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Film

Consigli di lettura, spunti di riflessione, recensioni di libri e film raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.

Léon
Léon
Regia di Luc Besson
Francia /USA, 1994
Regia di Luc Besson
Francia /USA, 1994

Léon vive da solo conducendo un'esistenza quasi maniacale dedita esclusivamente al suo mestiere di sicario e apparentemente priva di qualsiasi emozione; uniche eccezioni a questa apatia sono le cure amorevoli che riserva a una pianta in vaso, a cui si sente simile perché priva di radici come si sente lui. Un giorno, la famiglia che abita nell’appartamento a fianco di Léon, viene trucidata a causa di traffici di droga del padre. Dal massacro si salva Matilda, la figlia dodicenne, poiché si trovava fuori casa. Al suo rientro, rendendosi conto di quanto è accaduto, suona al campanello di Léon, il quale, dopo un attimo di indecisione e avendo osservato l'accaduto, la fa entrare in casa…
Inizia così il rapporto tra i due, caratterizzato dall'iniziale difficoltà di Léon a rapportarsi con una ragazza e dal desiderio di Matilda di vendicare il fratellino e dal suo scoprirsi invaghita dell'uomo. Léon accetta di insegnarle il mestiere del sicario mentre Matilda in cambio si occupa della casa e gli insegna a leggere. 

Perché guardarlo? Potrebbe essere la trama di un qualsiasi film d’azione con sparatorie, killer e sequenze mozzafiato, ma tutto questo fa solo da corollario alla vera storia del film che Luc Besson racconta con maestria. Una storia di cura, quella tra Léon e Matilda, dove ognuno cerca di prendersi cura dell’altro nel modo migliore che conosce, secondo il proprio percorso di vita. I due personaggi sono soli, senza radici, entrambi bisognosi di qualcuno che si prenda cura di loro e trovano nell’altro proprio quel qualcuno.
La differenza d’età è un’altra trovata del regista per uscire dagli schemi, scongiurando i cliché della classica storia d’amore. Il sentimento, l’affetto che cresce tra i due è semplice frutto del rapporto di cura che si instaura tra i due. Non esistono pazienti e non esistono curanti in questo film, o forse convivono nell’animo dei protagonisti, come convivono in ognuno di noi. Il coraggio di chiedere cura, l’umiltà di accettarla, l’impegno di prendersi cura e farsi prendere in cura. Due personaggi così diversi ma accumunati dallo stesso bisogno di cura e dal piacere di scoprire che prendersi cura di qualcuno, alla fine, è l’inizio per prendersi cura di sé e ritrovare un terreno per le proprie radici.    

Critiche
"II primo film nuovayorkese dello snob francese Besson, da tempo inattivo, proseguendo nella poetica che gli ha dato gloria con 'Nikita', e formalmente molto seducente, trascina lo spettatore in un vortice di sensazioni mai casuali, gestite con un ritmo ineluttabile di cinema, muovendo un racconto variopinto, cinico, divertente e oltraggioso. Dove non solo Jean Reno, truccato alla Sergio Leone ma anche alla Salvatores, è eccezionale nel dare un'ottusa, bieca tristezza al killer che cura le piante, cucina col guanto a maialino e fa i piegamenti, ma anche l'esibizionista Gary Oldman sembra un vampiro, una scheggia freudiana impazzita; e da ex 'Beethoven' pronuncia battute di nemesi storica. Infine Danny Ajello fa l'oste mafioso e banchiere e la debuttante Natalie Portman, con tutti i suoi eccessi e le sue sgradevolezze, la sigaretta e lo sguardo obliquo, sembra nata dentro questa storia che le si attorciglia addosso. (...) Il racconto non ha cadute di tono, la cinepresa crea un'altra realtà di mali odori, carne sfatta, marciume: è l'apoteosi del mezzo cinematografico, anche a rischio di restare con la sola facciata, alla Gaudì. Nel mezzo di un inferno dl pallottole appare anche una Madonnina che eccezionalmente non piange; viene anche lei sparata." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 13 aprile 1995)

"Il più bel film di Clint Eastwood, Bird, era dedicato 'a Sergio (Leone) e Don (Siegel)', due figure decisive nella vita e nel cinema del regista-attore. L'ultimo lavoro di Besson non porta dediche in testa ma iscrive il suo 'padrino' direttamente nel titolo: Léon. La scena d'apertura parla chiaro: primissimi piani, Little Italy, un killer assoldato dai mafiosi, uno sguardo sull'America sovraccarico di mitologia, eccetera. Che Besson invece possa fregiarsi del titolo di erede di Leone è un altro paio di maniche." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 aprile 1995)

"'Léon' è, alla base un film d'amore e di sentimenti. Ma il suo universo a fumetti (guardate i primi cinque minuti, con quei dettagli ravvicinatissimi alla Liechtenstein) è attraversato dalla violenza elettrica di Gary Oldman, bravissimo e terrificante nella sua furia esplosiva come l'agente antidroga corrotto che ascolta Beethoven, si fa, strafà e diventa tutto rosso sotto l'occhio della cinepresa. E in questa fiaba nera, che usa pezzi di realismo cinematografico per comporre un racconto assolutamente irrealistico, l'incalzare continuo della musica accompagna un montaggio di precisione cronometrica e sigla l'atmosfera delle diverse situazioni: un ulteriore esercizio di stile, perfetto ma eccessivo, che si aggiunge a un film troppo stilizzato, calcolato, metacinematografico per convincere davvero." (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 21 aprile 1995).

Martina Malacrida Nembrini

Léon vive da solo conducendo un'esistenza quasi maniacale dedita esclusivamente al suo mestiere di sicario e apparentemente priva di qualsiasi emozione; uniche eccezioni a questa apatia sono le cure amorevoli che riserva a una pianta in vaso, a cui si sente simile perché priva di radici come si sente lui. Un giorno, la famiglia che abita nell’appartamento a fianco di Léon, viene trucidata a causa di traffici di droga del padre. Dal massacro si salva Matilda, la figlia dodicenne, poiché si trovava fuori casa. Al suo rientro, rendendosi conto di quanto è accaduto, suona al campanello di Léon, il quale, dopo un attimo di indecisione e avendo osservato l'accaduto, la fa entrare in casa…
Inizia così il rapporto tra i due, caratterizzato dall'iniziale difficoltà di Léon a rapportarsi con una ragazza e dal desiderio di Matilda di vendicare il fratellino e dal suo scoprirsi invaghita dell'uomo. Léon accetta di insegnarle il mestiere del sicario mentre Matilda in cambio si occupa della casa e gli insegna a leggere. 

Perché guardarlo? Potrebbe essere la trama di un qualsiasi film d’azione con sparatorie, killer e sequenze mozzafiato, ma tutto questo fa solo da corollario alla vera storia del film che Luc Besson racconta con maestria. Una storia di cura, quella tra Léon e Matilda, dove ognuno cerca di prendersi cura dell’altro nel modo migliore che conosce, secondo il proprio percorso di vita. I due personaggi sono soli, senza radici, entrambi bisognosi di qualcuno che si prenda cura di loro e trovano nell’altro proprio quel qualcuno.
La differenza d’età è un’altra trovata del regista per uscire dagli schemi, scongiurando i cliché della classica storia d’amore. Il sentimento, l’affetto che cresce tra i due è semplice frutto del rapporto di cura che si instaura tra i due. Non esistono pazienti e non esistono curanti in questo film, o forse convivono nell’animo dei protagonisti, come convivono in ognuno di noi. Il coraggio di chiedere cura, l’umiltà di accettarla, l’impegno di prendersi cura e farsi prendere in cura. Due personaggi così diversi ma accumunati dallo stesso bisogno di cura e dal piacere di scoprire che prendersi cura di qualcuno, alla fine, è l’inizio per prendersi cura di sé e ritrovare un terreno per le proprie radici.    

Critiche
"II primo film nuovayorkese dello snob francese Besson, da tempo inattivo, proseguendo nella poetica che gli ha dato gloria con 'Nikita', e formalmente molto seducente, trascina lo spettatore in un vortice di sensazioni mai casuali, gestite con un ritmo ineluttabile di cinema, muovendo un racconto variopinto, cinico, divertente e oltraggioso. Dove non solo Jean Reno, truccato alla Sergio Leone ma anche alla Salvatores, è eccezionale nel dare un'ottusa, bieca tristezza al killer che cura le piante, cucina col guanto a maialino e fa i piegamenti, ma anche l'esibizionista Gary Oldman sembra un vampiro, una scheggia freudiana impazzita; e da ex 'Beethoven' pronuncia battute di nemesi storica. Infine Danny Ajello fa l'oste mafioso e banchiere e la debuttante Natalie Portman, con tutti i suoi eccessi e le sue sgradevolezze, la sigaretta e lo sguardo obliquo, sembra nata dentro questa storia che le si attorciglia addosso. (...) Il racconto non ha cadute di tono, la cinepresa crea un'altra realtà di mali odori, carne sfatta, marciume: è l'apoteosi del mezzo cinematografico, anche a rischio di restare con la sola facciata, alla Gaudì. Nel mezzo di un inferno dl pallottole appare anche una Madonnina che eccezionalmente non piange; viene anche lei sparata." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 13 aprile 1995)

"Il più bel film di Clint Eastwood, Bird, era dedicato 'a Sergio (Leone) e Don (Siegel)', due figure decisive nella vita e nel cinema del regista-attore. L'ultimo lavoro di Besson non porta dediche in testa ma iscrive il suo 'padrino' direttamente nel titolo: Léon. La scena d'apertura parla chiaro: primissimi piani, Little Italy, un killer assoldato dai mafiosi, uno sguardo sull'America sovraccarico di mitologia, eccetera. Che Besson invece possa fregiarsi del titolo di erede di Leone è un altro paio di maniche." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 aprile 1995)

"'Léon' è, alla base un film d'amore e di sentimenti. Ma il suo universo a fumetti (guardate i primi cinque minuti, con quei dettagli ravvicinatissimi alla Liechtenstein) è attraversato dalla violenza elettrica di Gary Oldman, bravissimo e terrificante nella sua furia esplosiva come l'agente antidroga corrotto che ascolta Beethoven, si fa, strafà e diventa tutto rosso sotto l'occhio della cinepresa. E in questa fiaba nera, che usa pezzi di realismo cinematografico per comporre un racconto assolutamente irrealistico, l'incalzare continuo della musica accompagna un montaggio di precisione cronometrica e sigla l'atmosfera delle diverse situazioni: un ulteriore esercizio di stile, perfetto ma eccessivo, che si aggiunge a un film troppo stilizzato, calcolato, metacinematografico per convincere davvero." (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 21 aprile 1995).

Martina Malacrida Nembrini

Léon vive da solo conducendo un'esistenza quasi maniacale dedita esclusivamente al suo mestiere di sicario e apparentemente priva di qualsiasi emozione; uniche eccezioni a questa apatia sono le cure amorevoli che riserva a una pianta in vaso, a cui si sente simile perché priva di radici come si sente lui. Un giorno, la famiglia che abita nell’appartamento a fianco di Léon, viene trucidata a causa di traffici di droga del padre. Dal massacro si salva Matilda, la figlia dodicenne, poiché si trovava fuori casa.

Sommario visibile
Forrest Gump
Forrest Gump
Regia di Robert Zemeckis
USA, 1994
Regia di Robert Zemeckis
USA, 1994

La pellicola narra l'intensa vita di Forrest Gump, un uomo a cui sin da bambino viene riconosciuto uno sviluppo cognitivo inferiore alla norma. Nato negli Stati Uniti d'America a metà degli anni quaranta Forrest, grazie a una serie di coincidenze favorevoli, sarà diretto testimone di importanti avvenimenti della storia statunitense.

Perché guardarlo? Il film spazia su circa trent'anni di storia degli Stati Uniti d'America: Forrest, seduto su una panchina, comincia a raccontare la propria vita, sin da quando era un bambino. Raccontando le proprie vicende Forrest incontrerà tre presidenti, icone come Elvis e John Lennon, stabilirà un nuovo clima di pace tra Stati Uniti d'America e Cina attraverso il ping pong, parteciperà alla guerra del Vietnam e a un raduno hippy, senza tuttavia rendersi realmente conto di quanto tutto questo fosse straordinario. Il fil rouge che si nasconde nella trama è il rapporto speciale con Jenny, che conosce sin dall’infanzia.
Proprio il rapporto con Jenny è l’elemento su cui si basa il film. Un rapporto nato tra i banchi di scuola e che in varie fasi della vita di Forrest ricompare in varie forme. Tra i due c’è un rapporto di cura che va al di là di ogni evento storico, di ogni moda, di ogni tempo. Se prima Jenny difenderà il piccolo Forrest dai bulli, lo sosterrà nelle sue imprese seguendolo silenziosamente, cosi Forrest saprà strappare Jenny dalle cattive compagnie e abitudini. Un rapporto cosi avaro di tempo, ma di cui entrambi si prendono cura per una vita intera. Alla fine sarà Forrest a prendersi letteralmente cura di Jenny, malata terminale, ma il loro rapporto continuerà a vivere nel piccolo Forrest, figlio di quel tempo avaro, ma anche di quella cura che entrambi hanno saputo dare al loro rapporto.
La cura dei rapporti, come il rapporto di cura, necessita di qualità e non di quantità. La qualità della cura porta ogni momento vissuto a essere un momento di vita. 

Recensioni
Forrest gump, il maggiore successo della stagione negli Stati Uniti, vicenda di un uomo dall'intelligenza tanto limitata da diventare stupidità che percorre di gran corsa trent'anni di Storia americana conquistandosi vittorie, celebrità, ricchezza e amore, è come le macchie del test proiettivo di Rorschach: ognuno ci vede quello che vuole vedere, o quel che é. Allegoria americana, il film tratto da un romanzo scritto nel 1986 dal giornalista Winston Groom ha infatti già suscitato giudizi contraddittori e interpretazioni senza fine: è divertente, è tragico; è una critica radicale a società e istituzioni che consentono la prevalenza del cretino; esalta, in un'epoca di cinismo dominante, l'inalterabile capacità di sperare; rispecchia un presente nel quale intelligenza e spirito critico sono meno apprezzati della fiducia in se stessi e della buona coscienza sociale; loda la bontà generosa, l'energia fattiva, la fedeltà leale alle promesse; irride ogni idealismo degli Anni Sessanta; è oltraggiosamente conservatore, è sottilmente progressista. [...]

(Lietta Tornabuoni, La Stampa, 21 Ottobre 1994 )

“Forrest Gump o test di Rorschach? Il film di Robert Zemeckis che ha conquistato Venezia, e che prima ancora di uscire in Italia aveva già conquistato gli Stati Uniti con incassi stratosferici raramente raggiunti da un film “per adulti”, rappresenta un caso singolare di film-cartina di tornasole, di film-test, di film-crinale. Insomma, dopo tanti film-giocattolo, tanti film-otto volante, tanti film-confezione regalo, finalmente un film che, al di là del divertimento e delle emozioni, suscita il piacere e la necessità di discutere e interpretare. E non c’è dubbio che, se si usasse ancora l’aborrito “segue dibattito”, se ne sentirebbero delle belle. Magari anche che il bravissimo Tom Hanks, come ha scritto qualcuno, è troppo bravo e punta all’Oscar.
Come si è capito dalla critica italiana a Venezia 1994 e come si può leggere nelle recensioni americane e inglesi, Forrest Gump si offre a due letture completamente diverse: e per questo si parlava di film-test. Forrest Gump, che incontriamo mentre aspetta un autobus e racconta ai suoi vicini di panchina la sua avventurosa esistenza “all amencan”, è un povero di spirito, un idiota quasi dostoevskijano nella sua gentilezza d’animo, una piuma al vento della storia (ed è molto bella e magica la sequenza iniziale, metà in diretta, metà al Computer Graphics, di una piuma, appunto, che svolazza sui titoli di testa fino ad approdare ai piedi di Forrest in attesa). È un uomo qualunque che ha sconfitto il suo handicap (il piccolo Forrest non poteva camminare normalmente), che attraversa la vita letteralmente di corsa, conquista la laurea a forza di vittorie sportive, sopravvive al Vietnam, si comporta da eroe per caso, diventa miliardario, si pente, percorre il suo paese da costa a costa, incontra i grandi dei suoi anni, ama incoercibilmente il primo amore, sempre restando un adorabile idiota, sempre fedele ai motti che gli insegnava la sua mamma nella vecchia casa dell’Alabama.
Inutile dire che una vecchia volpe dello spettacolo come Robert Zemeckis, al suo primo incontro con un film che ambisce a essere un pezzo di storia americana, ci mette dentro tutto quello che il suo curriculum gli ha insegnato: la leggerezza e il senso della storia di Ritorno al futuro, la maestria degli effetti e dei contrasti di Roger Rabbit, i trucchi e la critica crudele di La morte ti fa bella. Ma rimescolati in un blend fluido e godibilissimo, ironico e tenero, affettuoso e crudele che ci accompagna (con una colonna sonora così bella ed evocativa da essere quasi ruffiana) attraverso quarant’anni di storia, dalle prime battaglie universitarie antisegregazioniste, attraverso il Vietnam, Kennedy, Johnson, Mao, Nixon, il Watergate, le Pantere nere, la musica pop, gli spinelli, le grandi mance pacifiste, sino ai primi anni ottanta.
Di ogni momento Forrest Gump - l’Everyman che sa sempre adattarsi all’esistente, lo Zelig della Storia, il Simplicissimus che attraversa la vita con il solo patrimonio della sua gentile stupidità - è, in un modo o nell’altro, il coprotagonista. Laureato a forza di gambe, eroe per la stessa ragione, campione di ping-pong per idiotico talento e di conseguenza ambasciatore dello sport americano in Cina, industriale della pesca per fiducia nell’amicizia, guru senza volerlo perché nel suo correre tra l’Atlantico e il Pacifico la massa degli altri idioti vede un messaggio che non c’è, Forrest Gump appare (grazie agli effetti speciali) accanto a Kennedy, mostra il sedere ferito in battaglia a Johnson (che si diverte un mondo), suggerisce a Lennon le parole di Imagine (così come aveva suggerito a Presley, ai tempi pensionante sconosciuto di sua madre, il celebre “pelvis movement”: ed è vero che una gag non molto diversa si vedeva in Ritorno al futuro, ma ci si diverte lo stesso); e farebbe dichiarazioni imbarazzanti sul Vietnam a un raduno davanti alla Casa Bianca se un “falco” non provvedesse a staccare i microfoni. Per tutta la vita, infine, Forrest ama la stessa donna (Robin Wright), che incarna invece l’America problematica, inquieta, eternamente alla ricerca di qualcosa - musica, sesso, oblio, giustizia sociale, illusione politica - forse impossibile da trovare. E il personaggio di Jenny uno dei principali capi d’accusa contro Forrest Gump (il film), e il suo destino sfortunato (poiché passa di illusione in illusione, di errore in errore, di moda culturale in moda culturale, finendo per morire, un po’ anticipatamente, di una malattia che si direbbe Aids), è la principale prova a carico che dovrebbe dimostrare come Zemeckis porti avanti un discorso sostanzialmente reazionario.
L’innocente di un’America alla Norman Rockwell batte ai punti le inquietudini dell’America inquieta? Sì. Ma non perché Zemeckis sposi questa convinzione. Sarebbe come sostenere che Edgar Lee Masters auspicava per gli abitanti di Spoon River i loro drammatici destini. Al contrario: facendo di Forrest un eroe della categoria tutta anglosassone della “serendipity” (secondo il Webster “l’attitudine a fare scoperte fortunate per caso”), Zemeckis sottolinea con dolorosa ironia quanto sia più facile e spesso remunerativo adattarsi, seguire la corrente, restare profondamente conformisti, farsi poche domande. E, dall’altra parte, quali prezzi abbia pagato una generazione all’utopia, alle speranze politiche, al desiderio di cambiamento. Andate e decidete. Il dibattito è aperto. Ma qualcosa resta indiscutibile: il tono sempre leggero, sempre divertente, spesso toccante di un film originale e bizzarro, che ci accompagna con grazia, intelligenza, commozione, attraverso i nostri ieri.”
(Irene Bignardi, Il declino dell’impero americano, Feltrinelli, Milano, 1996)

Martina Malacrida Nembrini

La pellicola narra l'intensa vita di Forrest Gump, un uomo a cui sin da bambino viene riconosciuto uno sviluppo cognitivo inferiore alla norma. Nato negli Stati Uniti d'America a metà degli anni quaranta Forrest, grazie a una serie di coincidenze favorevoli, sarà diretto testimone di importanti avvenimenti della storia statunitense.

Perché guardarlo? Il film spazia su circa trent'anni di storia degli Stati Uniti d'America: Forrest, seduto su una panchina, comincia a raccontare la propria vita, sin da quando era un bambino. Raccontando le proprie vicende Forrest incontrerà tre presidenti, icone come Elvis e John Lennon, stabilirà un nuovo clima di pace tra Stati Uniti d'America e Cina attraverso il ping pong, parteciperà alla guerra del Vietnam e a un raduno hippy, senza tuttavia rendersi realmente conto di quanto tutto questo fosse straordinario. Il fil rouge che si nasconde nella trama è il rapporto speciale con Jenny, che conosce sin dall’infanzia.
Proprio il rapporto con Jenny è l’elemento su cui si basa il film. Un rapporto nato tra i banchi di scuola e che in varie fasi della vita di Forrest ricompare in varie forme. Tra i due c’è un rapporto di cura che va al di là di ogni evento storico, di ogni moda, di ogni tempo. Se prima Jenny difenderà il piccolo Forrest dai bulli, lo sosterrà nelle sue imprese seguendolo silenziosamente, cosi Forrest saprà strappare Jenny dalle cattive compagnie e abitudini. Un rapporto cosi avaro di tempo, ma di cui entrambi si prendono cura per una vita intera. Alla fine sarà Forrest a prendersi letteralmente cura di Jenny, malata terminale, ma il loro rapporto continuerà a vivere nel piccolo Forrest, figlio di quel tempo avaro, ma anche di quella cura che entrambi hanno saputo dare al loro rapporto.
La cura dei rapporti, come il rapporto di cura, necessita di qualità e non di quantità. La qualità della cura porta ogni momento vissuto a essere un momento di vita. 

Recensioni
Forrest gump, il maggiore successo della stagione negli Stati Uniti, vicenda di un uomo dall'intelligenza tanto limitata da diventare stupidità che percorre di gran corsa trent'anni di Storia americana conquistandosi vittorie, celebrità, ricchezza e amore, è come le macchie del test proiettivo di Rorschach: ognuno ci vede quello che vuole vedere, o quel che é. Allegoria americana, il film tratto da un romanzo scritto nel 1986 dal giornalista Winston Groom ha infatti già suscitato giudizi contraddittori e interpretazioni senza fine: è divertente, è tragico; è una critica radicale a società e istituzioni che consentono la prevalenza del cretino; esalta, in un'epoca di cinismo dominante, l'inalterabile capacità di sperare; rispecchia un presente nel quale intelligenza e spirito critico sono meno apprezzati della fiducia in se stessi e della buona coscienza sociale; loda la bontà generosa, l'energia fattiva, la fedeltà leale alle promesse; irride ogni idealismo degli Anni Sessanta; è oltraggiosamente conservatore, è sottilmente progressista. [...]

(Lietta Tornabuoni, La Stampa, 21 Ottobre 1994 )

“Forrest Gump o test di Rorschach? Il film di Robert Zemeckis che ha conquistato Venezia, e che prima ancora di uscire in Italia aveva già conquistato gli Stati Uniti con incassi stratosferici raramente raggiunti da un film “per adulti”, rappresenta un caso singolare di film-cartina di tornasole, di film-test, di film-crinale. Insomma, dopo tanti film-giocattolo, tanti film-otto volante, tanti film-confezione regalo, finalmente un film che, al di là del divertimento e delle emozioni, suscita il piacere e la necessità di discutere e interpretare. E non c’è dubbio che, se si usasse ancora l’aborrito “segue dibattito”, se ne sentirebbero delle belle. Magari anche che il bravissimo Tom Hanks, come ha scritto qualcuno, è troppo bravo e punta all’Oscar.
Come si è capito dalla critica italiana a Venezia 1994 e come si può leggere nelle recensioni americane e inglesi, Forrest Gump si offre a due letture completamente diverse: e per questo si parlava di film-test. Forrest Gump, che incontriamo mentre aspetta un autobus e racconta ai suoi vicini di panchina la sua avventurosa esistenza “all amencan”, è un povero di spirito, un idiota quasi dostoevskijano nella sua gentilezza d’animo, una piuma al vento della storia (ed è molto bella e magica la sequenza iniziale, metà in diretta, metà al Computer Graphics, di una piuma, appunto, che svolazza sui titoli di testa fino ad approdare ai piedi di Forrest in attesa). È un uomo qualunque che ha sconfitto il suo handicap (il piccolo Forrest non poteva camminare normalmente), che attraversa la vita letteralmente di corsa, conquista la laurea a forza di vittorie sportive, sopravvive al Vietnam, si comporta da eroe per caso, diventa miliardario, si pente, percorre il suo paese da costa a costa, incontra i grandi dei suoi anni, ama incoercibilmente il primo amore, sempre restando un adorabile idiota, sempre fedele ai motti che gli insegnava la sua mamma nella vecchia casa dell’Alabama.
Inutile dire che una vecchia volpe dello spettacolo come Robert Zemeckis, al suo primo incontro con un film che ambisce a essere un pezzo di storia americana, ci mette dentro tutto quello che il suo curriculum gli ha insegnato: la leggerezza e il senso della storia di Ritorno al futuro, la maestria degli effetti e dei contrasti di Roger Rabbit, i trucchi e la critica crudele di La morte ti fa bella. Ma rimescolati in un blend fluido e godibilissimo, ironico e tenero, affettuoso e crudele che ci accompagna (con una colonna sonora così bella ed evocativa da essere quasi ruffiana) attraverso quarant’anni di storia, dalle prime battaglie universitarie antisegregazioniste, attraverso il Vietnam, Kennedy, Johnson, Mao, Nixon, il Watergate, le Pantere nere, la musica pop, gli spinelli, le grandi mance pacifiste, sino ai primi anni ottanta.
Di ogni momento Forrest Gump - l’Everyman che sa sempre adattarsi all’esistente, lo Zelig della Storia, il Simplicissimus che attraversa la vita con il solo patrimonio della sua gentile stupidità - è, in un modo o nell’altro, il coprotagonista. Laureato a forza di gambe, eroe per la stessa ragione, campione di ping-pong per idiotico talento e di conseguenza ambasciatore dello sport americano in Cina, industriale della pesca per fiducia nell’amicizia, guru senza volerlo perché nel suo correre tra l’Atlantico e il Pacifico la massa degli altri idioti vede un messaggio che non c’è, Forrest Gump appare (grazie agli effetti speciali) accanto a Kennedy, mostra il sedere ferito in battaglia a Johnson (che si diverte un mondo), suggerisce a Lennon le parole di Imagine (così come aveva suggerito a Presley, ai tempi pensionante sconosciuto di sua madre, il celebre “pelvis movement”: ed è vero che una gag non molto diversa si vedeva in Ritorno al futuro, ma ci si diverte lo stesso); e farebbe dichiarazioni imbarazzanti sul Vietnam a un raduno davanti alla Casa Bianca se un “falco” non provvedesse a staccare i microfoni. Per tutta la vita, infine, Forrest ama la stessa donna (Robin Wright), che incarna invece l’America problematica, inquieta, eternamente alla ricerca di qualcosa - musica, sesso, oblio, giustizia sociale, illusione politica - forse impossibile da trovare. E il personaggio di Jenny uno dei principali capi d’accusa contro Forrest Gump (il film), e il suo destino sfortunato (poiché passa di illusione in illusione, di errore in errore, di moda culturale in moda culturale, finendo per morire, un po’ anticipatamente, di una malattia che si direbbe Aids), è la principale prova a carico che dovrebbe dimostrare come Zemeckis porti avanti un discorso sostanzialmente reazionario.
L’innocente di un’America alla Norman Rockwell batte ai punti le inquietudini dell’America inquieta? Sì. Ma non perché Zemeckis sposi questa convinzione. Sarebbe come sostenere che Edgar Lee Masters auspicava per gli abitanti di Spoon River i loro drammatici destini. Al contrario: facendo di Forrest un eroe della categoria tutta anglosassone della “serendipity” (secondo il Webster “l’attitudine a fare scoperte fortunate per caso”), Zemeckis sottolinea con dolorosa ironia quanto sia più facile e spesso remunerativo adattarsi, seguire la corrente, restare profondamente conformisti, farsi poche domande. E, dall’altra parte, quali prezzi abbia pagato una generazione all’utopia, alle speranze politiche, al desiderio di cambiamento. Andate e decidete. Il dibattito è aperto. Ma qualcosa resta indiscutibile: il tono sempre leggero, sempre divertente, spesso toccante di un film originale e bizzarro, che ci accompagna con grazia, intelligenza, commozione, attraverso i nostri ieri.”
(Irene Bignardi, Il declino dell’impero americano, Feltrinelli, Milano, 1996)

Martina Malacrida Nembrini

La pellicola narra l'intensa vita di Forrest Gump, un uomo a cui sin da bambino viene riconosciuto uno sviluppo cognitivo inferiore alla norma. Nato negli Stati Uniti d'America a metà degli anni quaranta Forrest, grazie a una serie di coincidenze favorevoli, sarà diretto testimone di importanti avvenimenti della storia statunitense.

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Midnight in Paris
Midnight in Paris
Regia di Woody Allen
Stati Uniti/Spagna, 2011
Regia di Woody Allen
Stati Uniti/Spagna, 2011

Gil è uno sceneggiatore di successo che, stanco della vita di Hollywood, vola a Parigi per trovare l'ispirazione per completare il suo primo romanzo. In questo viene scoraggiato costantemente dalla fidanzata, che sminuisce le sue aspirazioni. Rimasto a passeggiare in solitudine nella notte parigina, Gil accetta un passaggio su di una bella vettura d'epoca. Per incanto, l'aspirante scrittore statunitense si ritrova trasportato nella mitica Parigi degli anni venti su cui ha sempre fantasticato. Qui incontra gli scrittori e gli artisti dell'epoca: Francis Scott Fitzgerald con la moglie Zelda, Hemingway, Gertrude Stein, Salvador Dalí, Luis Buñuel, Picasso, Man Ray e molti altri. 

Perché guardarlo? L'idealizzazione di un "glorioso passato ormai perduto" è un'aspirazione ricorrente nell'animo umano, in tutte le epoche storiche. A volte si cerca nel passato la cura per accettare la banalità e l'insoddisfazione del presente. Alla fine il protagonista scoprirà come invece è proprio nel presente, nel momento del dolore, che occorre trovare la cura, senza rifugiarsi in un passato onirico. Gil saprà ripartire dal momento che imparerà a prendersi cura delle sue aspirazioni e dei suoi sogni nel presente. A volte per curarsi bisogna fare i conti con se stessi, darsi il tempo di curarsi nel proprio tempo e nel proprio corpo.   

Note collaterali: il gioco onirico messo in piedi da Allen per questo film è geniale, l’atmosfera magica che crea attorno all’ambientazione degli anni venti con una magistrale fotografia rende il film stesso un viaggio in epoche passate con personaggi rivisitati e caricaturati giusto quel po’ per rendere la commedia gustabile e sempre delicata.

Martina Malacrida Nembrini

Gil è uno sceneggiatore di successo che, stanco della vita di Hollywood, vola a Parigi per trovare l'ispirazione per completare il suo primo romanzo. In questo viene scoraggiato costantemente dalla fidanzata, che sminuisce le sue aspirazioni. Rimasto a passeggiare in solitudine nella notte parigina, Gil accetta un passaggio su di una bella vettura d'epoca. Per incanto, l'aspirante scrittore statunitense si ritrova trasportato nella mitica Parigi degli anni venti su cui ha sempre fantasticato. Qui incontra gli scrittori e gli artisti dell'epoca: Francis Scott Fitzgerald con la moglie Zelda, Hemingway, Gertrude Stein, Salvador Dalí, Luis Buñuel, Picasso, Man Ray e molti altri. 

Perché guardarlo? L'idealizzazione di un "glorioso passato ormai perduto" è un'aspirazione ricorrente nell'animo umano, in tutte le epoche storiche. A volte si cerca nel passato la cura per accettare la banalità e l'insoddisfazione del presente. Alla fine il protagonista scoprirà come invece è proprio nel presente, nel momento del dolore, che occorre trovare la cura, senza rifugiarsi in un passato onirico. Gil saprà ripartire dal momento che imparerà a prendersi cura delle sue aspirazioni e dei suoi sogni nel presente. A volte per curarsi bisogna fare i conti con se stessi, darsi il tempo di curarsi nel proprio tempo e nel proprio corpo.   

Note collaterali: il gioco onirico messo in piedi da Allen per questo film è geniale, l’atmosfera magica che crea attorno all’ambientazione degli anni venti con una magistrale fotografia rende il film stesso un viaggio in epoche passate con personaggi rivisitati e caricaturati giusto quel po’ per rendere la commedia gustabile e sempre delicata.

Martina Malacrida Nembrini

Gil è uno sceneggiatore di successo che, stanco della vita di Hollywood, vola a Parigi per trovare l'ispirazione per completare il suo primo romanzo. In questo viene scoraggiato costantemente dalla fidanzata, che sminuisce le sue aspirazioni. Rimasto a passeggiare in solitudine nella notte parigina, Gil accetta un passaggio su di una bella vettura d'epoca. Per incanto, l'aspirante scrittore statunitense si ritrova trasportato nella mitica Parigi degli anni venti su cui ha sempre fantasticato.

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Chocolat
Chocolat
Regia di Lasse Hallstrom
Regno Unito/Danimarca, 2014
Regia di Lasse Hallstrom
Regno Unito/Danimarca, 2014

Nel 1959 a Lansquenet (Normandia) arriva, con la figlioletta Anouk, Madame Vianne che apre una chocolaterie . Guidati dal rigido sindaco-conte, i benpensanti bigotti fanno la guerra al suo negozio, fonte di peccaminosi piaceri, e al comportamento irregolare della padrona.

Perché guardarlo? Chi non ha mai sentito parlare delle proprietà curative del cioccolato? Questo film parla proprio di questo, non tanto del cioccolato inteso come cura, quanto più della cura spirituale, del sentirsi bene, soprattutto con se stessi, anche attraverso piccoli gesti e piccole concessioni.
Il cioccolato è, letteralmente, l’ingrediente segreto che la protagonista,  Vianne, porta nella piccola comunità di Lansquenet, paesino francese chiuso nella sua tranquillité che pare idilliaca, ma che cosi non è. Vianne e il suo cioccolato saranno portatrici di un nuovo vivere, di una cura che gli abitanti di Lasquenet attendevano. L’arrivo di una comunità zingara farà poi da altro ingrediente trattando il tema dell’accoglienza e del fatto che, a volte, certi modi di prendersi cura non conosco confini, come il cioccolato. La cura non è nulla di complesso, a volte il prendersi cura di se stessi si racchiude nel piacere di una pallina di cioccolato.  

Note collaterali: nel film le interpretazioni hanno un ruolo chiave. Juliette Binoche è una protagonista ineccepibile e Alfred Molina, che interpeta il sindaco e la guida morale del paese, mantiene sempre quel ruolo caricaturale ma mai storpiato che rende l’antagonista fedele al proprio ruolo.  Johnny Depp si rivela poi, accompagnato alla Binoche, la ciliegina sulla torta per gli animi più romantici.  

Martina Malacrida Nembrini

Nel 1959 a Lansquenet (Normandia) arriva, con la figlioletta Anouk, Madame Vianne che apre una chocolaterie . Guidati dal rigido sindaco-conte, i benpensanti bigotti fanno la guerra al suo negozio, fonte di peccaminosi piaceri, e al comportamento irregolare della padrona.

Perché guardarlo? Chi non ha mai sentito parlare delle proprietà curative del cioccolato? Questo film parla proprio di questo, non tanto del cioccolato inteso come cura, quanto più della cura spirituale, del sentirsi bene, soprattutto con se stessi, anche attraverso piccoli gesti e piccole concessioni.
Il cioccolato è, letteralmente, l’ingrediente segreto che la protagonista,  Vianne, porta nella piccola comunità di Lansquenet, paesino francese chiuso nella sua tranquillité che pare idilliaca, ma che cosi non è. Vianne e il suo cioccolato saranno portatrici di un nuovo vivere, di una cura che gli abitanti di Lasquenet attendevano. L’arrivo di una comunità zingara farà poi da altro ingrediente trattando il tema dell’accoglienza e del fatto che, a volte, certi modi di prendersi cura non conosco confini, come il cioccolato. La cura non è nulla di complesso, a volte il prendersi cura di se stessi si racchiude nel piacere di una pallina di cioccolato.  

Note collaterali: nel film le interpretazioni hanno un ruolo chiave. Juliette Binoche è una protagonista ineccepibile e Alfred Molina, che interpeta il sindaco e la guida morale del paese, mantiene sempre quel ruolo caricaturale ma mai storpiato che rende l’antagonista fedele al proprio ruolo.  Johnny Depp si rivela poi, accompagnato alla Binoche, la ciliegina sulla torta per gli animi più romantici.  

Martina Malacrida Nembrini

Nel 1959 a Lansquenet (Normandia) arriva, con la figlioletta Anouk, Madame Vianne che apre una chocolaterie . Guidati dal rigido sindaco-conte, i benpensanti bigotti fanno la guerra al suo negozio, fonte di peccaminosi piaceri, e al comportamento irregolare della padrona.

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Testament of Youth
Testament of Youth
Regia di James Kent
Regno Unito/Danimarca, 2014
Regia di James Kent
Regno Unito/Danimarca, 2014

Tratto dal romanzo autobiografico di Vera Brittain, scrittrice inglese, il film torna sugli accadimenti della prima guerra mondiale attraverso gli occhi di una giovane donna che, dopo aver ottenuto la tanto sospirata possibilità di studiare a Oxford, vede partire per il fronte il fratello e il fidanzato, conosciuto nell’estate del 1914. 

Perché guardarlo? Vera capisce che quello che sta succedendo è una guerra logorante, e quindi decide di arruolarsi come infermiera volontaria. Si confronta con gli orrori dell’evento bellico, perde il fidanzato, cura il fratello ferito che però morirà in seguito, ma anche molti soldati inglesi e tedeschi.
In questo film il ruolo della cura ha più sfaccettature: da una parte quella della cura ospedaliera, dall’altra l’eterna lacerazione dei curanti divisi tra il curare persone estranee, senza però poi avere il tempo necessario per prendersi cura dei propri affetti. Alla fine del conflitto Vera, unica sopravvissuta tra i suoi amici, diventerà una fervente pacifista. E anche qui la cura torna nel finale in una visione più ampia: la cura sociale. Chi dovrà curare questa generazione perduta? Sarà ancora lei stessa a prendersi cura di sé?  

Note collaterali: la fotografia, curata da Rob Hardy, è sublime e delicata: la campagna inglese grigia e malinconica fa da sfondo a questo dramma ampliandone ancora di più il sentimento drammatico di abbandono.

Martina Malacrida Nembrini

Tratto dal romanzo autobiografico di Vera Brittain, scrittrice inglese, il film torna sugli accadimenti della prima guerra mondiale attraverso gli occhi di una giovane donna che, dopo aver ottenuto la tanto sospirata possibilità di studiare a Oxford, vede partire per il fronte il fratello e il fidanzato, conosciuto nell’estate del 1914. 

Perché guardarlo? Vera capisce che quello che sta succedendo è una guerra logorante, e quindi decide di arruolarsi come infermiera volontaria. Si confronta con gli orrori dell’evento bellico, perde il fidanzato, cura il fratello ferito che però morirà in seguito, ma anche molti soldati inglesi e tedeschi.
In questo film il ruolo della cura ha più sfaccettature: da una parte quella della cura ospedaliera, dall’altra l’eterna lacerazione dei curanti divisi tra il curare persone estranee, senza però poi avere il tempo necessario per prendersi cura dei propri affetti. Alla fine del conflitto Vera, unica sopravvissuta tra i suoi amici, diventerà una fervente pacifista. E anche qui la cura torna nel finale in una visione più ampia: la cura sociale. Chi dovrà curare questa generazione perduta? Sarà ancora lei stessa a prendersi cura di sé?  

Note collaterali: la fotografia, curata da Rob Hardy, è sublime e delicata: la campagna inglese grigia e malinconica fa da sfondo a questo dramma ampliandone ancora di più il sentimento drammatico di abbandono.

Martina Malacrida Nembrini

Tratto dal romanzo autobiografico di Vera Brittain, scrittrice inglese, il film torna sugli accadimenti della prima guerra mondiale attraverso gli occhi di una giovane donna che, dopo aver ottenuto la tanto sospirata possibilità di studiare a Oxford, vede partire per il fronte il fratello e il fidanzato, conosciuto nell’estate del 1914. 

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Buon compleanno Mr.Grape
Buon compleanno Mr.Grape
Regia di Lasse Hallstrom
Stati Uniti, 1993
Regia di Lasse Hallstrom
Stati Uniti, 1993

Gilbert Grape è un giovane che vive con la sua famiglia a Endora, piccola cittadina dell’Iowa. Oltre a lavorare nella drogheria della città, Gilbert si occupa del fratellino Arnie, autistico dalla nascita. La madre, divenuta obesa  dopo la morte del marito, non esce di casa da sette anni. 

Perché guardarlo? Il rapporto tra i due fratelli è basato sull’aver cura e sulla protezione, “Nessuno tocchi Arnie” è il tormentone con cui Gilbert affronta l’intera comunità di Endora. In questo film la tematica della cura è trattato come impegno da parte del famigliare curante, in difficoltà spesso a trovare del tempo per sé. L’eterna ambivalenza tra l’impegno preso verso il famigliare e la necessità umana di prendersi del tempo per sé e trovare chi, a sua volta, si prenda cura di noi.  Curare gli altri senza trascurare se stessi, un equilibrio difficile da raggiungere e mantenere, che questo film affronta in tutte le sue sfaccettature. 

Un consiglio di visione: un film da gustare e in cui ci si può ritrovare in questa ambivalenza del prendersi cura  degli altri nella speranza che qualcuno si prenda cura di noi.

Note collaterali: la pellicola è impreziosita dai talenti ancora acerbi di Johnny Depp (Gilbert) e Leonardo di Caprio (Arnie) in due interpretazioni coinvolgenti e superlative. 

Recensione: "Il regista tiene allentato il polso del racconto, va sotto pelle, s'intrufola nei particolari, accende tramonti infuocati e sfida gli occhi disperati dei tre stupendi protagonisti che raccontano cose senza parlare. (…)" (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 14 marzo 1995)

Martina Malacrida Nembrini

Gilbert Grape è un giovane che vive con la sua famiglia a Endora, piccola cittadina dell’Iowa. Oltre a lavorare nella drogheria della città, Gilbert si occupa del fratellino Arnie, autistico dalla nascita. La madre, divenuta obesa  dopo la morte del marito, non esce di casa da sette anni. 

Perché guardarlo? Il rapporto tra i due fratelli è basato sull’aver cura e sulla protezione, “Nessuno tocchi Arnie” è il tormentone con cui Gilbert affronta l’intera comunità di Endora. In questo film la tematica della cura è trattato come impegno da parte del famigliare curante, in difficoltà spesso a trovare del tempo per sé. L’eterna ambivalenza tra l’impegno preso verso il famigliare e la necessità umana di prendersi del tempo per sé e trovare chi, a sua volta, si prenda cura di noi.  Curare gli altri senza trascurare se stessi, un equilibrio difficile da raggiungere e mantenere, che questo film affronta in tutte le sue sfaccettature. 

Un consiglio di visione: un film da gustare e in cui ci si può ritrovare in questa ambivalenza del prendersi cura  degli altri nella speranza che qualcuno si prenda cura di noi.

Note collaterali: la pellicola è impreziosita dai talenti ancora acerbi di Johnny Depp (Gilbert) e Leonardo di Caprio (Arnie) in due interpretazioni coinvolgenti e superlative. 

Recensione: "Il regista tiene allentato il polso del racconto, va sotto pelle, s'intrufola nei particolari, accende tramonti infuocati e sfida gli occhi disperati dei tre stupendi protagonisti che raccontano cose senza parlare. (…)" (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 14 marzo 1995)

Martina Malacrida Nembrini

Gilbert Grape è un giovane che vive con la sua famiglia a Endora, piccola cittadina dell’Iowa. Oltre a lavorare nella drogheria della città, Gilbert si occupa del fratellino Arnie, autistico dalla nascita. La madre, divenuta obesa  dopo la morte del marito, non esce di casa da sette anni. 

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Quasi amici
Quasi amici
Regia di Eric Toledano e Olivier Nakache
Francia, 2011
Regia di Eric Toledano e Olivier Nakache
Francia, 2011

In seguito  a un incidente che lo ha reso tetraplegico, il ricco aristocratico Philippe assume Driss, ragazzo di periferia appena uscito di prigione, in qualità di badante personale [...].

Perché guardarlo? Chi cura chi? Questo potrebbe essere il sottotitolo del film ed è il fulcro della narrazione. I protagonisti sono due persone molto diverse tra di loro sia per classe sociale ma anche per età e per formazione professionale. Philippe, ricco aristocratico e tetraplegico assume Driss, un ragazzo di periferia con un passato turbolento, come badante. Una relazione professionale che si trasforma in relazione di cura. Un rapporto di cura che migliora le vite di entrambi: curante e curato. Un curarsi reciprocamente: dal curare al prendersi cura. 

Un consiglio di visione: guardatelo nella versione originale in francese con i sottotitoli in italiano. Non c’è paragone e si ride a crepapelle. 

Note collaterali: si tratta del film più visto di sempre in Francia e anche di una storia realmente accaduta.

Recensione: “Un’amicizia che tocca il cuore e conquista” (Il Corriere della Sera)

Martina Malacrida Nembrini

In seguito  a un incidente che lo ha reso tetraplegico, il ricco aristocratico Philippe assume Driss, ragazzo di periferia appena uscito di prigione, in qualità di badante personale [...].

Perché guardarlo? Chi cura chi? Questo potrebbe essere il sottotitolo del film ed è il fulcro della narrazione. I protagonisti sono due persone molto diverse tra di loro sia per classe sociale ma anche per età e per formazione professionale. Philippe, ricco aristocratico e tetraplegico assume Driss, un ragazzo di periferia con un passato turbolento, come badante. Una relazione professionale che si trasforma in relazione di cura. Un rapporto di cura che migliora le vite di entrambi: curante e curato. Un curarsi reciprocamente: dal curare al prendersi cura. 

Un consiglio di visione: guardatelo nella versione originale in francese con i sottotitoli in italiano. Non c’è paragone e si ride a crepapelle. 

Note collaterali: si tratta del film più visto di sempre in Francia e anche di una storia realmente accaduta.

Recensione: “Un’amicizia che tocca il cuore e conquista” (Il Corriere della Sera)

Martina Malacrida Nembrini

In seguito  a un incidente che lo ha reso tetraplegico, il ricco aristocratico Philippe assume Driss, ragazzo di periferia appena uscito di prigione, in qualità di badante personale [...].

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Roman d’ados
Roman d’ados
Regia di Béatrice Bakhti
Svizzera, 2002-2008
Regia di Béatrice Bakhti
Svizzera, 2002-2008

La serie di documentari Romans d’ados ha descritto la vita di 7 adolescenti d’Yverdon durante 7 anni, dal 2002 al 2008. 

Perché guardarlo? 7 anni, 7 vite, 4 film e l’adolescenza in tutta la sua appassionante vitalità. Rachel, Thys, Virginie, Jordann, Aurélie, Xavier e Mélanie si raccontano, descrivono la loro vita durante questi 7 anni di grandi cambiamenti fisici ed emotivi. Il tratto del documentario è apparentemente leggero e spensierato, ma le tematiche trattate sono quelle complesse e a volte difficili del percorso di crescita.  La regista riesce a portare gli spettatori nel vissuto dei protagonisti e si sente la mano femminile, materna, accogliente: permette loro di esprimersi con la massima riservatezza, con i propri tempi - i ragazzi possono videoregistrarsi – e con le loro incertezze e paure. Gli adulti sono i protagonisti secondari della narrazione: ci sono, si mettono in gioco, accompagnano come possono i loro figli in questo periodo particolare.  Non vi è giudizio alcuno: né verso gli adulti, né verso gli adolescenti. C’è solo la narrazione e l’affetto reciproco che si è instaurato attraverso questa relazione privilegiata. 

Un consiglio di visione: guardateli tutti e 4 d’un fiato, così crescerete e vivrete assieme a loro.

Recensioni
"C’est fascinant, brutal et sensible, tragique et drôle, prenant” (L’Hebdo)
“L’évènement…pures merveilles d’observation et de vérité…” (Avant Première)
“…un document absolument passionant, un véritable feilleton du réel…” (Passion cinéma)

Martina Malacrida Nembrini

La serie di documentari Romans d’ados ha descritto la vita di 7 adolescenti d’Yverdon durante 7 anni, dal 2002 al 2008. 

Perché guardarlo? 7 anni, 7 vite, 4 film e l’adolescenza in tutta la sua appassionante vitalità. Rachel, Thys, Virginie, Jordann, Aurélie, Xavier e Mélanie si raccontano, descrivono la loro vita durante questi 7 anni di grandi cambiamenti fisici ed emotivi. Il tratto del documentario è apparentemente leggero e spensierato, ma le tematiche trattate sono quelle complesse e a volte difficili del percorso di crescita.  La regista riesce a portare gli spettatori nel vissuto dei protagonisti e si sente la mano femminile, materna, accogliente: permette loro di esprimersi con la massima riservatezza, con i propri tempi - i ragazzi possono videoregistrarsi – e con le loro incertezze e paure. Gli adulti sono i protagonisti secondari della narrazione: ci sono, si mettono in gioco, accompagnano come possono i loro figli in questo periodo particolare.  Non vi è giudizio alcuno: né verso gli adulti, né verso gli adolescenti. C’è solo la narrazione e l’affetto reciproco che si è instaurato attraverso questa relazione privilegiata. 

Un consiglio di visione: guardateli tutti e 4 d’un fiato, così crescerete e vivrete assieme a loro.

Recensioni
"C’est fascinant, brutal et sensible, tragique et drôle, prenant” (L’Hebdo)
“L’évènement…pures merveilles d’observation et de vérité…” (Avant Première)
“…un document absolument passionant, un véritable feilleton du réel…” (Passion cinéma)

Martina Malacrida Nembrini

La serie di documentari Romans d’ados ha descritto la vita di 7 adolescenti d’Yverdon durante 7 anni, dal 2002 al 2008.

Perché guardarlo? 7 anni, 7 vite, 4 film e l’adolescenza in tutta la sua appassionante vitalità. Rachel, Thys, Virginie, Jordann, Aurélie, Xavier e Mélanie si raccontano, descrivono la loro vita durante questi 7 anni di grandi cambiamenti fisici ed emotivi.
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Risvegli
Risvegli
Regia di Penny Marshall
USA, 1990
Regia di Penny Marshall
USA, 1990

Risvegli è la trasposizione cinematografica del libro omonimo dello psicologo e scrittore Oliver Sacks.  Siamo alla fine degli anni Sessanta e il dottor Sayer scopre un farmaco in grado di ridare una vita concreta a malati cronici. Il caso di un quarantenne in letargo da trent'anni è al centro della storia. La sua parziale ripresa, come quella di altri pazienti, però sarà solo temporanea.

Perché guardarlo? Mi piacerebbe condurvi attraverso la visione di questo film attraverso tre parole chiave: pazienti, curanti e famigliari.
Pazienti: pazienti si auto descrivono come pantere ingabbiate attraverso una poesia di Rainer Maria Rilke: “Il suo sguardo/a forza di usare le sbarre/si è così esaurito da non conservare più niente/gli sembra che il mondo è fatto di migliaia di sbarre/ed al di là niente”.  
Curanti: il percorso di Sayer (ispirato a Sacks) comincia con le difficoltà iniziali nel gestire i pazienti in quanto al suo primo incarico, senza ancora un’esperienza clinica alle spalle. Prosegue con i dubbi dei colleghi e superiori rispetto all’iniziare la nuova terapia farmacologica, e continua con il nascere di un’amicizia tra curante e paziente, una relazione medico-paziente particolare. Il percorso continua attraverso la diversa reazione di Sayer rispetto agli altri curanti rispetto l’inizio della ricaduta dei pazienti.
Famigliari: una scena da guardare con attenzione è quella in cui vi è il confronto tra la mamma di Leonard e Sayer rispetto alla ricaduta di Leonard. Le parole del curante sono: “sta lottando”, quelle della mamma: “sta perdendo”.

Una citazione dal film: «L’estate è stata straordinaria, è stata una stagione di rinascita ed innocenza.  Un miracolo per 15 pazienti e per noi che ci curavamo di loro. Ma adesso dobbiamo adattarci alla realtà dei miracoli. Nascondersi dietro il velo della scienza dicendo che la medicina ha fallito o che la malattia è ritornata. O che i pazienti sono stati incapaci ad accettare di aver perso decadi di vita. Ma la verità è che non sappiamo cosa sia andato storto più di quanto sappiamo di cosa sia andato per il verso giusto. Quello che sappiamo è che, come la finestra chimica si è chiusa è avvenuto un altro risveglio e che lo spirito umano è meglio di qualsiasi altra medicina e quello è che va curato con lavoro, gioco, amicizia, famiglia. Queste sono le cose che importano, questo è quello che abbiamo dimenticato. Le cose più semplici». (discorso finale del dottor Sayer)

Martina Malacrida Nembrini

 

Risvegli è la trasposizione cinematografica del libro omonimo dello psicologo e scrittore Oliver Sacks.  Siamo alla fine degli anni Sessanta e il dottor Sayer scopre un farmaco in grado di ridare una vita concreta a malati cronici. Il caso di un quarantenne in letargo da trent'anni è al centro della storia. La sua parziale ripresa, come quella di altri pazienti, però sarà solo temporanea.

Perché guardarlo? Mi piacerebbe condurvi attraverso la visione di questo film attraverso tre parole chiave: pazienti, curanti e famigliari.
Pazienti: pazienti si auto descrivono come pantere ingabbiate attraverso una poesia di Rainer Maria Rilke: “Il suo sguardo/a forza di usare le sbarre/si è così esaurito da non conservare più niente/gli sembra che il mondo è fatto di migliaia di sbarre/ed al di là niente”.  
Curanti: il percorso di Sayer (ispirato a Sacks) comincia con le difficoltà iniziali nel gestire i pazienti in quanto al suo primo incarico, senza ancora un’esperienza clinica alle spalle. Prosegue con i dubbi dei colleghi e superiori rispetto all’iniziare la nuova terapia farmacologica, e continua con il nascere di un’amicizia tra curante e paziente, una relazione medico-paziente particolare. Il percorso continua attraverso la diversa reazione di Sayer rispetto agli altri curanti rispetto l’inizio della ricaduta dei pazienti.
Famigliari: una scena da guardare con attenzione è quella in cui vi è il confronto tra la mamma di Leonard e Sayer rispetto alla ricaduta di Leonard. Le parole del curante sono: “sta lottando”, quelle della mamma: “sta perdendo”.

Una citazione dal film: «L’estate è stata straordinaria, è stata una stagione di rinascita ed innocenza.  Un miracolo per 15 pazienti e per noi che ci curavamo di loro. Ma adesso dobbiamo adattarci alla realtà dei miracoli. Nascondersi dietro il velo della scienza dicendo che la medicina ha fallito o che la malattia è ritornata. O che i pazienti sono stati incapaci ad accettare di aver perso decadi di vita. Ma la verità è che non sappiamo cosa sia andato storto più di quanto sappiamo di cosa sia andato per il verso giusto. Quello che sappiamo è che, come la finestra chimica si è chiusa è avvenuto un altro risveglio e che lo spirito umano è meglio di qualsiasi altra medicina e quello è che va curato con lavoro, gioco, amicizia, famiglia. Queste sono le cose che importano, questo è quello che abbiamo dimenticato. Le cose più semplici». (discorso finale del dottor Sayer)

Martina Malacrida Nembrini

 

Risvegli è la trasposizione cinematografica del libro omonimo dello psicologo e scrittore Oliver Sacks.  Siamo alla fine degli anni Sessanta e il dottor Sayer scopre un farmaco in grado di ridare una vita concreta a malati cronici. Il caso di un quarantenne in letargo da trent'anni è al centro della storia. La sua parziale ripresa, come quella di altri pazienti, però sarà solo temporanea.

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