Pensieri

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida.

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«[…] dal punto di vista strettamente psichico, la paura di assumere il vaccino è la stessa di viaggiare in aereo. La vigilanza dell'Io non vuole arretrare, non accetta di perdere il controllo, di affidarsi ad un altro sapere.


«[…] dal punto di vista strettamente psichico, la paura di assumere il vaccino è la stessa di viaggiare in aereo. La vigilanza dell'Io non vuole arretrare, non accetta di perdere il controllo, di affidarsi ad un altro sapere. Eppure è quello che accade ogni volta che dobbiamo sottoporci, a causa di una malattia, al discorso medico e alle sue leggi. Al fondo c'è una strenua difesa dell'inviolabilità dei propri confini personali, una profonda angoscia di contaminazione. Si tratta di un prolungamento collettivo del narcisismo ipocondriaco individuale: preservare i propri confini dalla venuta dello straniero. È una declinazione particolare di sovranismo psichico».
Massimo Recalcati, “Gli ideologici, i filosofici e i salutisti: viaggio nella mente del popolo no vax”, La Repubblica, 30.07.2021.

«[…] dal punto di vista strettamente psichico, la paura di assumere il vaccino è la stessa di viaggiare in aereo. La vigilanza dell'Io non vuole arretrare, non accetta di perdere il controllo, di affidarsi ad un altro sapere. Eppure è quello che accade ogni volta che dobbiamo sottoporci, a causa di una malattia, al discorso medico e alle sue leggi. Al fondo c'è una strenua difesa dell'inviolabilità dei propri confini personali, una profonda angoscia di contaminazione. Si tratta di un prolungamento collettivo del narcisismo ipocondriaco individuale: preservare i propri confini dalla venuta dello straniero. È una declinazione particolare di sovranismo psichico».
Massimo Recalcati, “Gli ideologici, i filosofici e i salutisti: viaggio nella mente del popolo no vax”, La Repubblica, 30.07.2021.

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«As respected members of society, physicians can also play a role in researching and highlighting the root causes of inequities in outcomes and help close the gap between the population based on public health approach and the individual orientation of clinical encounters.


«As respected members of society, physicians can also play a role in researching and highlighting the root causes of inequities in outcomes and help close the gap between the population based on public health approach and the individual orientation of clinical encounters. The increasing deployment of interprofessional teams may also provide physicians with colleagues such as community health workers, home health aides, and social workers who can assist with a more holistic approach to care».
David Hunter, “The Complementarity of Public Health and Medicine — Achieving «the Highest Attainable Standard of Health»”, New England Journal Of Medicine, 05.08.2021.

«As respected members of society, physicians can also play a role in researching and highlighting the root causes of inequities in outcomes and help close the gap between the population based on public health approach and the individual orientation of clinical encounters. The increasing deployment of interprofessional teams may also provide physicians with colleagues such as community health workers, home health aides, and social workers who can assist with a more holistic approach to care».
David Hunter, “The Complementarity of Public Health and Medicine — Achieving «the Highest Attainable Standard of Health»”, New England Journal Of Medicine, 05.08.2021.

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«Kronos, il tempo che passa, quello della vita e delle stagioni. Kairos, il momento propizio, l'occasione da cogliere. E Krisis, che, specie in ambito medico, indica il momento critico, decisivo in un senso o nell'altro.


«Kronos, il tempo che passa, quello della vita e delle stagioni. Kairos, il momento propizio, l'occasione da cogliere. E Krisis, che, specie in ambito medico, indica il momento critico, decisivo in un senso o nell'altro. Nel mondo cristiano Kairos viene a designare l'incarnazione, che è il momento più importante. Cristo rappresenta il Kairos per eccellenza, l'inizio di un tempo nuovo che continuerà fino alla fine dei tempi, il momento della Krisis, del giudizio finale preceduto dall'Apocalisse. Il tempo cristiano delle origini è tutto inscritto entro questi due limiti, Kairos l'incarnazione e Krisis il giudizio finale. Il tempo che intercorre tra i due, Kronos, per i cristiani in fondo non conta, è una specie di presente senza sostanza caratterizzato dall'attesa della fine dei tempi […]. In questo schema Kronos è stretto tra Kairos e Krisis. La storia dei secoli seguenti è quella della progressiva affermazione di Kronos. Due nomi incarnano più di altri questo passaggio: da un lato il naturalista Buffon, per il quale l'età della terra è molto più antica di qualsiasi cronologia biblica, dall'altro il filosofo Condorcet, che ha immaginato una progressione temporale illimitata, liberata dal termine ultimo della fine dei tempi. Nasce da qui il tempo moderno, senza più limiti e caratterizzato dalla prospettiva del progresso».
François Hartog in Fabio Gambaro, “Lo storico François Hartog: “Noi, sospesi nel presente senza tempo”, La Repubblica, 15.07.2021.

«Kronos, il tempo che passa, quello della vita e delle stagioni. Kairos, il momento propizio, l'occasione da cogliere. E Krisis, che, specie in ambito medico, indica il momento critico, decisivo in un senso o nell'altro. Nel mondo cristiano Kairos viene a designare l'incarnazione, che è il momento più importante. Cristo rappresenta il Kairos per eccellenza, l'inizio di un tempo nuovo che continuerà fino alla fine dei tempi, il momento della Krisis, del giudizio finale preceduto dall'Apocalisse. Il tempo cristiano delle origini è tutto inscritto entro questi due limiti, Kairos l'incarnazione e Krisis il giudizio finale. Il tempo che intercorre tra i due, Kronos, per i cristiani in fondo non conta, è una specie di presente senza sostanza caratterizzato dall'attesa della fine dei tempi […]. In questo schema Kronos è stretto tra Kairos e Krisis. La storia dei secoli seguenti è quella della progressiva affermazione di Kronos. Due nomi incarnano più di altri questo passaggio: da un lato il naturalista Buffon, per il quale l'età della terra è molto più antica di qualsiasi cronologia biblica, dall'altro il filosofo Condorcet, che ha immaginato una progressione temporale illimitata, liberata dal termine ultimo della fine dei tempi. Nasce da qui il tempo moderno, senza più limiti e caratterizzato dalla prospettiva del progresso».
François Hartog in Fabio Gambaro, “Lo storico François Hartog: “Noi, sospesi nel presente senza tempo”, La Repubblica, 15.07.2021.

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«E la vulnerabilità? La nostra vulnerabilità? Ci appartiene, la osserviamo dall'interno. Ma dall’interno di chi? Dei singoli individui? Della comunità? Di quale comunità? Del mondo intero? Siamo davvero interessati al mondo intero?


«E la vulnerabilità? La nostra vulnerabilità? Ci appartiene, la osserviamo dall'interno. Ma dall’interno di chi? Dei singoli individui? Della comunità? Di quale comunità? Del mondo intero? Siamo davvero interessati al mondo intero? La vulnerabilità, la fragilità, è oggi un elemento assai discusso. Spesso si invoca una sua maggiore accettazione. Bisogna accogliere le nostre paure, si dice. Esporle fa bene, diffonde sentimenti buoni, forse ci rende amabili.abbiamo un rapporto ambiguo con la vulnerabilità e dunque con il rischio. C’è qualcosa di caratterizzante, di personale, nella vulnerabilità.da dipendenza».
Letizia Pezzali, “L’illusione contemporanea di poter calcolare ogni rischio”, Domani, 27.07.2021.

«E la vulnerabilità? La nostra vulnerabilità? Ci appartiene, la osserviamo dall'interno. Ma dall’interno di chi? Dei singoli individui? Della comunità? Di quale comunità? Del mondo intero? Siamo davvero interessati al mondo intero? La vulnerabilità, la fragilità, è oggi un elemento assai discusso. Spesso si invoca una sua maggiore accettazione. Bisogna accogliere le nostre paure, si dice. Esporle fa bene, diffonde sentimenti buoni, forse ci rende amabili.abbiamo un rapporto ambiguo con la vulnerabilità e dunque con il rischio. C’è qualcosa di caratterizzante, di personale, nella vulnerabilità.da dipendenza».
Letizia Pezzali, “L’illusione contemporanea di poter calcolare ogni rischio”, Domani, 27.07.2021.

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«Parlano di una scuola [la Scuola Normale Superiore di Pisa, ndr.] che non si impegna nel dibattito pubblico anzi insegna ed esorta a non farlo: non ci esponiamo, non vi esponete.


«Parlano di una scuola [la Scuola Normale Superiore di Pisa, ndr.] che non si impegna nel dibattito pubblico anzi insegna ed esorta a non farlo: non ci esponiamo, non vi esponete. “Si è rinunciato da anni, l'impegno civico è passato in secondo piano, è considerato una macchia di cui l'accademico non deve sporcarsi”. Raccontano una “Università azienda, dove l'indirizzo della ricerca segue la logica del profitto”. Dicono, numeri alla mano – a partire dal proprio ateneo - , del “divario di genere. Il precariato si vince solo dopo i quarant'anni di età avendo dedicato i precedenti venti alle pubblicazioni. Vi invitiamo a interrogarvi, prestare attenzione sempre quando di fronte a voi avete una donna, una ricercatrice incinta, una professoressa madre, un'allieva offesa da un cliché ritenuto innocente”. “In questa stanza siamo privilegiati: dovremmo essere noi per primi a sfruttare questo privilegio per cambiare le cose. È dovere della scuola come istituzione”. La retorica dell'eccellenza è, infine, “incompatibile con l'incompletezza e la fallibilità di ognuna di noi”».
Concita De Gregorio, “La Normale di Pisa e le critiche delle studentesse”, La Repubblica, 25.07.2021.

«Parlano di una scuola [la Scuola Normale Superiore di Pisa, ndr.] che non si impegna nel dibattito pubblico anzi insegna ed esorta a non farlo: non ci esponiamo, non vi esponete. “Si è rinunciato da anni, l'impegno civico è passato in secondo piano, è considerato una macchia di cui l'accademico non deve sporcarsi”. Raccontano una “Università azienda, dove l'indirizzo della ricerca segue la logica del profitto”. Dicono, numeri alla mano – a partire dal proprio ateneo - , del “divario di genere. Il precariato si vince solo dopo i quarant'anni di età avendo dedicato i precedenti venti alle pubblicazioni. Vi invitiamo a interrogarvi, prestare attenzione sempre quando di fronte a voi avete una donna, una ricercatrice incinta, una professoressa madre, un'allieva offesa da un cliché ritenuto innocente”. “In questa stanza siamo privilegiati: dovremmo essere noi per primi a sfruttare questo privilegio per cambiare le cose. È dovere della scuola come istituzione”. La retorica dell'eccellenza è, infine, “incompatibile con l'incompletezza e la fallibilità di ognuna di noi”».
Concita De Gregorio, “La Normale di Pisa e le critiche delle studentesse”, La Repubblica, 25.07.2021.

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«Quante volte si è ripetuta, di fronte a chiese o ad asili e edifici di accoglienza, la battuta: “Costruito col consiglio dei ricchi e col denaro dei poveri”.


«Quante volte si è ripetuta, di fronte a chiese o ad asili e edifici di accoglienza, la battuta: “Costruito col consiglio dei ricchi e col denaro dei poveri”. Essa ha un’anima di verità perché chi è nell’abbondanza si tiene ben saldi i suoi averi, convinto che ad arricchirsi si arriva evitando di lasciarsi irretire dall’idea che una monetina è poca cosa e quindi ci si può rinunciare senza preoccupazione. Oppure, l’uomo facoltoso ricorre al solenne argomentare che depreca l’elemosina come atto anti-sociale e pietistico, appellando alla necessità di riforme strutturali. E così il povero non riceve neppure quel gesto piccolo immediato di sostegno. Tale è il comportamento anche delle nazioni benestanti nei confronti dei Paesi in miseria: grandi progetti e declamazioni e poi l’incapacità di ridurre i loro debiti».
Gianfranco Ravasi, Il Sole 24 Ore, 25.07.2021.

«Quante volte si è ripetuta, di fronte a chiese o ad asili e edifici di accoglienza, la battuta: “Costruito col consiglio dei ricchi e col denaro dei poveri”. Essa ha un’anima di verità perché chi è nell’abbondanza si tiene ben saldi i suoi averi, convinto che ad arricchirsi si arriva evitando di lasciarsi irretire dall’idea che una monetina è poca cosa e quindi ci si può rinunciare senza preoccupazione. Oppure, l’uomo facoltoso ricorre al solenne argomentare che depreca l’elemosina come atto anti-sociale e pietistico, appellando alla necessità di riforme strutturali. E così il povero non riceve neppure quel gesto piccolo immediato di sostegno. Tale è il comportamento anche delle nazioni benestanti nei confronti dei Paesi in miseria: grandi progetti e declamazioni e poi l’incapacità di ridurre i loro debiti».
Gianfranco Ravasi, Il Sole 24 Ore, 25.07.2021.

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«Quando in uno stato democratico si inseriscono per legge differenze di status fra i cittadini la cosa non è mai banale perché le conseguenze che possono poi derivare da quelle differenze possono essere anche estreme.


«Quando in uno stato democratico si inseriscono per legge differenze di status fra i cittadini la cosa non è mai banale perché le conseguenze che possono poi derivare da quelle differenze possono essere anche estreme. Non sono infatti mancate in questo periodo prese di posizione anche autorevoli che hanno chiesto per esempio di far pagare i servizi sanitari ai non vaccinati che fossero ammalati e dunque di rifiutare loro l’assistenza pubblica. E questa è una china pericolosissima. Perché allora si sarà legittimati a dire che anche i fumatori non devono essere curati e poi magari gli obesi, trasformando poco alla volta le patologie – quante sono infatti le malattie che derivano da stili di vita “inadeguati”? – in colpa di cui soggetti devono pagare il fio. Il rischio, se si si insiste su quella china, e che si crei una società dove sono i sani – ovvero coloro che evitano qualsiasi forma di ‘contagio sociale’ – sono considerati cittadini adeguati e dove i malati, invece, sono cittadini colpevoli, ovvero costi per la società».
Luca Illetterati, “Cacciari, Agamben e quelle tesi pericolose sul Green pass dispotico: una analisi”, La Nuova, 28.07.2021.

«Quando in uno stato democratico si inseriscono per legge differenze di status fra i cittadini la cosa non è mai banale perché le conseguenze che possono poi derivare da quelle differenze possono essere anche estreme. Non sono infatti mancate in questo periodo prese di posizione anche autorevoli che hanno chiesto per esempio di far pagare i servizi sanitari ai non vaccinati che fossero ammalati e dunque di rifiutare loro l’assistenza pubblica. E questa è una china pericolosissima. Perché allora si sarà legittimati a dire che anche i fumatori non devono essere curati e poi magari gli obesi, trasformando poco alla volta le patologie – quante sono infatti le malattie che derivano da stili di vita “inadeguati”? – in colpa di cui soggetti devono pagare il fio. Il rischio, se si si insiste su quella china, e che si crei una società dove sono i sani – ovvero coloro che evitano qualsiasi forma di ‘contagio sociale’ – sono considerati cittadini adeguati e dove i malati, invece, sono cittadini colpevoli, ovvero costi per la società».
Luca Illetterati, “Cacciari, Agamben e quelle tesi pericolose sul Green pass dispotico: una analisi”, La Nuova, 28.07.2021.

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«Sulle scapole mitologiche del figlio Icaro, il padre Dedalo ha innestato per sempre le ali delle aspettative degli adulti. Volare con quelle ali richiede un equilibrio che spesso cerchiamo per tutta la vita.


«Sulle scapole mitologiche del figlio Icaro, il padre Dedalo ha innestato per sempre le ali delle aspettative degli adulti. Volare con quelle ali richiede un equilibrio che spesso cerchiamo per tutta la vita. Se volano troppo in alto, dice il mito, c’è il rischio che il sole le sciolga; se volano troppo in basso, la salsedine potrebbe inzupparle. In entrambi i casi è il crollo. Lo stile del nostro volo dipende da quelle ali. Alcuni sanno volare proprio là dove vogliono arrivare, altri sembrano condannati a un volo forzato, altri precipitano. […] Come l’eccellenza sportiva, anche quella accademica ha il prezzo di una grande pressione. Molti giovani ricercatori, per emergere, devono combattere col peso di indici bibliometrici che stabiliscono quanto producono, quanto vengono citati, quanto alto è il loro “impact factor”. Anche a loro può capitare di giocarsi le ali, perché la spinta all’eccellenza, che in sé è una cosa meravigliosa, può bruciare la psiche se diventa fanatismo, competizione insonne, schiavitù mediatica, confusione tra piacere per la propria bravura e identificazione con essa. È la logica del “publish or perish”, della performatività accademica esasperata […]».
Vittorio Lingiardi, “Simon Biles, le ragazze con le ali di Icaro”, La Repubblica, 28.07.2021.

«Sulle scapole mitologiche del figlio Icaro, il padre Dedalo ha innestato per sempre le ali delle aspettative degli adulti. Volare con quelle ali richiede un equilibrio che spesso cerchiamo per tutta la vita. Se volano troppo in alto, dice il mito, c’è il rischio che il sole le sciolga; se volano troppo in basso, la salsedine potrebbe inzupparle. In entrambi i casi è il crollo. Lo stile del nostro volo dipende da quelle ali. Alcuni sanno volare proprio là dove vogliono arrivare, altri sembrano condannati a un volo forzato, altri precipitano. […] Come l’eccellenza sportiva, anche quella accademica ha il prezzo di una grande pressione. Molti giovani ricercatori, per emergere, devono combattere col peso di indici bibliometrici che stabiliscono quanto producono, quanto vengono citati, quanto alto è il loro “impact factor”. Anche a loro può capitare di giocarsi le ali, perché la spinta all’eccellenza, che in sé è una cosa meravigliosa, può bruciare la psiche se diventa fanatismo, competizione insonne, schiavitù mediatica, confusione tra piacere per la propria bravura e identificazione con essa. È la logica del “publish or perish”, della performatività accademica esasperata […]».
Vittorio Lingiardi, “Simon Biles, le ragazze con le ali di Icaro”, La Repubblica, 28.07.2021.

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«Gli antichi avvicinano la parola cura al cuore ma anche alla radice “kau” che significa osservare, il saper vedere, oltre che guardare, se stessi degli altri […]. La curiosità è la figlia della cura.


«Gli antichi avvicinano la parola cura al cuore ma anche alla radice “kau” che significa osservare, il saper vedere, oltre che guardare, se stessi degli altri […]. La curiosità è la figlia della cura. Chi è curioso a cura di conoscere e darsi o ridarsi un orizzonte».
Cristina Dell’Acqua, “Ricette per uscire dal recinto della nostra accidia pandemica”, Domani, 29.07.2021.

«Gli antichi avvicinano la parola cura al cuore ma anche alla radice “kau” che significa osservare, il saper vedere, oltre che guardare, se stessi degli altri […]. La curiosità è la figlia della cura. Chi è curioso a cura di conoscere e darsi o ridarsi un orizzonte».
Cristina Dell’Acqua, “Ricette per uscire dal recinto della nostra accidia pandemica”, Domani, 29.07.2021.

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«Ancora oggi la parola magica per antonomasia risuona nell’Avada kedavra harrypotteriano.


«Ancora oggi la parola magica per antonomasia risuona nell’Avada kedavra harrypotteriano. Nella cultura greca e latina è necessario ricordare Gorgia, che nell’Encomio di Enea scrisse, a riguardo della parola: “Può spegnere la paura, scacciare il dolore, suscitare la gioia, alimentare la pietà” e Plutacro su Antifonte di Ramnunte, oratore ateniese che a Corinto “proclamò pubblicamente di poter curare con i discorsi che provava dolore”. Ancora piuttosto nota è invece la formula proposta da Catone nel De agri cultura per curare una lussazione: dopo alcuni rituali, si sarebbe dovuto cantare ogni giorno lo scongiuro haut haut istasis tarsis ardannabon agitando una canna verde che poi veniva usata, più prosaicamente, per steccare l’arto malmesso del malato. Anche la cultura cristiana si è radicata attorno ad alcune parole importanti: il prologo del Vangelo di Giovanni “In principio era il logos”, per esempio, è un’attestazione della presenza del Verbo dall’inizio dei tempi, cioè del cioè del Cristo e della sua consustanzialità ta con Dio, in un’espressione, quella del logos, immediatamente comprensibile sia ai lettori di cultura greca che ebraica».
Matteo Trevisani, “La parola può guarire”, La Lettura – Corriere della Sera, 18.07.2021.

«Ancora oggi la parola magica per antonomasia risuona nell’Avada kedavra harrypotteriano. Nella cultura greca e latina è necessario ricordare Gorgia, che nell’Encomio di Enea scrisse, a riguardo della parola: “Può spegnere la paura, scacciare il dolore, suscitare la gioia, alimentare la pietà” e Plutacro su Antifonte di Ramnunte, oratore ateniese che a Corinto “proclamò pubblicamente di poter curare con i discorsi che provava dolore”. Ancora piuttosto nota è invece la formula proposta da Catone nel De agri cultura per curare una lussazione: dopo alcuni rituali, si sarebbe dovuto cantare ogni giorno lo scongiuro haut haut istasis tarsis ardannabon agitando una canna verde che poi veniva usata, più prosaicamente, per steccare l’arto malmesso del malato. Anche la cultura cristiana si è radicata attorno ad alcune parole importanti: il prologo del Vangelo di Giovanni “In principio era il logos”, per esempio, è un’attestazione della presenza del Verbo dall’inizio dei tempi, cioè del cioè del Cristo e della sua consustanzialità ta con Dio, in un’espressione, quella del logos, immediatamente comprensibile sia ai lettori di cultura greca che ebraica».
Matteo Trevisani, “La parola può guarire”, La Lettura – Corriere della Sera, 18.07.2021.

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«Dal punto di vista etimologico, debole è letteralmente chi deve, chi non ha, chi manca di qualcosa; in assenza di altre specificazioni, quel dato mancante è proprio la forza.


«Dal punto di vista etimologico, debole è letteralmente chi deve, chi non ha, chi manca di qualcosa; in assenza di altre specificazioni, quel dato mancante è proprio la forza. La debolezza è sempre da temere, perché è il deficit morale di chi strutturalmente non è in grado di fare o sostenere le proprie scelte, tantomeno quelle altrui. Delle persone deboli non ci si può fidare ed è una fortuna che, pur essendo molte, non siano comunque la totalità degli esseri umani. La vulnerabilità, cioè la possibilità di subire una ferita, è invece la condizione naturale di ognuno di noi e non nega la forza in nulla. Avere un tallone vulnerabile non ha mai fatto di Achille un debole, e anzi la vulnerabilità, quando è consapevole, è una parte essenziale della forza, perché regala doti preziose come il senso del proprio limite e la capacità di sapere quando fermarsi. […] mentre la debolezza va riconosciuta per temerla, la vulnerabilità bisogna ricercarla per proteggerla, specialmente in chi esprime maggiore forza al servizio di obiettivi comuni. […] Dichiararsi vulnerabili è una colpa solo in un mondo di deboli».
Michela Murgia, “Biles, la fragilità non è debolezza”, La Repubblica, 30.07.2021.

«Dal punto di vista etimologico, debole è letteralmente chi deve, chi non ha, chi manca di qualcosa; in assenza di altre specificazioni, quel dato mancante è proprio la forza. La debolezza è sempre da temere, perché è il deficit morale di chi strutturalmente non è in grado di fare o sostenere le proprie scelte, tantomeno quelle altrui. Delle persone deboli non ci si può fidare ed è una fortuna che, pur essendo molte, non siano comunque la totalità degli esseri umani. La vulnerabilità, cioè la possibilità di subire una ferita, è invece la condizione naturale di ognuno di noi e non nega la forza in nulla. Avere un tallone vulnerabile non ha mai fatto di Achille un debole, e anzi la vulnerabilità, quando è consapevole, è una parte essenziale della forza, perché regala doti preziose come il senso del proprio limite e la capacità di sapere quando fermarsi. […] mentre la debolezza va riconosciuta per temerla, la vulnerabilità bisogna ricercarla per proteggerla, specialmente in chi esprime maggiore forza al servizio di obiettivi comuni. […] Dichiararsi vulnerabili è una colpa solo in un mondo di deboli».
Michela Murgia, “Biles, la fragilità non è debolezza”, La Repubblica, 30.07.2021.

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«A meno che si sogni di vivere in un mondo di soli conformisti, di tutti uguali, nel quale la domanda “sei sui social?” suona insensata, perché sarebbe come chiedere “dormi in un letto?”, “esci di casa vestito?”, “mangi con le posate?”.


«A meno che si sogni di vivere in un mondo di soli conformisti, di tutti uguali, nel quale la domanda “sei sui social?” suona insensata, perché sarebbe come chiedere “dormi in un letto?”, “esci di casa vestito?”, “mangi con le posate?”. Ma i social, da tempo, non sono più una scelta. Sono un obbligo implicito, una convenzione sociale. E dunque è quasi scontato che Salvatore Sirigu, secondo portiere della Nazionale italiana, cederà alle pressioni dei suoi compagni di squadra, che non concepiscono l’idea di un portiere non social. Ne sono sbalorditi.
La frase pronunciata da Sirigu, tempo addietro, a proposito dei social, è formidabile: “Non ne vedo l’utilità”. Vale quanto il “preferirei di no” di Bartleby lo scrivano, una delle frasi più celebrate nella storia della letteratura, ma anche une delle meno imitate nella realtà, a conferma che la letteratura è pura invenzione: tutti preferiscono di sì, e tutti considerano i social utilissimi, anzi indispensabili, e guardano con sorridente diffidenza chi resiste alla seduzione dell’epoca: sarà uno snob? Sarà uno che cerca di farsi notare? Sarà uno che macina il caffè a mano, con il macinino, solo per rendersi interessante?».
Michele Serra, “La solitudine del portiere”, La Repubblica, 16.07.2021.

«A meno che si sogni di vivere in un mondo di soli conformisti, di tutti uguali, nel quale la domanda “sei sui social?” suona insensata, perché sarebbe come chiedere “dormi in un letto?”, “esci di casa vestito?”, “mangi con le posate?”. Ma i social, da tempo, non sono più una scelta. Sono un obbligo implicito, una convenzione sociale. E dunque è quasi scontato che Salvatore Sirigu, secondo portiere della Nazionale italiana, cederà alle pressioni dei suoi compagni di squadra, che non concepiscono l’idea di un portiere non social. Ne sono sbalorditi.
La frase pronunciata da Sirigu, tempo addietro, a proposito dei social, è formidabile: “Non ne vedo l’utilità”. Vale quanto il “preferirei di no” di Bartleby lo scrivano, una delle frasi più celebrate nella storia della letteratura, ma anche une delle meno imitate nella realtà, a conferma che la letteratura è pura invenzione: tutti preferiscono di sì, e tutti considerano i social utilissimi, anzi indispensabili, e guardano con sorridente diffidenza chi resiste alla seduzione dell’epoca: sarà uno snob? Sarà uno che cerca di farsi notare? Sarà uno che macina il caffè a mano, con il macinino, solo per rendersi interessante?».
Michele Serra, “La solitudine del portiere”, La Repubblica, 16.07.2021.

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«Il volto contro volto è il luogo originario in cui si accendono relazione e comunione, in cui si costituisce l’identità umana, perché ognuno si lascia plasmare dall’altro in una reciproca fecondità.


«Il volto contro volto è il luogo originario in cui si accendono relazione e comunione, in cui si costituisce l’identità umana, perché ognuno si lascia plasmare dall’altro in una reciproca fecondità.
L’umano è il solo essere che abbia un volto, anzi possiamo dire con Emmanuel Lévinas, è “volto”, sempre “rivolto” all’altro con le sue attese che chiedono di essere ascoltate. Nessuno spazio del corpo è appropriato a segnare la singolarità della persona e a indicarla socialmente quanto il volto. Siamo nati cercando un volto, quello della madre, ed è trovando accoglienza in quel volto che siamo venuti al mondo accettando di vivere e diventando consapevoli che nel volto degli altri potevamo scorgere l’unicità della persona, la sua espressione, la sua storicità, la sua vita e non solo: scorgere anche il mistero della persona dell’altro, perché proprio il volto segna la frontiera tra il visibile e l’invisibile, le parole e lo sguardo».
Enzo Bianchi, “Altrimenti | Noi che siamo nati cercando un volto”, La Repubblica, 19.07.2021.

«Il volto contro volto è il luogo originario in cui si accendono relazione e comunione, in cui si costituisce l’identità umana, perché ognuno si lascia plasmare dall’altro in una reciproca fecondità.
L’umano è il solo essere che abbia un volto, anzi possiamo dire con Emmanuel Lévinas, è “volto”, sempre “rivolto” all’altro con le sue attese che chiedono di essere ascoltate. Nessuno spazio del corpo è appropriato a segnare la singolarità della persona e a indicarla socialmente quanto il volto. Siamo nati cercando un volto, quello della madre, ed è trovando accoglienza in quel volto che siamo venuti al mondo accettando di vivere e diventando consapevoli che nel volto degli altri potevamo scorgere l’unicità della persona, la sua espressione, la sua storicità, la sua vita e non solo: scorgere anche il mistero della persona dell’altro, perché proprio il volto segna la frontiera tra il visibile e l’invisibile, le parole e lo sguardo».
Enzo Bianchi, “Altrimenti | Noi che siamo nati cercando un volto”, La Repubblica, 19.07.2021.

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