allusivo e metaforico ma anche poetico e originale. Questo romanzo, che in parte, per stessa ammissione dell’autore/autrice, riporta alcune vicende autobiografiche è un vero pugno nello stomaco!

Perché leggerlo? Per farsi una propria idea sul perché Rijneveld abbia scelto un narratore bambino, che ricorda famosi classici quali, ad esempio, Il buio oltre la siepe o Le avvenuture di Huckleberry Finn. Alcuni pensieri sembrerebbero, infatti, richiedere un grado di maturità superiore: «ma l’unica cosa in cui posso perdermi in questo momento è la perdita stessa», «poco a poco mio fratello esce dalle teste degli altri, mentre nelle nostre non fa che piantarsi sempre più a fondo», «potete immaginare quante domande ho dentro di me, e quante risposte senza un segno di spunta». 

Una citazione dal libro: «Ogni perdita ha in sè tutti i precedenti tentativi di tenere con te qualcosa che non volevi perdere, e che però devi lasciare andare. Da un sacchetto pieno di splendide biglie a un fratello. Nella perdita troviamo noi stessi e siamo ciò che siamo: esseri vulnerabili come pulcini di storno ancora implumi, che ogni tanto cadono giù dal nido e sperano di essere recuperati».

Federica Merlo

Il 26 Agosto 2020 quando Il disagio della sera ha vinto l’Internationl Booker Prize (premio tra i più prestigiosi nel panorama della letteratura mondiale) non è stata una sorpresa. Nonostante gli altri cinque finalisti fossero altrettanto meritevoli (qui la lista nella quale tutti tranne uno hanno già un’edizione italiana) questo esordio, già best seller in Olanda nel 2018, del/della ventinovenne Marieke Lucas Rijneveld (identità non-binaria) ha convinto i giurati per la sua «poetica» e per la sua «emozionante potenza».
Jas Mulder, ragazzina di 10 anni, vive con la sua devota famiglia di agricoltori in una fattoria nella campagna dei Paesi Bassi. Un giorno d’inverno, durante il periodo natalizio, suo fratello maggiore parte per un gita di pattinaggio sul ghiaccio. Risentita e arrabbiata per non poter partecipare in quanto «troppo piccola» Jas fa una supplica infantile e perversa «e chiesi a Dio se per favore invece del mio coniglio non poteva prendersi mio fratello: Amen». Sfortunatemente, quella stessa sera il ghiaccio si spezza e il ragazzo muore annegato nelle gelide acque del lago. La tragedia travolge tutta la famiglia (composta anche da un altro fratello maschio, Odde, e una sorella femmina, Hanna) e Jas, narratrice in prima persona della vicenda, viene trascinata in un vortice di fantasie e turbamenti sempre più inquietanti, mentre guarda sé stessa disintegrarsi.
Da tanto non leggevo qualcosa di così disturbante e affascinante al tempo stesso. Cupo, crudo, con un linguaggio allusivo e metaforico ma anche poetico e originale. Questo romanzo, che in parte, per stessa ammissione dell’autore/autrice, riporta alcune vicende autobiografiche è un vero pugno nello stomaco!

Perché leggerlo? Per farsi una propria idea sul perché Rijneveld abbia scelto un narratore bambino, che ricorda famosi classici quali, ad esempio, Il buio oltre la siepe o Le avvenuture di Huckleberry Finn. Alcuni pensieri sembrerebbero, infatti, richiedere un grado di maturità superiore: «ma l’unica cosa in cui posso perdermi in questo momento è la perdita stessa», «poco a poco mio fratello esce dalle teste degli altri, mentre nelle nostre non fa che piantarsi sempre più a fondo», «potete immaginare quante domande ho dentro di me, e quante risposte senza un segno di spunta». 

Una citazione dal libro: «Ogni perdita ha in sè tutti i precedenti tentativi di tenere con te qualcosa che non volevi perdere, e che però devi lasciare andare. Da un sacchetto pieno di splendide biglie a un fratello. Nella perdita troviamo noi stessi e siamo ciò che siamo: esseri vulnerabili come pulcini di storno ancora implumi, che ogni tanto cadono giù dal nido e sperano di essere recuperati».

Federica Merlo

Il 26 Agosto 2020 quando Il disagio della sera ha vinto l’Internationl Booker Prize (premio tra i più prestigiosi nel panorama della letteratura mondiale) non è stata una sorpresa.

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Città aperta
Città aperta
Teju Cole
Einaudi, Milano, 2013
Teju Cole
Einaudi, Milano, 2013

Prima di parlare di questo affascinante romanzo d’esordio (pubblicato ormai qualche anno fa) è doveroso introdurre il suo poliedrico autore. Teju Cole, americano di origine nigeriana (arrivato negli Stati Uniti a 17 anni), non è solo romanziere (oltre a questo Città aperta, sempre Einaudi ha pubblicato l’altrettanto incantevole Ogni giorno è per il ladro), saggista e professore di scrittura creativa ad Harvard, ma anche fotografo, critico di fotografia (del New York Times Magazine dal 2015 fino al 2019, e qui trovate l’archivio dei suoi saggi) e curatore. 

Venendo a Città aperta… siamo di fronte a un testo sicuramente originale. In gran parte ambientato a New York e a Bruxelles, le vicende, o meglio, una serie di incontri e riflessioni su ciò che lo circonda, sono narrate in prima persona da Julius, psichiatra specializzando, mezzo nigeriano (quanto c’è di autobiografico?) e mezzo tedesco. 

Città aperta è volutamente un libro senza trama, è un flusso libero, per certi aspetti quasi un diario, anche se privo della struttura che abitualmente contraddistingue questo genere letterario. A tal proposito, per esempio, i dialoghi di Julius con una serie di immigrati incontrati casualmente durante le sue peregrinazioni (un liberiano imprigionato per più di due anni in una struttura di detenzione nel Queens; un lustrascarpe haitiano; uno studente marocchino che gestisce un Internet café a Bruxelles) non sono contrassegnati da virgolette, trattini o interruzioni di paragrafo, ma risultano formalmente indistinguibili dalla lingua del narratore. 

Difficile durante la lettura non pensare a W.G. Sebald, perché, come nel grande scrittore tedesco, non sono veri e propri eventi o mutamenti improvvisi che spingono la narrazione. Piuttosto, e qui sta la grandezza di Cole, il testo è una sorta di costante indagine accidentale, ricca di colti rimandi musicali (Mahler, il Jazz...), letterari (Roland Barthes, Tahar Ben Jelloun...) e artistici (Velasquez...), dove ciò che coinvolge il lettore è l’immedesimazione col narratore che sembra usare la scrittura per indagare e accettare la sua solitudine. 

Difficile anche non pensare a Zadie Smith (tanti gli aspetti biografici in comune tra la scrittrice inglese e Cole), perché, nonostante la ricchezza tematica (la morte, i difficili rapporti familiari, il riscaldamento globale, l’11 settembre, per citarne solo alcuni) ciò che contraddistinge Città aperta, a volte in maniera velata, a volte più esplicita, è la costante presenza, come nella Smith, di “lively multiracial themes” (“vivaci tematiche multirazziali” come le ha definite J. Wood nell’articolo The arrival of enigmas, The New Yorker, 2011). 

Perché leggerlo? Per conoscere Teju Cole, lasciandosi ammaliare non solo dai suoi due romanzi ma anche dalla sua produzione saggistica (L’estraneo e il noto, Contrasto, Roma, 2018), e fotografica (Punto d’ombra, Contrasto, Roma, 2014). Una curiosità: lo scrittore, che nel 2014 ha vissuto sei mesi a Zurigo su invito della Literaturhaus per una residenza artistica, ama moltissimo la Svizzera e ha recentemente pubblicato un libro fotografico, Fernwhe (Mack, Londra, 2020), che raccoglie fotografie fatte da lui dal 2014 al 2019 nei suoi ripetuti viaggi nel nostro paese. 

Una citazione dal libro: «La musica di Mahler fece da sfondo alle mie attività per tutto il giorno seguente. C’era una nuova intensità anche nei dettagli più comuni, in ospedale […], come se la precisione della struttura orchestrale si specchiasse nel mondo visibile, e ogni particolare fosse diventato in qualche modo significativo. Uno dei miei pazienti si era seduto di fronte a me con le gambe accavallate, e il piede sollevato, il destro, che si muoveva a scatti nella lucida scarpa nera, sembrava anch’esso stranamente parte di quell’intricato mondo musicale».

Federica Merlo

Prima di parlare di questo affascinante romanzo d’esordio (pubblicato ormai qualche anno fa) è doveroso introdurre il suo poliedrico autore. Teju Cole, americano di origine nigeriana (arrivato negli Stati Uniti a 17 anni), non è solo romanziere (oltre a questo Città aperta, sempre Einaudi ha pubblicato l’altrettanto incantevole Ogni giorno è per il ladro), saggista e professore di scrittura creativa ad Harvard, ma anche fotografo, critico di fotografia (del New York Times Magazine dal 2015 fino al 2019, e qui trovate l’archivio dei suoi saggi) e curatore. 

Venendo a Città aperta… siamo di fronte a un testo sicuramente originale. In gran parte ambientato a New York e a Bruxelles, le vicende, o meglio, una serie di incontri e riflessioni su ciò che lo circonda, sono narrate in prima persona da Julius, psichiatra specializzando, mezzo nigeriano (quanto c’è di autobiografico?) e mezzo tedesco. 

Città aperta è volutamente un libro senza trama, è un flusso libero, per certi aspetti quasi un diario, anche se privo della struttura che abitualmente contraddistingue questo genere letterario. A tal proposito, per esempio, i dialoghi di Julius con una serie di immigrati incontrati casualmente durante le sue peregrinazioni (un liberiano imprigionato per più di due anni in una struttura di detenzione nel Queens; un lustrascarpe haitiano; uno studente marocchino che gestisce un Internet café a Bruxelles) non sono contrassegnati da virgolette, trattini o interruzioni di paragrafo, ma risultano formalmente indistinguibili dalla lingua del narratore. 

Difficile durante la lettura non pensare a W.G. Sebald, perché, come nel grande scrittore tedesco, non sono veri e propri eventi o mutamenti improvvisi che spingono la narrazione. Piuttosto, e qui sta la grandezza di Cole, il testo è una sorta di costante indagine accidentale, ricca di colti rimandi musicali (Mahler, il Jazz...), letterari (Roland Barthes, Tahar Ben Jelloun...) e artistici (Velasquez...), dove ciò che coinvolge il lettore è l’immedesimazione col narratore che sembra usare la scrittura per indagare e accettare la sua solitudine. 

Difficile anche non pensare a Zadie Smith (tanti gli aspetti biografici in comune tra la scrittrice inglese e Cole), perché, nonostante la ricchezza tematica (la morte, i difficili rapporti familiari, il riscaldamento globale, l’11 settembre, per citarne solo alcuni) ciò che contraddistinge Città aperta, a volte in maniera velata, a volte più esplicita, è la costante presenza, come nella Smith, di “lively multiracial themes” (“vivaci tematiche multirazziali” come le ha definite J. Wood nell’articolo The arrival of enigmas, The New Yorker, 2011). 

Perché leggerlo? Per conoscere Teju Cole, lasciandosi ammaliare non solo dai suoi due romanzi ma anche dalla sua produzione saggistica (L’estraneo e il noto, Contrasto, Roma, 2018), e fotografica (Punto d’ombra, Contrasto, Roma, 2014). Una curiosità: lo scrittore, che nel 2014 ha vissuto sei mesi a Zurigo su invito della Literaturhaus per una residenza artistica, ama moltissimo la Svizzera e ha recentemente pubblicato un libro fotografico, Fernwhe (Mack, Londra, 2020), che raccoglie fotografie fatte da lui dal 2014 al 2019 nei suoi ripetuti viaggi nel nostro paese. 

Una citazione dal libro: «La musica di Mahler fece da sfondo alle mie attività per tutto il giorno seguente. C’era una nuova intensità anche nei dettagli più comuni, in ospedale […], come se la precisione della struttura orchestrale si specchiasse nel mondo visibile, e ogni particolare fosse diventato in qualche modo significativo. Uno dei miei pazienti si era seduto di fronte a me con le gambe accavallate, e il piede sollevato, il destro, che si muoveva a scatti nella lucida scarpa nera, sembrava anch’esso stranamente parte di quell’intricato mondo musicale».

Federica Merlo

Prima di parlare di questo affascinante romanzo d’esordio (pubblicato ormai qualche anno fa) è doveroso introdurre il suo poliedrico autore.

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Il colibrì
Il colibrì
Sandro Veronesi
La Nave di Teseo, Milano, 2019
Sandro Veronesi
La Nave di Teseo, Milano, 2019

Fresco vincitore del premio Strega 2020 (che fa di Sandro Veronesi l’unico scrittore, insieme a Paolo Volponi, ad aver vinto due volte il più prestigioso riconoscimento letterario italiano), Il colibrì narra la storia tormentata – degli amori, dei tradimenti, delle sconfitte, delle difficili relazioni interpersonali e soprattutto dei lutti – di Marco Carrera, oculista fiorentino soprannominato proprio il colibrì perché da bimbetto cresceva poco ed era bassino. La metafora con l’uccello, però, risulta avere in realtà una duplice accezione perché descrive alla perfezione anche i tratti caratteriali del protagonista. Carrera infatti, come il piccolissimo volatile tropicale, impegnerà tutte le sue energie per restare sospeso, quasi immobile, continuando imperterrito a resistere nonostante tutto quello che la vita gli riserverà. 

Parlare della trama rischierebbe irrimediabilmente di rovinare i colpi di scena, le svolte improvvise e i grandi dolori che il lettore si trova ad affrontare pagina dopo pagina. Il testo, almeno fino a circa cento pagine dal termine è, a mio avviso, un libro quasi perfetto (forse troppo?). Seppur non una novità, ho trovato geniale la mescolanza di forme: lettere, sms, diari, frammenti di appunti, persino una lista (tratto distintivo della prosa dello scrittore toscano che è, tra l’altro, laureato in architettura) degli oggetti d’arredamento di design contenuti nella vecchia casa di famiglia. Seppur non una novità anche in questo caso, ho trovato gestita magistralmente la non linearità temporale nel susseguirsi dei brevi capitoli che sincopa il ritmo ravvivandolo continuamente. 

Insomma… Sandro Veronesi con questo Il colibrì, che può anche non piacere e che a mio parere, resta inferiore a Caos calmo (Strega nel 2006, La nave di Teseo lo ha recentemente ristampato!), si conferma tra i migliori scrittori in circolazione in Italia.

Perché leggerlo? Ci sono poche pagine che da sole potrebbero valere tutto il libro. Veronesi, in una nota, dichiara che il capitolo «Ai Mulinelli» è una riscrittura di uno dei racconti più belli di Beppe Fenoglio, «Il Gorgo». E, così, da un capolavoro… ne è venuto fuori un altro.

Una citazione dal libro: «Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme. Si vede bene perché in realtà è già tutto contenuto nell’inizio, come la forma di ogni cosa è contenuta nel suo primo manifestarsi. Ma si tratta di un momento, per l’appunto, e poi quella visione ispirata svanisce, o viene rimossa, ed è solo per questo che le storie tra le persone producono sorprese, danni, piacere o dolore imprevisto». 

Federica Merlo

Fresco vincitore del premio Strega 2020 (che fa di Sandro Veronesi l’unico scrittore, insieme a Paolo Volponi, ad aver vinto due volte il più prestigioso riconoscimento letterario italiano), Il colibrì narra la storia tormentata – degli amori, dei tradimenti, delle sconfitte, delle difficili relazioni interpersonali e soprattutto dei lutti – di Marco Carrera, oculista fiorentino soprannominato proprio il colibrì perché da bimbetto cresceva poco ed era bassino. La metafora con l’uccello, però, risulta avere in realtà una duplice accezione perché descrive alla perfezione anche i tratti caratteriali del protagonista. Carrera infatti, come il piccolissimo volatile tropicale, impegnerà tutte le sue energie per restare sospeso, quasi immobile, continuando imperterrito a resistere nonostante tutto quello che la vita gli riserverà. 

Parlare della trama rischierebbe irrimediabilmente di rovinare i colpi di scena, le svolte improvvise e i grandi dolori che il lettore si trova ad affrontare pagina dopo pagina. Il testo, almeno fino a circa cento pagine dal termine è, a mio avviso, un libro quasi perfetto (forse troppo?). Seppur non una novità, ho trovato geniale la mescolanza di forme: lettere, sms, diari, frammenti di appunti, persino una lista (tratto distintivo della prosa dello scrittore toscano che è, tra l’altro, laureato in architettura) degli oggetti d’arredamento di design contenuti nella vecchia casa di famiglia. Seppur non una novità anche in questo caso, ho trovato gestita magistralmente la non linearità temporale nel susseguirsi dei brevi capitoli che sincopa il ritmo ravvivandolo continuamente. 

Insomma… Sandro Veronesi con questo Il colibrì, che può anche non piacere e che a mio parere, resta inferiore a Caos calmo (Strega nel 2006, La nave di Teseo lo ha recentemente ristampato!), si conferma tra i migliori scrittori in circolazione in Italia.

Perché leggerlo? Ci sono poche pagine che da sole potrebbero valere tutto il libro. Veronesi, in una nota, dichiara che il capitolo «Ai Mulinelli» è una riscrittura di uno dei racconti più belli di Beppe Fenoglio, «Il Gorgo». E, così, da un capolavoro… ne è venuto fuori un altro.

Una citazione dal libro: «Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme. Si vede bene perché in realtà è già tutto contenuto nell’inizio, come la forma di ogni cosa è contenuta nel suo primo manifestarsi. Ma si tratta di un momento, per l’appunto, e poi quella visione ispirata svanisce, o viene rimossa, ed è solo per questo che le storie tra le persone producono sorprese, danni, piacere o dolore imprevisto». 

Federica Merlo

Fresco vincitore del premio Strega 2020 (che fa di Sandro Veronesi l’unico scrittore, insieme a Paolo Volponi, ad aver vinto due volte il più prestigioso riconoscimento letterario italiano), Il colibrì narra la storia tormentata – degli amori, dei tradimenti, delle sconfitte, delle difficili relazioni interpersonali e soprattutto dei lutti – di Marco Carrera, oculista fiorentino soprannominato proprio il colibrì perché da bimbetto cresceva poco ed era bassino.

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Riparare i viventi
Riparare i viventi
Maylis de Kerangal
Feltrinelli, Milano, 2015
Maylis de Kerangal
Feltrinelli, Milano, 2015

Riparare i viventi, della filosofa e sociologa francese Maylis de Kerangal, è il racconto di 24 ore. Simon e suoi due amici Chris e John fanno surf in una gelida mattina di febbraio nella Francia del nord, a Le Havre (luogo dove l’autrice stessa ha trascorso l’infanzia). Dopo un’epica sessione tra le onde oceaniche, i tre fanno rientro verso casa in un vecchio furgoncino stile hippie. Chi guida, Chris, non si capisce se per un colpo di sonno o per colpa del ghiaccio esce di strada andando a sbattere contro un palo. L’impatto, che proietta Simon fuori dall’abitacolo, procurerà al giovane lesioni al cervello irreversibili, lasciandolo in stato di morte cerebrale. A questo punto l’infermiere Thomas Rémige, coordinatore della donazione di organi, avvia il complicato (burocraticamente ma soprattutto moralmente!) processo che permetterà al cuore di Simon, ancora in perfetta forma, di «riparare una vivente», la traduttrice Parigina Claire Méjan. A mio avviso, la grandezza di questo breve romanzo (218 pagine), definito sulla quarta di copertina da un blurb azzeccatissimo «bello come una tragedia antica», non sta solo nella vicenda narrata ma nella sua coralità. Più facile sarebbe stato concentrarsi su Simon, renderlo protagonista unico e assoluto della sua storia. De Kerangal, invece, liberando la medicina dal suo peculiare linguaggio tecnico (senza però che i dettagli più realistici vengano meno), riesce a descrivere con una prosa perfetta e in maniera mai superficiale, pietistica o scontata tutta la rete di personaggi che viene coinvolta dal tragico evento. Il risultato è quello di portare il lettore di fronte alla «vita stessa, la catena umana di tutte quelle persone – fra cui il medico e l’infermiera del reparto di rianimazione e i loro piccoli gesti quotidiani – che permeteranno di riparare alla intollerabile ferita nel tessuto sociale rappresentata dalla morte di Simon». (F. Musolino, minima&moralia, 2015). 

Perché leggerlo? Perché tocca argomenti fondanti la nostra natura di «essere umani». In particolare, il concetto ontologico del «dono», alla base della medicina dei trapianti, e la desacralizzazione del corpo, resa possibile dalle tecnologie a disposizione nelle terapie intensive dei moderni ospedali. 

Una citazione dal libro: «Anche la strada è silenziosa, silenziosa e monocroma come il resto del mondo. La catastrofe si è propagata agli elementi, ai luoghi, alle cose, un flagello, come se tutto si conformasse a quanto è accaduto quella mattina, dietro le falesie […]». 

Nota: Il 27.05.2020, in occasione del Premio Von Rezzoni XIV, l'autrice ha conversato con Philippe Lançon, scrittore francese finalista al premio con il suo libro La traversata (Edizioni e/o, Roma, 2020). La traversata è stato recensito nella Newsletter #2.

Federica Merlo

Riparare i viventi, della filosofa e sociologa francese Maylis de Kerangal, è il racconto di 24 ore. Simon e suoi due amici Chris e John fanno surf in una gelida mattina di febbraio nella Francia del nord, a Le Havre (luogo dove l’autrice stessa ha trascorso l’infanzia). Dopo un’epica sessione tra le onde oceaniche, i tre fanno rientro verso casa in un vecchio furgoncino stile hippie. Chi guida, Chris, non si capisce se per un colpo di sonno o per colpa del ghiaccio esce di strada andando a sbattere contro un palo. L’impatto, che proietta Simon fuori dall’abitacolo, procurerà al giovane lesioni al cervello irreversibili, lasciandolo in stato di morte cerebrale. A questo punto l’infermiere Thomas Rémige, coordinatore della donazione di organi, avvia il complicato (burocraticamente ma soprattutto moralmente!) processo che permetterà al cuore di Simon, ancora in perfetta forma, di «riparare una vivente», la traduttrice Parigina Claire Méjan. A mio avviso, la grandezza di questo breve romanzo (218 pagine), definito sulla quarta di copertina da un blurb azzeccatissimo «bello come una tragedia antica», non sta solo nella vicenda narrata ma nella sua coralità. Più facile sarebbe stato concentrarsi su Simon, renderlo protagonista unico e assoluto della sua storia. De Kerangal, invece, liberando la medicina dal suo peculiare linguaggio tecnico (senza però che i dettagli più realistici vengano meno), riesce a descrivere con una prosa perfetta e in maniera mai superficiale, pietistica o scontata tutta la rete di personaggi che viene coinvolta dal tragico evento. Il risultato è quello di portare il lettore di fronte alla «vita stessa, la catena umana di tutte quelle persone – fra cui il medico e l’infermiera del reparto di rianimazione e i loro piccoli gesti quotidiani – che permeteranno di riparare alla intollerabile ferita nel tessuto sociale rappresentata dalla morte di Simon». (F. Musolino, minima&moralia, 2015). 

Perché leggerlo? Perché tocca argomenti fondanti la nostra natura di «essere umani». In particolare, il concetto ontologico del «dono», alla base della medicina dei trapianti, e la desacralizzazione del corpo, resa possibile dalle tecnologie a disposizione nelle terapie intensive dei moderni ospedali. 

Una citazione dal libro: «Anche la strada è silenziosa, silenziosa e monocroma come il resto del mondo. La catastrofe si è propagata agli elementi, ai luoghi, alle cose, un flagello, come se tutto si conformasse a quanto è accaduto quella mattina, dietro le falesie […]». 

Nota: Il 27.05.2020, in occasione del Premio Von Rezzoni XIV, l'autrice ha conversato con Philippe Lançon, scrittore francese finalista al premio con il suo libro La traversata (Edizioni e/o, Roma, 2020). La traversata è stato recensito nella Newsletter #2.

Federica Merlo

Riparare i viventi, della filosofa e sociologa francese Maylis de Kerangal, è il racconto di 24 ore. Simon e suoi due amici Chris e John fanno surf in una gelida mattina di febbraio nella Francia del nord, a Le Havre (luogo dove l’autrice stessa ha trascorso l’infanzia). Dopo un’epica sessione tra le onde oceaniche, i tre fanno rientro verso casa in un vecchio furgoncino stile hippie. Chi guida, Chris, non si capisce se per un colpo di sonno o per colpa del ghiaccio esce di strada andando a sbattere contro un palo.

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I colpevoli
I colpevoli
Andrea Pomella
Einaudi, Milano, 2020
Andrea Pomella
Einaudi, Milano, 2020

Dopo aver scritto un meraviglioso memoir sulla sua depressione, (L’uomo che trema, Einaudi, Milano, 2018) Andrea Pomella (intervistato sul prossimo numero, il 46, della Rivista per le Medical Humanities), continua a raccontarci di sé e pubblica, sempre nell’elegante collana Supercoralli di Einaudi, I colpevoli. Premessa: è impossibile parlare senza metterci il cuore dei libri di un amico, soprattutto se l’hai conosciuto grazie alla passione per le sue parole. Comunque… I colpevoli nasce dal Pomella bambino che dice a suo padre, andatosene via di casa, «Non voglio più vederti». È questo rifiuto, che dura trentasette anni, e si conclude il 16 dicembre del 2017, all’origine di tutta la narrazione. Lo scrittore, ormai quarantasettenne, non racconta però, come ci si potrebbe aspettare, la ricostruzione del rapporto con il padre, ormai sessantottenne. Di questo «rapporto» Pomella ne fa piuttosto un’analisi «scrupolosa e senza scrupoli», alternandola a digressioni sia personali (sulla vita con la moglie e il figlio, sul lavoro, sull’infanzia) sia extra-personali (bellissimi i capitoli che parlano dei musicisti padre e figlio Tim e Jeff Buckley e della Lettera al padre di Kafka) che hanno lo scopo di fornire al lettore degli «appigli» per non essere interamente trascinato in tutti i non risolti di un tradimento, di una colpa, e forse anche… di un perdono sui generis. 

Perché leggerlo? Perché la penna di Andrea Pomella è tra le migliori in Italia oggi. Inoltre, perché la letteratura è fatta anche di confronti e fil rouge e I colpevoli si colloca di diritto e con merito tra i più importanti testi autobiografici scritti negli ultimi anni, insieme a capolavori come Città sola di Olivia Laing, Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong (recensione sulla Newsletter #4) e a La Straniera di Claudia Durastanti (intervistata sul numero 44 della Rivista per le Medical Humanities). 

Una citazione dal libro: «Abbiamo lo stesso tono, identico il fluire delle frasi, l’ascesa e la discesa, le pause e le attese tra una parola e l’altra. […] Ho ereditato da te anche questo, non l’ho assimilato per frequentazione. Se tu fossi fuggito di casa ancor prima che nascessi sarebbe stata la stessa cosa. È affascinante il modo in cui la natura se ne infischia dei nostri traumi». 

Nota: Da il suo I colpevoli Andrea Pomella ha tratto anche un podcast in 4 episodi in cui narra le storie di alcuni grandi della letteratura, della musica, dell’arte e del cinema… «storie di figli che, nel corso della loro vita, si sono persi nell’ombra fitta della figura paterna, che hanno patito la mancanza del padre o che il padre lo hanno combattuto, che hanno tradito e che sono stati traditi».

Federica Merlo e Nicolò Saverio Centemero

Dopo aver scritto un meraviglioso memoir sulla sua depressione, (L’uomo che trema, Einaudi, Milano, 2018) Andrea Pomella (intervistato sul prossimo numero, il 46, della Rivista per le Medical Humanities), continua a raccontarci di sé e pubblica, sempre nell’elegante collana Supercoralli di Einaudi, I colpevoli. Premessa: è impossibile parlare senza metterci il cuore dei libri di un amico, soprattutto se l’hai conosciuto grazie alla passione per le sue parole. Comunque… I colpevoli nasce dal Pomella bambino che dice a suo padre, andatosene via di casa, «Non voglio più vederti». È questo rifiuto, che dura trentasette anni, e si conclude il 16 dicembre del 2017, all’origine di tutta la narrazione. Lo scrittore, ormai quarantasettenne, non racconta però, come ci si potrebbe aspettare, la ricostruzione del rapporto con il padre, ormai sessantottenne. Di questo «rapporto» Pomella ne fa piuttosto un’analisi «scrupolosa e senza scrupoli», alternandola a digressioni sia personali (sulla vita con la moglie e il figlio, sul lavoro, sull’infanzia) sia extra-personali (bellissimi i capitoli che parlano dei musicisti padre e figlio Tim e Jeff Buckley e della Lettera al padre di Kafka) che hanno lo scopo di fornire al lettore degli «appigli» per non essere interamente trascinato in tutti i non risolti di un tradimento, di una colpa, e forse anche… di un perdono sui generis. 

Perché leggerlo? Perché la penna di Andrea Pomella è tra le migliori in Italia oggi. Inoltre, perché la letteratura è fatta anche di confronti e fil rouge e I colpevoli si colloca di diritto e con merito tra i più importanti testi autobiografici scritti negli ultimi anni, insieme a capolavori come Città sola di Olivia Laing, Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong (recensione sulla Newsletter #4) e a La Straniera di Claudia Durastanti (intervistata sul numero 44 della Rivista per le Medical Humanities). 

Una citazione dal libro: «Abbiamo lo stesso tono, identico il fluire delle frasi, l’ascesa e la discesa, le pause e le attese tra una parola e l’altra. […] Ho ereditato da te anche questo, non l’ho assimilato per frequentazione. Se tu fossi fuggito di casa ancor prima che nascessi sarebbe stata la stessa cosa. È affascinante il modo in cui la natura se ne infischia dei nostri traumi». 

Nota: Da il suo I colpevoli Andrea Pomella ha tratto anche un podcast in 4 episodi in cui narra le storie di alcuni grandi della letteratura, della musica, dell’arte e del cinema… «storie di figli che, nel corso della loro vita, si sono persi nell’ombra fitta della figura paterna, che hanno patito la mancanza del padre o che il padre lo hanno combattuto, che hanno tradito e che sono stati traditi».

Federica Merlo e Nicolò Saverio Centemero

Dopo aver scritto un meraviglioso memoir sulla sua depressione, (L’uomo che trema, Einaudi, Milano, 2018) Andrea Pomella (intervistato sul prossimo numero, il 46, della Rivista per le Medical Humanities), continua a raccontarci di sé e pubblica, sempre nell’elegante collana Supercoralli di Einaudi, I colpevoli. Premessa: è impossibile parlare senza metterci il cuore dei libri di un amico, soprattutto se l’hai conosciuto grazie alla passione per le sue parole.

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Tutti i bambini tranne uno
Tutti i bambini tranne uno
Philippe Forest
Fandango, Roma, 2018
Philippe Forest
Fandango, Roma, 2018

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?! Quello che invece credo abbia senso indicare a chi volesse, come ho fatto io, portare a termine una lettura così profonda e straziante è che le pagine di questo libro, nate dal dolore, sono pagine in cui il dolore stesso non viene mai descritto per trovare salvezza (per Forest non c’è potere terapeutico nella scrittura) o per pietismo, ma per tentare di comprenderlo. Lo scrittore si mette accanto alla sua sofferenza e cerca, attraverso il filtro della scrittura, di rivoltarla, di torcerla, di spremerla nel tentativo di darle un senso. 

Perché leggerlo? Perché Forest si distanzia anni luce dalle molte narrazioni in cui il dolore personale viene usato per creare un’empatia effimera che, però, a mio avviso, una volta riposto il libro lascia al lettore poco o niente. Inoltre, lo scrittore francese è un gigante (leggete la nota a fine libro scritta dalla sua traduttrice italiana Gabriella Bosco... è illuminante!), ed è capace di scomodare mostri sacri quali Hugo, Mallarmé e il Barrie di Peter Pan (Wendy diventa quasi alter ego della piccola Pauline in alcuni passaggi) utilizzandoli come nobilissimi strumenti per quella costante analisi della sofferenza che permea ogni pagina. In ultimo, perché e credetemi, in questo libro troverete anche tanto, tantissimo, amore. 

Una citazione dal libro: «Ormai gli agonizzanti non esalano più l’ultimo respiro. Una lunga lingua di plastica scende nella loro gola passando per le narici […]. Respirano così, assistiti e incapaci del minimo suono. La tecnica batte in velocità il desiderio di dire dei vivi. Tutt’a un tratto è troppo tardi. Non è ancora la morte ma, fuori del sonno comatoso, è già il silenzio». 

Federica Merlo

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?! Quello che invece credo abbia senso indicare a chi volesse, come ho fatto io, portare a termine una lettura così profonda e straziante è che le pagine di questo libro, nate dal dolore, sono pagine in cui il dolore stesso non viene mai descritto per trovare salvezza (per Forest non c’è potere terapeutico nella scrittura) o per pietismo, ma per tentare di comprenderlo. Lo scrittore si mette accanto alla sua sofferenza e cerca, attraverso il filtro della scrittura, di rivoltarla, di torcerla, di spremerla nel tentativo di darle un senso. 

Perché leggerlo? Perché Forest si distanzia anni luce dalle molte narrazioni in cui il dolore personale viene usato per creare un’empatia effimera che, però, a mio avviso, una volta riposto il libro lascia al lettore poco o niente. Inoltre, lo scrittore francese è un gigante (leggete la nota a fine libro scritta dalla sua traduttrice italiana Gabriella Bosco... è illuminante!), ed è capace di scomodare mostri sacri quali Hugo, Mallarmé e il Barrie di Peter Pan (Wendy diventa quasi alter ego della piccola Pauline in alcuni passaggi) utilizzandoli come nobilissimi strumenti per quella costante analisi della sofferenza che permea ogni pagina. In ultimo, perché e credetemi, in questo libro troverete anche tanto, tantissimo, amore. 

Una citazione dal libro: «Ormai gli agonizzanti non esalano più l’ultimo respiro. Una lunga lingua di plastica scende nella loro gola passando per le narici […]. Respirano così, assistiti e incapaci del minimo suono. La tecnica batte in velocità il desiderio di dire dei vivi. Tutt’a un tratto è troppo tardi. Non è ancora la morte ma, fuori del sonno comatoso, è già il silenzio». 

Federica Merlo

Philippe Forest è un professore, scrittore e critico letterario e cinematografico. Tutti i bambini tranne uno (titolo originale L’enfant éternel) è il suo primo romanzo e lo scrisse quando aveva 35 anni nel 1997. Nel libro, Forest, racconta la vicenda di Pauline, la sua bambina, morta all’età di quattro anni a causa di un osteosarcoma. Non me la sento di definire queste poche righe «recensione», mi capirete... come si fa?!

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Carnaio
Carnaio
Giulio Cavalli
Fandango, Roma, 2018
Giulio Cavalli
Fandango, Roma, 2018

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello. In Carnaio, che è a tutti gli effetti un romanzo distopico, siamo a DF (citazione del Distrito Federal di Roberto Bolaño) un paese qualsiasi dell’Italia meridionale affacciato sulla costa, nel quale da un giorno all’altro iniziano ad arrivare ondate di corpi morti, tutti uguali. Senza che nessuno ricerchi l’origine e la causa di questo fenomeno, i cittadini si danno da fare per trasformare questo dramma in opportunità economica, usando i corpi in modi parecchio eccentrici. Tale operato susciterà l’intervento da parte dello Stato che, tuttavia, innescherà un processo di isolamento estremo degli abitanti di DF guidati dal loro sindaco (con chiusura delle frontiere, utilizzo di armi per difendere i confini, cittadinanze concesse soltanto agli autoctoni ed espulsione di giornalisti) e porterà il paese a chiudersi in una vera e propria bolla di plexiglas. 

In risposta a una domanda sul tema di Carnaio durante un’intervista, Cavalli ha detto che il libro non parla tanto di immigrazione ma si concentra piuttosto sulla disumanizzazione che questa ha prodotto negli anni recenti su chi accoglie, sul «popolo spaventato». Un’altra caratterista peculiare che rende questo libro uno dei migliori romanzi di genere usciti nel panorama letterario italiano negli ultimi anni è sicuramente la forza della lingua utilizzata che, grazie alle doti dello scrittore «fluisce con naturalezza all’interno di architetture complesse […] impreziosita da espressioni ingegnose e parole rare» (D. Sinfonico, La balena bianca, 2019).

Perché leggerlo? Perché ci spiega cosa succede quando, per proteggere il nostro operato, spostiamo l’etica «un po’ più in là» e decidiamo che quello che ieri «non era giusto» oggi «giusto», purtroppo, lo diventa.

Una citazione dal libro: «Quando se ne va l’umanità, anche il vero diventa un lusso: non è per ignoranza, come potrebbe sembrare, ma per un rimescolamento avvelenato delle priorità. Il trucco, mamma, sta nel convincere le persone che esista qualcosa di altro da proteggere […] e che tutto il resto sia terribilmente poco importante». 

Federica Merlo

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello. In Carnaio, che è a tutti gli effetti un romanzo distopico, siamo a DF (citazione del Distrito Federal di Roberto Bolaño) un paese qualsiasi dell’Italia meridionale affacciato sulla costa, nel quale da un giorno all’altro iniziano ad arrivare ondate di corpi morti, tutti uguali. Senza che nessuno ricerchi l’origine e la causa di questo fenomeno, i cittadini si danno da fare per trasformare questo dramma in opportunità economica, usando i corpi in modi parecchio eccentrici. Tale operato susciterà l’intervento da parte dello Stato che, tuttavia, innescherà un processo di isolamento estremo degli abitanti di DF guidati dal loro sindaco (con chiusura delle frontiere, utilizzo di armi per difendere i confini, cittadinanze concesse soltanto agli autoctoni ed espulsione di giornalisti) e porterà il paese a chiudersi in una vera e propria bolla di plexiglas. 

In risposta a una domanda sul tema di Carnaio durante un’intervista, Cavalli ha detto che il libro non parla tanto di immigrazione ma si concentra piuttosto sulla disumanizzazione che questa ha prodotto negli anni recenti su chi accoglie, sul «popolo spaventato». Un’altra caratterista peculiare che rende questo libro uno dei migliori romanzi di genere usciti nel panorama letterario italiano negli ultimi anni è sicuramente la forza della lingua utilizzata che, grazie alle doti dello scrittore «fluisce con naturalezza all’interno di architetture complesse […] impreziosita da espressioni ingegnose e parole rare» (D. Sinfonico, La balena bianca, 2019).

Perché leggerlo? Perché ci spiega cosa succede quando, per proteggere il nostro operato, spostiamo l’etica «un po’ più in là» e decidiamo che quello che ieri «non era giusto» oggi «giusto», purtroppo, lo diventa.

Una citazione dal libro: «Quando se ne va l’umanità, anche il vero diventa un lusso: non è per ignoranza, come potrebbe sembrare, ma per un rimescolamento avvelenato delle priorità. Il trucco, mamma, sta nel convincere le persone che esista qualcosa di altro da proteggere […] e che tutto il resto sia terribilmente poco importante». 

Federica Merlo

Giulio Cavalli è un giornalista, scrittore e attore teatrale. Molto spesso nel suo lavoro ha trattato il tema dell’immigrazione dal punto di vista di chi la vive in prima persona. Nel 2018 è uscito il suo romanzo Carnaio, finalista al premio Strega e al premio Campiello.

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Le gratitudini
Le gratitudini
Delphine De Vigan
Einaudi, Milano, 2020
Delphine De Vigan
Einaudi, Milano, 2020

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole. Per questo motivo e per via di qualche altro intoppo nelle attività quotidiane, Michka vede venir meno la sua autonomia ed è costretta a trasferirsi, nonostante sarebbe rimasta volentieri nel suo accogliente appartamento parigino, in una residenza per anziani. Accanto alla protagonista e molto legati ad essa, ci sono nel libro altri due personaggi importanti: Marie, l’ex vicina di casa di cui l’anziana signora è stata quasi una seconda madre e Jérôme, l’ortofonista che cura le sue parole «birichine». A di là di alcune brevi parti narrate, il libro è composto per la stragrande maggioranza da dialoghi. Piacevole la scelta della De Vigan di alternare capitoli in cui ora Marie, ora Jérôme ci raccontano Michka e chiacchierano con lei. I botta-e-risposta sono spesso divertenti e ricchi di piccoli strafalcioni dell’anziana signora che rendono un «grazie» un «gratis» e un «va bene» un «fa pena». Nonostante tratti temi complessi e molto attuali quali l’invecchiamento e le malattie neurodegenerative che colpiscono l’anziano, la De Vigan (considerata in patria una «scrittrice sociale» per via degli argomenti presenti nella sua precedente produzione tra cui anoressia, mobbing e precarietà sul posto di lavoro, suicidio, senzatetto etc.) ci presenta il tutto con grande semplicità e dolcezza, pur lasciando nel lettore molti spunti di riflessione profondi ed esistenziali («Possiamo rallentare le cose, ma non possiamo fermarle», «Invecchiare è imparare a perdere [...]. Ecco quello che vedo io»). 

Perché leggerlo? Per rispondere alla domanda che ci viene posta nell’incipit: «vi siete mai chiesti quante volte al giorno dite grazie?» e ritrovare il valore della gratitudine. 

Una citazione dal libro: « – Perché dice le “persone anziane”? Dovrebbe dire “i vecchi”. È bello, “i vecchi”. Ha il merito di essere fiero e tondo. Lei dice “i giovani”, no? Non “le persone giovani” – Ha ragione. Dà importanza alle parole, Michka, mi fa piacere».

Federica Merlo

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole. Per questo motivo e per via di qualche altro intoppo nelle attività quotidiane, Michka vede venir meno la sua autonomia ed è costretta a trasferirsi, nonostante sarebbe rimasta volentieri nel suo accogliente appartamento parigino, in una residenza per anziani. Accanto alla protagonista e molto legati ad essa, ci sono nel libro altri due personaggi importanti: Marie, l’ex vicina di casa di cui l’anziana signora è stata quasi una seconda madre e Jérôme, l’ortofonista che cura le sue parole «birichine». A di là di alcune brevi parti narrate, il libro è composto per la stragrande maggioranza da dialoghi. Piacevole la scelta della De Vigan di alternare capitoli in cui ora Marie, ora Jérôme ci raccontano Michka e chiacchierano con lei. I botta-e-risposta sono spesso divertenti e ricchi di piccoli strafalcioni dell’anziana signora che rendono un «grazie» un «gratis» e un «va bene» un «fa pena». Nonostante tratti temi complessi e molto attuali quali l’invecchiamento e le malattie neurodegenerative che colpiscono l’anziano, la De Vigan (considerata in patria una «scrittrice sociale» per via degli argomenti presenti nella sua precedente produzione tra cui anoressia, mobbing e precarietà sul posto di lavoro, suicidio, senzatetto etc.) ci presenta il tutto con grande semplicità e dolcezza, pur lasciando nel lettore molti spunti di riflessione profondi ed esistenziali («Possiamo rallentare le cose, ma non possiamo fermarle», «Invecchiare è imparare a perdere [...]. Ecco quello che vedo io»). 

Perché leggerlo? Per rispondere alla domanda che ci viene posta nell’incipit: «vi siete mai chiesti quante volte al giorno dite grazie?» e ritrovare il valore della gratitudine. 

Una citazione dal libro: « – Perché dice le “persone anziane”? Dovrebbe dire “i vecchi”. È bello, “i vecchi”. Ha il merito di essere fiero e tondo. Lei dice “i giovani”, no? Non “le persone giovani” – Ha ragione. Dà importanza alle parole, Michka, mi fa piacere».

Federica Merlo

Le gratitudini, della scrittrice francese Delphine De Vigan, è un libro breve e scorrevolissimo (circa 150 pagine) che si legge facilmente in una sola seduta. La protagonista è Michka, un’anziana signora, ex correttrice di bozze di una grande rivista, che a causa di una malattia neurodegenerativa sta perdendo le parole.

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Brevemente risplendiamo sulla terra
Brevemente risplendiamo sulla terra
Ocean Vuong
La nave di Teseo, Milano, 2020
Ocean Vuong
La nave di Teseo, Milano, 2020

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot). Vuong, che nel 1990 si è trasferito negli Stati Uniti e si è formato grazie a professori del calibro di Ben Lerner, ha scritto un libro sperimentale e poetico, ricco di influssi autobiografici. A livello di struttura, si tratta di una lunga lettera scritta da un figlio, «Little Dog» (come Vuong viene chiamato nel libro), alla madre Rose, la quale, tuttavia, non sa leggere. Questo rende il testo, in realtà, un prolungato racconto interiore dell’autore, denso di meditazioni di tipo quasi saggistico e sezioni poetiche al limite del componimento in versi. Tre sono gli aspetti che caratterizzano fortemente questo memoir. Il primo, è l’incredibile molteplicità di temi che Voung riesce a trattare (la memoria, il fallimento dell’integrazione degli immigrati, l’amore omosessuale, la violenza domestica, le armi, il disturbo post-traumatico da stress, l’abuso di ossicodone che devasta negli Stati Uniti le classi sociali meno abbienti), il secondo è l’utilizzo, come spesso avviene anche nelle sue poesie, di immagini tratte dal regno animale (molto evocativa è quella iniziale della migrazione delle farfalle monarca verso sud) e il terzo, che a mio modo di vedere risulta essere anche il più interessante e riuscito, sono le riflessioni sul senso della scrittura e della parola «[…] invidio le parole per essere capaci di fare quello che noi non sappiamo mai fare, sono capaci di dire tutto di sé rimanendosene ferme e basta, essendo e basta».

Perché leggerlo? Facile… perché è leggere poesia!

Una citazione dal libro: «A volte, quando non ci penso troppo, mi viene in mente che una ferita è anche il punto in cui la carne rincontra se stessa, chiedendo all’altra estremità: dove sei stata?».

Federica Merlo

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot). Vuong, che nel 1990 si è trasferito negli Stati Uniti e si è formato grazie a professori del calibro di Ben Lerner, ha scritto un libro sperimentale e poetico, ricco di influssi autobiografici. A livello di struttura, si tratta di una lunga lettera scritta da un figlio, «Little Dog» (come Vuong viene chiamato nel libro), alla madre Rose, la quale, tuttavia, non sa leggere. Questo rende il testo, in realtà, un prolungato racconto interiore dell’autore, denso di meditazioni di tipo quasi saggistico e sezioni poetiche al limite del componimento in versi. Tre sono gli aspetti che caratterizzano fortemente questo memoir. Il primo, è l’incredibile molteplicità di temi che Voung riesce a trattare (la memoria, il fallimento dell’integrazione degli immigrati, l’amore omosessuale, la violenza domestica, le armi, il disturbo post-traumatico da stress, l’abuso di ossicodone che devasta negli Stati Uniti le classi sociali meno abbienti), il secondo è l’utilizzo, come spesso avviene anche nelle sue poesie, di immagini tratte dal regno animale (molto evocativa è quella iniziale della migrazione delle farfalle monarca verso sud) e il terzo, che a mio modo di vedere risulta essere anche il più interessante e riuscito, sono le riflessioni sul senso della scrittura e della parola «[…] invidio le parole per essere capaci di fare quello che noi non sappiamo mai fare, sono capaci di dire tutto di sé rimanendosene ferme e basta, essendo e basta».

Perché leggerlo? Facile… perché è leggere poesia!

Una citazione dal libro: «A volte, quando non ci penso troppo, mi viene in mente che una ferita è anche il punto in cui la carne rincontra se stessa, chiedendo all’altra estremità: dove sei stata?».

Federica Merlo

Tradotto in italiano da Claudia Durastanti (scrittrice intervistata nel numero 44 della rMH) Brevemente risplendiamo sulla terra è l’esordio in prosa del giovane poeta di origine Vietnamita, Ocean Voung (la sua raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita, pubblicata in italiano sempre da La Nave di Teseo, ha vinto, tra gli altri, il famoso premio T. S. Eliot).

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Il dono oscuro
Il dono oscuro
John M. Hull
Adelphi, Milano, 2019
John M. Hull
Adelphi, Milano, 2019

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco. L'autore infatti descrive (registrò su cassette) senza una vera concatenazione o direzione di senso ed in forma diaristica, alcuni degli eventi più significativi degli anni che seguirono la sua perdita totale della vista, dal 1983 al 1986. Sono pagine che scorrono alternando momenti di dolore e smarrimento ad attimi di gioia e speranza, ma non solo. Ritengo siano gli aspetti più filosofici (interrogativi spesso lasciati senza risposte e per questo ancora più coinvolgenti per il lettore, chiamato a pensare e darsi le proprie di risposte), quelli più riflessivi sulla fede e quelli meramente pratici (un lavoro a cui pensare, i figli, la moglie) quello che rende questo testo diverso da altre più classiche e lineari autobiografie narrative scritte da persone malate.

Perché leggerlo? Perché ci sono dei pensieri, piccoli capolavori, in cui John Hull descrive la pioggia che vi faranno apprezzare anche il «prenderla tutta» durante un temporale o nelle giornate più uggiose.

Una citazione dal libro: «I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza. Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni. Queste fughe sono un vero momento di felicità».

Federica Merlo

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco. L'autore infatti descrive (registrò su cassette) senza una vera concatenazione o direzione di senso ed in forma diaristica, alcuni degli eventi più significativi degli anni che seguirono la sua perdita totale della vista, dal 1983 al 1986. Sono pagine che scorrono alternando momenti di dolore e smarrimento ad attimi di gioia e speranza, ma non solo. Ritengo siano gli aspetti più filosofici (interrogativi spesso lasciati senza risposte e per questo ancora più coinvolgenti per il lettore, chiamato a pensare e darsi le proprie di risposte), quelli più riflessivi sulla fede e quelli meramente pratici (un lavoro a cui pensare, i figli, la moglie) quello che rende questo testo diverso da altre più classiche e lineari autobiografie narrative scritte da persone malate.

Perché leggerlo? Perché ci sono dei pensieri, piccoli capolavori, in cui John Hull descrive la pioggia che vi faranno apprezzare anche il «prenderla tutta» durante un temporale o nelle giornate più uggiose.

Una citazione dal libro: «I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza. Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni. Queste fughe sono un vero momento di felicità».

Federica Merlo

Il grande neurologo Oliver Sacks ha scritto nella prefazione de Il Dono Oscuro che «Non esiste […] un resoconto altrettanto minuzioso, affascinante (e terrificante) di come non solo l’occhio esterno, ma anche quello «interno» svanisca con la cecità». In questo memoir, il professore di teologia John Hull (1935-2015) divenuto progressivamente cieco a seguito di una serie di distacchi di retina e diverse operazioni, racconta ciò che secondo lui significa non solo la cecità, ma anche e soprattutto, vivere da cieco.
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L'esercizio
L'esercizio
Claudia Petrucci
La nave di Teseo, Milano, 2020
Claudia Petrucci
La nave di Teseo, Milano, 2020

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa. La recitazione, che il maestro le ripropone e che in passato era stata per lei un’ancora di salvataggio in momenti terribilmente bui, riaccende Giorgia portandola, però, all’«esplosione». Da sempre infatti tiene nascosta a Filippo una diagnosi di schizofrenia paranoide che, violentemente slatentizzata da una pièce teatrale che si appresta a interpretare per la prima volta, la costringerà ad un ricovero coatto in una clinica psichiatrica per un anno. A questo punto Filippo e Mauro, prima complici e poi avversari, si ritroveranno ad assisterla e soltanto un «esercizio» (da qui il titolo del libro) perverso che porta i due a scrivere il copione della nuova vita di Giorgia, sarà la terapia che la farà riemergere dallo stato catatonico… molto, molto, cambiata. «Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo». In questo testo, che a tutti gli effetti possiamo definire un dramma romantico ricco di momenti ambigui e di un erotismo sottile e potente, Claudia Petrucci è stata capace di costruire, intrecciando con grande maestria il teatro e la malattia mentale (la scrittrice si è fatta aiutare da un medico per descrivere al meglio i sintomi e segni clinici della schizofrenia), una storia sul potere che ha la scrittura di fare e disfare mondi, personaggi e… persone.

Perché leggerlo? Perché è un esordio di una giovane scrittrice, classe 1990, che dimostra grandi capacità di scrittura (era da un po' che non leggevo dialoghi con questo ritmo!) e per l’originalità della trama, indubbiamente geniale.

Una citazione dal libro: «“Penso che lei facesse come facciamo tutti” dico, iniziando uno scarabocchio. “Quello che facciamo tutti è diverso dall’essere sinceri. È selezionare le verità accettabili”».

Federica Merlo

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa. La recitazione, che il maestro le ripropone e che in passato era stata per lei un’ancora di salvataggio in momenti terribilmente bui, riaccende Giorgia portandola, però, all’«esplosione». Da sempre infatti tiene nascosta a Filippo una diagnosi di schizofrenia paranoide che, violentemente slatentizzata da una pièce teatrale che si appresta a interpretare per la prima volta, la costringerà ad un ricovero coatto in una clinica psichiatrica per un anno. A questo punto Filippo e Mauro, prima complici e poi avversari, si ritroveranno ad assisterla e soltanto un «esercizio» (da qui il titolo del libro) perverso che porta i due a scrivere il copione della nuova vita di Giorgia, sarà la terapia che la farà riemergere dallo stato catatonico… molto, molto, cambiata. «Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo». In questo testo, che a tutti gli effetti possiamo definire un dramma romantico ricco di momenti ambigui e di un erotismo sottile e potente, Claudia Petrucci è stata capace di costruire, intrecciando con grande maestria il teatro e la malattia mentale (la scrittrice si è fatta aiutare da un medico per descrivere al meglio i sintomi e segni clinici della schizofrenia), una storia sul potere che ha la scrittura di fare e disfare mondi, personaggi e… persone.

Perché leggerlo? Perché è un esordio di una giovane scrittrice, classe 1990, che dimostra grandi capacità di scrittura (era da un po' che non leggevo dialoghi con questo ritmo!) e per l’originalità della trama, indubbiamente geniale.

Una citazione dal libro: «“Penso che lei facesse come facciamo tutti” dico, iniziando uno scarabocchio. “Quello che facciamo tutti è diverso dall’essere sinceri. È selezionare le verità accettabili”».

Federica Merlo

Giorgia e Filippo (narratore di tutta la vicenda) stanno insieme. Cassiera in un supermercato lei, barista nel piccolo bar di famiglia lui. Entrambi subiscono una Milano e una vita che li obbliga a rinunciare alle loro ambizioni: il teatro per Giorgia e il giornalismo per Filippo, laureato in lettere. Dopo tre anni di convivenza, la ragazza non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che torna a galla quando ritrova Mauro, suo ex-insegnate di teatro, comparso per caso un giorno alla cassa.
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Frankissstein. Una storia d’amore
Frankissstein. Una storia d’amore
Jeanette Winterson
Mondadori, Milano, 2019
Jeanette Winterson
Mondadori, Milano, 2019

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro. La Winterson, in un’intervista su «La Lettura» del «Corriere della Sera», pubblicata in occasione dell’uscita della traduzione italiana nel novembre 2019, dice che il suo racconto è un «avvertimento su quello che succede quando creiamo nuove forme di vita sulla Terra e rappresenta quello che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un giorno: una nuova forma di vita». Tuttavia, il testo è denso di altri temi, tutti molto attuali, e che, anche grazie alla forma romanzo e alla capacità di scrittura dell’autrice, scivolano nella mente del lettore senza alcuna imposizione di giudizio. Ci sono la questione di genere, c’è l’omofobia, c’è la tecnocrazia e poi c’è anche e soprattutto l’amore. Amore che, una volta chiuso il libro, dopo una sensazione di spaesamento costante (attenzione, non è un romanzo per tutti!) sembra essere l’unico «trait d’union» tra passato, presente e, forse, futuro dell’umanità̀. E allora ecco anche spiegato perché questo Frankissstein, ha scritto in copertina: una storia d’amore.

Perché leggerlo? Banalmente… perché libri richiamano libri e questo fa venire una voglia matta di prendere, o per molti riprendere, in mano il Frankenstein della Shelley (vale la pena ricordare che quel capolavoro fu scritto tra il 1816 e il 1817, quando la Shelley aveva diciannove anni!). 

Una citazione dal libro: «Che cos’è dunque la realtà. Le menti migliori si sono sempre poste questa domanda. E io non ho una risposta. Quello che posso dire è che la coscienza sembra essere una proprietà emergente della funzione cerebrale, anche se non possiamo localizzarne la sede biologica, essendo sfuggente quanto quella dell’anima. Ma nessuno dubita che la coscienza esista, come non dubitiamo che, al momento, l’intelligenza artificiale non sia dotata di consapevolezza. Forse, dunque, anche la realtà è una proprietà emergente: esiste, ma non è il fatto materiale che noi crediamo che sia».

Federica Merlo

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro. La Winterson, in un’intervista su «La Lettura» del «Corriere della Sera», pubblicata in occasione dell’uscita della traduzione italiana nel novembre 2019, dice che il suo racconto è un «avvertimento su quello che succede quando creiamo nuove forme di vita sulla Terra e rappresenta quello che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un giorno: una nuova forma di vita». Tuttavia, il testo è denso di altri temi, tutti molto attuali, e che, anche grazie alla forma romanzo e alla capacità di scrittura dell’autrice, scivolano nella mente del lettore senza alcuna imposizione di giudizio. Ci sono la questione di genere, c’è l’omofobia, c’è la tecnocrazia e poi c’è anche e soprattutto l’amore. Amore che, una volta chiuso il libro, dopo una sensazione di spaesamento costante (attenzione, non è un romanzo per tutti!) sembra essere l’unico «trait d’union» tra passato, presente e, forse, futuro dell’umanità̀. E allora ecco anche spiegato perché questo Frankissstein, ha scritto in copertina: una storia d’amore.

Perché leggerlo? Banalmente… perché libri richiamano libri e questo fa venire una voglia matta di prendere, o per molti riprendere, in mano il Frankenstein della Shelley (vale la pena ricordare che quel capolavoro fu scritto tra il 1816 e il 1817, quando la Shelley aveva diciannove anni!). 

Una citazione dal libro: «Che cos’è dunque la realtà. Le menti migliori si sono sempre poste questa domanda. E io non ho una risposta. Quello che posso dire è che la coscienza sembra essere una proprietà emergente della funzione cerebrale, anche se non possiamo localizzarne la sede biologica, essendo sfuggente quanto quella dell’anima. Ma nessuno dubita che la coscienza esista, come non dubitiamo che, al momento, l’intelligenza artificiale non sia dotata di consapevolezza. Forse, dunque, anche la realtà è una proprietà emergente: esiste, ma non è il fatto materiale che noi crediamo che sia».

Federica Merlo

L’ottima operazione di missaggio tra la storia di Mary Shelley, alle prese con la stesura del suo Frankenstein, capolavoro che ha ispirato tanta della moderna fantascienza, e quella del medico transessuale Ry Shelley (non a caso!) che si innamora del carismatico scienziato trans-umanista Victor Stein (ancora, non a caso!) ambientata tra l’attuale Inghilterra post-Brexit e gli Stati Uniti di Donald Trump è ciò di cui tratta, con un sapiente incastro di capitoli alternati passato-presente, questo libro.

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La traversata
La traversata
Philippe Lançon
Edizioni e/o, Roma, 2020
Philippe Lançon
Edizioni e/o, Roma, 2020

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano. Soprattutto, un’altra, gli disintegra la parte bassa del viso, lasciandolo con un buco nella mandibola destra, con brandelli di labbro inferiore e senza denti. Tuttavia, se vi aspettate di leggere la cronaca di uno dei più significativi momenti della storia di questo secolo, siete fuori strada. La traversata è il racconto, «letterariamente formidabile» (Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 27 gennaio 2020) di un’odissea fatta di numerosi interventi di chirurgia plastica, di una lunghissima riabilitazione e di come, attorno a tutto ciò, ci sia sempre e comunque un mondo fatto di rapporti umani con parenti, amori, amici, personale di cura e con lo stato sotto forma, in questo caso, di guardie della scorta ma anche di politici importanti (splendido è il racconto dell’incontro con l’allora presidente della repubblica François Hollande). Sarebbe stato facile far prevalere la rabbia, il lamento, la disperazione. Forse, sarebbe stato anche giusto fare la vittima. Ma no, Philippe Lançon è un gigantesco intellettuale e nonostante sia privato della parola, si danna a cercare costantemente un nuovo senso a ciò che lo circonda.

Perché leggerlo? Perché è già un classico della letteratura. Inoltre, e forse in maniera inaspettata, è pieno zeppo di citazioni letterarie, di sarcasmo e di… Parigi. Evitate l’e-book. La copertina del curatissimo formato cartaceo, scelta da Edizioni e/o, è Rosso Plastica, un’opera del 1964 dell’artista (fu anche medico) Alberto Burri. Splendida e drammaticamente evocativa.

Una citazione dal libro: «Il mio stato mentale non se la passa meglio. Emergo da due mesi di cure intensive come da un lungo sogno, con i postumi di trentasei sbornie contemporaneamente. Il momento delicato, dottore, è quello in cui il paziente riprende coscienza del corpo trasformato nel mondo vivo che lo circonda. È allora che comincia davvero a rinascere, e la rinascita, che fin qui si è manifestata con shock fisici di una violenza quasi magica, si accompagna ormai a una certa tristezza: lascio il ciclo delle caldaie dell’inferno per entrare nel bagno freddo del purgatorio, che non è migliore. Piango sulla vita perduta, sulla vita futura, sulla vita oscura, ma lei non mi vedrà piangere. Ecco a che punto sono, dottore. Vedo che prende appunti, bene. Ma basterà?».

Federica Merlo

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano. Soprattutto, un’altra, gli disintegra la parte bassa del viso, lasciandolo con un buco nella mandibola destra, con brandelli di labbro inferiore e senza denti. Tuttavia, se vi aspettate di leggere la cronaca di uno dei più significativi momenti della storia di questo secolo, siete fuori strada. La traversata è il racconto, «letterariamente formidabile» (Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 27 gennaio 2020) di un’odissea fatta di numerosi interventi di chirurgia plastica, di una lunghissima riabilitazione e di come, attorno a tutto ciò, ci sia sempre e comunque un mondo fatto di rapporti umani con parenti, amori, amici, personale di cura e con lo stato sotto forma, in questo caso, di guardie della scorta ma anche di politici importanti (splendido è il racconto dell’incontro con l’allora presidente della repubblica François Hollande). Sarebbe stato facile far prevalere la rabbia, il lamento, la disperazione. Forse, sarebbe stato anche giusto fare la vittima. Ma no, Philippe Lançon è un gigantesco intellettuale e nonostante sia privato della parola, si danna a cercare costantemente un nuovo senso a ciò che lo circonda.

Perché leggerlo? Perché è già un classico della letteratura. Inoltre, e forse in maniera inaspettata, è pieno zeppo di citazioni letterarie, di sarcasmo e di… Parigi. Evitate l’e-book. La copertina del curatissimo formato cartaceo, scelta da Edizioni e/o, è Rosso Plastica, un’opera del 1964 dell’artista (fu anche medico) Alberto Burri. Splendida e drammaticamente evocativa.

Una citazione dal libro: «Il mio stato mentale non se la passa meglio. Emergo da due mesi di cure intensive come da un lungo sogno, con i postumi di trentasei sbornie contemporaneamente. Il momento delicato, dottore, è quello in cui il paziente riprende coscienza del corpo trasformato nel mondo vivo che lo circonda. È allora che comincia davvero a rinascere, e la rinascita, che fin qui si è manifestata con shock fisici di una violenza quasi magica, si accompagna ormai a una certa tristezza: lascio il ciclo delle caldaie dell’inferno per entrare nel bagno freddo del purgatorio, che non è migliore. Piango sulla vita perduta, sulla vita futura, sulla vita oscura, ma lei non mi vedrà piangere. Ecco a che punto sono, dottore. Vedo che prende appunti, bene. Ma basterà?».

Federica Merlo

Sono appena passati cinque anni da quando la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, è stata decimata da un attentato terroristico di matrice islamica. Era il 7 gennaio 2015. Due i carnefici armati di fucili, quel mattino. Dodici i morti, quel mattino. Undici i feriti, quel mattino. Tra questi, quel dannato mattino, c’era anche l’autore di La traversata, il giornalista Philippe Lançon. Una pallottola lo ferisce alla mano.

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Malintesi
Malintesi
Bertrand Leclair
Quodlibet, Macerata, 2019
Bertrand Leclair
Quodlibet, Macerata, 2019

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia. E’ la storia di Julien, nato sordo negli anni Sessanta nella provincia Francese ed educato, suo malgrado, secondo il metodo «oralista»: logopedia, apparecchi acustici (non le tecnologie attuali!), e soprattutto nessun contatto con la lingua dei segni. A diciotto anni solo la sua fuga alla volta di Parigi, tra attivisti sordi e militanti gay, gli permetterà di impararla. Sarà questa la nuova libertà di Julien, non solo di espressione ma anche da un padre conservatore che si ostinava a volerlo «guarire» e da una madre succube e connivente, incapace di qualsiasi ribellione ai metodi educativi imposti dal capofamiglia. Ma la bellezza del romanzo sta anche nell’incastro di altri due elementi. Il primo è sicuramente la storia, sconosciuta ai più, dei sordi e della loro liberazione proprio attraverso la lingua dei segni, inventata nel periodo Illuminista e bandita in Europa per più di un secolo, dopo il Congresso di Milano del 1880. Il secondo è l’elemento metaletterario che fa sì che proprio l’autore stesso, padre a sua volta di una ragazza sorda, «entri» nel testo e si faccia coinvolgere dai suoi personaggi.

Perché leggerlo? Perché non solo è un testo delicato e scritto divinamente, ma anche perché invita a proseguire con altre letture sul tema. Per esempio, sempre di sordità, si parla in altri due recenti romanzi: La straniera di Claudia Durastanti (un’intervista all’autrice compare sul numero 44 della rMH) e Baco di Giacomo Sartori.

Una citazione dal libro: «[…] mentre le misere parole di noialtri somigliano più spesso a sassi da tirarsi in faccia che a pietre preziose da trasmettere come talismani ancestrali – eppure potrebbero esserlo. Anche con le mani, anche con gli occhi potremmo cercare di imparare, forse, a parlare d’amore».

Federica Merlo

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia. E’ la storia di Julien, nato sordo negli anni Sessanta nella provincia Francese ed educato, suo malgrado, secondo il metodo «oralista»: logopedia, apparecchi acustici (non le tecnologie attuali!), e soprattutto nessun contatto con la lingua dei segni. A diciotto anni solo la sua fuga alla volta di Parigi, tra attivisti sordi e militanti gay, gli permetterà di impararla. Sarà questa la nuova libertà di Julien, non solo di espressione ma anche da un padre conservatore che si ostinava a volerlo «guarire» e da una madre succube e connivente, incapace di qualsiasi ribellione ai metodi educativi imposti dal capofamiglia. Ma la bellezza del romanzo sta anche nell’incastro di altri due elementi. Il primo è sicuramente la storia, sconosciuta ai più, dei sordi e della loro liberazione proprio attraverso la lingua dei segni, inventata nel periodo Illuminista e bandita in Europa per più di un secolo, dopo il Congresso di Milano del 1880. Il secondo è l’elemento metaletterario che fa sì che proprio l’autore stesso, padre a sua volta di una ragazza sorda, «entri» nel testo e si faccia coinvolgere dai suoi personaggi.

Perché leggerlo? Perché non solo è un testo delicato e scritto divinamente, ma anche perché invita a proseguire con altre letture sul tema. Per esempio, sempre di sordità, si parla in altri due recenti romanzi: La straniera di Claudia Durastanti (un’intervista all’autrice compare sul numero 44 della rMH) e Baco di Giacomo Sartori.

Una citazione dal libro: «[…] mentre le misere parole di noialtri somigliano più spesso a sassi da tirarsi in faccia che a pietre preziose da trasmettere come talismani ancestrali – eppure potrebbero esserlo. Anche con le mani, anche con gli occhi potremmo cercare di imparare, forse, a parlare d’amore».

Federica Merlo

Non è un’autofiction, non è un’inchiesta e non è nemmeno un romanzo: Malintesi «scassa» i generi per essere tutte queste cose e di più. In particolare il testo, tradotto in maniera magistrale dal francese da Marco Lapenna e edito da una casa editrice, Quodlibet, che ha un catalogo interessantissimo e tutto da scoprire (pubblica anche lo scrittore Bellinzonese Matteo Terzaghi), parla di sordità e di famiglia.

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Febbre
Febbre
Jonathan Bazzi
Fandango, Roma, 2019
Jonathan Bazzi
Fandango, Roma, 2019

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso. Si tratta di un esordio bomba, nel quale il giovane scrittore Jonathan Bazzi ci fa conoscere non solo se stesso, la sua omosessualità e la sua malattia, l’HIV, ma anche la vita nella periferia povera di Milano, ed in particolare a Rozzano, dagli anni 90 ad oggi. L’autore, in una recente intervista, alla domanda «perché hai scritto questo libro?» ha risposto: «Rozzano e la mia sieropositività hanno delle cose in comune, così è nata l’idea di tenerle insieme e di raccontarle». Nel libro, che ha una struttura elegante a capitoli alternati con continui salti cronologici, si ha l’impressione che, non solo il luogo di origine, ma anche i personaggi che l’autore ci presenta – i genitori separati, i nonni coi quali è cresciuto e il suo compagno – siano entità assolutamente interconnesse l’una all’altra da cause ed effetti che hanno plasmato il Jonathan Bazzi, omosessuale, sieropositivo, filosofo e scrittore di oggi. E poi c’è l’HIV, l’HIV all’epoca degli antiretrovirali, l’HIV che non uccide più ma che… ecco!

Perché leggerlo? Per almeno tre motivi. Il primo: perchè parlare di sessualità e HIV oggi non deve essere scomodo ed infastidire la società e le istituzioni, come purtroppo ancora avviene. Secondo: perché la scelta stilistica di usare un linguaggio diretto e quasi colloquiale, che trascina il lettore a Rozzano risulta potente ed azzecatissima. Terzo: perché Jonathan Bazzi è un grande scrittore di cui sentiremo ancora parlare!

Una citazione dal libro: «Una morte non più imminente, ma che entra in gioco lo stesso come la presenza che deve essere scongiurata con esami, controlli, farmaci, stile di vita. È per lei che devo fare tutto quello che mi aspetta. È lì dietro l’angolo, d’ora in poi sempre pronta».

Federica Merlo

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso. Si tratta di un esordio bomba, nel quale il giovane scrittore Jonathan Bazzi ci fa conoscere non solo se stesso, la sua omosessualità e la sua malattia, l’HIV, ma anche la vita nella periferia povera di Milano, ed in particolare a Rozzano, dagli anni 90 ad oggi. L’autore, in una recente intervista, alla domanda «perché hai scritto questo libro?» ha risposto: «Rozzano e la mia sieropositività hanno delle cose in comune, così è nata l’idea di tenerle insieme e di raccontarle». Nel libro, che ha una struttura elegante a capitoli alternati con continui salti cronologici, si ha l’impressione che, non solo il luogo di origine, ma anche i personaggi che l’autore ci presenta – i genitori separati, i nonni coi quali è cresciuto e il suo compagno – siano entità assolutamente interconnesse l’una all’altra da cause ed effetti che hanno plasmato il Jonathan Bazzi, omosessuale, sieropositivo, filosofo e scrittore di oggi. E poi c’è l’HIV, l’HIV all’epoca degli antiretrovirali, l’HIV che non uccide più ma che… ecco!

Perché leggerlo? Per almeno tre motivi. Il primo: perchè parlare di sessualità e HIV oggi non deve essere scomodo ed infastidire la società e le istituzioni, come purtroppo ancora avviene. Secondo: perché la scelta stilistica di usare un linguaggio diretto e quasi colloquiale, che trascina il lettore a Rozzano risulta potente ed azzecatissima. Terzo: perché Jonathan Bazzi è un grande scrittore di cui sentiremo ancora parlare!

Una citazione dal libro: «Una morte non più imminente, ma che entra in gioco lo stesso come la presenza che deve essere scongiurata con esami, controlli, farmaci, stile di vita. È per lei che devo fare tutto quello che mi aspetta. È lì dietro l’angolo, d’ora in poi sempre pronta».

Federica Merlo

Vincitore del «Libro dell’anno» per Fahrenheit, famoso programma radiofonico culturale di Rai Radio 3, e del più antico premio letterario italiano, il «Bagutta», per l’opera prima, Febbre è senza dubbio, tra quelli scritti in lingua italiana, il caso editoriale dell’anno appena trascorso.
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