Pensieri

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida.

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«È voltare la pagina del libro che dà senso alle pagine precedenti. Ogni libro, come ogni esistenza, non è fatta però solamente dalle pagine già scritte e lette ma da quelle che devono ancora venire. Sono queste pagine che daranno senso alle pagine che vengono prima.


«È voltare la pagina del libro che dà senso alle pagine precedenti. Ogni libro, come ogni esistenza, non è fatta però solamente dalle pagine già scritte e lette ma da quelle che devono ancora venire. Sono queste pagine che daranno senso alle pagine che vengono prima. In questo senso l’ultima pagina è quella che chiudendo la storia, rendendola davvero finita, scritta per sempre, risignifica tutte le pagine precedenti. Ma allora l’ultima pagina sarebbe quella che renderebbe impossibile voltarne altre? Sappiamo che tutti i libri che sono già stati letti restano in qualche modo ancora presenti nei racconti dei libri che non abbiamo ancora letto. Se il nostro libro — il libro della nostra esistenza — è terminato, se si è definitivamente chiuso, questo non significa che le sue pagine non possano essere ancora voltate da lettori sconosciuti. Non esiste, infatti, in nessuna parte del mondo un libro capace di contenere tutti i libri, non esiste per principio il Libro dei libri. Anche l’ultima pagina non sarà mai allora davvero l’ultima. Le parole resistono al dominio insensato della morte. Non è mai il tempo dell’ultima parola perché non tutto è morte. Sono solamente le parole che verranno a resuscitare o a far morire le parole che abbiamo pronunciato. È il nostro modo di ereditare le parole che vengono dal passato a farle vivere ancora o spegnerle per sempre. Ogni volta che voltiamo una pagina decidiamo il nostro passato perché facciamo esistere il nostro avvenire». 
Massimo Recalcati, "Ogni essere umano è un libro", La Repubblica, 14.11.2020

«È voltare la pagina del libro che dà senso alle pagine precedenti. Ogni libro, come ogni esistenza, non è fatta però solamente dalle pagine già scritte e lette ma da quelle che devono ancora venire. Sono queste pagine che daranno senso alle pagine che vengono prima. In questo senso l’ultima pagina è quella che chiudendo la storia, rendendola davvero finita, scritta per sempre, risignifica tutte le pagine precedenti. Ma allora l’ultima pagina sarebbe quella che renderebbe impossibile voltarne altre? Sappiamo che tutti i libri che sono già stati letti restano in qualche modo ancora presenti nei racconti dei libri che non abbiamo ancora letto. Se il nostro libro — il libro della nostra esistenza — è terminato, se si è definitivamente chiuso, questo non significa che le sue pagine non possano essere ancora voltate da lettori sconosciuti. Non esiste, infatti, in nessuna parte del mondo un libro capace di contenere tutti i libri, non esiste per principio il Libro dei libri. Anche l’ultima pagina non sarà mai allora davvero l’ultima. Le parole resistono al dominio insensato della morte. Non è mai il tempo dell’ultima parola perché non tutto è morte. Sono solamente le parole che verranno a resuscitare o a far morire le parole che abbiamo pronunciato. È il nostro modo di ereditare le parole che vengono dal passato a farle vivere ancora o spegnerle per sempre. Ogni volta che voltiamo una pagina decidiamo il nostro passato perché facciamo esistere il nostro avvenire». 
Massimo Recalcati, "Ogni essere umano è un libro", La Repubblica, 14.11.2020

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«I selvaggi no-vax alzano i loro scudi a difesa di un’oscurantista visione della medicina moderna, che essi percepiscono come una magia nera: magia, perché la trovano incomprensibile, e nera, perché la credono dannosa.


«I selvaggi no-vax alzano i loro scudi a difesa di un’oscurantista visione della medicina moderna, che essi percepiscono come una magia nera: magia, perché la trovano incomprensibile, e nera, perché la credono dannosa. E non è facile, in effetti, cercare di spiegare come funzionino i vaccini: soprattutto quello che dovrebbe e potrebbe immunizzarci dal Covid-19, prodotto a tempo di record in meno di un anno e appena approvato per l’uso. Si tratta di una meraviglia scientifica, che probabilmente frutterà un premio Nobel per la chimica o la medicina ai suoi inventori: per la prima volta, infatti, un vaccino non è stato ottenuto dalla manipolazione di organismi naturali preesistenti, ed è stato invece programmato teoricamente e prodotto sinteticamente, sulla base della biologia molecolare nata negli anni Cinquanta, quando James Watson e Francis Crick scoprirono la struttura a doppia elica del dna». 
Piergiorgio Odifreddi, "Così l’ignoranza sui vaccini ha stregato i selvaggi moderni", Domani, 08.01.2021

«I selvaggi no-vax alzano i loro scudi a difesa di un’oscurantista visione della medicina moderna, che essi percepiscono come una magia nera: magia, perché la trovano incomprensibile, e nera, perché la credono dannosa. E non è facile, in effetti, cercare di spiegare come funzionino i vaccini: soprattutto quello che dovrebbe e potrebbe immunizzarci dal Covid-19, prodotto a tempo di record in meno di un anno e appena approvato per l’uso. Si tratta di una meraviglia scientifica, che probabilmente frutterà un premio Nobel per la chimica o la medicina ai suoi inventori: per la prima volta, infatti, un vaccino non è stato ottenuto dalla manipolazione di organismi naturali preesistenti, ed è stato invece programmato teoricamente e prodotto sinteticamente, sulla base della biologia molecolare nata negli anni Cinquanta, quando James Watson e Francis Crick scoprirono la struttura a doppia elica del dna». 
Piergiorgio Odifreddi, "Così l’ignoranza sui vaccini ha stregato i selvaggi moderni", Domani, 08.01.2021

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«Camus amalgama in un'unica immagine l'ostilità impersonale del mondo e il Terrore astratto della dittatura; sì che risulta che gli appestati debbano essere considerati ad un tempo vittime e carnefici.


«Camus amalgama in un'unica immagine l'ostilità impersonale del mondo e il Terrore astratto della dittatura; sì che risulta che gli appestati debbano essere considerati ad un tempo vittime e carnefici. Analizzando il celebre passo: "Atene appestata e disertata persino dagli uccelli, le città cinesi colme di agonizzanti ridotti al silenzio", egli assume l'occhio del dottor Rieux: Camus, lasciando volontariamente in ombra l'origine della peste, vuol obbligare il lettore a porre a sé, aldilà del problema della malattia, quello del male e dell'innocenza, nella loro più vasta estensione».
Jean Starobinski, "Le corps et ses raisons" in Il Sole 24 Ore, 22.11.20

«Camus amalgama in un'unica immagine l'ostilità impersonale del mondo e il Terrore astratto della dittatura; sì che risulta che gli appestati debbano essere considerati ad un tempo vittime e carnefici. Analizzando il celebre passo: "Atene appestata e disertata persino dagli uccelli, le città cinesi colme di agonizzanti ridotti al silenzio", egli assume l'occhio del dottor Rieux: Camus, lasciando volontariamente in ombra l'origine della peste, vuol obbligare il lettore a porre a sé, aldilà del problema della malattia, quello del male e dell'innocenza, nella loro più vasta estensione».
Jean Starobinski, "Le corps et ses raisons" in Il Sole 24 Ore, 22.11.20

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«L’aide à mourir répond à des situations non contrôlées, à des impasses qui sont somme toute rares heureusement. […] Pour avoir accompagné et aidé à plusieurs reprises des malades dans cette démarche, j’ai à chaque fois ressenti énormément d’humanité, de d


«L’aide à mourir répond à des situations non contrôlées, à des impasses qui sont somme toute rares heureusement. […] Pour avoir accompagné et aidé à plusieurs reprises des malades dans cette démarche, j’ai à chaque fois ressenti énormément d’humanité, de dignité dans la démarche elle-même. J’ai été impressionnée par le courage et la lucidité des malades qui la demandaient. Ce n’était pas facile pour eux et ils m’ont chaque fois remerciée de réaliser cet acte dont ils imaginaient la difficulté pour moi aussi». 
Véronique D’Hondt, "Euthanasie : les malades demandent à avoir le choix", Le Monde, 08.01.2021

«L’aide à mourir répond à des situations non contrôlées, à des impasses qui sont somme toute rares heureusement. […] Pour avoir accompagné et aidé à plusieurs reprises des malades dans cette démarche, j’ai à chaque fois ressenti énormément d’humanité, de dignité dans la démarche elle-même. J’ai été impressionnée par le courage et la lucidité des malades qui la demandaient. Ce n’était pas facile pour eux et ils m’ont chaque fois remerciée de réaliser cet acte dont ils imaginaient la difficulté pour moi aussi». 
Véronique D’Hondt, "Euthanasie : les malades demandent à avoir le choix", Le Monde, 08.01.2021

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«La memoria ha un limite, e tutto finisce. Gli organismi ne sono particolarmente consapevoli non perché riflettano sulla loro morte, ma perché subiscono le pressioni del metabolismo, l'urgenza della vita che chiede di essere alimentata.


«La memoria ha un limite, e tutto finisce. Gli organismi ne sono particolarmente consapevoli non perché riflettano sulla loro morte, ma perché subiscono le pressioni del metabolismo, l'urgenza della vita che chiede di essere alimentata. Ora, proprio questo correre verso la fine dà senso (una direzione, un compimento e un significato) a un processo che altrimenti non ne avrebbe. Ci obbliga ad avere fretta, a concludere, a prendere delle decisioni o a rimpiangere le occasioni perdute, insomma in una parola a vivere e non a vegetare».
Maurizio Ferraris, Robinson - La Repubblica, 12.12.2020

«La memoria ha un limite, e tutto finisce. Gli organismi ne sono particolarmente consapevoli non perché riflettano sulla loro morte, ma perché subiscono le pressioni del metabolismo, l'urgenza della vita che chiede di essere alimentata. Ora, proprio questo correre verso la fine dà senso (una direzione, un compimento e un significato) a un processo che altrimenti non ne avrebbe. Ci obbliga ad avere fretta, a concludere, a prendere delle decisioni o a rimpiangere le occasioni perdute, insomma in una parola a vivere e non a vegetare».
Maurizio Ferraris, Robinson - La Repubblica, 12.12.2020

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«[...] Analogo è il mito dell'autotrasparenza. La psicolanalisi lo mostra: nell'intimo di ognuno c'è sempre una crepa, una scissione che impedisce la coincidenza di sé con sé. Nessuno è trasparente a sé stesso. Nel sé alberga un altro con cui l'io è costretto a convivere.


«[...] Analogo è il mito dell'autotrasparenza. La psicolanalisi lo mostra: nell'intimo di ognuno c'è sempre una crepa, una scissione che impedisce la coincidenza di sé con sé. Nessuno è trasparente a sé stesso. Nel sé alberga un altro con cui l'io è costretto a convivere. Ecco perché gli opacisti non difendono un banale diritto alla privacy, come in genere si crede. La loro critica è più profonda e più significative sono le richieste. L'opacità non è un destino, un'ineluttabile fatalità, bensì è un diritto. Si tratta, cioè, del diritto al segreto. Nel riprendere l'etica della cura di matrice femminista gli opacisti indicano nel segreto quella dimensione che, se non preservata, comprometterebbe l'umanità stessa dell'esistenza. L'effetto sarebbe non solo l'uniformità, ma la violenza disumanizzata. È questo il rischio ultimo della standardizzazione burocratica». 
Donatella Di Cesare, "Trasparentisti o opacisti?", L'Espresso, 21.04.2020

«[...] Analogo è il mito dell'autotrasparenza. La psicolanalisi lo mostra: nell'intimo di ognuno c'è sempre una crepa, una scissione che impedisce la coincidenza di sé con sé. Nessuno è trasparente a sé stesso. Nel sé alberga un altro con cui l'io è costretto a convivere. Ecco perché gli opacisti non difendono un banale diritto alla privacy, come in genere si crede. La loro critica è più profonda e più significative sono le richieste. L'opacità non è un destino, un'ineluttabile fatalità, bensì è un diritto. Si tratta, cioè, del diritto al segreto. Nel riprendere l'etica della cura di matrice femminista gli opacisti indicano nel segreto quella dimensione che, se non preservata, comprometterebbe l'umanità stessa dell'esistenza. L'effetto sarebbe non solo l'uniformità, ma la violenza disumanizzata. È questo il rischio ultimo della standardizzazione burocratica». 
Donatella Di Cesare, "Trasparentisti o opacisti?", L'Espresso, 21.04.2020

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«[...] Il faut rappeler que ce sont des hommes de progrès, qui, en France, au XIXe siècle et même au début du XXe ont défendu, contre la droite catholique, l'idée d'un droit des animaux: Grammont auteur de la première loi de protection, Michelet, Hugo, Larousse, Zola, Schoelche


«[...] Il faut rappeler que ce sont des hommes de progrès, qui, en France, au XIXe siècle et même au début du XXe ont défendu, contre la droite catholique, l'idée d'un droit des animaux: Grammont auteur de la première loi de protection, Michelet, Hugo, Larousse, Zola, Schoelcher, Clemenceau. Ils ne craignaient pas, ces républicains, qu'on les soupçonne d'aller à contre-courant de l'émancipation humaine quand ils réclamaient l'élargissement du cercle de ceux qui ont ou devraient avoir droit au droit: ils y voyaient un véritable accroissement d'humanité. Pour eux la régression, la "réaction" consistait bien plutôt à reconduire la vieille tradition cartésienne, mécaniste et spiritualiste, celle qui enseigne le mépris envers la sensibilité d'êtres vivants non humains».
Elisabeth de Fontenay, "Les droits des animaux ne sont pas 'réactionnaires'", Le Monde, 08.09.2006

«[...] Il faut rappeler que ce sont des hommes de progrès, qui, en France, au XIXe siècle et même au début du XXe ont défendu, contre la droite catholique, l'idée d'un droit des animaux: Grammont auteur de la première loi de protection, Michelet, Hugo, Larousse, Zola, Schoelcher, Clemenceau. Ils ne craignaient pas, ces républicains, qu'on les soupçonne d'aller à contre-courant de l'émancipation humaine quand ils réclamaient l'élargissement du cercle de ceux qui ont ou devraient avoir droit au droit: ils y voyaient un véritable accroissement d'humanité. Pour eux la régression, la "réaction" consistait bien plutôt à reconduire la vieille tradition cartésienne, mécaniste et spiritualiste, celle qui enseigne le mépris envers la sensibilité d'êtres vivants non humains».
Elisabeth de Fontenay, "Les droits des animaux ne sont pas 'réactionnaires'", Le Monde, 08.09.2006

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«Ettore Pellandini è stato un vero maestro di psichiatria, anche se certamente non voleva che lo chiamassimo così.


«Ettore Pellandini è stato un vero maestro di psichiatria, anche se certamente non voleva che lo chiamassimo così. Lui avrebbe rifiutato quel titolo di magister, che gli vogliamo qui dare, e avrebbe detto che i veri maestri, per chi sosta accanto alla sofferenza psichica e prova ad abitare quel mondo di follia, quello che chiamiamo le terre del Grande Altro, sono in verità i pazienti stessi. La sua lezione dimora, ieri come oggi, come una sorta di presenza critica, di “vaccino esistenziale” contro le variegate forme della cattiva cura, che ancora, qua e là, si cela nella cura della follia e della sofferenza psichica. La Cura, per lui e per noi, non è e non è mai stata mera terapia, ma una mano tesa verso l'Altro, che ci chiama e cerca la nostra accoglienza. La Cura è gesto di esistenza e di dialogo. Questo è stato il “filo d'oro" del suo lavoro in psichiatria. [...]». 
Viviana Altafin, Valentino Garrafa e Graziano Martignoni, "A Ettore Pellandini, 'magister' di psichiatria", dicembre 2020

«Ettore Pellandini è stato un vero maestro di psichiatria, anche se certamente non voleva che lo chiamassimo così. Lui avrebbe rifiutato quel titolo di magister, che gli vogliamo qui dare, e avrebbe detto che i veri maestri, per chi sosta accanto alla sofferenza psichica e prova ad abitare quel mondo di follia, quello che chiamiamo le terre del Grande Altro, sono in verità i pazienti stessi. La sua lezione dimora, ieri come oggi, come una sorta di presenza critica, di “vaccino esistenziale” contro le variegate forme della cattiva cura, che ancora, qua e là, si cela nella cura della follia e della sofferenza psichica. La Cura, per lui e per noi, non è e non è mai stata mera terapia, ma una mano tesa verso l'Altro, che ci chiama e cerca la nostra accoglienza. La Cura è gesto di esistenza e di dialogo. Questo è stato il “filo d'oro" del suo lavoro in psichiatria. [...]». 
Viviana Altafin, Valentino Garrafa e Graziano Martignoni, "A Ettore Pellandini, 'magister' di psichiatria", dicembre 2020

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«L’école publique est ce qui permet à l’enfant de s’affranchir, plusieurs heures par jour, de son milieu familial et social, quel qu’il soit, pour se confronter au monde et apprendre à s’y frayer d’un chemin.


«L’école publique est ce qui permet à l’enfant de s’affranchir, plusieurs heures par jour, de son milieu familial et social, quel qu’il soit, pour se confronter au monde et apprendre à s’y frayer d’un chemin. Elle lui transmet des savoirs, mais aussi des clés pour intégrer peu à peu la société et y gagner un maximum d’autonomie. Elle lui offre ce que le plus érudits et les plus intelligents des parents ne peuvent offrir. C’est à l’école, au cœur du groupe, qu’il apprendra à débattre, à argumenter, à contredire et à être contredit, à faire des choix et à accepter que d’autres en fassent, différents des siens, à comprendre ce qui relève du collectif et ce qui relève de l’individu, à se familiariser avec les valeurs de la société dans laquelle il vit. Et ce, qu’il soit un surdoué ou un cancre. […] Pour certains élèves et pour certains enseignants, l’école peut même être un cauchemar. Elle n’est pas la plus en forme des institutions. Mais ce qui est certain, c’est que Samuel Paty y croyait. Il espérait faire de ses élèves des citoyens adultes et aussi émancipés que possible». 
Gérard Birad, "Le travail d'un enseignant", Charlie Hebdo, 06.01.2021

«L’école publique est ce qui permet à l’enfant de s’affranchir, plusieurs heures par jour, de son milieu familial et social, quel qu’il soit, pour se confronter au monde et apprendre à s’y frayer d’un chemin. Elle lui transmet des savoirs, mais aussi des clés pour intégrer peu à peu la société et y gagner un maximum d’autonomie. Elle lui offre ce que le plus érudits et les plus intelligents des parents ne peuvent offrir. C’est à l’école, au cœur du groupe, qu’il apprendra à débattre, à argumenter, à contredire et à être contredit, à faire des choix et à accepter que d’autres en fassent, différents des siens, à comprendre ce qui relève du collectif et ce qui relève de l’individu, à se familiariser avec les valeurs de la société dans laquelle il vit. Et ce, qu’il soit un surdoué ou un cancre. […] Pour certains élèves et pour certains enseignants, l’école peut même être un cauchemar. Elle n’est pas la plus en forme des institutions. Mais ce qui est certain, c’est que Samuel Paty y croyait. Il espérait faire de ses élèves des citoyens adultes et aussi émancipés que possible». 
Gérard Birad, "Le travail d'un enseignant", Charlie Hebdo, 06.01.2021

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«Le sette non vogliono il bene di nessuno: vogliono autoalimentarsi, continuare a esistere.


«Le sette non vogliono il bene di nessuno: vogliono autoalimentarsi, continuare a esistere. Una mia insegnante una volta, di fronte alle mie perplessità per alcuni episodi scioccanti a cui avevo assistito, perplessità che mi hanno portato di lì a breve a essere allontanato, mi disse: «Vedi, quando io ho deciso di entrare a far parte di questo gruppo ho deciso che mai il mio interesse personale avrebbe avuto la priorità rispetto a quello comune». Il che si è tradotto nella connivenza con l’abuso in nome dell’«armonia della scuola». Le facoltà individuali – percezione del bene e del male, dignità, rispetto di sé – in una setta non contano più. Si entra in una dimensione nuova. La fascinazione tumultuosa nei confronti di queste comunità per me forse ha iniziato a incrinarsi lì. Il mio (parziale) risveglio c’è stato quando s’è fatto strada in me il sospetto che le sette siano sempre progetti di controllo dell’altro che strumentalizzano il nostro bisogno di finire in una storia vivida, magari un po’ epica. La religione, la pratica spirituale, la cura, il processo di disintossicazione sono pretesti, sono l’epifenomeno. In realtà esse mirano a disporre di un bacino di risorse viventi, e questo è un elemento ricorrente sia nella San Patrignano delle origini, che in Osho e Scientology».
Jonathan Bazzi, "Il dilemma di Sanpa: perché siamo affascinati dalle sette?", Domani, 08.01.2021

«Le sette non vogliono il bene di nessuno: vogliono autoalimentarsi, continuare a esistere. Una mia insegnante una volta, di fronte alle mie perplessità per alcuni episodi scioccanti a cui avevo assistito, perplessità che mi hanno portato di lì a breve a essere allontanato, mi disse: «Vedi, quando io ho deciso di entrare a far parte di questo gruppo ho deciso che mai il mio interesse personale avrebbe avuto la priorità rispetto a quello comune». Il che si è tradotto nella connivenza con l’abuso in nome dell’«armonia della scuola». Le facoltà individuali – percezione del bene e del male, dignità, rispetto di sé – in una setta non contano più. Si entra in una dimensione nuova. La fascinazione tumultuosa nei confronti di queste comunità per me forse ha iniziato a incrinarsi lì. Il mio (parziale) risveglio c’è stato quando s’è fatto strada in me il sospetto che le sette siano sempre progetti di controllo dell’altro che strumentalizzano il nostro bisogno di finire in una storia vivida, magari un po’ epica. La religione, la pratica spirituale, la cura, il processo di disintossicazione sono pretesti, sono l’epifenomeno. In realtà esse mirano a disporre di un bacino di risorse viventi, e questo è un elemento ricorrente sia nella San Patrignano delle origini, che in Osho e Scientology».
Jonathan Bazzi, "Il dilemma di Sanpa: perché siamo affascinati dalle sette?", Domani, 08.01.2021

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