Pensieri

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida.

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«Le hasard, c’est évidemment l’imprévisible. Un seul coup de dés jamais abolira le hasard, mais une succession de très nombreux coups de dés permet de résorber le hasard individuel dans une statistique collective.


«Le hasard, c’est évidemment l’imprévisible. Un seul coup de dés jamais abolira le hasard, mais une succession de très nombreux coups de dés permet de résorber le hasard individuel dans une statistique collective. Or le jeu de la vie est tout autre car fait des événements singuliers et non des coups identiques répétés. L’imprévisibilité demeure dans l’irruption de l’inattendu, accident ou création. Bref, je crois qu’on ne saura jamais si le hasard est vraiment du hasard. On a pu penser le hasard comme la rencontre occidentale des déterminismes différent, un pot des fleurs, obéissant à la gravité, tombant d’un étage sur la passant se rendant à son travail. La définition du hasard a été donnée par le mathématicien Gregory Chaitin : est hasard ce qui relève de l’incompressibilité algorithmique, c’est-à-dire l’impossibilité de déterminer à l’avance une succession d’événements. Omega symbolise les limites de la connaissance mathématique, les limites de la prévisibilité. Cependant l’imprévisibilité ou l’incompressibilité algorithmique n’excluent pas que le hasard obéisse à des détermination cachée relevant peut-être de réalités invisibles à notre entendement».
Edgar Morin, “Leçons d’un siècle de vie”, 2021

«Le hasard, c’est évidemment l’imprévisible. Un seul coup de dés jamais abolira le hasard, mais une succession de très nombreux coups de dés permet de résorber le hasard individuel dans une statistique collective. Or le jeu de la vie est tout autre car fait des événements singuliers et non des coups identiques répétés. L’imprévisibilité demeure dans l’irruption de l’inattendu, accident ou création. Bref, je crois qu’on ne saura jamais si le hasard est vraiment du hasard. On a pu penser le hasard comme la rencontre occidentale des déterminismes différent, un pot des fleurs, obéissant à la gravité, tombant d’un étage sur la passant se rendant à son travail. La définition du hasard a été donnée par le mathématicien Gregory Chaitin : est hasard ce qui relève de l’incompressibilité algorithmique, c’est-à-dire l’impossibilité de déterminer à l’avance une succession d’événements. Omega symbolise les limites de la connaissance mathématique, les limites de la prévisibilité. Cependant l’imprévisibilité ou l’incompressibilité algorithmique n’excluent pas que le hasard obéisse à des détermination cachée relevant peut-être de réalités invisibles à notre entendement».
Edgar Morin, “Leçons d’un siècle de vie”, 2021

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«Quando sono amato non esisto più per caso, privo di significato, non sono più “di troppo” nel mondo, ma sono divenuto il “senso” della vita dell’Altro, sono ciò che attribuisce significato a quella vita e che da quella stessa vita può, sentendosi reciprocament


«Quando sono amato non esisto più per caso, privo di significato, non sono più “di troppo” nel mondo, ma sono divenuto il “senso” della vita dell’Altro, sono ciò che attribuisce significato a quella vita e che da quella stessa vita può, sentendosi reciprocamente amato, attingere il suo senso. Insomma, la gioia dell’amore consiste nel fatto che la mia esistenza che ontologicamente non è il fondamento di se stessa, una volta amata si trova ad esistere perché è voluta dall’Altro sin miei suoi più minimi e infine i dettagli, perché è stata scelta, attesa, “chiamata” dall’Altro. In questo la gioia dell’amore si rivela come quella di un riconoscimento profondo: sono al mondo per caso, perduto nell’insensatezza e nell’abbandono assoluto, ma ci sono perché qualcuno mi ha scelto, atteso, chiamato».
Massimo Recalcati, “Ritorno a Jean-Paul Sartre”, 2021.

«Quando sono amato non esisto più per caso, privo di significato, non sono più “di troppo” nel mondo, ma sono divenuto il “senso” della vita dell’Altro, sono ciò che attribuisce significato a quella vita e che da quella stessa vita può, sentendosi reciprocamente amato, attingere il suo senso. Insomma, la gioia dell’amore consiste nel fatto che la mia esistenza che ontologicamente non è il fondamento di se stessa, una volta amata si trova ad esistere perché è voluta dall’Altro sin miei suoi più minimi e infine i dettagli, perché è stata scelta, attesa, “chiamata” dall’Altro. In questo la gioia dell’amore si rivela come quella di un riconoscimento profondo: sono al mondo per caso, perduto nell’insensatezza e nell’abbandono assoluto, ma ci sono perché qualcuno mi ha scelto, atteso, chiamato».
Massimo Recalcati, “Ritorno a Jean-Paul Sartre”, 2021.

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«Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono tutto sempre così chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l'inizio e là è la fine.
E mi spaura il modo […],
che sappian tutto ciò che fu e sarà […]».


«Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono tutto sempre così chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l'inizio e là è la fine.
E mi spaura il modo […],
che sappian tutto ciò che fu e sarà […]».
Rainer Maria Rilke, Poesie, trad. di Anna Maria Carpi, 1994.

«Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono tutto sempre così chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l'inizio e là è la fine.
E mi spaura il modo […],
che sappian tutto ciò che fu e sarà […]».
Rainer Maria Rilke, Poesie, trad. di Anna Maria Carpi, 1994.

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«Saviano ha preso le distanze da quella che lui considera la “pura letteratura” e dai letterati che si accontentano di “fare un buon libro, costruire una storia, limare le parole sino a tenere uno stile bello e riconoscibile”- già in La bellezza e l’in


«Saviano ha preso le distanze da quella che lui considera la “pura letteratura” e dai letterati che si accontentano di “fare un buon libro, costruire una storia, limare le parole sino a tenere uno stile bello e riconoscibile”- già in La bellezza e l’inferno dichiarava “preferirei non scrivere né assomigliare a queste persone” e nell’articolo su Anna Politkovskaja si spingeva fino a un “non mi interessa la letteratura come vizio”; recentemente, di fronte all’emergenza dei migranti che rischiano di morire nel Mediterraneo, la sua insofferenza nei confronti dei “puri letterati” si è fatta più acuta, fino a espliciti rimproveri di “codardia”. Prendo sul serio la strigliata: personalmente mi ritengo piuttosto codardo, sono (quasi) sempre pronto al compromesso, preferisco l’eccepire al combattere - e poi sì, perdo molto tempo a “prima limare le parole”. Ma non credo che la letteratura sia mai stata “pura” (che cosa è più “impuro” della Divina Commedia?), non è che sia una faccenda di letterati ben pasciuti, che cincischiano quei soprammobili mentre la casa brucia o discutono sul sesso degli angeli mentre i turchi assediano le porte. O peggio, che dicono di sì al padrone di turno. Credo invece che la letteratura, come la intendo io, sia un modo di conoscere la realtà non surrogabile da altri tipi di conoscenza; se sparisse dal mondo sarebbe come dover fare senza la chimica, o la storia. Ci sono emergenze sociali ed etiche, ma ci sono anche emergenze culturali».
Walter Siti, “Contro l’impegno”, 2021

«Saviano ha preso le distanze da quella che lui considera la “pura letteratura” e dai letterati che si accontentano di “fare un buon libro, costruire una storia, limare le parole sino a tenere uno stile bello e riconoscibile”- già in La bellezza e l’inferno dichiarava “preferirei non scrivere né assomigliare a queste persone” e nell’articolo su Anna Politkovskaja si spingeva fino a un “non mi interessa la letteratura come vizio”; recentemente, di fronte all’emergenza dei migranti che rischiano di morire nel Mediterraneo, la sua insofferenza nei confronti dei “puri letterati” si è fatta più acuta, fino a espliciti rimproveri di “codardia”. Prendo sul serio la strigliata: personalmente mi ritengo piuttosto codardo, sono (quasi) sempre pronto al compromesso, preferisco l’eccepire al combattere - e poi sì, perdo molto tempo a “prima limare le parole”. Ma non credo che la letteratura sia mai stata “pura” (che cosa è più “impuro” della Divina Commedia?), non è che sia una faccenda di letterati ben pasciuti, che cincischiano quei soprammobili mentre la casa brucia o discutono sul sesso degli angeli mentre i turchi assediano le porte. O peggio, che dicono di sì al padrone di turno. Credo invece che la letteratura, come la intendo io, sia un modo di conoscere la realtà non surrogabile da altri tipi di conoscenza; se sparisse dal mondo sarebbe come dover fare senza la chimica, o la storia. Ci sono emergenze sociali ed etiche, ma ci sono anche emergenze culturali».
Walter Siti, “Contro l’impegno”, 2021

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«La figlia dei Ma soffriva dunque di lebbra, che le procurava piaghe, infezioni e sofferenze intollerabili. Una ragazza così bella non suscitava ora che disgusto.


«La figlia dei Ma soffriva dunque di lebbra, che le procurava piaghe, infezioni e sofferenze intollerabili. Una ragazza così bella non suscitava ora che disgusto. Chiamarono un dottore di medicina esterna a venire a visitare la malata, ma egli disse che non c’era niente di grave e che spalmandosi con un certo suo unguento sarebbe guarita. Fecero come aveva detto lui, ma in un momento alla ragazza sembra di avere il corpo tra passato da aghi: soffriva come se l’avessero scorticata viva, e non si poté far altro che rinunciare alla cura. Poi venne in visita un dottore di medicina interna, che disse: “Ingerendo la mia medicina si è regolarizzata la circolazione del sangue, la respirazione si libererà e la paziente guarirà naturalmente. Il medicamento esterno può dare solo una parvenza di guarigione, ma non può eliminare il mare alla radice”. E seguendo questo avviso fecero una pozione da prendere tre volte al giorno, con risultato che, a forza di berla, alla ragazza si questo lo stomaco. Il dottore di medicina esterna disse al dottore di medicina interna che era colpa sua, perché l’unico rimedio era l’uso dell’unguento che deterge. Il dottore di medicina interna a sua volta disse che il guaio stava nei polmoni, che avevano ispirato aria fredda, e che l’unico rimedio era ingerire una pozione che l’aria fredda la facesse espirare. Come se non bastasse alla povera ragazza di essere malata, le toccava anche passare, per curarsi, attraverso tutte le torture, oggi con un farmaco, domani con una pozione diversa. I medici si insultavano a vicenda: “Tu dici che io non so fare il mio mestiere. Io dico che sei tu che non vali niente”. Intanto non approdavano a nessun risultato. Ma Shaoqing mise fuori un grande avviso: “Chi saprà guarire la malattia, riceverà cento monete d’argento”. E tutti i medici che leggevano l’avviso avevano l’acquolina in bocca. Ma anche i più scrupolosi, che ce la mettevano tutta, impegnando gli sforzi di una vita, compulsando i più dotti libri di medicina, non vedevano le loro fatiche coronate dal minimo miglioramento. La ragazza era più di là che di qua, attaccata alla vita per un soffio».
La volpe amorosa. Novelle cinesi, 1989.

«La figlia dei Ma soffriva dunque di lebbra, che le procurava piaghe, infezioni e sofferenze intollerabili. Una ragazza così bella non suscitava ora che disgusto. Chiamarono un dottore di medicina esterna a venire a visitare la malata, ma egli disse che non c’era niente di grave e che spalmandosi con un certo suo unguento sarebbe guarita. Fecero come aveva detto lui, ma in un momento alla ragazza sembra di avere il corpo tra passato da aghi: soffriva come se l’avessero scorticata viva, e non si poté far altro che rinunciare alla cura. Poi venne in visita un dottore di medicina interna, che disse: “Ingerendo la mia medicina si è regolarizzata la circolazione del sangue, la respirazione si libererà e la paziente guarirà naturalmente. Il medicamento esterno può dare solo una parvenza di guarigione, ma non può eliminare il mare alla radice”. E seguendo questo avviso fecero una pozione da prendere tre volte al giorno, con risultato che, a forza di berla, alla ragazza si questo lo stomaco. Il dottore di medicina esterna disse al dottore di medicina interna che era colpa sua, perché l’unico rimedio era l’uso dell’unguento che deterge. Il dottore di medicina interna a sua volta disse che il guaio stava nei polmoni, che avevano ispirato aria fredda, e che l’unico rimedio era ingerire una pozione che l’aria fredda la facesse espirare. Come se non bastasse alla povera ragazza di essere malata, le toccava anche passare, per curarsi, attraverso tutte le torture, oggi con un farmaco, domani con una pozione diversa. I medici si insultavano a vicenda: “Tu dici che io non so fare il mio mestiere. Io dico che sei tu che non vali niente”. Intanto non approdavano a nessun risultato. Ma Shaoqing mise fuori un grande avviso: “Chi saprà guarire la malattia, riceverà cento monete d’argento”. E tutti i medici che leggevano l’avviso avevano l’acquolina in bocca. Ma anche i più scrupolosi, che ce la mettevano tutta, impegnando gli sforzi di una vita, compulsando i più dotti libri di medicina, non vedevano le loro fatiche coronate dal minimo miglioramento. La ragazza era più di là che di qua, attaccata alla vita per un soffio».
La volpe amorosa. Novelle cinesi, 1989.

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«L’avanzare dell’età è stato sovente presentato come ossessionato dalla consapevolezza dell’ineluttabile decadenza, della morte.


«L’avanzare dell’età è stato sovente presentato come ossessionato dalla consapevolezza dell’ineluttabile decadenza, della morte. Da questo punto di vista, la funzione che si presume confortante delle religioni di salvezza mi è sempre apparsa straordinariamente ambigua, per non dire peggio. Il genio di Mozart esprime nel suo Requiem l’affetto l’effetto di terrore ricercato e indotto dall’idea del Giudizio Universale. La forza del monoteismo cristiano si è fondata a lungo e ancora si fonda sul postulato del peccato originale, che definisce ogni esistenza individuale come un tentativo di riscatto. Da questo punto di vista, lo stoicismo antico, prima di essere influenzato da Platone e dal cristianesimo, portava l’impronta di una sana prosaicità. Lo ricorda Paul Veyne nell’introduzione alla Tranquillità dell’animo di Seneca: “Gli storici hanno scoperto un nuovo oggetto, l’Io, e una nuova motivazione, sconosciuta alla coscienza comune: l’ideale dell’Io. Essi ignorano ciò che potrebbe essere l’umiltà, il senso di colpa e il rispetto da portare a quell’oggetto soprannaturale che l’anima immortale, tenuta a fare quello che un dio ha stabilito. Essi stessi non obbediscono né a un dio né a una morale collettiva. L’aldilà non interessa loro”. Seneca fa notare all’amico Sereno: “Che c’è di grave a tornare da dove sei venuto? Spesso causa di morte è la paura di morire”. È da ascrivere alla dimensione felice dell’età anziana il saper cancellare quella paura, consentendoci in tal modo di apprezzare in se stessi i piaceri della vita. Ancora Seneca: “Nella libertà come nel vino e salutare la moderazione e tuttavia talvolta è opportuno arrivare fino all’ebrezza”, e la triste sobrietà va per un po’ abbandonata. E Aristotele: “Non ci fu nessun grande ingegno senza un pizzico di follia”».
Marc Augé, “Momenti di felciità”, 2018

«L’avanzare dell’età è stato sovente presentato come ossessionato dalla consapevolezza dell’ineluttabile decadenza, della morte. Da questo punto di vista, la funzione che si presume confortante delle religioni di salvezza mi è sempre apparsa straordinariamente ambigua, per non dire peggio. Il genio di Mozart esprime nel suo Requiem l’affetto l’effetto di terrore ricercato e indotto dall’idea del Giudizio Universale. La forza del monoteismo cristiano si è fondata a lungo e ancora si fonda sul postulato del peccato originale, che definisce ogni esistenza individuale come un tentativo di riscatto. Da questo punto di vista, lo stoicismo antico, prima di essere influenzato da Platone e dal cristianesimo, portava l’impronta di una sana prosaicità. Lo ricorda Paul Veyne nell’introduzione alla Tranquillità dell’animo di Seneca: “Gli storici hanno scoperto un nuovo oggetto, l’Io, e una nuova motivazione, sconosciuta alla coscienza comune: l’ideale dell’Io. Essi ignorano ciò che potrebbe essere l’umiltà, il senso di colpa e il rispetto da portare a quell’oggetto soprannaturale che l’anima immortale, tenuta a fare quello che un dio ha stabilito. Essi stessi non obbediscono né a un dio né a una morale collettiva. L’aldilà non interessa loro”. Seneca fa notare all’amico Sereno: “Che c’è di grave a tornare da dove sei venuto? Spesso causa di morte è la paura di morire”. È da ascrivere alla dimensione felice dell’età anziana il saper cancellare quella paura, consentendoci in tal modo di apprezzare in se stessi i piaceri della vita. Ancora Seneca: “Nella libertà come nel vino e salutare la moderazione e tuttavia talvolta è opportuno arrivare fino all’ebrezza”, e la triste sobrietà va per un po’ abbandonata. E Aristotele: “Non ci fu nessun grande ingegno senza un pizzico di follia”».
Marc Augé, “Momenti di felciità”, 2018

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«Se ci si è preoccupati tanto, e altrettanto indignati, per il pestaggio dei carcerati, nonostante i carcerati siano, tipicamente, minoranza, non è per pietismo.


«Se ci si è preoccupati tanto, e altrettanto indignati, per il pestaggio dei carcerati, nonostante i carcerati siano, tipicamente, minoranza, non è per pietismo. È perché in quelle pratiche brutali, in quel bullismo intimidatorio, abbiamo riconosciuto lo Stato sbirro, traditore dello Stato di diritto: e lo Stato sbirro riguarda tutti, è un problema di tutti.
Ogni grande comunità è una somma di minoranze. Il giustamente celebre sermone del pastore luterano Niemoeller, internato dai nazisti a Dachau, lo spiegò una volta per sempre: “Prima vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi erano antipatici. Poi gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi i comunisti, e non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».
Michele Serra, “Siamo tutti minoranza”, L’amaca – La Repubblica, 07.07.2021.

«Se ci si è preoccupati tanto, e altrettanto indignati, per il pestaggio dei carcerati, nonostante i carcerati siano, tipicamente, minoranza, non è per pietismo. È perché in quelle pratiche brutali, in quel bullismo intimidatorio, abbiamo riconosciuto lo Stato sbirro, traditore dello Stato di diritto: e lo Stato sbirro riguarda tutti, è un problema di tutti.
Ogni grande comunità è una somma di minoranze. Il giustamente celebre sermone del pastore luterano Niemoeller, internato dai nazisti a Dachau, lo spiegò una volta per sempre: “Prima vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi erano antipatici. Poi gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi i comunisti, e non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».
Michele Serra, “Siamo tutti minoranza”, L’amaca – La Repubblica, 07.07.2021.

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«Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una semplice stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna di un milione di frasi, e miliardi di parole d’a


«Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una semplice stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna di un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore…».
Andrea Pazienza, “Gli ultimi giorni di Pompeo”, 1987.

«Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una semplice stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna di un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore…».
Andrea Pazienza, “Gli ultimi giorni di Pompeo”, 1987.

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«L’orgoglio di pretendere una propria infelicità e una propria solitudine in lei c’era sempre stato, ma ora questo orgoglio osava manifestarsi, fioriva, infuriava, erigeva intorno a lei un’alta siepe.


«L’orgoglio di pretendere una propria infelicità e una propria solitudine in lei c’era sempre stato, ma ora questo orgoglio osava manifestarsi, fioriva, infuriava, erigeva intorno a lei un’alta siepe. Lei non poteva essere salvata e nessuno doveva arrogarsi il diritto di salvarla, di conoscere l’anno Mille, l’anno in cui gli sterpi rossofioriti, diventati una siepe inestricabile, si sarebbero aperti, liberando la via. Vieni, sonno, venite, mille anni, perché io possa essere svegliata da un’altra mano. Vieni, perché io mi svegli il giorno in cui questo non conterà più – uomo e donna. Il giorno in cui questo sarà finito!».
Ingeborg Bachmann, “Il trentesimo anno”, 1961

«L’orgoglio di pretendere una propria infelicità e una propria solitudine in lei c’era sempre stato, ma ora questo orgoglio osava manifestarsi, fioriva, infuriava, erigeva intorno a lei un’alta siepe. Lei non poteva essere salvata e nessuno doveva arrogarsi il diritto di salvarla, di conoscere l’anno Mille, l’anno in cui gli sterpi rossofioriti, diventati una siepe inestricabile, si sarebbero aperti, liberando la via. Vieni, sonno, venite, mille anni, perché io possa essere svegliata da un’altra mano. Vieni, perché io mi svegli il giorno in cui questo non conterà più – uomo e donna. Il giorno in cui questo sarà finito!».
Ingeborg Bachmann, “Il trentesimo anno”, 1961

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«Comune al panpsichismo nelle sue varie fogge e alla convinzione che l’anima (la psyche) sia in ogni cosa (pan), o che sia onnipresente; non solo negli animali e nelle piante, ma anche nei componenti ultimi della materia: atomi, campi, stringhe o altro il panpsi


«Comune al panpsichismo nelle sue varie fogge e alla convinzione che l’anima (la psyche) sia in ogni cosa (pan), o che sia onnipresente; non solo negli animali e nelle piante, ma anche nei componenti ultimi della materia: atomi, campi, stringhe o altro il panpsichismo presuppone che qualsiasi meccanismo fisico sia cosciente, che sia costituito da parti coscienti o che faccia parte di un Intero più grande cosciente
Alcune delle menti più brillanti in Occidente hanno diviso la posizione che la materia e l’anima siano unica sostanza. Lo hanno fatto i filosofi presocratici dell’antica Grecia, Talete e Anassagora. Anche Platone sposato tali idee, così come ha fatto il cosmologo rinascimentale Giordano Bruno (arso sul rogo nel 1600) e poi Arthur Schopenhauer, nonché il paleontologo gesuita del XX secolo Theilhard de Chardin (i cui libri, poiché difendevano concezioni evoluzioniste della coscienza, furono banditi dalla Chiesa fino alla sua morte).
Particolarmente sorprendente è l’elevato numero di scienziati e matematici con posizioni panpsichiche ben articolate. Il primo, ovviamente, è Leibniz, ma possiamo anche includere i tre scienziati che hanno aperto la strada alla psicologia e alla psicofisica, Gustav Fechner, Wilhelm Wundt e Williams James, e l’astronomo Arthur Eddington, oltre ai matematici Alfed North Whitehead e Bertrand Russell. Con la svalutazione della metafisica e l’ascesa della filosofia analitica, il secolo scorso ha sfrattato del tutto il mentale, non solo dalla maggior parte dei dipartimenti universitari, ma anche dall’Universo in generale. Questa negazione della coscienza è, però, oggi considerata come la “Grande stupidità”, mentre il panpsichismo sta vivendo una rinascita all’interno del mondo accademico».
Cristoph Koch, “Sentirsi vivi”, 2021

«Comune al panpsichismo nelle sue varie fogge e alla convinzione che l’anima (la psyche) sia in ogni cosa (pan), o che sia onnipresente; non solo negli animali e nelle piante, ma anche nei componenti ultimi della materia: atomi, campi, stringhe o altro il panpsichismo presuppone che qualsiasi meccanismo fisico sia cosciente, che sia costituito da parti coscienti o che faccia parte di un Intero più grande cosciente
Alcune delle menti più brillanti in Occidente hanno diviso la posizione che la materia e l’anima siano unica sostanza. Lo hanno fatto i filosofi presocratici dell’antica Grecia, Talete e Anassagora. Anche Platone sposato tali idee, così come ha fatto il cosmologo rinascimentale Giordano Bruno (arso sul rogo nel 1600) e poi Arthur Schopenhauer, nonché il paleontologo gesuita del XX secolo Theilhard de Chardin (i cui libri, poiché difendevano concezioni evoluzioniste della coscienza, furono banditi dalla Chiesa fino alla sua morte).
Particolarmente sorprendente è l’elevato numero di scienziati e matematici con posizioni panpsichiche ben articolate. Il primo, ovviamente, è Leibniz, ma possiamo anche includere i tre scienziati che hanno aperto la strada alla psicologia e alla psicofisica, Gustav Fechner, Wilhelm Wundt e Williams James, e l’astronomo Arthur Eddington, oltre ai matematici Alfed North Whitehead e Bertrand Russell. Con la svalutazione della metafisica e l’ascesa della filosofia analitica, il secolo scorso ha sfrattato del tutto il mentale, non solo dalla maggior parte dei dipartimenti universitari, ma anche dall’Universo in generale. Questa negazione della coscienza è, però, oggi considerata come la “Grande stupidità”, mentre il panpsichismo sta vivendo una rinascita all’interno del mondo accademico».
Cristoph Koch, “Sentirsi vivi”, 2021

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«A volte manca il terreno sotto i piedi: quella prateria è fatta di erbe che non hanno nome in italiano e quell’estate accecante splende durante il nostro inverno.


«A volte manca il terreno sotto i piedi: quella prateria è fatta di erbe che non hanno nome in italiano e quell’estate accecante splende durante il nostro inverno. A volte lo smarrimento è più sottile: perché lo scrittore ha preso quel passo, perché si è avviato proprio su quel sentiero fra tutte le strade che poteva battere nella sua lingua, nella letteratura? L’inseguimento si fa più complicato, non basta studiare il paesaggio, c’è bisogno di ascolto. Allora, nel silenzio, risuona piano la voce di un assente, che racconta di altri e di sé e, come sempre accade, racconta di sé anche raccontando di altri. Claudio Magris ha detto che “per tradurre un colore che cala una sera su un’ansa di un fiume, bisognerebbe in qualche modo sapere cosa è stato quel vissuto, in quella sera”. Credo che sia a questa intimità estrema, quasi spaventosa, che tendono tutti i traduttori, pur accontentandosi alla fine di semplici presentimenti, piccole intuizioni, minuscole scoperte».
Ilde Camignani, “Storia di Luis Sepulveda e del suo gatto Zorba”, 2021.

«A volte manca il terreno sotto i piedi: quella prateria è fatta di erbe che non hanno nome in italiano e quell’estate accecante splende durante il nostro inverno. A volte lo smarrimento è più sottile: perché lo scrittore ha preso quel passo, perché si è avviato proprio su quel sentiero fra tutte le strade che poteva battere nella sua lingua, nella letteratura? L’inseguimento si fa più complicato, non basta studiare il paesaggio, c’è bisogno di ascolto. Allora, nel silenzio, risuona piano la voce di un assente, che racconta di altri e di sé e, come sempre accade, racconta di sé anche raccontando di altri. Claudio Magris ha detto che “per tradurre un colore che cala una sera su un’ansa di un fiume, bisognerebbe in qualche modo sapere cosa è stato quel vissuto, in quella sera”. Credo che sia a questa intimità estrema, quasi spaventosa, che tendono tutti i traduttori, pur accontentandosi alla fine di semplici presentimenti, piccole intuizioni, minuscole scoperte».
Ilde Camignani, “Storia di Luis Sepulveda e del suo gatto Zorba”, 2021.

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«L’infermité ne vient pas seulement de la fragilité humaine, mais aussi des effets destructeurs de la toute-puissance-scientifique-technique-économique».
Edgar Morin, Le Monde, 08.07.2021


«L’infermité ne vient pas seulement de la fragilité humaine, mais aussi des effets destructeurs de la toute-puissance-scientifique-technique-économique».
Edgar Morin, Le Monde, 08.07.2021

«L’infermité ne vient pas seulement de la fragilité humaine, mais aussi des effets destructeurs de la toute-puissance-scientifique-technique-économique».
Edgar Morin, Le Monde, 08.07.2021

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