Pensieri

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida.

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«Tra le tante ispirazioni mitopoietiche, [la prima, alla base dell'insegnamento della medicina e di ogni pratica della cura] è quella del "guaritore ferito": ci insegna a non separare la forza dalla fragilità, a risuonare con l'altro.


«Tra le tante ispirazioni mitopoietiche, [la prima, alla base dell'insegnamento della medicina e di ogni pratica della cura] è quella del "guaritore ferito": ci insegna a non separare la forza dalla fragilità, a risuonare con l'altro. Nasce da qui la terapia, la fragilità accudita (di sé e dell'altro) che diventa risorsa e addirittura competenza. L'altra riguarda la figura della nèkyia, l'antico viaggio (Odisseo ed Enea i più famosi a completarlo) per incontrare i morti e interrogarli sul futuro. Sarebbe importante se, come gli antichi, anche noi dedicassimo un luogo alla nèkyia: un monumento che si fa paesaggio mentale (ce ne sono pochissimi, uno è il 9/11 Memorial di Manhattan con le sue reflecting pools ricavate dalle fondamenta delle torri gemelle). Il motivo della nèkyia, dice Jung, esprime il processo "dell'introversione della coscienza verso gli strati più profondi della psiche inconscia". Ne abbiamo bisogno». 

Vittorio Lingiardi, "Il ritorno al futuro", Robinson - La Repubblica, 25.07.2020

«Tra le tante ispirazioni mitopoietiche, [la prima, alla base dell'insegnamento della medicina e di ogni pratica della cura] è quella del "guaritore ferito": ci insegna a non separare la forza dalla fragilità, a risuonare con l'altro. Nasce da qui la terapia, la fragilità accudita (di sé e dell'altro) che diventa risorsa e addirittura competenza. L'altra riguarda la figura della nèkyia, l'antico viaggio (Odisseo ed Enea i più famosi a completarlo) per incontrare i morti e interrogarli sul futuro. Sarebbe importante se, come gli antichi, anche noi dedicassimo un luogo alla nèkyia: un monumento che si fa paesaggio mentale (ce ne sono pochissimi, uno è il 9/11 Memorial di Manhattan con le sue reflecting pools ricavate dalle fondamenta delle torri gemelle). Il motivo della nèkyia, dice Jung, esprime il processo "dell'introversione della coscienza verso gli strati più profondi della psiche inconscia". Ne abbiamo bisogno». 

Vittorio Lingiardi, "Il ritorno al futuro", Robinson - La Repubblica, 25.07.2020

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«Che cos'è la felicità se non il sincero accordo tra un uomo e la vita che conduce?». 

Albert Camus, "La caduta", 1956


«Che cos'è la felicità se non il sincero accordo tra un uomo e la vita che conduce?». 

Albert Camus, "La caduta", 1956

«Che cos'è la felicità se non il sincero accordo tra un uomo e la vita che conduce?». 

Albert Camus, "La caduta", 1956

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«Le grand lecteur d’Aristote avoue avoir négligé la biologie […] fondée par Aristote, et prend conscience qu’il n’y a pas d’éthique sans biologie.


«Le grand lecteur d’Aristote avoue avoir négligé la biologie […] fondée par Aristote, et prend conscience qu’il n’y a pas d’éthique sans biologie. C’est dans le corps, sa vulnérabilité et sa dépendance, que l’éthique trouve sa source première et son sens ultime. D’où la nécessité d’une attention aux espèces animales douées de rationalité, et d’une méditation sur l’enfance et le grand âge, où la dépendance aux autres se donne à voir en pleine lumière». 

Alasdair MacIntyre in Roger-Pol Droit, "«L’Homme, cet animal rationnel dépendant»", Le Monde, 10.07.2020

«Le grand lecteur d’Aristote avoue avoir négligé la biologie […] fondée par Aristote, et prend conscience qu’il n’y a pas d’éthique sans biologie. C’est dans le corps, sa vulnérabilité et sa dépendance, que l’éthique trouve sa source première et son sens ultime. D’où la nécessité d’une attention aux espèces animales douées de rationalité, et d’une méditation sur l’enfance et le grand âge, où la dépendance aux autres se donne à voir en pleine lumière». 

Alasdair MacIntyre in Roger-Pol Droit, "«L’Homme, cet animal rationnel dépendant»", Le Monde, 10.07.2020

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«Many patients present to their primary care physician with a concern that is either nonmedical or strongly related to the patient's socioeconomic circumstances. Even when there is a clear diagnosis, the most effective interventions may not be medical ones.


«Many patients present to their primary care physician with a concern that is either nonmedical or strongly related to the patient's socioeconomic circumstances. Even when there is a clear diagnosis, the most effective interventions may not be medical ones. Nevertheless, physicians are drawn to medical interventions, including prescribing drugs recommended by the plethora pf disease-specific guidelines that have been developed over the pas 20 years. Doctors are increasingly being criticized, however, for "overmedicalizing" health problems - a tendency that has led to a growing number of hospital admissions related to adverse effects of medications. The opioid crisis is perhaps the most striking example of overmedicalization. [...] The concept of social prescribing entails educating physicians about social interventions, providing guidance on local resources, and permitting them to "prescribe" social interventions for patients. [...] Social-prescribing programs have generally focused on elderly people, people with mental health problems, and those living in socioeconomically deprived communities. Some of these interventions have a clear biomedical intent - for example, excercise and weight-reduction programs to reduce dependence on medication among people with diabetes. But social prescribing has a wider purpose. It's also about culture change - challenging the propensity to medicalize health and professionalize health care. And it's about changing the expectations of patients (and their physicians) that drug will solve their problems by empowering patients to invest in their own health. Patients from poor communities and those with low health literacy may particularly benefit from improved access to community resources». 

Martin Roland et al., "Social Prescribing - Transforming the Relationship between Physicians and Their Patients", The New England Journal of Medicine, July 9, 2020

«Many patients present to their primary care physician with a concern that is either nonmedical or strongly related to the patient's socioeconomic circumstances. Even when there is a clear diagnosis, the most effective interventions may not be medical ones. Nevertheless, physicians are drawn to medical interventions, including prescribing drugs recommended by the plethora pf disease-specific guidelines that have been developed over the pas 20 years. Doctors are increasingly being criticized, however, for "overmedicalizing" health problems - a tendency that has led to a growing number of hospital admissions related to adverse effects of medications. The opioid crisis is perhaps the most striking example of overmedicalization. [...] The concept of social prescribing entails educating physicians about social interventions, providing guidance on local resources, and permitting them to "prescribe" social interventions for patients. [...] Social-prescribing programs have generally focused on elderly people, people with mental health problems, and those living in socioeconomically deprived communities. Some of these interventions have a clear biomedical intent - for example, excercise and weight-reduction programs to reduce dependence on medication among people with diabetes. But social prescribing has a wider purpose. It's also about culture change - challenging the propensity to medicalize health and professionalize health care. And it's about changing the expectations of patients (and their physicians) that drug will solve their problems by empowering patients to invest in their own health. Patients from poor communities and those with low health literacy may particularly benefit from improved access to community resources». 

Martin Roland et al., "Social Prescribing - Transforming the Relationship between Physicians and Their Patients", The New England Journal of Medicine, July 9, 2020

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«Con l'isolamento ci si allontana dal mondo, e ci si immerge negli orizzonti di esperienze divorate dall'indifferenza e dal rifiuto del dialogo e di ogni comunicazione; pietrificandoci nei confini di un io che diviene nomade senza porte e senza finestre.


«Con l'isolamento ci si allontana dal mondo, e ci si immerge negli orizzonti di esperienze divorate dall'indifferenza e dal rifiuto del dialogo e di ogni comunicazione; pietrificandoci nei confini di un io che diviene nomade senza porte e senza finestre. Non ci sono più speranze, e non ci sono più esperienze che si aprono al futuro quando si è imprigionati nelle sabbie mobili di un isolamento come quello causato dal deserto delle emozioni: così inquietante e così strisciante, così camaleontico e così dissimulante, così arido e così nascosto in ciascuno di noi».

Eugenio Borgna, "La solitudine dell'anima", 2013

«Con l'isolamento ci si allontana dal mondo, e ci si immerge negli orizzonti di esperienze divorate dall'indifferenza e dal rifiuto del dialogo e di ogni comunicazione; pietrificandoci nei confini di un io che diviene nomade senza porte e senza finestre. Non ci sono più speranze, e non ci sono più esperienze che si aprono al futuro quando si è imprigionati nelle sabbie mobili di un isolamento come quello causato dal deserto delle emozioni: così inquietante e così strisciante, così camaleontico e così dissimulante, così arido e così nascosto in ciascuno di noi».

Eugenio Borgna, "La solitudine dell'anima", 2013

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«Une vie où l’on acceptait, avec enthousiasme ou résignation, le passage de l’État providence à l’État de surveillance ou, plus exactement, la santé rmplaçant la sécurité, une vie où l’on consentait à ce glissement : non plus l’ancien contrat soci


«Une vie où l’on acceptait, avec enthousiasme ou résignation, le passage de l’État providence à l’État de surveillance ou, plus exactement, la santé rmplaçant la sécurité, une vie où l’on consentait à ce glissement : non plus l’ancien contrat social (tu perds un peu de ta volonté particulière, tu gagnes une volonté générale) mais un nouveau contrat vital (tu abdiques un peu, beaucoup, l’essentiel de ta liberté – je t’offre, en échange, une garantie antivirus)».

Bernard-Henri Lévy, "Ce virus qui rend fou", Grasset, 2020

«Une vie où l’on acceptait, avec enthousiasme ou résignation, le passage de l’État providence à l’État de surveillance ou, plus exactement, la santé rmplaçant la sécurité, une vie où l’on consentait à ce glissement : non plus l’ancien contrat social (tu perds un peu de ta volonté particulière, tu gagnes une volonté générale) mais un nouveau contrat vital (tu abdiques un peu, beaucoup, l’essentiel de ta liberté – je t’offre, en échange, une garantie antivirus)».

Bernard-Henri Lévy, "Ce virus qui rend fou", Grasset, 2020

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«L’expérience du confinement doit d’abord nous ouvrir sur l’existence de ceux qui en souffrent dans le dénuement et la pauvreté, qui n’ont pu accéder au superflu et au frivole et qui méritent de parvenir au stade où l’on dispose du superflu.


«L’expérience du confinement doit d’abord nous ouvrir sur l’existence de ceux qui en souffrent dans le dénuement et la pauvreté, qui n’ont pu accéder au superflu et au frivole et qui méritent de parvenir au stade où l’on dispose du superflu. [...] L'extrême puissance de la technoscience n’abolit pas l’infirmité humaine devant la douleur et devant la mort. Si nous pouvons atténuer la douleur et retarder la mort par vieillissement, nous ne pourrons jamais éliminer les accidents mortels où nos corps seront écrabouillés; nous ne pourrons jamais nous défaire des bactéries et des virus qui sans cesse s’automodifient pour résister aux remèdes, antibiotiques, antiviraux, vaccins. Nous sommes des joueurs/joués, des possédants/possédés, des puissants/débiles. [...] Cela nous incite à reconnaître que, même cachée et refoulée, l’incertitude accompagne la grande aventure de l’humanité, chaque histoire nationale, chaque vie «normale». Car toute vie est une aventure incertaine: nous ne savons pas à l’avance ce que seront notre vie personnelle, notre santé, notre activité professionnelle, nos amours, ni quand adviendra, bien qu’elle soit certaine, notre mort. Nous connaîtrons sans doute, avec le virus et les crises qui suivront, plus d’incertitudes qu’auparavant et nous devons nous aguerrir pour apprendre à vivre avec».

Edgar Morin, "Changeons de voie. Les leçons du coronavirus.", Denoël, 2020

«L’expérience du confinement doit d’abord nous ouvrir sur l’existence de ceux qui en souffrent dans le dénuement et la pauvreté, qui n’ont pu accéder au superflu et au frivole et qui méritent de parvenir au stade où l’on dispose du superflu. [...] L'extrême puissance de la technoscience n’abolit pas l’infirmité humaine devant la douleur et devant la mort. Si nous pouvons atténuer la douleur et retarder la mort par vieillissement, nous ne pourrons jamais éliminer les accidents mortels où nos corps seront écrabouillés; nous ne pourrons jamais nous défaire des bactéries et des virus qui sans cesse s’automodifient pour résister aux remèdes, antibiotiques, antiviraux, vaccins. Nous sommes des joueurs/joués, des possédants/possédés, des puissants/débiles. [...] Cela nous incite à reconnaître que, même cachée et refoulée, l’incertitude accompagne la grande aventure de l’humanité, chaque histoire nationale, chaque vie «normale». Car toute vie est une aventure incertaine: nous ne savons pas à l’avance ce que seront notre vie personnelle, notre santé, notre activité professionnelle, nos amours, ni quand adviendra, bien qu’elle soit certaine, notre mort. Nous connaîtrons sans doute, avec le virus et les crises qui suivront, plus d’incertitudes qu’auparavant et nous devons nous aguerrir pour apprendre à vivre avec».

Edgar Morin, "Changeons de voie. Les leçons du coronavirus.", Denoël, 2020

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«Lo stress prolungato o l'esposizione a livelli eccessivi di glucocorticoidi danneggiano la memoria abbassando l'eccitabilità dell'ippocampo, ritraendo le connessioni neurali e inibendo la nascita di nuovi neuroni.


«Lo stress prolungato o l'esposizione a livelli eccessivi di glucocorticoidi danneggiano la memoria abbassando l'eccitabilità dell'ippocampo, ritraendo le connessioni neurali e inibendo la nascita di nuovi neuroni. Nell'amigdala, un'altra area celebrale cruciale per la paura e l'ansia, stress e glucocorticoidi aumentano queste due reazioni. Invece di frenare i processi come nell'ippocampo, aumentano l'eccitabilità ed espandono le connessioni neuronali in questa regione dove si genera la paura. Nell'insieme queste scoperte ci aiutano a spiegare perchè il disturbo dello stress post-traumatico atrofizzi l'ippocampo ed espanda l'amigdala. Un'altra regione colpita è il sistema dopaminergico mesolimbico, cruciale per i circuiti della ricompensa, dell'aspettativa e della motivazione. Lo stress cronico manda in tilt questo sistema, e come risultato si ha una predisposizione all'anedonia, collegata alla depressione, e una vulnerabilità alle dipendenze». 

Robert M. Sapolsky,"Sullo stress", Le scienze, febbraio 2019

«Lo stress prolungato o l'esposizione a livelli eccessivi di glucocorticoidi danneggiano la memoria abbassando l'eccitabilità dell'ippocampo, ritraendo le connessioni neurali e inibendo la nascita di nuovi neuroni. Nell'amigdala, un'altra area celebrale cruciale per la paura e l'ansia, stress e glucocorticoidi aumentano queste due reazioni. Invece di frenare i processi come nell'ippocampo, aumentano l'eccitabilità ed espandono le connessioni neuronali in questa regione dove si genera la paura. Nell'insieme queste scoperte ci aiutano a spiegare perchè il disturbo dello stress post-traumatico atrofizzi l'ippocampo ed espanda l'amigdala. Un'altra regione colpita è il sistema dopaminergico mesolimbico, cruciale per i circuiti della ricompensa, dell'aspettativa e della motivazione. Lo stress cronico manda in tilt questo sistema, e come risultato si ha una predisposizione all'anedonia, collegata alla depressione, e una vulnerabilità alle dipendenze». 

Robert M. Sapolsky,"Sullo stress", Le scienze, febbraio 2019

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