Epistole Corbariane

Nate durante il periodo di confinamento imposto dalla pandemia, le «Epistole Corbariane» rappresentano un tentativo di mantenere vivo quel dibattito, quello scambio di idee e quel fertile confronto che da sempre animano la Fondazione Sasso Corbaro. Ogni mese, a turno, ciascuno dei membri, dei collaboratori e degli amici della Fondazione presenta una lettera concepita per rispondere ad una domanda di partenza; prima fra tutte: che forma avrà il ‘giorno dopo’?


Che forma avrà il ‘giorno dopo’?

Graziano Martignoni, «Le parole del giorno dopo»

Comano, 7 febbraio 2021

Care e cari Corbariani,

è trascorso apppena un anno da quando la nostra vita quotidiana è stata travolta dalla pandemia, che sembrava venire da luoghi e da tempi lontani, là dove, si dice, che la gente mangiasse i pipistrelli, eppure la sensazione che ne ho è quella di un tempo lunghissimo e quel 25 febbraio 2020 data lontanissima. Il Virus ha occupato velocemente la scena, l’ha conquistata da vero “predatore di esistenza”, cancellando tutte le altre parole, facendo, come un maligno “prestigiatore”, sparire dai media, ad esempio, tutto ciò che occupava sino ad alora le prime pagine dei giornali.

Il Virus da vero “dittatore del presente” ha imposto velocemente il suo lessico. È trascorso un anno e ora il “giorno dopo” può riprendere la parola, che è parola di ancora tenue, ma certa luce. Parole che a volte hanno il sapore della liberazione, della speranza, man anche fortemente del dubbio e della confusione. Ecco perché dobbiamo curare le parole, farsi cura delle parole. La parola sulla bocca di tutti è oggi vaccino. Un parola a cui dare la missione non solo di proteggerci, ma di ridare vita e movimento al tempo immobilizzato, aprendo l’orizzonte della luce, che parla già il linguaggio del domani, anche solo banalmente quello ravvicinato delle prossime vacanze agostane. Ma lei, la parola vaccino, non basta, anche se efficace. Abbiamo bisogno di nuove e altre parole. Ne saremo capaci? Ma quali saranno le nuove e altre parole-guida? Non so ancora bene quali siano, ancora troppo irretito nel lessico sanitario, ma sento che dovranno essere parole primaverili, liberate da quella sorta di militarizzazione del linguaggio, che ci ha in questi mesi imprigionato. A parole come al fronte, in prima linea, in trincea, isolamento, contagio, coprifuoco, triage, per sapere chi poteva essere curato e chi meno, – un’evocazione alla medicina di guerra –, sapremo riscoprire parole che profumano di primavera o di calda estate, parole di allegrezza, di leggerezza, di apertura al mondo? Le parole che preparano i gesti, gli abbracci ritrovati, i baci innamorati, quel toccarsi, che da vita; parole, che scrivono le storie in cui collocarci, sperando di essere ospiti graditi, e che devono costantemente essere curate, perché la cura delle parole è cura della vita. “La parola, scrive Gorgia da Lentini, un filososo sofista del quinto secolo a.c, è un gran dominatore che con piccolissimo corpo e invisibilissime, divinissime cose sa compiere, riesce infatti a calmare la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia e ad alimentare la pietà”. Ma anche, aggiungo io, a terrorizzare, ad escludere, ad evocare spiriti maligni, a suscitare odi e violenze. Le “parole di guerra” di questi mesi, che ci hanno protetto ma anche impaurito, lasciano ora il posto a nuove “parole di pace” capaci di risvegliarci. Ecco perché le parole non si devono perdere di vista, devono essere curate come i fiori di un giardino, da sole rischiano sempre il loro decadimento.

Il giorno dopo ha così bisogno di parole nuove. Nei Dialoghi di Confucio, “Tzu-lu disse: “Il principe di Wei attende di affidarti un incarico di governo. Che farai per prima cosa? “È assolutamente necessario ridare ai nomi il loro vero significato” rispose Confucio”. Nei paesaggi del giorno dopo, che saremo chiamati ad abitare e a governare, le parole smarrite, che parlano dei sentimenti e che orientano e danno senso ai gesti, devono ritrovare infatti la loro “casa” e il loro significato più vero. Parole, che ritrovano la loro origine, che sta nelle piccole cose domestiche, che rifuggono al lessico dominante dell’homo psico-tecno-digitalicus globalizato. Parole nello stesso tempo capaci di sfuggire alle malie sin troppo facili del "nuovo", senza rifiutarne però all’occasione la sua forza di trasformazione. Abbiamo bisogno di parole nuove per "stare tra i tempi", per poter sopportare una stagione, che ha scolorato il paesaggio emotivo della nostra quotidianità, ma anche le nostre piccole abitudini e i gesti di tutti i giorni . Abbiamo bisogno di parole “ostetriche di vita”, che ci facciano risvegliare, rinascere, a volte con calma e prudenza, altre con l’entusiamo della giovane età, come brezza di giovinezza (che non si esaurisce nella gioventù, ma sale sino al tramonto della vita). Parole per scongiurare il rischio di spegnersi in quel regno delle rovine, evocato da T.S Eliot nella sua “La terra desolata” del 1922.

l giorno dopo, lo aspettiamo, non è ancora qui. Quando tornerà la luce dopo l’oscura notte, quando potremo smettere di aggirarci in una sorta di sonnambulismo sociale nelle nostre piazze vuote, sarà il giorno del risveglio, persino di una possibile rinascita. È però anche il giorno in cui si fa la conta dei danni, che questo annus horribilis ha provocato. Danni visibili, ma anche danni più profondi, che solo il tempo rivelerà in tutta la loro gravità. Il Virus, come più volte è capitato nella storia delle pandemie, che il giorno dopo forse avremo numericamente lasciato alle spalle insieme alle sue quotidiane liste di contagiati, intubati, decessi, guariti, sembra aver contaggiato, come già altre volte ho scritto, anche le strutture fodamentali e fondanti della stessa esistenza. Il danno psico-antropologico e sociale sarà certo più grande di quello, già doloroso, di mero ordine sanitario. Ma allora che cosa è veramente la rinascita, che tutti attendiamo? Pensare alla possibile ripresa economica, a rapporti geopolitici più equi, ad un’attenzione maggiore per il clima, ad un rapporto meno predatorio con la Natura, a rapporti umani più gentili, – non siamo certo divenuti migliori –, è certo necessario, ma non basta. “La rinascita, scrive Jung in una famosa conferenaza tenuta agli Incontri Eranos di Ascona nell’agosto del 1939, proprio in quell’estate, che annunciava la guerra, non è un processo, che si possa in qualche modo osservare. Non lo possiamo misurare, soppesare, fotografare. Si sottrae completamente ai nostri sensi. Abbiamo a che fare con una realtà completamente psicologica”. La più autentica rinascita appartiene infatti ai nostri mondi interiori, prima che a quelli esterni a noi, all’esser-ci prima che al fare. Appartiene alla nostra Anima, che per risvegliarsi e rinascere deve passare attraverso una vera e propria “catastrofe” personale e collettiva, nel suo senso etimologico di kata (giù) e stréphein (rovesciare, voltare). La “catasrofe” non è così la fine, ma l’inizio in cui e da cui si gira pagina, ci si rovescia rispetto ad una normalità, condizione di naufragio. Concediamoci qui una frase decisiva, che suona più o meno così: affinché il mondo cambi, noi dobbiamo cambiare!

Il giorno dopo è anche il giorno in cui proviamo a dimenticare, per tornare al “giorno prima”, a quel Natale del ‘20, in cui l’impensabile non era ancora accaduto. Ma a che cosa tornare? Ad una società dell’accelerazione, che mangia il tempo, ad un mondo fattosi mero oggetto di consumo, all’individualismo “egotico”, che ci fa attori, o forse è meglio dire “comparse”, della “cultura del narcisismo”(Christopher Lasch,1979), all’uomo predatore e nello stesso tempo schiavo dei nuovi idoli? Vi è però anche una “antica” quotidiana normalità da ritrovare e proteggere. Una normalità, a misura delle persone, del loro bisogno di vicinanza, di abbracci, di contatti affettuosi, di viaggi, di piacevolezze della vita, che il Grande Contagio ha reso pericolanti. Quali allora le parole-guida di questo possibile risveglio? Un risveglio per generare e rendere possibile la Bellezza, che è anche Bontà, come dice la parola greca Kalòs, nel momento che incontra la Giustizia, la Dignità di ogni uomo, per poi trovare il luogo della Felicità. Il giorno dopo ritroviamoci allora “tessitori” di nuove reti sociali solidali e ospitali, “costruttori” di una nuova idea di comunità, “giardinieri” di un paesaggio in cui possano essere coltivati, custoditi, comunicati i migliori fiori della nostra vita. Un “giardino” per il giorno dopo.

Graziano Martignoni


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