Pensieri

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida.

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«Le Portugal est devenu, vendredi 29 janvier, le quatrième pays d’Europe à légaliser l’euthanasie, après les Pays-Bas, le Luxembourg et la Belgique.


«Le Portugal est devenu, vendredi 29 janvier, le quatrième pays d’Europe à légaliser l’euthanasie, après les Pays-Bas, le Luxembourg et la Belgique. Sans surprise, le texte de loi sur la « mort médicalement assistée », condensé de cinq propositions de loi d’euthanasie préalablement approuvées en février 2020, a été voté par une large majorité, 136 voix pour, 78 contre, et 4 abstentions.[...] La nouvelle loi réserve l’euthanasie aux résidents du Portugal âgés de plus de 18 ans qui en font la demande, à condition qu’ils soient dépourvus de maladies mentales, et qu’ils se trouvent dans une « situation de souffrance extrême », avec des « lésions d’extrême gravité » ou une « maladie incurable ». La décision doit en outre être validée par un comité formé d’au moins deux médecins et d’un psychiatre, s’il existe « des doutes sur la capacité de la personne à demander l’anticipation de la mort concernant sa volonté sérieuse, libre et éclairée ». Elle doit enfin être approuvée une dernière fois par un médecin, en présence de témoins, au moment de l’acte. L’euthanasie et le suicide assisté pourront être pratiqués dans des hôpitaux publics mais aussi des cliniques privées».
Sandrine Morel, "Au Portugal, le Parlement légalise l’euthanasie", Le Monde, 29.01.2021.

«Le Portugal est devenu, vendredi 29 janvier, le quatrième pays d’Europe à légaliser l’euthanasie, après les Pays-Bas, le Luxembourg et la Belgique. Sans surprise, le texte de loi sur la « mort médicalement assistée », condensé de cinq propositions de loi d’euthanasie préalablement approuvées en février 2020, a été voté par une large majorité, 136 voix pour, 78 contre, et 4 abstentions.[...] La nouvelle loi réserve l’euthanasie aux résidents du Portugal âgés de plus de 18 ans qui en font la demande, à condition qu’ils soient dépourvus de maladies mentales, et qu’ils se trouvent dans une « situation de souffrance extrême », avec des « lésions d’extrême gravité » ou une « maladie incurable ». La décision doit en outre être validée par un comité formé d’au moins deux médecins et d’un psychiatre, s’il existe « des doutes sur la capacité de la personne à demander l’anticipation de la mort concernant sa volonté sérieuse, libre et éclairée ». Elle doit enfin être approuvée une dernière fois par un médecin, en présence de témoins, au moment de l’acte. L’euthanasie et le suicide assisté pourront être pratiqués dans des hôpitaux publics mais aussi des cliniques privées».
Sandrine Morel, "Au Portugal, le Parlement légalise l’euthanasie", Le Monde, 29.01.2021.

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Il paterno, un 'cannocchiale antropologico'. Per una breve riflessione attorno al libro di Roberto Laffranchini 'Si può essere un buon padre?'


Il paterno, un 'cannocchiale antropologico'. Per una breve riflessione attorno al libro di Roberto Laffranchini 'Si può essere un buon padre?'

“E’ proprio del filosofo essere pieno di meraviglia: e il filosofare non ha altro cominciamento che l’essere pieno di meraviglia”.

(Platone, “Teeteto”)

“ …..cadde la pioggia , strariparono i fiumi, soffiarono i venti, ma non cadde perché  era fondata sulla roccia …”.
( Mt 7, 24-29).

Ma che cosa è questa "roccia” di cui abbiamo più che mai bisogno, ma che sentiamo fragile? Quale approdo è ancora  concesso a noi naviganti o meglio ancora surfisti di terre liquide e in-quiete, in cui facile è smarrirsi al canto delle tante vocianti sirene della  quotidianità? Il libro-arcipelago di Roberto Laffranchini "Si può essere un buon padre?" svela le condizioni di questo approdo, incontrando nel suo veleggiare le isole della Scuola, della Famiglia e della Società. Un libro che parla così molte lingue, quella dell'educatore, quella dell'insegnante e fondamentalmente quella di padre, per evocare il cuore vero dell'educare  e con esso quella del destino del padre e del paterno. La lettura di queste sue affascinanti pagine attraversa così, dalle aule scolastiche all'intimità della famiglia, il senso stesso dell'educare, come testimonianza, trasmissione , traduzione, tradizione e soprattutto ascolto di una duplice chiamata, che viene da dentro di Sé  e da fuori di Sé, da parte di chi si fa prossimo. Una chiamata che è  vo-cazione, “roccia” su cui  fondare il gesto educativo, che è avventura, rischio, ma anche bellezza. Un gesto che è parola, sguardo, presenza dialogante con il mistero e con l'invisibile.

E infatti…“non è la conoscenza, che illumina il mistero, scrive Pavel Evdokimov, è il mistero che illumina la conoscenza". Una conoscenza, ci suggerisce  l'autore di questo libro pro-vocatorio, capace di stimolare pensieri, di incidere con il “coltello” della critica tutti i “paramenti” del neo-conformismo scolastico.
Una luce capace di sfuggire dalla banale neutralità, che spesso contamina gli spazi della Scuola, fatta di esperti, di agrimensori delle note, di pedagogismi del fare al tramonto delle domande fondamentali,  che non viene oramai più posta e ascoltata, di “telepedagogisti”, di chi scambia l'educare con l'informare, di “funzionari”  delle  slides e della “dittatura delle competenze”, che è materiale freddo e spesso congelato nelle tecniche del problem solving, funzionale, utile, strumentale e soprattutto veloce  e scambiabile.  Su questi temi , che sono scolastici ma non solo, il lavoro di scrittura di Roberto Laffranchini prende posizione con coraggio.  

Per decenni  ci si è occupati di Metodo (Metodo e non contenuti  dietro a cui si cela il dominio dell'episteme cognitivista), con i suoi docenti facilitatori e mediatori, nell'illusione troppo ideologica di un Sapere già presente nell'allievo, lasciando all'insegnante non più il compito generativo ma solo quello «ostetrico», nel farlo venire alla luce e organizzarlo perlopiù in schemi verificabili e misurabili (simmetrica a questa ideologia pedagogica, ma anche antropologica, é la stessa costruzione della lezione!) . Ma anche se il Sapere fosse già presente nel giovane, perché non chiederci quale Sapere, costruito da che cosa e costantemente nutrito da chi? Una questione che diviene immediatamente politica e psico-antropologica.

E infine una luce capace di creare le condizioni e il climax affettivo e accogliente, perché la Scuola, ma anche la Famiglia, diventi, nel percorso educativo, tra soggettivazione a socializzazione, il luogo antico e modernissimo della meraviglia e dello stupore, dell'immaginazione creativa, ma anche il luogo in cui vivere in comunione le Possibilità della felicità e della gentilezza e divenire così, come scrive il poeta Keats, una "valle del fare anima". Che bello sarebbe una Scuola e una Famiglia (e forse una Comunità) in grado di costruirsi e offrirsi come una “valle del fare anima”.

E ancora… educare, suggerisce Laffranchini nel suo “portolano”, non vuol dire solo insegnare, ma essere capaci di passione. "Gli antichi greci non scrivevano necrologi. Si ponevano una sola domanda alla morte di un uomo… Era capace di passione?" (da Serendipity). Mutatis mutandis e pensando al nascere ad una professione come quella di docente, ci si potrebbe porre la stessa domanda… è capace quel docente di essere testimone delle tre necessarie passioni, quella per l'Altro, per la Disciplina, che è chiamato a trasmettere e anche per Sé. Pensieri che vivono in questo libro nell'orizzonte del paterno, una sorta di “cannocchiale antropologico“ per porre  una domanda che deve essere salvata: che cosa è veramente un padre? Che cosa rimane e quale esito ha avuto quella "società senza padre", ipotizzata più di cinquanta anni fa soprattutto da Alexander Mitscherlich, costituita da una organizzazione sociale in cui prevale la categoria della "massa" orizzontale, che cancella e rende inutile la figura paterna, dominata, non più dalla rivalità edipica, ma dal mito di un universo di vita soffice, continuo, sensoriale, in cui la "corporeità" vuole divenire luogo della liberazione e in cui la colpa diviene a sua volta solo "umiliazione"?  Che cosa rimane  dunque di un padre?  La parola "padre" è sempre iscritta nell'ordine del discorso che la vuole definire. Qui sta la necessità di dare alla paternità del paterno nuove metafore, nuovi possibili racconti, nuove narrazioni per potersi nuovamente rappresentare e vivere concretamente anche nel reale del mondo. Da tempo sappiamo che l'essere padre è compito difficile, controcorrente tra spinte alla femminizzazione e alla maternalizzazione dei maschi e la perdita della loro necessità economico-sociale e biologica. A sfondo di questo processo di mutazione psico-antropologica vi é anche la mercificazione economicistica dei processi educativi e delle loro istituzioni.  

Mi viene alla mente Paul Morand nel suo libro «Al mare» (1999), quando scrive amaramente «i gitanti della domenica che lasciano pezzi di carta unti lì dove i poeti cercano simboli». Come trasformare a Scuola allora i nostri allievi e i nostri figli  da «gitanti della domenica»  in «poeti alla ricerca di simboli»?

Vorrei ricordare qui, quale ultima pro-vocazione, -chiudendo questa breve riflessione attorno al libro di Roberto Laffranchini-, il significato “re-ligioso” dell`educare e la sua dimensione essenzialmente generativa, che fa dell'esperienza e della testimonianza condivisa non solo un infinito provare, ma un cercare insieme un Senso, che è insieme direzione, significato e sensazione, come scrive François Cheng, a ciò che si sta facendo e vivendo.

In questo la Scuola é il luogo in cui potrebbe ancora essere possibile la costruzione di una vero e proprio Bildungsroman, reso possibile proprio dal transfert educativo, dalla forza  euristica della passione, dalla testimonianza, dalla credenza e infine dalla fiducia nella parola di un possibile, ma non introvabile,  Maestro, in un rapporto dia-logico (che é un aprirsi un varco nel Logos) oscillante tra dipendenza e autorealizzazione.

Il libro di Laffranchini svela il nucleo fondamentale della parola educare e lo lega al tema del paterno e del suo manifestarsi nella vita. Un nucleo che vorrei qui declinare, tra altri possibili, su alcuni assi di riferimento, dal  tema della memoria e della tessitura storica del mondo, a quello della  ricomposizione di un continuum temporo-spaziale, dell'attenzione al chez-soi, al territorio e alle  sue  mappe, al  rapporto tra innovazione e tradizione, al rapporto tra armonia e conflitto, e in fine al tema della felicità da costruire , da ritrovare, da custodire… temi trasversali alla costruzione di un processo educativo, che vada al di là delle discipline e del disciplinare, alla ricerca dell'essenziale .  

Graziano Martignoni, 28.12.2020.

Il paterno, un 'cannocchiale antropologico'. Per una breve riflessione attorno al libro di Roberto Laffranchini 'Si può essere un buon padre?'

“E’ proprio del filosofo essere pieno di meraviglia: e il filosofare non ha altro cominciamento che l’essere pieno di meraviglia”.

(Platone, “Teeteto”)

“ …..cadde la pioggia , strariparono i fiumi, soffiarono i venti, ma non cadde perché  era fondata sulla roccia …”.
( Mt 7, 24-29).

Ma che cosa è questa "roccia” di cui abbiamo più che mai bisogno, ma che sentiamo fragile? Quale approdo è ancora  concesso a noi naviganti o meglio ancora surfisti di terre liquide e in-quiete, in cui facile è smarrirsi al canto delle tante vocianti sirene della  quotidianità? Il libro-arcipelago di Roberto Laffranchini "Si può essere un buon padre?" svela le condizioni di questo approdo, incontrando nel suo veleggiare le isole della Scuola, della Famiglia e della Società. Un libro che parla così molte lingue, quella dell'educatore, quella dell'insegnante e fondamentalmente quella di padre, per evocare il cuore vero dell'educare  e con esso quella del destino del padre e del paterno. La lettura di queste sue affascinanti pagine attraversa così, dalle aule scolastiche all'intimità della famiglia, il senso stesso dell'educare, come testimonianza, trasmissione , traduzione, tradizione e soprattutto ascolto di una duplice chiamata, che viene da dentro di Sé  e da fuori di Sé, da parte di chi si fa prossimo. Una chiamata che è  vo-cazione, “roccia” su cui  fondare il gesto educativo, che è avventura, rischio, ma anche bellezza. Un gesto che è parola, sguardo, presenza dialogante con il mistero e con l'invisibile.

E infatti…“non è la conoscenza, che illumina il mistero, scrive Pavel Evdokimov, è il mistero che illumina la conoscenza". Una conoscenza, ci suggerisce  l'autore di questo libro pro-vocatorio, capace di stimolare pensieri, di incidere con il “coltello” della critica tutti i “paramenti” del neo-conformismo scolastico.
Una luce capace di sfuggire dalla banale neutralità, che spesso contamina gli spazi della Scuola, fatta di esperti, di agrimensori delle note, di pedagogismi del fare al tramonto delle domande fondamentali,  che non viene oramai più posta e ascoltata, di “telepedagogisti”, di chi scambia l'educare con l'informare, di “funzionari”  delle  slides e della “dittatura delle competenze”, che è materiale freddo e spesso congelato nelle tecniche del problem solving, funzionale, utile, strumentale e soprattutto veloce  e scambiabile.  Su questi temi , che sono scolastici ma non solo, il lavoro di scrittura di Roberto Laffranchini prende posizione con coraggio.  

Per decenni  ci si è occupati di Metodo (Metodo e non contenuti  dietro a cui si cela il dominio dell'episteme cognitivista), con i suoi docenti facilitatori e mediatori, nell'illusione troppo ideologica di un Sapere già presente nell'allievo, lasciando all'insegnante non più il compito generativo ma solo quello «ostetrico», nel farlo venire alla luce e organizzarlo perlopiù in schemi verificabili e misurabili (simmetrica a questa ideologia pedagogica, ma anche antropologica, é la stessa costruzione della lezione!) . Ma anche se il Sapere fosse già presente nel giovane, perché non chiederci quale Sapere, costruito da che cosa e costantemente nutrito da chi? Una questione che diviene immediatamente politica e psico-antropologica.

E infine una luce capace di creare le condizioni e il climax affettivo e accogliente, perché la Scuola, ma anche la Famiglia, diventi, nel percorso educativo, tra soggettivazione a socializzazione, il luogo antico e modernissimo della meraviglia e dello stupore, dell'immaginazione creativa, ma anche il luogo in cui vivere in comunione le Possibilità della felicità e della gentilezza e divenire così, come scrive il poeta Keats, una "valle del fare anima". Che bello sarebbe una Scuola e una Famiglia (e forse una Comunità) in grado di costruirsi e offrirsi come una “valle del fare anima”.

E ancora… educare, suggerisce Laffranchini nel suo “portolano”, non vuol dire solo insegnare, ma essere capaci di passione. "Gli antichi greci non scrivevano necrologi. Si ponevano una sola domanda alla morte di un uomo… Era capace di passione?" (da Serendipity). Mutatis mutandis e pensando al nascere ad una professione come quella di docente, ci si potrebbe porre la stessa domanda… è capace quel docente di essere testimone delle tre necessarie passioni, quella per l'Altro, per la Disciplina, che è chiamato a trasmettere e anche per Sé. Pensieri che vivono in questo libro nell'orizzonte del paterno, una sorta di “cannocchiale antropologico“ per porre  una domanda che deve essere salvata: che cosa è veramente un padre? Che cosa rimane e quale esito ha avuto quella "società senza padre", ipotizzata più di cinquanta anni fa soprattutto da Alexander Mitscherlich, costituita da una organizzazione sociale in cui prevale la categoria della "massa" orizzontale, che cancella e rende inutile la figura paterna, dominata, non più dalla rivalità edipica, ma dal mito di un universo di vita soffice, continuo, sensoriale, in cui la "corporeità" vuole divenire luogo della liberazione e in cui la colpa diviene a sua volta solo "umiliazione"?  Che cosa rimane  dunque di un padre?  La parola "padre" è sempre iscritta nell'ordine del discorso che la vuole definire. Qui sta la necessità di dare alla paternità del paterno nuove metafore, nuovi possibili racconti, nuove narrazioni per potersi nuovamente rappresentare e vivere concretamente anche nel reale del mondo. Da tempo sappiamo che l'essere padre è compito difficile, controcorrente tra spinte alla femminizzazione e alla maternalizzazione dei maschi e la perdita della loro necessità economico-sociale e biologica. A sfondo di questo processo di mutazione psico-antropologica vi é anche la mercificazione economicistica dei processi educativi e delle loro istituzioni.  

Mi viene alla mente Paul Morand nel suo libro «Al mare» (1999), quando scrive amaramente «i gitanti della domenica che lasciano pezzi di carta unti lì dove i poeti cercano simboli». Come trasformare a Scuola allora i nostri allievi e i nostri figli  da «gitanti della domenica»  in «poeti alla ricerca di simboli»?

Vorrei ricordare qui, quale ultima pro-vocazione, -chiudendo questa breve riflessione attorno al libro di Roberto Laffranchini-, il significato “re-ligioso” dell`educare e la sua dimensione essenzialmente generativa, che fa dell'esperienza e della testimonianza condivisa non solo un infinito provare, ma un cercare insieme un Senso, che è insieme direzione, significato e sensazione, come scrive François Cheng, a ciò che si sta facendo e vivendo.

In questo la Scuola é il luogo in cui potrebbe ancora essere possibile la costruzione di una vero e proprio Bildungsroman, reso possibile proprio dal transfert educativo, dalla forza  euristica della passione, dalla testimonianza, dalla credenza e infine dalla fiducia nella parola di un possibile, ma non introvabile,  Maestro, in un rapporto dia-logico (che é un aprirsi un varco nel Logos) oscillante tra dipendenza e autorealizzazione.

Il libro di Laffranchini svela il nucleo fondamentale della parola educare e lo lega al tema del paterno e del suo manifestarsi nella vita. Un nucleo che vorrei qui declinare, tra altri possibili, su alcuni assi di riferimento, dal  tema della memoria e della tessitura storica del mondo, a quello della  ricomposizione di un continuum temporo-spaziale, dell'attenzione al chez-soi, al territorio e alle  sue  mappe, al  rapporto tra innovazione e tradizione, al rapporto tra armonia e conflitto, e in fine al tema della felicità da costruire , da ritrovare, da custodire… temi trasversali alla costruzione di un processo educativo, che vada al di là delle discipline e del disciplinare, alla ricerca dell'essenziale .  

Graziano Martignoni, 28.12.2020.

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«Tra le sue lezioni americane, Calvino propose questa breve storia. "Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio.


«Tra le sue lezioni americane, Calvino propose questa breve storia. "Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo dieci anni il disegno non era ancora cominciato".  "Ho bisogno di altri cinque anni disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto"».
Gabriele Di Fronzo, "Ogni scrittore sconfigge la pagina bianca a modo suo", Domani, 17.02.2021.

«Tra le sue lezioni americane, Calvino propose questa breve storia. "Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo dieci anni il disegno non era ancora cominciato".  "Ho bisogno di altri cinque anni disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto"».
Gabriele Di Fronzo, "Ogni scrittore sconfigge la pagina bianca a modo suo", Domani, 17.02.2021.

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«Quand j'étais à l'hôpital, en 2015, j'attendais chaque jour de ma chirurgienne deux discours souvent contradictoires. D'une part, je voulais qu'elle m'informe.


«Quand j'étais à l'hôpital, en 2015, j'attendais chaque jour de ma chirurgienne deux discours souvent contradictoires. D'une part, je voulais qu'elle m'informe. D'autre part, je voulais qu'elle me rassure. Tel est l'état du patient: aussi désireux soit-il de savoir ce qu'il en est réellement (et ce n'est pas toujours le cas, parfois il ne veut pas savoir), il ne peut s'empêcher de vouloir des bonnes nouvelles; et il est agacé, déprimé, plaintif, lorsque celles-ci n'arrivent pas. Ces deux fonctions - informer, rassurer - dansent un tango étrange, difficile. La première fonction est scientifique; la seconde, psychologique. Un médecin compétant et scrupuleux s'interdit de dire à son patient des choses fausses, ou dont il n'est pas certain. Il lui doit la vérité, aussi insatisfaisante et ambiguë soit-elle. Mais il doit aussi le motiver, lui remonter le moral, dans la mesure où la force mentale est necessaire à la lutte, à la guérison, à la cicatrisation. Un médecin, et plus encore un chirurgien, a souvent du mal à faire les deux. Ce n'est pas un homme politique».
Philippe Lançon, "Grand corps malade", Charlie Hebdo, 03.02.2021.

«Quand j'étais à l'hôpital, en 2015, j'attendais chaque jour de ma chirurgienne deux discours souvent contradictoires. D'une part, je voulais qu'elle m'informe. D'autre part, je voulais qu'elle me rassure. Tel est l'état du patient: aussi désireux soit-il de savoir ce qu'il en est réellement (et ce n'est pas toujours le cas, parfois il ne veut pas savoir), il ne peut s'empêcher de vouloir des bonnes nouvelles; et il est agacé, déprimé, plaintif, lorsque celles-ci n'arrivent pas. Ces deux fonctions - informer, rassurer - dansent un tango étrange, difficile. La première fonction est scientifique; la seconde, psychologique. Un médecin compétant et scrupuleux s'interdit de dire à son patient des choses fausses, ou dont il n'est pas certain. Il lui doit la vérité, aussi insatisfaisante et ambiguë soit-elle. Mais il doit aussi le motiver, lui remonter le moral, dans la mesure où la force mentale est necessaire à la lutte, à la guérison, à la cicatrisation. Un médecin, et plus encore un chirurgien, a souvent du mal à faire les deux. Ce n'est pas un homme politique».
Philippe Lançon, "Grand corps malade", Charlie Hebdo, 03.02.2021.

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«[...] Le docteur Rieux décida alors de rédiger le récit qui s'achève ici, pour ne pas être de ceux qui se taisent, pour témoigner en faveur de ces pestiférés, pour laisser du moins un souvenir de l'injustice et de la violence qui leur avaient été faites, et pour dire simplement ce


«[...] Le docteur Rieux décida alors de rédiger le récit qui s'achève ici, pour ne pas être de ceux qui se taisent, pour témoigner en faveur de ces pestiférés, pour laisser du moins un souvenir de l'injustice et de la violence qui leur avaient été faites, et pour dire simplement ce qu'on apprend au milieu des fléaux, qu'il y a dans les hommes plus de choses, à admirer que de choses à mépriser. Mais il savait cependant que cette chronique ne pouvait pas être celle de la victoire définitive. Elle ne pouvait être que le témoignage de ce qu'il avait fallu accomplir et que, sans doute, devraient accomplir encore, contre la terreur et son arme inlassable, malgré leurs déchirements personnels, tous les hommes qui, ne pouvant être des saints et refusant d'admettre les fléaux, s'efforcent cependant d'être des médecins. Écoutant, en effet, les cris d'allégresse qui montaient de la ville, Rieux se souvenait que cette allégresse était toujours menacée. Car il savait ce que cette foule en joie ignorait, et qu'on peut lire dans les livres, que le bacille de la peste ne meurt ni ne disparaît jamais, qu'il peut rester pendant des dizaines d'années endormi dans les meubles et le linge, qu'il attend patiemment dans les chambres, les caves, les malles, les mouchoirs et les paperasses, et que, peut-être, le jour viendrait où, pour le malheur et l'enseignement des hommes, la peste réveillerait ses rats et les enverrait mourir dans une cité heureuse». 
Albert Camus, "La peste", 1947.

«[...] Le docteur Rieux décida alors de rédiger le récit qui s'achève ici, pour ne pas être de ceux qui se taisent, pour témoigner en faveur de ces pestiférés, pour laisser du moins un souvenir de l'injustice et de la violence qui leur avaient été faites, et pour dire simplement ce qu'on apprend au milieu des fléaux, qu'il y a dans les hommes plus de choses, à admirer que de choses à mépriser. Mais il savait cependant que cette chronique ne pouvait pas être celle de la victoire définitive. Elle ne pouvait être que le témoignage de ce qu'il avait fallu accomplir et que, sans doute, devraient accomplir encore, contre la terreur et son arme inlassable, malgré leurs déchirements personnels, tous les hommes qui, ne pouvant être des saints et refusant d'admettre les fléaux, s'efforcent cependant d'être des médecins. Écoutant, en effet, les cris d'allégresse qui montaient de la ville, Rieux se souvenait que cette allégresse était toujours menacée. Car il savait ce que cette foule en joie ignorait, et qu'on peut lire dans les livres, que le bacille de la peste ne meurt ni ne disparaît jamais, qu'il peut rester pendant des dizaines d'années endormi dans les meubles et le linge, qu'il attend patiemment dans les chambres, les caves, les malles, les mouchoirs et les paperasses, et que, peut-être, le jour viendrait où, pour le malheur et l'enseignement des hommes, la peste réveillerait ses rats et les enverrait mourir dans une cité heureuse». 
Albert Camus, "La peste", 1947.

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«Selon l’avis majoritaire, l’utopie, à notre époque, émerge de la technologie. Laquelle, de plus en plus, s’installe au cœur de nos vies, s’hybride à nous, résout des problèmes, nous aide à communiquer.


«Selon l’avis majoritaire, l’utopie, à notre époque, émerge de la technologie. Laquelle, de plus en plus, s’installe au cœur de nos vies, s’hybride à nous, résout des problèmes, nous aide à communiquer. Nous attendons d’elle qu’elle transforme la médecine, repousse indéfiniment la mort, nous améliore. Et avant cela, nous tire, chacun et tous ensemble, des mauvaises passes où nous fourre notre vie d’organismes biologiques comme les autres. Mais de plus en plus apparaît une déception. Aucune solution n’est définitive. Il n’existe pas de puissance illimitée. Mais probablement le problème est-il plus profond encore».
Bertrant Kiefer, "Ce n’est qu’une blague", Revue Médicale Suisse, vol. 17, n. 725, 2021.

«Selon l’avis majoritaire, l’utopie, à notre époque, émerge de la technologie. Laquelle, de plus en plus, s’installe au cœur de nos vies, s’hybride à nous, résout des problèmes, nous aide à communiquer. Nous attendons d’elle qu’elle transforme la médecine, repousse indéfiniment la mort, nous améliore. Et avant cela, nous tire, chacun et tous ensemble, des mauvaises passes où nous fourre notre vie d’organismes biologiques comme les autres. Mais de plus en plus apparaît une déception. Aucune solution n’est définitive. Il n’existe pas de puissance illimitée. Mais probablement le problème est-il plus profond encore».
Bertrant Kiefer, "Ce n’est qu’une blague", Revue Médicale Suisse, vol. 17, n. 725, 2021.

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«L'épreuve du confinement, qui est à la fois une expérience planétaire et la révélation de nombreuses injustices, nous oblige à prendre la mesure de la crise écologique et de ce que signifie "vivre sur la Terre" aujourd'hui».


«L'épreuve du confinement, qui est à la fois une expérience planétaire et la révélation de nombreuses injustices, nous oblige à prendre la mesure de la crise écologique et de ce que signifie "vivre sur la Terre" aujourd'hui».
Bruno Latour, Le Monde, 13.02.2021.

«L'épreuve du confinement, qui est à la fois une expérience planétaire et la révélation de nombreuses injustices, nous oblige à prendre la mesure de la crise écologique et de ce que signifie "vivre sur la Terre" aujourd'hui».
Bruno Latour, Le Monde, 13.02.2021.

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«Fortunately, there has been some progress on prison health reform. COVID-19 has encouraged some countries to look at overcrowding and to pay more attention to prisoners with high-risk comorbidities, such as diabetes, obesity, and cardiovascular disease.


«Fortunately, there has been some progress on prison health reform. COVID-19 has encouraged some countries to look at overcrowding and to pay more attention to prisoners with high-risk comorbidities, such as diabetes, obesity, and cardiovascular disease. The pandemic has also encouraged discussion on vaccination in prisons, which all otherwise eligible prisoners should receive. In Europe, England and Finland have transferred the governance of prison health from the justice ministry to the health ministry. In the USA, President Joe Biden has abolished federal contracts with privately operated, for profit, criminal detention facilities. Humane and evidence-based prison health systems with community links will improve public health within and outside prison walls, both for COVID-19 and other health issues. Such an approach is key to the pursuit of a just and equitable society. As Nelson Mandela said, “A nation should not be judged by how it treats its highest citizens, but its lowest ones.”».
"Improving prisoner health for stronger public health", The Lancet, 13.02.2021.

«Fortunately, there has been some progress on prison health reform. COVID-19 has encouraged some countries to look at overcrowding and to pay more attention to prisoners with high-risk comorbidities, such as diabetes, obesity, and cardiovascular disease. The pandemic has also encouraged discussion on vaccination in prisons, which all otherwise eligible prisoners should receive. In Europe, England and Finland have transferred the governance of prison health from the justice ministry to the health ministry. In the USA, President Joe Biden has abolished federal contracts with privately operated, for profit, criminal detention facilities. Humane and evidence-based prison health systems with community links will improve public health within and outside prison walls, both for COVID-19 and other health issues. Such an approach is key to the pursuit of a just and equitable society. As Nelson Mandela said, “A nation should not be judged by how it treats its highest citizens, but its lowest ones.”».
"Improving prisoner health for stronger public health", The Lancet, 13.02.2021.

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«Je dirais que les personnes âgées, ça n'existe pas vraiment. Même quand on se sent vieux ou vieille, on ne pense pas comme une personne âgée, on ne se rapporte pas à soi-même en se réduisant à une catégorie d'âge, de surcroît disqualifiée et très floue, puisqu'elle peut en


«Je dirais que les personnes âgées, ça n'existe pas vraiment. Même quand on se sent vieux ou vieille, on ne pense pas comme une personne âgée, on ne se rapporte pas à soi-même en se réduisant à une catégorie d'âge, de surcroît disqualifiée et très floue, puisqu'elle peut englober des personnes de 70 ans comme de 100 ans, qui n'ont pas grand-chose en commun, ni en termes de vieillissement, ni en termes d'appartenance générationnelle. Ce qu'elles ont en commun, en revanche, c'est de n'être pas englobées dans le "nous". On entend à la radio que "nous" (sous-entendu les non-vieux) pourrons visiter "nos anciens" dans les Ehpad; on débat sur la manière dont "nous" devons interagir avec "nos aînés", plutôt que nous demander ce que nous voulons quand nous deviendrons vieux ou ce que veulent celles et ceux qui, parmi nous, sont plus vieux. Quand on pense au travail pédagogique qui a été fait pour comprendre ce que révélait le langage sexiste sur les rapports de genre, on est vraiment encore loin d'une telle réflexion collective sur ce que signifient et révèlent les façons dominantes de parler du vieillissement et de la vieillesse».
Juliette Rennes, Le Monde, 26.02.2021.

«Je dirais que les personnes âgées, ça n'existe pas vraiment. Même quand on se sent vieux ou vieille, on ne pense pas comme une personne âgée, on ne se rapporte pas à soi-même en se réduisant à une catégorie d'âge, de surcroît disqualifiée et très floue, puisqu'elle peut englober des personnes de 70 ans comme de 100 ans, qui n'ont pas grand-chose en commun, ni en termes de vieillissement, ni en termes d'appartenance générationnelle. Ce qu'elles ont en commun, en revanche, c'est de n'être pas englobées dans le "nous". On entend à la radio que "nous" (sous-entendu les non-vieux) pourrons visiter "nos anciens" dans les Ehpad; on débat sur la manière dont "nous" devons interagir avec "nos aînés", plutôt que nous demander ce que nous voulons quand nous deviendrons vieux ou ce que veulent celles et ceux qui, parmi nous, sont plus vieux. Quand on pense au travail pédagogique qui a été fait pour comprendre ce que révélait le langage sexiste sur les rapports de genre, on est vraiment encore loin d'une telle réflexion collective sur ce que signifient et révèlent les façons dominantes de parler du vieillissement et de la vieillesse».
Juliette Rennes, Le Monde, 26.02.2021.

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«[...] Innanzi tutto, dobbiamo rispettare i diritti della corporeità degli altri, che comprendono anche il diritto di parlare e di pensare.


«[...] Innanzi tutto, dobbiamo rispettare i diritti della corporeità degli altri, che comprendono anche il diritto di parlare e di pensare. Se i nostri compagni avessero rispettato questi “diritti del corpo” non avremmo mai avuto la Strage degli Innocenti, i cristiani nel circo, la Notte di San Bartolomeo, il rogo degli eretici, la censura, il lavoro minorile nelle miniere, o la Shoah. Penso che la vera dimensione etica inizia quando l’Altro appare sulla scena. Anche i laici virtuosi sono convinti che l’Altro sia dentro di noi. Non si tratta di una vaga inclinazione emotiva, ma di una condizione fondamentale. Così come non possiamo vivere senza mangiare o dormire, non possiamo capire chi siamo senza lo sguardo e la risposta degli altri.». 
Umberto Eco, Il Sole 24 Ore, 14.02.2021.

«[...] Innanzi tutto, dobbiamo rispettare i diritti della corporeità degli altri, che comprendono anche il diritto di parlare e di pensare. Se i nostri compagni avessero rispettato questi “diritti del corpo” non avremmo mai avuto la Strage degli Innocenti, i cristiani nel circo, la Notte di San Bartolomeo, il rogo degli eretici, la censura, il lavoro minorile nelle miniere, o la Shoah. Penso che la vera dimensione etica inizia quando l’Altro appare sulla scena. Anche i laici virtuosi sono convinti che l’Altro sia dentro di noi. Non si tratta di una vaga inclinazione emotiva, ma di una condizione fondamentale. Così come non possiamo vivere senza mangiare o dormire, non possiamo capire chi siamo senza lo sguardo e la risposta degli altri.». 
Umberto Eco, Il Sole 24 Ore, 14.02.2021.

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«The talk is now about data, not dates. But this pandemic has always been driven by facts. A rapid accumulation of evidence about the virus and the disease it causes. Layer upon layer of new information, repeatedly revising and reformulating our understanding.


«The talk is now about data, not dates. But this pandemic has always been driven by facts. A rapid accumulation of evidence about the virus and the disease it causes. Layer upon layer of new information, repeatedly revising and reformulating our understanding. A steady stream of numbers, rates, and risks. Scientists and statisticians catapulted into the media to explain, expound, and explicate. Facts should indeed illuminate interpretations, guide responses, and optimise outcomes. But an emergency such as COVID-19 demands more—moments to think about what this pandemic means for us, to ask questions about its deeper impacts on our lives, and to reflect on its consequences for our future. Philosophers, not scientists, might be of more use to us if we are seeking informed contemplation. And a few are now thinking the pandemic. [...] In the new book of reflections about the events of the past year—Pandemic! 2 Chronicles of a Time Lost. Several themes deserve discussion outside the philosophy classroom. First, the real nature of this emergency is, according to Žižek, a “crucial ideological and political battle” across three domains—the pandemic, an ecological crisis, and racism. “One should insist on the basic unity of the three domains”, he argues. This complexity is important for understanding the origins of the present crisis. There is no single cause that can entirely explain it. Our present predicaments arise “from the collaborative functioning of a system, but do not belong to any one part of that system”. Second, the pandemic arrived at a particular economic moment. He emphasises the “absurd capitalist crisis” that has ensued. Class matters here. The pandemic propelled into visibility what was already slowly becoming apparent—a new class of economically marginalised migrant workers, a “geo-social class”, which governments seemed to consider as surplus to existence. Žižek predicts that “new forms of class struggle will erupt”. He also believes that democracy under various forms of lockdown has been “de facto abolished” because the shared space of our communication and interaction is now under private control. Žižek's third theme concerns us as human beings: “we in the west less and less accept death as part of life”. And “we seem to be ready to sacrifice everything for bare life”. That determination to save lives at all cost seems to be diminishing. But the extent to which we will choose death over “bare life” remains uncertain. Fourth, he asks questions about the interface between science and politics. Scientists must take care not to overreach—“the claims of science should be limited so as not to pose a threat to human freedom and dignity”. He reminds us that science is itself divided about the correct approach to the pandemic. His examples are the USA and Sweden, whose authorities “decided to sacrifice thousands of lives to COVID-19, especially those of the old and ill, to maintain the economy and the appearance of normal life”. Finally, he looks ahead to future challenges. He is right to point out the “genuine conflict of global visions about society”. But I am less confident that “It will be a much more modest world.” And I very much doubt COVID-19 will prove to be “a catastrophe that will compel us to find a new beginning”. But whether Žižek is right or wrong is immaterial. What matters is that he is asking questions that should be central to our public discussion about the pandemic and our post-pandemic future. Yet they are not.».
Richard Horton, "Offline: Thinking the pandemic", The Lancet, 27.02.2021.

«The talk is now about data, not dates. But this pandemic has always been driven by facts. A rapid accumulation of evidence about the virus and the disease it causes. Layer upon layer of new information, repeatedly revising and reformulating our understanding. A steady stream of numbers, rates, and risks. Scientists and statisticians catapulted into the media to explain, expound, and explicate. Facts should indeed illuminate interpretations, guide responses, and optimise outcomes. But an emergency such as COVID-19 demands more—moments to think about what this pandemic means for us, to ask questions about its deeper impacts on our lives, and to reflect on its consequences for our future. Philosophers, not scientists, might be of more use to us if we are seeking informed contemplation. And a few are now thinking the pandemic. [...] In the new book of reflections about the events of the past year—Pandemic! 2 Chronicles of a Time Lost. Several themes deserve discussion outside the philosophy classroom. First, the real nature of this emergency is, according to Žižek, a “crucial ideological and political battle” across three domains—the pandemic, an ecological crisis, and racism. “One should insist on the basic unity of the three domains”, he argues. This complexity is important for understanding the origins of the present crisis. There is no single cause that can entirely explain it. Our present predicaments arise “from the collaborative functioning of a system, but do not belong to any one part of that system”. Second, the pandemic arrived at a particular economic moment. He emphasises the “absurd capitalist crisis” that has ensued. Class matters here. The pandemic propelled into visibility what was already slowly becoming apparent—a new class of economically marginalised migrant workers, a “geo-social class”, which governments seemed to consider as surplus to existence. Žižek predicts that “new forms of class struggle will erupt”. He also believes that democracy under various forms of lockdown has been “de facto abolished” because the shared space of our communication and interaction is now under private control. Žižek's third theme concerns us as human beings: “we in the west less and less accept death as part of life”. And “we seem to be ready to sacrifice everything for bare life”. That determination to save lives at all cost seems to be diminishing. But the extent to which we will choose death over “bare life” remains uncertain. Fourth, he asks questions about the interface between science and politics. Scientists must take care not to overreach—“the claims of science should be limited so as not to pose a threat to human freedom and dignity”. He reminds us that science is itself divided about the correct approach to the pandemic. His examples are the USA and Sweden, whose authorities “decided to sacrifice thousands of lives to COVID-19, especially those of the old and ill, to maintain the economy and the appearance of normal life”. Finally, he looks ahead to future challenges. He is right to point out the “genuine conflict of global visions about society”. But I am less confident that “It will be a much more modest world.” And I very much doubt COVID-19 will prove to be “a catastrophe that will compel us to find a new beginning”. But whether Žižek is right or wrong is immaterial. What matters is that he is asking questions that should be central to our public discussion about the pandemic and our post-pandemic future. Yet they are not.».
Richard Horton, "Offline: Thinking the pandemic", The Lancet, 27.02.2021.

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«Il poeta tedesco Friedrich Hölderlin diceva che “noi siamo colloquio”. Ecco, la cura è prima di tutto ascolto, è mettersi di fronte all’altro, intercettarne le parole. Ma anche un sorriso, una speranza.


«Il poeta tedesco Friedrich Hölderlin diceva che “noi siamo colloquio”. Ecco, la cura è prima di tutto ascolto, è mettersi di fronte all’altro, intercettarne le parole. Ma anche un sorriso, una speranza. Persino il silenzio deve essere campo di ascolto e come psichiatra conosco tanti silenzi. A volte sono disperati. In questo ascolto, difficile ma emozionante, c’è una sacca di mistero: è un territorio friabile e bisogna sapersi abbandonare a qualcosa che vada oltre il razionale». 
Eugenio Borgna in Roberta Scorranese, "Il silenzio è la voce di chi soffre. La cura è ascoltarlo", La Lettura, 24.01.2021.

«Il poeta tedesco Friedrich Hölderlin diceva che “noi siamo colloquio”. Ecco, la cura è prima di tutto ascolto, è mettersi di fronte all’altro, intercettarne le parole. Ma anche un sorriso, una speranza. Persino il silenzio deve essere campo di ascolto e come psichiatra conosco tanti silenzi. A volte sono disperati. In questo ascolto, difficile ma emozionante, c’è una sacca di mistero: è un territorio friabile e bisogna sapersi abbandonare a qualcosa che vada oltre il razionale». 
Eugenio Borgna in Roberta Scorranese, "Il silenzio è la voce di chi soffre. La cura è ascoltarlo", La Lettura, 24.01.2021.

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«Nous étions comme vous, et comme vous nous avons cultivé des jardins ouverts à tous les possibles, comme vous nous avons ri, assis à l'ombre des grands arbres, comme vous, nous avons dansé sous un ciel d'insouciance.


«Nous étions comme vous, et comme vous nous avons cultivé des jardins ouverts à tous les possibles, comme vous nous avons ri, assis à l'ombre des grands arbres, comme vous, nous avons dansé sous un ciel d'insouciance. Pour ne plus devoir vous regarder vivre, nous avons bâti des remparts, des donjons, nous nous sommes isoles dans des forteresses aux murs sans horizon où la bouche pleine d'orties nous conjuguons le sentiment d'injustice». 
Daniel Murith, "La deuxième pas", 2021.

«Nous étions comme vous, et comme vous nous avons cultivé des jardins ouverts à tous les possibles, comme vous nous avons ri, assis à l'ombre des grands arbres, comme vous, nous avons dansé sous un ciel d'insouciance. Pour ne plus devoir vous regarder vivre, nous avons bâti des remparts, des donjons, nous nous sommes isoles dans des forteresses aux murs sans horizon où la bouche pleine d'orties nous conjuguons le sentiment d'injustice». 
Daniel Murith, "La deuxième pas", 2021.

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«Come se chiamare eroe un medico, angelo un infermiere, servisse a sanare i conti aperti con realtà spesso sgradevoli: i medici poco difesi sul fronte del contagio, gli infermieri pagati poco in rapporto ai rischi e alle responsabilità, eccetera. Fossimo un poco meno retorici e un poco


«Come se chiamare eroe un medico, angelo un infermiere, servisse a sanare i conti aperti con realtà spesso sgradevoli: i medici poco difesi sul fronte del contagio, gli infermieri pagati poco in rapporto ai rischi e alle responsabilità, eccetera. Fossimo un poco meno retorici e un poco più operativi, potremmo giocare tutta un'altra partita. È quel famoso "risparmia il fiato e pedala" che i vecchi allenatori gridavano nei momenti decisivi, quando ogni energia andava spesa per cercare di portare a casa il risultato. Noi, il fiato, non abbiamo ancora imparato a risparmiarlo. E lo usiamo troppo spesso per costruire pittoresche cortine fumogene, molto utili per illuderci, per non vedere le cose come stanno, le cose che non vanno.». 
Michele Serra, L'amaca - "Risparmiare il fiato", La Repubblica, 24.01.2021.

«Come se chiamare eroe un medico, angelo un infermiere, servisse a sanare i conti aperti con realtà spesso sgradevoli: i medici poco difesi sul fronte del contagio, gli infermieri pagati poco in rapporto ai rischi e alle responsabilità, eccetera. Fossimo un poco meno retorici e un poco più operativi, potremmo giocare tutta un'altra partita. È quel famoso "risparmia il fiato e pedala" che i vecchi allenatori gridavano nei momenti decisivi, quando ogni energia andava spesa per cercare di portare a casa il risultato. Noi, il fiato, non abbiamo ancora imparato a risparmiarlo. E lo usiamo troppo spesso per costruire pittoresche cortine fumogene, molto utili per illuderci, per non vedere le cose come stanno, le cose che non vanno.». 
Michele Serra, L'amaca - "Risparmiare il fiato", La Repubblica, 24.01.2021.

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«Qualcosa, dunque, insiste nel dire "Io". Sono i nostri ricordi più traumatici - quelli che ci hanno scritto - che si ripetono con più forza. Ma sono anche gli incontri che abbiamo mancato, le occasioni sfuggite che esigono incessantemente di ritornare.


«Qualcosa, dunque, insiste nel dire "Io". Sono i nostri ricordi più traumatici - quelli che ci hanno scritto - che si ripetono con più forza. Ma sono anche gli incontri che abbiamo mancato, le occasioni sfuggite che esigono incessantemente di ritornare. Ci sono impronte traumatiche che non smettiamo di ricordare e ci sono impronte restate sospese, incompiute che ci impongono ancora l'obbligo di pensare a loro, di assemblarle in un altro luogo.».
Massimo Recalcati, "Andrea Bajani e l'indagine sulle case dell'Io", La Repubblica, 05.02.2021.

«Qualcosa, dunque, insiste nel dire "Io". Sono i nostri ricordi più traumatici - quelli che ci hanno scritto - che si ripetono con più forza. Ma sono anche gli incontri che abbiamo mancato, le occasioni sfuggite che esigono incessantemente di ritornare. Ci sono impronte traumatiche che non smettiamo di ricordare e ci sono impronte restate sospese, incompiute che ci impongono ancora l'obbligo di pensare a loro, di assemblarle in un altro luogo.».
Massimo Recalcati, "Andrea Bajani e l'indagine sulle case dell'Io", La Repubblica, 05.02.2021.

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«[...] [È, ndr.] bene far presente, come unico preliminare davvero ineludibile, che il rischio zero non esiste, non è mai esistito, non esisterà mai.


«[...] [È, ndr.] bene far presente, come unico preliminare davvero ineludibile, che il rischio zero non esiste, non è mai esistito, non esisterà mai. Non solamente in tema di vaccini (e di farmaci in senso lato); ma anche innamorandosi, viaggiando, lavorando, uscendo di casa, cucinando, facendo la doccia, svegliandosi al mattino, affacciandosi alla finestra e perfino dormendo, visto che il coccolone è in agguato anche quando fingiamo di essere morti per non dare nell'occhio. Il rischio zero non è dato [...]. Posso ridurla al minimo, non eliminarla del tutto. Dal concepimento al decesso, il rischio zero non fa parte della vita.
La cosa strana è che l'umanità ha sempre saputo benissimo, fino a poco tempo fa, direi pochi attimi fa, che il rischio zero non esiste. Poi è come se lo avesse dimenticato. Di colpo. Diecimila anni e rotti di civilizzazione hanno avuto per obiettivo (logico, giusto) minimizzare i rischi. Ora il rischio, per molti esseri umani, non è più concepibile.».
Michele Serra, L'amaca – "Rischiare ovvero vivere.", la Repubblica, 19.12.2020.

«[...] [È, ndr.] bene far presente, come unico preliminare davvero ineludibile, che il rischio zero non esiste, non è mai esistito, non esisterà mai. Non solamente in tema di vaccini (e di farmaci in senso lato); ma anche innamorandosi, viaggiando, lavorando, uscendo di casa, cucinando, facendo la doccia, svegliandosi al mattino, affacciandosi alla finestra e perfino dormendo, visto che il coccolone è in agguato anche quando fingiamo di essere morti per non dare nell'occhio. Il rischio zero non è dato [...]. Posso ridurla al minimo, non eliminarla del tutto. Dal concepimento al decesso, il rischio zero non fa parte della vita.
La cosa strana è che l'umanità ha sempre saputo benissimo, fino a poco tempo fa, direi pochi attimi fa, che il rischio zero non esiste. Poi è come se lo avesse dimenticato. Di colpo. Diecimila anni e rotti di civilizzazione hanno avuto per obiettivo (logico, giusto) minimizzare i rischi. Ora il rischio, per molti esseri umani, non è più concepibile.».
Michele Serra, L'amaca – "Rischiare ovvero vivere.", la Repubblica, 19.12.2020.

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«Einem Virus begegnet man genau ein Mal. Es dockt an eine Zelle an und dringt in sie ein.


«Einem Virus begegnet man genau ein Mal. Es dockt an eine Zelle an und dringt in sie ein. Dort zerlegt sich das Viruspartikel, setzt sein Erbgut frei und erlischt. Aber mit der Infrastruktur und den Ressourcen der Wirtszelle entstehen aus dem Bauplan des Virus Tausende neue Viren. Schon vor vier Millionen Jahren haben frühe Formen von Viren das beginnende Leben parasitiert. Bis heute sind sie mit Abstand die erfolgreichste Existenzform auf diesem Planeten. Und das, obwohl sie ständig Fehler machen. Keine Kopie eines Virus ist wirklich exakt. Beim Abschreiben der Blaupause passieren Schnitzer. Varianten entstehen. Die meisten sind existenzbedrohend – die Kopiermaschine zerstört sich selbst, indem sie fahrlässig den eigenen Bauplan verstümmelt. Andere Fehler sind unerheblich, weil kleine Veränderungen in der Bauanleitung deren Sinn nicht entstellen. Sehr, sehr wenige Fehler sind nützlich, gehen aber unter, etwa, weil das Virus keinen neuen Wirt findet. Einige Fehler verbreiten sich – und fallen auf. 
B.1.1.7, 501Y.V2 oder P.1 heißen Varianten des Coronavirus Sars-CoV-2. Sie sind im November in Großbritannien aufgetaucht, im Dezember in Südafrika un Brasilien (siehe Seite 40). Sie haben offenbar nützliche Kopierfehler angehäuft. Sie stehen im Verdacht, schneller zu sein als die bisher bekannten Formen, infektiöser, gefährlicher. Das führt zu Grundsatzfragen: Hilft auch gegen ihre Ausbreitung, was Wissenschaft und Politik bisher an Strategien entworfen haben? Haben wir es gar mit einem neuen Gegner zu tun? 
Ganz sicher haben wir es mit Evolition zu tun. Evolution hat kein Ziel. Viren haben keine Absichten. Sie passen sich nicht gezielt an. Nur zufällig entstehen neben jeder Menge Informationsmüll Varianten, die besser angepasst sind - und sich daher schneller verbreiten. Sie können rascher andocken, fester anhaften, schneller eindringen oder setzen sich zuverlässiger wieder zusammen.
Viren flüchten nicht, weder vor unserem Immunsystem noch vor unseren Impfstoffen. Aber es gibt sogenannte Escape-Mutationen, Fluchtmutationen, die das Virus zufällig so verändern, dass es unseren Antikörper und Immunzellen entkommt».
Ulirch Bahnsen e Andreas Sentker, "Viren: Nach den Regeln der Natur", Die Zeit, 21.01.2021.

«Einem Virus begegnet man genau ein Mal. Es dockt an eine Zelle an und dringt in sie ein. Dort zerlegt sich das Viruspartikel, setzt sein Erbgut frei und erlischt. Aber mit der Infrastruktur und den Ressourcen der Wirtszelle entstehen aus dem Bauplan des Virus Tausende neue Viren. Schon vor vier Millionen Jahren haben frühe Formen von Viren das beginnende Leben parasitiert. Bis heute sind sie mit Abstand die erfolgreichste Existenzform auf diesem Planeten. Und das, obwohl sie ständig Fehler machen. Keine Kopie eines Virus ist wirklich exakt. Beim Abschreiben der Blaupause passieren Schnitzer. Varianten entstehen. Die meisten sind existenzbedrohend – die Kopiermaschine zerstört sich selbst, indem sie fahrlässig den eigenen Bauplan verstümmelt. Andere Fehler sind unerheblich, weil kleine Veränderungen in der Bauanleitung deren Sinn nicht entstellen. Sehr, sehr wenige Fehler sind nützlich, gehen aber unter, etwa, weil das Virus keinen neuen Wirt findet. Einige Fehler verbreiten sich – und fallen auf. 
B.1.1.7, 501Y.V2 oder P.1 heißen Varianten des Coronavirus Sars-CoV-2. Sie sind im November in Großbritannien aufgetaucht, im Dezember in Südafrika un Brasilien (siehe Seite 40). Sie haben offenbar nützliche Kopierfehler angehäuft. Sie stehen im Verdacht, schneller zu sein als die bisher bekannten Formen, infektiöser, gefährlicher. Das führt zu Grundsatzfragen: Hilft auch gegen ihre Ausbreitung, was Wissenschaft und Politik bisher an Strategien entworfen haben? Haben wir es gar mit einem neuen Gegner zu tun? 
Ganz sicher haben wir es mit Evolition zu tun. Evolution hat kein Ziel. Viren haben keine Absichten. Sie passen sich nicht gezielt an. Nur zufällig entstehen neben jeder Menge Informationsmüll Varianten, die besser angepasst sind - und sich daher schneller verbreiten. Sie können rascher andocken, fester anhaften, schneller eindringen oder setzen sich zuverlässiger wieder zusammen.
Viren flüchten nicht, weder vor unserem Immunsystem noch vor unseren Impfstoffen. Aber es gibt sogenannte Escape-Mutationen, Fluchtmutationen, die das Virus zufällig so verändern, dass es unseren Antikörper und Immunzellen entkommt».
Ulirch Bahnsen e Andreas Sentker, "Viren: Nach den Regeln der Natur", Die Zeit, 21.01.2021.

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«Consentir, c'est pouvoir s'en remettre à l'autre en toute confiance. C'est être assuré qu'il est suicieux de notre intérêt et capable de proposer des dispositifs justifiées et adéquats.


«Consentir, c'est pouvoir s'en remettre à l'autre en toute confiance. C'est être assuré qu'il est suicieux de notre intérêt et capable de proposer des dispositifs justifiées et adéquats. Dans le contexte de l'éthique médicale, l'exigence d'intégrité, de loyauté et de transparence est souvent évoquée. Elle conditionne l'acceptation d'une forme de concession provisoire de l'autonomie du patient à l'autorité du médecin responsable de la mise en œuvre d'une décision concertée. Dans les cas difficiles, l'examen bénéficie d'une réunion de concertation pluridisciplinaire, confrontant différentes expertises [...] 
La capacité de consentir aux décisions de l'Etat semble aujourd'hui s'être altérée au point d'être épuisée. Comment rétablir une relation de confiance si ce n'est dans le dialogue social et reconnaissant la diversité des expertises et capacités d'initiative? Cette question mérite mieux que la compassion gouvernementale. Le consentement n'est pas l'abnégation ou le sacrifice. Il requiert, en contrepartie à ce qui est consenti, la conviction que les décisions prises sont justes, cohérentes, dignes de notre confiance».
Emmanuel Hirsch, "Face à la pandémie de Covid-19, «sommes-nous prêts, encore, à consentir?»", Le Monde, 26.01.2021.

«Consentir, c'est pouvoir s'en remettre à l'autre en toute confiance. C'est être assuré qu'il est suicieux de notre intérêt et capable de proposer des dispositifs justifiées et adéquats. Dans le contexte de l'éthique médicale, l'exigence d'intégrité, de loyauté et de transparence est souvent évoquée. Elle conditionne l'acceptation d'une forme de concession provisoire de l'autonomie du patient à l'autorité du médecin responsable de la mise en œuvre d'une décision concertée. Dans les cas difficiles, l'examen bénéficie d'une réunion de concertation pluridisciplinaire, confrontant différentes expertises [...] 
La capacité de consentir aux décisions de l'Etat semble aujourd'hui s'être altérée au point d'être épuisée. Comment rétablir une relation de confiance si ce n'est dans le dialogue social et reconnaissant la diversité des expertises et capacités d'initiative? Cette question mérite mieux que la compassion gouvernementale. Le consentement n'est pas l'abnégation ou le sacrifice. Il requiert, en contrepartie à ce qui est consenti, la conviction que les décisions prises sont justes, cohérentes, dignes de notre confiance».
Emmanuel Hirsch, "Face à la pandémie de Covid-19, «sommes-nous prêts, encore, à consentir?»", Le Monde, 26.01.2021.

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«Isolation during illness is not new, but its effects and inequities are magnified by this pandemic. Visitor restrictions are reasonable public health measures, but they are inherently inequitable.


«Isolation during illness is not new, but its effects and inequities are magnified by this pandemic. Visitor restrictions are reasonable public health measures, but they are inherently inequitable. People with the means to care for loved ones at home do not suffer the consequences of these rules as severely. Those with smartphones and data plans can connect in spite of the rules. Such inequities don’t mean we should entirely eliminate the limits — unfortunately, we don’t have that luxury. But in moments of stable but not surging pandemic spread, we can reexamine our rules and how we enforce them. We can work to ensure that the most marginalized among us don’t become even more vulnerable because there’s no one at their side to notice, advocate for, and accompany them».
Simone Vais, "The Inequity of Isolation", The New England Journal Of Medicine, 25.02.2021.

«Isolation during illness is not new, but its effects and inequities are magnified by this pandemic. Visitor restrictions are reasonable public health measures, but they are inherently inequitable. People with the means to care for loved ones at home do not suffer the consequences of these rules as severely. Those with smartphones and data plans can connect in spite of the rules. Such inequities don’t mean we should entirely eliminate the limits — unfortunately, we don’t have that luxury. But in moments of stable but not surging pandemic spread, we can reexamine our rules and how we enforce them. We can work to ensure that the most marginalized among us don’t become even more vulnerable because there’s no one at their side to notice, advocate for, and accompany them».
Simone Vais, "The Inequity of Isolation", The New England Journal Of Medicine, 25.02.2021.

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