Pensieri

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida.

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«L'humanisme, que l'on ne peut ne dissoudre ni jeter par-dessus bord, se révèle finalement à double face - crispé ou assoupli.


«L'humanisme, que l'on ne peut ne dissoudre ni jeter par-dessus bord, se révèle finalement à double face - crispé ou assoupli. Il peut exclure, mettant à distance tous les "presque-humains": il conviendrait de s'en défier parce qu'ils menaceraient notre identité supposée. Il peut au contraire inclure, élargissant le "nous" des humains pour y accueillir des variantes inédites et des traits nouveaux. [...] Nous ne savons pas qui nous sommes au juste, mais nous demeurons responsables de ce que nous voulons devenir. On dira qu'on le savait. Il n'est jamais inutile de le redire en termes nouveaux».
Roger-Pol Droit, "«Les Presque-humains» de Thierry Hoquet", Le Monde, 21.06.2021.

«L'humanisme, que l'on ne peut ne dissoudre ni jeter par-dessus bord, se révèle finalement à double face - crispé ou assoupli. Il peut exclure, mettant à distance tous les "presque-humains": il conviendrait de s'en défier parce qu'ils menaceraient notre identité supposée. Il peut au contraire inclure, élargissant le "nous" des humains pour y accueillir des variantes inédites et des traits nouveaux. [...] Nous ne savons pas qui nous sommes au juste, mais nous demeurons responsables de ce que nous voulons devenir. On dira qu'on le savait. Il n'est jamais inutile de le redire en termes nouveaux».
Roger-Pol Droit, "«Les Presque-humains» de Thierry Hoquet", Le Monde, 21.06.2021.

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«The complex concepts of health equity, inequity, inequality, and disparities have been defined in myriad ways.


«The complex concepts of health equity, inequity, inequality, and disparities have been defined in myriad ways. Although some scholars have asserted that inequities are inequalities deemed to be unnecessary, avoidable, unfair, or unjust, interpretations of fairness, justice, necessity, and social acceptability are value-laden and likely to vary with one’s framework of justice, worldview, and lived experiences. [...] What, exactly, in the realm of health inequities should be measured is also a complex question. As Albert Einstein famously noted, not everything that matters is measurable, and not everything that is measurable matters. So who decides what matters and what is measurable? There is incredible power in determining what can be measured, the level of investment in data-collection infrastructure, and who has access to any data collected. [...] Constructing measures on the basis of clear and transparent values is one way to help ensure that health equity research and policy support the dismantling of inequity. Imagine what public discourse and data-informed action would look like if researchers and practitioners routinely named the values and norms underpinning measurement in peer-reviewed manuscripts, community health needs assessments, and pandemic surveillance dashboards. Could standardizing such a practice encourage the public to reflect more deeply and critically analyze the context of inequities? Would the people whose lives are most affected by a given problem have more of a voice in deciding what should be measured and how? What if practice grounded in transparent values could help find common ground and build social solidarity among groups with widely varied identities and lived experiences?».
Marjory L. Givens et al., "Deconstructing Inequities — Transparent Values in Measurement and Analytic Choices", New England Journal Of Medicine, 13.05.2021.

«The complex concepts of health equity, inequity, inequality, and disparities have been defined in myriad ways. Although some scholars have asserted that inequities are inequalities deemed to be unnecessary, avoidable, unfair, or unjust, interpretations of fairness, justice, necessity, and social acceptability are value-laden and likely to vary with one’s framework of justice, worldview, and lived experiences. [...] What, exactly, in the realm of health inequities should be measured is also a complex question. As Albert Einstein famously noted, not everything that matters is measurable, and not everything that is measurable matters. So who decides what matters and what is measurable? There is incredible power in determining what can be measured, the level of investment in data-collection infrastructure, and who has access to any data collected. [...] Constructing measures on the basis of clear and transparent values is one way to help ensure that health equity research and policy support the dismantling of inequity. Imagine what public discourse and data-informed action would look like if researchers and practitioners routinely named the values and norms underpinning measurement in peer-reviewed manuscripts, community health needs assessments, and pandemic surveillance dashboards. Could standardizing such a practice encourage the public to reflect more deeply and critically analyze the context of inequities? Would the people whose lives are most affected by a given problem have more of a voice in deciding what should be measured and how? What if practice grounded in transparent values could help find common ground and build social solidarity among groups with widely varied identities and lived experiences?».
Marjory L. Givens et al., "Deconstructing Inequities — Transparent Values in Measurement and Analytic Choices", New England Journal Of Medicine, 13.05.2021.

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«La disobbedienza diffusa è un'infrazione della socialità, rompe un patto di alleanza. La legge si gioca sul nesso tra parola e risposta nella tipica relazione tra aspettative reciproche e incrociate che caratterizza gli esseri umani.


«La disobbedienza diffusa è un'infrazione della socialità, rompe un patto di alleanza. La legge si gioca sul nesso tra parola e risposta nella tipica relazione tra aspettative reciproche e incrociate che caratterizza gli esseri umani. Non sempre sappiamo ciò che gli altri si attendono da noi e viceversa: possono, quindi, nascere degli equivoci. Funzione primaria della legge è evitare l'ambiguità, mettere in coerenza le azioni degli uomini. Quindi prevede sanzioni verso chi si mostra incoerente e rompe la comunicazione sociale. Il fatto che certe infrazioni siano molto diffuse risulta allarmante, perché a lungo andare logorano la società. Ci sono però casi in cui la disobbedienza mostra che la norma corrisponde sempre meno, o non corrisponde, alla realtà. Quindi ci avverte che deve cambiare la legge, che occorre una regolazione più equilibrata. Era quello che intendeva Socrate dicendo che le leggi vanno persuase. il filosofo accetta la condanna a morte per amore della città, ma ribadisce che i giudici hanno sbagliato e le leggi sono inadeguate. La sua è una sorta di disobbedienza civile».
Salvatore Natoli, La Lettura, 09.05.2021

«La disobbedienza diffusa è un'infrazione della socialità, rompe un patto di alleanza. La legge si gioca sul nesso tra parola e risposta nella tipica relazione tra aspettative reciproche e incrociate che caratterizza gli esseri umani. Non sempre sappiamo ciò che gli altri si attendono da noi e viceversa: possono, quindi, nascere degli equivoci. Funzione primaria della legge è evitare l'ambiguità, mettere in coerenza le azioni degli uomini. Quindi prevede sanzioni verso chi si mostra incoerente e rompe la comunicazione sociale. Il fatto che certe infrazioni siano molto diffuse risulta allarmante, perché a lungo andare logorano la società. Ci sono però casi in cui la disobbedienza mostra che la norma corrisponde sempre meno, o non corrisponde, alla realtà. Quindi ci avverte che deve cambiare la legge, che occorre una regolazione più equilibrata. Era quello che intendeva Socrate dicendo che le leggi vanno persuase. il filosofo accetta la condanna a morte per amore della città, ma ribadisce che i giudici hanno sbagliato e le leggi sono inadeguate. La sua è una sorta di disobbedienza civile».
Salvatore Natoli, La Lettura, 09.05.2021

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«Insomma, è grazie ai libri se viviamo più vite, se possiamo connettere tra loro una quantità enorme di eventi , emozioni e pensieri diversi dai nostri , ma che si incrociano di continuo con il nostro vissuto. Rendendoci, così, più presenti a noi stessi.


«Insomma, è grazie ai libri se viviamo più vite, se possiamo connettere tra loro una quantità enorme di eventi , emozioni e pensieri diversi dai nostri , ma che si incrociano di continuo con il nostro vissuto. Rendendoci, così, più presenti a noi stessi. Il mondo, ora, ci appare infinitamente più vasto,«sottratto all'angustia dell'ignoranza». E possiamo finalmente travalicare le nostre minuscole esistenze— il dono più bello di cui disponga l'essere umano».
Franco Marcoaldi, "Zweig fa l'amore con i libri", Robinson - La Repubblica, 24.04.2021.

«Insomma, è grazie ai libri se viviamo più vite, se possiamo connettere tra loro una quantità enorme di eventi , emozioni e pensieri diversi dai nostri , ma che si incrociano di continuo con il nostro vissuto. Rendendoci, così, più presenti a noi stessi. Il mondo, ora, ci appare infinitamente più vasto,«sottratto all'angustia dell'ignoranza». E possiamo finalmente travalicare le nostre minuscole esistenze— il dono più bello di cui disponga l'essere umano».
Franco Marcoaldi, "Zweig fa l'amore con i libri", Robinson - La Repubblica, 24.04.2021.

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«Vie parole dell'amico risalgono dagli anni
perduti dall'assenza

adesso si spiega meglio il suo
"DISASTER"

voleva dire negazione dell'astro
arrivo del buio definitivo».


«Vie parole dell'amico risalgono dagli anni
perduti dall'assenza

adesso si spiega meglio il suo
"DISASTER"

voleva dire negazione dell'astro
arrivo del buio definitivo».

Fabio Pusterla, "Cenere, o terra", Marcos y Marcos, 2018.

«Vie parole dell'amico risalgono dagli anni
perduti dall'assenza

adesso si spiega meglio il suo
"DISASTER"

voleva dire negazione dell'astro
arrivo del buio definitivo».

Fabio Pusterla, "Cenere, o terra", Marcos y Marcos, 2018.

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«Ed Yong è un giornalista americano che scrive per la rivista The Atlantic e ha recentemente ricevuto il premio Pulitzer, uno dei più importanti riconoscimenti che esistano in ambito giornalistico, per i suoi “lucidi, definitivi pezzi sulla pandemia”


«Ed Yong è un giornalista americano che scrive per la rivista The Atlantic e ha recentemente ricevuto il premio Pulitzer, uno dei più importanti riconoscimenti che esistano in ambito giornalistico, per i suoi “lucidi, definitivi pezzi sulla pandemia”. Yong è un giornalista scientifico specializzato nell’analisi e nell’approfondimento delle notizie e alla Covid-19 ha dedicato una serie di articoli che, scrive la giuria del Pulitzer, “ha anticipato il corso della malattia, sintetizzato le complesse sfide che il Paese affrontava, messo in luce gli errori del governo americano e fornito un contesto chiaro e accessibile delle sfide umane e scientifiche che poneva”.
Nel suo ultimo pezzo, pubblicato un paio di giorni prima che gli fosse assegnato l’ambito premio, Yong sostiene che in tema di pandemia la questione centrale sta cambiando: oggi abbiamo capito come finirà (leggi vaccini), per cui ci dovremmo chiedere chi deve affrontare i rischi che tuttora rimangono.
È un lungo pezzo, quello di Yong, lungo e approfondito, che parte da un’ovvia constatazione: “In una pandemia, nessuno è del tutto padrone della sua salute”. Per questo farla dipendere da scelte personali “è fondamentalmente contrario alla nozione stessa di salute pubblica” come sottolinea la storica e antropologa Aparna Nair, una dei molti ricercatori intervistati nell’articolo.
È partendo da queste premesse che Yong sottolinea l’importanza di pensare ai più vulnerabili: le persone che ancora non si sono potute vaccinare e quelle che non lo possono fare, ragazzi e bambini che non sono immuni dal virus e, seppur raramente, possono soffrire di conseguenze gravi: “Più a lungo le società ricche ignoreranno i loro cittadini più vulnerabili e più a lungo ignoreranno i paesi che nel migliore dei casi hanno appena iniziato a vaccinare i loro cittadini, – scrive – più il virus SARS-CoV-2 avrà l’opportunità di evolvere in varianti ancora più contagiose, come la Delta, oppure – ed è lo scenario peggiore – in grado di aggirare la protezione dei vaccini”.
Una delle decisioni dei Centers of Disease Control su cui si concentrano le critiche di Yong è quella di permettere ai vaccinati di smettere le mascherine, da una parte per il segnale che essa dà, dall’altra perché “un virus può evolversi per sfuggire a un vaccino, ma non potrà mai essere in grado di teletrasportarsi in spazi aperti o di aprirsi una via attraverso una mascherina”. Così facendo, commenta Yong, invece di chiedersi  “Come mettiamo fine alla pandemia?”, l’America sembra chiedersi “Quale livello di rischio possiamo tollerare?”.
E questo va contro un concetto fondamentale della salute pubblica, l’equità, e cioè l’impegno a “proteggere e promuovere la salute di tutti, in tutti i gruppi sociali”. In altre parole, come sottolinea Rhea Boyd, una pediatra intervistata da Yong, “di fronte a un’epidemia, il compito della salute pubblica è di proteggere tutti, ma prima di tutto i più vulnerabili”. Tenendo conto che i fattori di rischio sono sempre legati a condizioni culturali e storiche e da disuguaglianze razziali e economiche.
Riccardo Franciola, “Senza equità non c’è salute pubblica”, Naufraghi, 20.06.2021

«Ed Yong è un giornalista americano che scrive per la rivista The Atlantic e ha recentemente ricevuto il premio Pulitzer, uno dei più importanti riconoscimenti che esistano in ambito giornalistico, per i suoi “lucidi, definitivi pezzi sulla pandemia”. Yong è un giornalista scientifico specializzato nell’analisi e nell’approfondimento delle notizie e alla Covid-19 ha dedicato una serie di articoli che, scrive la giuria del Pulitzer, “ha anticipato il corso della malattia, sintetizzato le complesse sfide che il Paese affrontava, messo in luce gli errori del governo americano e fornito un contesto chiaro e accessibile delle sfide umane e scientifiche che poneva”.
Nel suo ultimo pezzo, pubblicato un paio di giorni prima che gli fosse assegnato l’ambito premio, Yong sostiene che in tema di pandemia la questione centrale sta cambiando: oggi abbiamo capito come finirà (leggi vaccini), per cui ci dovremmo chiedere chi deve affrontare i rischi che tuttora rimangono.
È un lungo pezzo, quello di Yong, lungo e approfondito, che parte da un’ovvia constatazione: “In una pandemia, nessuno è del tutto padrone della sua salute”. Per questo farla dipendere da scelte personali “è fondamentalmente contrario alla nozione stessa di salute pubblica” come sottolinea la storica e antropologa Aparna Nair, una dei molti ricercatori intervistati nell’articolo.
È partendo da queste premesse che Yong sottolinea l’importanza di pensare ai più vulnerabili: le persone che ancora non si sono potute vaccinare e quelle che non lo possono fare, ragazzi e bambini che non sono immuni dal virus e, seppur raramente, possono soffrire di conseguenze gravi: “Più a lungo le società ricche ignoreranno i loro cittadini più vulnerabili e più a lungo ignoreranno i paesi che nel migliore dei casi hanno appena iniziato a vaccinare i loro cittadini, – scrive – più il virus SARS-CoV-2 avrà l’opportunità di evolvere in varianti ancora più contagiose, come la Delta, oppure – ed è lo scenario peggiore – in grado di aggirare la protezione dei vaccini”.
Una delle decisioni dei Centers of Disease Control su cui si concentrano le critiche di Yong è quella di permettere ai vaccinati di smettere le mascherine, da una parte per il segnale che essa dà, dall’altra perché “un virus può evolversi per sfuggire a un vaccino, ma non potrà mai essere in grado di teletrasportarsi in spazi aperti o di aprirsi una via attraverso una mascherina”. Così facendo, commenta Yong, invece di chiedersi  “Come mettiamo fine alla pandemia?”, l’America sembra chiedersi “Quale livello di rischio possiamo tollerare?”.
E questo va contro un concetto fondamentale della salute pubblica, l’equità, e cioè l’impegno a “proteggere e promuovere la salute di tutti, in tutti i gruppi sociali”. In altre parole, come sottolinea Rhea Boyd, una pediatra intervistata da Yong, “di fronte a un’epidemia, il compito della salute pubblica è di proteggere tutti, ma prima di tutto i più vulnerabili”. Tenendo conto che i fattori di rischio sono sempre legati a condizioni culturali e storiche e da disuguaglianze razziali e economiche.
Riccardo Franciola, “Senza equità non c’è salute pubblica”, Naufraghi, 20.06.2021

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«Quindi la qualità dell’assistenza è funzione del genere di gestione che si ha. Un conto è lo Stato che assiste direttamente un anziano con una rete di servizi, un conto è il privato o il privato sociale che vende prestazioni sulla base di predefinite tariffe attraverso un servizio.


«Quindi la qualità dell’assistenza è funzione del genere di gestione che si ha. Un conto è lo Stato che assiste direttamente un anziano con una rete di servizi, un conto è il privato o il privato sociale che vende prestazioni sulla base di predefinite tariffe attraverso un servizio. La questione della “gestione pubblica” dell’assistenza all’anziano quindi è politica e morale allo stesso tempo. È innegabile che il pubblico ad un anziano offre una assistenza migliore e più completa.
Nell’ambiente dei servizi si è soliti dire che un anziano soprattutto se non autosufficiente è bisognoso di tutto, ma se è così non si capisce perché lo Stato nei confronti dei bambini non si sogna di appaltarne l’assistenza sanitaria , mentre nei confronti degli anziani si. Insomma per tante ragioni, che mi ricordano brutte cose del secolo scorso, non mi piace l’idea di uno Stato che dopo una pandemia assume il grado di abilità delle persone e non il loro grado di necessità, come un criterio di accesso o di esclusione alle pubbliche cure. I cittadini inutili al privato e allo Stato solo quelli utili».
Ivan Cavicchi, “Se lo Stato appalta gli anziani al privato e al terzo settore”, Il Manifesto, 02.06.2021.

«Quindi la qualità dell’assistenza è funzione del genere di gestione che si ha. Un conto è lo Stato che assiste direttamente un anziano con una rete di servizi, un conto è il privato o il privato sociale che vende prestazioni sulla base di predefinite tariffe attraverso un servizio. La questione della “gestione pubblica” dell’assistenza all’anziano quindi è politica e morale allo stesso tempo. È innegabile che il pubblico ad un anziano offre una assistenza migliore e più completa.
Nell’ambiente dei servizi si è soliti dire che un anziano soprattutto se non autosufficiente è bisognoso di tutto, ma se è così non si capisce perché lo Stato nei confronti dei bambini non si sogna di appaltarne l’assistenza sanitaria , mentre nei confronti degli anziani si. Insomma per tante ragioni, che mi ricordano brutte cose del secolo scorso, non mi piace l’idea di uno Stato che dopo una pandemia assume il grado di abilità delle persone e non il loro grado di necessità, come un criterio di accesso o di esclusione alle pubbliche cure. I cittadini inutili al privato e allo Stato solo quelli utili».
Ivan Cavicchi, “Se lo Stato appalta gli anziani al privato e al terzo settore”, Il Manifesto, 02.06.2021.

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«A differenza dei loro nonni e dei loro padri, per i giovani di oggi il futuro non è una promessa, ma una minaccia e, se non è una minaccia, è imprevedibile. E quando il futuro è imprevedibile, non retroagisce come motivazione.


«A differenza dei loro nonni e dei loro padri, per i giovani di oggi il futuro non è una promessa, ma una minaccia e, se non è una minaccia, è imprevedibile. E quando il futuro è imprevedibile, non retroagisce come motivazione. Inoltre rispetto alla generazione del dopoguerra, l’attuale generazione di giovani è decisamente più debole per troppe cure, facilitazioni, concessioni e comprensioni ricevute prima in famiglia, poi a scuola, dove si tende a promuovere tutti in spregio alla meritocrazia, e adesso, in occasione del confinamento in casa per via del Covid, si sono aggiunte sollecitazioni televisive e giornalistiche a prestare attenzione al “disagio” dei giovani chiusi in casa. Ma qual è l’orizzonte di riferimento che misura il disagio? Il nostro mondo abbastanza privilegiato rispetto ad altri mondi? I nostri giovani che si lamentano della didattica a distanza che limita la loro socializzazione, sono capaci di allargare il loro orizzonte e misurarsi con i loro coetanei siriani o afgani che da decenni vivono sotto le bombe, per non parlare degli africani che vengono da noi? Perché se non sono capaci di ampliare l’orizzonte, ma solo di lamentarsi della loro condizione, è la loro debolezza ormai costituzionale che concorre a non aprire ai loro occhi un futuro».
Umberto Galimberti, “La denatalità e la debolezza delle nuove generazioni”, D – La Repubblica, 22.05.2021

«A differenza dei loro nonni e dei loro padri, per i giovani di oggi il futuro non è una promessa, ma una minaccia e, se non è una minaccia, è imprevedibile. E quando il futuro è imprevedibile, non retroagisce come motivazione. Inoltre rispetto alla generazione del dopoguerra, l’attuale generazione di giovani è decisamente più debole per troppe cure, facilitazioni, concessioni e comprensioni ricevute prima in famiglia, poi a scuola, dove si tende a promuovere tutti in spregio alla meritocrazia, e adesso, in occasione del confinamento in casa per via del Covid, si sono aggiunte sollecitazioni televisive e giornalistiche a prestare attenzione al “disagio” dei giovani chiusi in casa. Ma qual è l’orizzonte di riferimento che misura il disagio? Il nostro mondo abbastanza privilegiato rispetto ad altri mondi? I nostri giovani che si lamentano della didattica a distanza che limita la loro socializzazione, sono capaci di allargare il loro orizzonte e misurarsi con i loro coetanei siriani o afgani che da decenni vivono sotto le bombe, per non parlare degli africani che vengono da noi? Perché se non sono capaci di ampliare l’orizzonte, ma solo di lamentarsi della loro condizione, è la loro debolezza ormai costituzionale che concorre a non aprire ai loro occhi un futuro».
Umberto Galimberti, “La denatalità e la debolezza delle nuove generazioni”, D – La Repubblica, 22.05.2021

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«Chi ha fede possiede una dedica della propria vita, una presenza accanto che io non ho. Non sento la mancanza di questo dono, ne ho avuti molti. Da qualche parte ho usato l’immagine di un deserto e di un accampamento in cui risiedono le persone di fede.


«Chi ha fede possiede una dedica della propria vita, una presenza accanto che io non ho. Non sento la mancanza di questo dono, ne ho avuti molti. Da qualche parte ho usato l’immagine di un deserto e di un accampamento in cui risiedono le persone di fede. [La] mia tenda è fuori dal perimetro».
Erri De Luca, L’Espresso, 23.05.2021.

«Chi ha fede possiede una dedica della propria vita, una presenza accanto che io non ho. Non sento la mancanza di questo dono, ne ho avuti molti. Da qualche parte ho usato l’immagine di un deserto e di un accampamento in cui risiedono le persone di fede. [La] mia tenda è fuori dal perimetro».
Erri De Luca, L’Espresso, 23.05.2021.

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«Abbiamo necessità di Umanesimo: inteso non come riedizione di un momento culturale storico, non come l’altra metà del pensiero e del sapere, non come punto di vista particolare sul mondo, ma come capacità di fronteggiare una triplice responsabilità, di cui l’ideologia tecnocrat


«Abbiamo necessità di Umanesimo: inteso non come riedizione di un momento culturale storico, non come l’altra metà del pensiero e del sapere, non come punto di vista particolare sul mondo, ma come capacità di fronteggiare una triplice responsabilità, di cui l’ideologia tecnocratica – tutta protesa al paradiso terrestre di “un’Atene digitale” e all’utopia illimitata di una “società postmortale” – non si cura: riscoprire il pensiero interrogante, che si alimenta di critica, autocritica e cultura straniera; riappacificarci col tempo, mortificato e divorato dal presente e deprivato sia della memoria dei trapassati sia del progetto per i nascituri; riappropriarci dell’arte della sintesi, della scienza dell’intero, della visione dell’insieme. […] Luogo della tradizione, l’Università ci consegna l’eredità dell’Europa, nella quale la lezione di Gerusalemme, Atene e Roma è rinata dando vita a nuove forme d’arte, letteratura, filosofia, e ha coabitato con le grandi rivoluzioni: scientifica del Seicento, illuministica del Settecento, industriale dell’Ottocento. E ci fa dono di entrare in quella che Agostino chiamava “il palazzo della memoria”, e quindi di porci in relazione con il continuum della storia, che ci soccorre nel capire e nel cambiare e ci preserva dall’essere “gli uomini del momento” (Chateaubriand) e “i servitori della moda” (Nietzsche).
Luogo della traduzione, essa è chiamata ad interpretare l’avvento imperioso di linguaggi, paradigmi e scenari inediti. Dopo a ver sperimentato senza successo la triade Inglese, Internet, Impresa, gioverà scommettere su altre “i”: intelligere, cogliere (legere) i problemi nella loro profondità (intus) e relazione (inter); interrogare, abitare le domande i dubbi, nella consapevolezza che l’arte dell’interrogare è più decisiva di quella del rispondere; invenire, nella sua duplice accezione di dissotterrare la storia dei giorni passati e di inventare quella dei giorni a venire.
L’Università è il luogo in cui “dire pubblicamente tutto ciò che una ricerca, un sapere e un pensiero della verità esigono” (Jacques Derrida) e in cui “combattere l’interminabile lotta per il progresso del sapere e della pietas” (Umberto Eco)».
Ivano Dionigi, “C'è bisogno di un nuovo Umanesimo”, La Repubblica, 06.06.2021.

«Abbiamo necessità di Umanesimo: inteso non come riedizione di un momento culturale storico, non come l’altra metà del pensiero e del sapere, non come punto di vista particolare sul mondo, ma come capacità di fronteggiare una triplice responsabilità, di cui l’ideologia tecnocratica – tutta protesa al paradiso terrestre di “un’Atene digitale” e all’utopia illimitata di una “società postmortale” – non si cura: riscoprire il pensiero interrogante, che si alimenta di critica, autocritica e cultura straniera; riappacificarci col tempo, mortificato e divorato dal presente e deprivato sia della memoria dei trapassati sia del progetto per i nascituri; riappropriarci dell’arte della sintesi, della scienza dell’intero, della visione dell’insieme. […] Luogo della tradizione, l’Università ci consegna l’eredità dell’Europa, nella quale la lezione di Gerusalemme, Atene e Roma è rinata dando vita a nuove forme d’arte, letteratura, filosofia, e ha coabitato con le grandi rivoluzioni: scientifica del Seicento, illuministica del Settecento, industriale dell’Ottocento. E ci fa dono di entrare in quella che Agostino chiamava “il palazzo della memoria”, e quindi di porci in relazione con il continuum della storia, che ci soccorre nel capire e nel cambiare e ci preserva dall’essere “gli uomini del momento” (Chateaubriand) e “i servitori della moda” (Nietzsche).
Luogo della traduzione, essa è chiamata ad interpretare l’avvento imperioso di linguaggi, paradigmi e scenari inediti. Dopo a ver sperimentato senza successo la triade Inglese, Internet, Impresa, gioverà scommettere su altre “i”: intelligere, cogliere (legere) i problemi nella loro profondità (intus) e relazione (inter); interrogare, abitare le domande i dubbi, nella consapevolezza che l’arte dell’interrogare è più decisiva di quella del rispondere; invenire, nella sua duplice accezione di dissotterrare la storia dei giorni passati e di inventare quella dei giorni a venire.
L’Università è il luogo in cui “dire pubblicamente tutto ciò che una ricerca, un sapere e un pensiero della verità esigono” (Jacques Derrida) e in cui “combattere l’interminabile lotta per il progresso del sapere e della pietas” (Umberto Eco)».
Ivano Dionigi, “C'è bisogno di un nuovo Umanesimo”, La Repubblica, 06.06.2021.

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«Ce que tu me donnes, je te le donne aussi».
Simon Koecklin, Horizons, giugno 2021


«Ce que tu me donnes, je te le donne aussi».
Simon Koecklin, Horizons, giugno 2021

«Ce que tu me donnes, je te le donne aussi».
Simon Koecklin, Horizons, giugno 2021

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