Pensieri

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

«Tra le tante ispirazioni mitopoietiche, [la prima, alla base dell'insegnamento della medicina e di ogni pratica della cura] è quella del "guaritore ferito": ci insegna a non separare la forza dalla fragilità, a risuonare con l'altro. Nasce da qui la terapia, la fragilità accudita (di sé e dell'altro) che diventa risorsa e addirittura competenza. L'altra riguarda la figura della nèkyia, l'antico viaggio (Odisseo ed Enea i più famosi a completarlo) per incontrare i morti e interrogarli sul futuro. Sarebbe importante se, come gli antichi, anche noi dedicassimo un luogo alla nèkyia: un monumento che si fa paesaggio mentale (ce ne sono pochissimi, uno è il 9/11 Memorial di Manhattan con le sue reflecting pools ricavate dalle fondamenta delle torri gemelle). Il motivo della nèkyia, dice Jung, esprime il processo "dell'introversione della coscienza verso gli strati più profondi della psiche inconscia". Ne abbiamo bisogno». 

Vittorio Lingiardi, "Il ritorno al futuro", Robinson - La Repubblica, 25.07.2020

«Tra le tante ispirazioni mitopoietiche, [la prima, alla base dell'insegnamento della medicina e di ogni pratica della cura] è quella del "guaritore ferito": ci insegna a non separare la forza dalla fragilità, a risuonare con l'altro. Nasce da qui la terapia, la fragilità accudita (di sé e dell'altro) che diventa risorsa e addirittura competenza. L'altra riguarda la figura della nèkyia, l'antico viaggio (Odisseo ed Enea i più famosi a completarlo) per incontrare i morti e interrogarli sul futuro. Sarebbe importante se, come gli antichi, anche noi dedicassimo un luogo alla nèkyia: un monumento che si fa paesaggio mentale (ce ne sono pochissimi, uno è il 9/11 Memorial di Manhattan con le sue reflecting pools ricavate dalle fondamenta delle torri gemelle). Il motivo della nèkyia, dice Jung, esprime il processo "dell'introversione della coscienza verso gli strati più profondi della psiche inconscia". Ne abbiamo bisogno». 

Vittorio Lingiardi, "Il ritorno al futuro", Robinson - La Repubblica, 25.07.2020

«Tra le tante ispirazioni mitopoietiche, [la prima, alla base dell'insegnamento della medicina e di ogni pratica della cura] è quella del "guaritore ferito": ci insegna a non separare la forza dalla fragilità, a risuonare con l'altro.

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«Che cos'è la felicità se non il sincero accordo tra un uomo e la vita che conduce?». 

Albert Camus, "La caduta", 1956

«Che cos'è la felicità se non il sincero accordo tra un uomo e la vita che conduce?». 

Albert Camus, "La caduta", 1956

«Che cos'è la felicità se non il sincero accordo tra un uomo e la vita che conduce?». 

Albert Camus, "La caduta", 1956

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«Le grand lecteur d’Aristote avoue avoir négligé la biologie […] fondée par Aristote, et prend conscience qu’il n’y a pas d’éthique sans biologie. C’est dans le corps, sa vulnérabilité et sa dépendance, que l’éthique trouve sa source première et son sens ultime. D’où la nécessité d’une attention aux espèces animales douées de rationalité, et d’une méditation sur l’enfance et le grand âge, où la dépendance aux autres se donne à voir en pleine lumière». 

Alasdair MacIntyre in Roger-Pol Droit, "«L’Homme, cet animal rationnel dépendant»", Le Monde, 10.07.2020

«Le grand lecteur d’Aristote avoue avoir négligé la biologie […] fondée par Aristote, et prend conscience qu’il n’y a pas d’éthique sans biologie. C’est dans le corps, sa vulnérabilité et sa dépendance, que l’éthique trouve sa source première et son sens ultime. D’où la nécessité d’une attention aux espèces animales douées de rationalité, et d’une méditation sur l’enfance et le grand âge, où la dépendance aux autres se donne à voir en pleine lumière». 

Alasdair MacIntyre in Roger-Pol Droit, "«L’Homme, cet animal rationnel dépendant»", Le Monde, 10.07.2020

«Le grand lecteur d’Aristote avoue avoir négligé la biologie […] fondée par Aristote, et prend conscience qu’il n’y a pas d’éthique sans biologie.

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«Many patients present to their primary care physician with a concern that is either nonmedical or strongly related to the patient's socioeconomic circumstances. Even when there is a clear diagnosis, the most effective interventions may not be medical ones. Nevertheless, physicians are drawn to medical interventions, including prescribing drugs recommended by the plethora pf disease-specific guidelines that have been developed over the pas 20 years. Doctors are increasingly being criticized, however, for "overmedicalizing" health problems - a tendency that has led to a growing number of hospital admissions related to adverse effects of medications. The opioid crisis is perhaps the most striking example of overmedicalization. [...] The concept of social prescribing entails educating physicians about social interventions, providing guidance on local resources, and permitting them to "prescribe" social interventions for patients. [...] Social-prescribing programs have generally focused on elderly people, people with mental health problems, and those living in socioeconomically deprived communities. Some of these interventions have a clear biomedical intent - for example, excercise and weight-reduction programs to reduce dependence on medication among people with diabetes. But social prescribing has a wider purpose. It's also about culture change - challenging the propensity to medicalize health and professionalize health care. And it's about changing the expectations of patients (and their physicians) that drug will solve their problems by empowering patients to invest in their own health. Patients from poor communities and those with low health literacy may particularly benefit from improved access to community resources». 

Martin Roland et al., "Social Prescribing - Transforming the Relationship between Physicians and Their Patients", The New England Journal of Medicine, July 9, 2020

«Many patients present to their primary care physician with a concern that is either nonmedical or strongly related to the patient's socioeconomic circumstances. Even when there is a clear diagnosis, the most effective interventions may not be medical ones. Nevertheless, physicians are drawn to medical interventions, including prescribing drugs recommended by the plethora pf disease-specific guidelines that have been developed over the pas 20 years. Doctors are increasingly being criticized, however, for "overmedicalizing" health problems - a tendency that has led to a growing number of hospital admissions related to adverse effects of medications. The opioid crisis is perhaps the most striking example of overmedicalization. [...] The concept of social prescribing entails educating physicians about social interventions, providing guidance on local resources, and permitting them to "prescribe" social interventions for patients. [...] Social-prescribing programs have generally focused on elderly people, people with mental health problems, and those living in socioeconomically deprived communities. Some of these interventions have a clear biomedical intent - for example, excercise and weight-reduction programs to reduce dependence on medication among people with diabetes. But social prescribing has a wider purpose. It's also about culture change - challenging the propensity to medicalize health and professionalize health care. And it's about changing the expectations of patients (and their physicians) that drug will solve their problems by empowering patients to invest in their own health. Patients from poor communities and those with low health literacy may particularly benefit from improved access to community resources». 

Martin Roland et al., "Social Prescribing - Transforming the Relationship between Physicians and Their Patients", The New England Journal of Medicine, July 9, 2020

«Many patients present to their primary care physician with a concern that is either nonmedical or strongly related to the patient's socioeconomic circumstances. Even when there is a clear diagnosis, the most effective interventions may not be medical ones.

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«Con l'isolamento ci si allontana dal mondo, e ci si immerge negli orizzonti di esperienze divorate dall'indifferenza e dal rifiuto del dialogo e di ogni comunicazione; pietrificandoci nei confini di un io che diviene nomade senza porte e senza finestre. Non ci sono più speranze, e non ci sono più esperienze che si aprono al futuro quando si è imprigionati nelle sabbie mobili di un isolamento come quello causato dal deserto delle emozioni: così inquietante e così strisciante, così camaleontico e così dissimulante, così arido e così nascosto in ciascuno di noi».

Eugenio Borgna, "La solitudine dell'anima", 2013

«Con l'isolamento ci si allontana dal mondo, e ci si immerge negli orizzonti di esperienze divorate dall'indifferenza e dal rifiuto del dialogo e di ogni comunicazione; pietrificandoci nei confini di un io che diviene nomade senza porte e senza finestre. Non ci sono più speranze, e non ci sono più esperienze che si aprono al futuro quando si è imprigionati nelle sabbie mobili di un isolamento come quello causato dal deserto delle emozioni: così inquietante e così strisciante, così camaleontico e così dissimulante, così arido e così nascosto in ciascuno di noi».

Eugenio Borgna, "La solitudine dell'anima", 2013

«Con l'isolamento ci si allontana dal mondo, e ci si immerge negli orizzonti di esperienze divorate dall'indifferenza e dal rifiuto del dialogo e di ogni comunicazione; pietrificandoci nei confini di un io che diviene nomade senza porte e senza finestre.

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«Une vie où l’on acceptait, avec enthousiasme ou résignation, le passage de l’État providence à l’État de surveillance ou, plus exactement, la santé rmplaçant la sécurité, une vie où l’on consentait à ce glissement : non plus l’ancien contrat social (tu perds un peu de ta volonté particulière, tu gagnes une volonté générale) mais un nouveau contrat vital (tu abdiques un peu, beaucoup, l’essentiel de ta liberté – je t’offre, en échange, une garantie antivirus)».

Bernard-Henri Lévy, "Ce virus qui rend fou", Grasset, 2020

«Une vie où l’on acceptait, avec enthousiasme ou résignation, le passage de l’État providence à l’État de surveillance ou, plus exactement, la santé rmplaçant la sécurité, une vie où l’on consentait à ce glissement : non plus l’ancien contrat social (tu perds un peu de ta volonté particulière, tu gagnes une volonté générale) mais un nouveau contrat vital (tu abdiques un peu, beaucoup, l’essentiel de ta liberté – je t’offre, en échange, une garantie antivirus)».

Bernard-Henri Lévy, "Ce virus qui rend fou", Grasset, 2020

«Une vie où l’on acceptait, avec enthousiasme ou résignation, le passage de l’État providence à l’État de surveillance ou, plus exactement, la santé rmplaçant la sécurité, une vie où l’on consentait à ce glissement : non plus l’ancien contrat soci

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«L’expérience du confinement doit d’abord nous ouvrir sur l’existence de ceux qui en souffrent dans le dénuement et la pauvreté, qui n’ont pu accéder au superflu et au frivole et qui méritent de parvenir au stade où l’on dispose du superflu. [...] L'extrême puissance de la technoscience n’abolit pas l’infirmité humaine devant la douleur et devant la mort. Si nous pouvons atténuer la douleur et retarder la mort par vieillissement, nous ne pourrons jamais éliminer les accidents mortels où nos corps seront écrabouillés; nous ne pourrons jamais nous défaire des bactéries et des virus qui sans cesse s’automodifient pour résister aux remèdes, antibiotiques, antiviraux, vaccins. Nous sommes des joueurs/joués, des possédants/possédés, des puissants/débiles. [...] Cela nous incite à reconnaître que, même cachée et refoulée, l’incertitude accompagne la grande aventure de l’humanité, chaque histoire nationale, chaque vie «normale». Car toute vie est une aventure incertaine: nous ne savons pas à l’avance ce que seront notre vie personnelle, notre santé, notre activité professionnelle, nos amours, ni quand adviendra, bien qu’elle soit certaine, notre mort. Nous connaîtrons sans doute, avec le virus et les crises qui suivront, plus d’incertitudes qu’auparavant et nous devons nous aguerrir pour apprendre à vivre avec».

Edgar Morin, "Changeons de voie. Les leçons du coronavirus.", Denoël, 2020

«L’expérience du confinement doit d’abord nous ouvrir sur l’existence de ceux qui en souffrent dans le dénuement et la pauvreté, qui n’ont pu accéder au superflu et au frivole et qui méritent de parvenir au stade où l’on dispose du superflu. [...] L'extrême puissance de la technoscience n’abolit pas l’infirmité humaine devant la douleur et devant la mort. Si nous pouvons atténuer la douleur et retarder la mort par vieillissement, nous ne pourrons jamais éliminer les accidents mortels où nos corps seront écrabouillés; nous ne pourrons jamais nous défaire des bactéries et des virus qui sans cesse s’automodifient pour résister aux remèdes, antibiotiques, antiviraux, vaccins. Nous sommes des joueurs/joués, des possédants/possédés, des puissants/débiles. [...] Cela nous incite à reconnaître que, même cachée et refoulée, l’incertitude accompagne la grande aventure de l’humanité, chaque histoire nationale, chaque vie «normale». Car toute vie est une aventure incertaine: nous ne savons pas à l’avance ce que seront notre vie personnelle, notre santé, notre activité professionnelle, nos amours, ni quand adviendra, bien qu’elle soit certaine, notre mort. Nous connaîtrons sans doute, avec le virus et les crises qui suivront, plus d’incertitudes qu’auparavant et nous devons nous aguerrir pour apprendre à vivre avec».

Edgar Morin, "Changeons de voie. Les leçons du coronavirus.", Denoël, 2020

«L’expérience du confinement doit d’abord nous ouvrir sur l’existence de ceux qui en souffrent dans le dénuement et la pauvreté, qui n’ont pu accéder au superflu et au frivole et qui méritent de parvenir au stade où l’on dispose du superflu.

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«Lo stress prolungato o l'esposizione a livelli eccessivi di glucocorticoidi danneggiano la memoria abbassando l'eccitabilità dell'ippocampo, ritraendo le connessioni neurali e inibendo la nascita di nuovi neuroni. Nell'amigdala, un'altra area celebrale cruciale per la paura e l'ansia, stress e glucocorticoidi aumentano queste due reazioni. Invece di frenare i processi come nell'ippocampo, aumentano l'eccitabilità ed espandono le connessioni neuronali in questa regione dove si genera la paura. Nell'insieme queste scoperte ci aiutano a spiegare perchè il disturbo dello stress post-traumatico atrofizzi l'ippocampo ed espanda l'amigdala. Un'altra regione colpita è il sistema dopaminergico mesolimbico, cruciale per i circuiti della ricompensa, dell'aspettativa e della motivazione. Lo stress cronico manda in tilt questo sistema, e come risultato si ha una predisposizione all'anedonia, collegata alla depressione, e una vulnerabilità alle dipendenze». 

Robert M. Sapolsky,"Sullo stress", Le scienze, febbraio 2019

«Lo stress prolungato o l'esposizione a livelli eccessivi di glucocorticoidi danneggiano la memoria abbassando l'eccitabilità dell'ippocampo, ritraendo le connessioni neurali e inibendo la nascita di nuovi neuroni. Nell'amigdala, un'altra area celebrale cruciale per la paura e l'ansia, stress e glucocorticoidi aumentano queste due reazioni. Invece di frenare i processi come nell'ippocampo, aumentano l'eccitabilità ed espandono le connessioni neuronali in questa regione dove si genera la paura. Nell'insieme queste scoperte ci aiutano a spiegare perchè il disturbo dello stress post-traumatico atrofizzi l'ippocampo ed espanda l'amigdala. Un'altra regione colpita è il sistema dopaminergico mesolimbico, cruciale per i circuiti della ricompensa, dell'aspettativa e della motivazione. Lo stress cronico manda in tilt questo sistema, e come risultato si ha una predisposizione all'anedonia, collegata alla depressione, e una vulnerabilità alle dipendenze». 

Robert M. Sapolsky,"Sullo stress", Le scienze, febbraio 2019

«Lo stress prolungato o l'esposizione a livelli eccessivi di glucocorticoidi danneggiano la memoria abbassando l'eccitabilità dell'ippocampo, ritraendo le connessioni neurali e inibendo la nascita di nuovi neuroni.

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«Una delle difficoltà maggiori che gli infermieri hanno dovuto affrontare [durante la pandemia, ndr], comune a tutte le sedi dell'EOC, è stata la solitudine del paziente nella malattia. Senza visite, il curante rimane l’unico contatto con il quale il paziente può condividere le proprie angosce e dal quale i suoi familiari ricevono notizie sul suo stato di salute. È un carico emozionale non indifferente. Abbiamo sempre insistito sull’importanza del contatto con il paziente, sulla vicinanza e il coinvolgimento dei familiari nel processo di cura. Paradigmi che sono stati stravolti da questa malattia, che per essere gestita richiede invece una distanza fisica che non fa parte del nostro essere infermieri».

"COVID-19: l’unione fa la forza per la rete EOC", a cura di Rosanna Amoruso, INFO SBK ASI, giugno 2020

«Una delle difficoltà maggiori che gli infermieri hanno dovuto affrontare [durante la pandemia, ndr], comune a tutte le sedi dell'EOC, è stata la solitudine del paziente nella malattia. Senza visite, il curante rimane l’unico contatto con il quale il paziente può condividere le proprie angosce e dal quale i suoi familiari ricevono notizie sul suo stato di salute. È un carico emozionale non indifferente. Abbiamo sempre insistito sull’importanza del contatto con il paziente, sulla vicinanza e il coinvolgimento dei familiari nel processo di cura. Paradigmi che sono stati stravolti da questa malattia, che per essere gestita richiede invece una distanza fisica che non fa parte del nostro essere infermieri».

"COVID-19: l’unione fa la forza per la rete EOC", a cura di Rosanna Amoruso, INFO SBK ASI, giugno 2020

«Una delle difficoltà maggiori che gli infermieri hanno dovuto affrontare [durante la pandemia, ndr], comune a tutte le sedi dell'EOC, è stata la solitudine del paziente nella malattia.

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«Penso che la sanità debba essere pubblica, penso che la salute non sia in vendita. La differenza fondamentale fra la sanità pubblica e quella privata è che la prima lavora per ridurre il fatturato, la seconda per aumentarlo. Al malato interessa molto se chi lo cura lo fa per per prevenire la malattia (e la pandemia è un'evidenza stratosferica a favore della sanità pubblica), oppure se chi lo cura ha il problema di aumentare il suo fatturato: è una cosa completamente diversa».

Giuseppe Remuzzi in "Petrolio-Antivirus", RAI 2, 30.05.2020

«Penso che la sanità debba essere pubblica, penso che la salute non sia in vendita. La differenza fondamentale fra la sanità pubblica e quella privata è che la prima lavora per ridurre il fatturato, la seconda per aumentarlo. Al malato interessa molto se chi lo cura lo fa per per prevenire la malattia (e la pandemia è un'evidenza stratosferica a favore della sanità pubblica), oppure se chi lo cura ha il problema di aumentare il suo fatturato: è una cosa completamente diversa».

Giuseppe Remuzzi in "Petrolio-Antivirus", RAI 2, 30.05.2020

«Penso che la sanità debba essere pubblica, penso che la salute non sia in vendita. La differenza fondamentale fra la sanità pubblica e quella privata è che la prima lavora per ridurre il fatturato, la seconda per aumentarlo.

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«La nostra storia recente ci insegna che l'offesa arrecata alla dignità della morte mina l'intera comunità, impedisce il lavoro del lutto, inibisce la memoria. L'impossibilità di elaborare il passato sospende il presente, sbarra il futuro. i singoli gesti del commiato, i riti collettivi della perdita, sono perciò indispensabili».

Donatella di Cesare, "Commemorare le vittime del coronavirus", L'Espresso, 19.04.2020

«La nostra storia recente ci insegna che l'offesa arrecata alla dignità della morte mina l'intera comunità, impedisce il lavoro del lutto, inibisce la memoria. L'impossibilità di elaborare il passato sospende il presente, sbarra il futuro. i singoli gesti del commiato, i riti collettivi della perdita, sono perciò indispensabili».

Donatella di Cesare, "Commemorare le vittime del coronavirus", L'Espresso, 19.04.2020

«La nostra storia recente ci insegna che l'offesa arrecata alla dignità della morte mina l'intera comunità, impedisce il lavoro del lutto, inibisce la memoria. L'impossibilità di elaborare il passato sospende il presente, sbarra il futuro.

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«Quello che è certo è che quello che diventeremo non è già stato, non potrà essere quello che siamo già stati. Non più dopo questo trauma. È questa la nostra paura più grande. Ma come diceva bene Jung: "Là dove è più grande la paura, questo è il nostro compito"».

Massimo Recalcati, "La curva dell'angoscia", La Repubblica, 11.04.2020

«Quello che è certo è che quello che diventeremo non è già stato, non potrà essere quello che siamo già stati. Non più dopo questo trauma. È questa la nostra paura più grande. Ma come diceva bene Jung: "Là dove è più grande la paura, questo è il nostro compito"».

Massimo Recalcati, "La curva dell'angoscia", La Repubblica, 11.04.2020

«Quello che è certo è che quello che diventeremo non è già stato, non potrà essere quello che siamo già stati. Non più dopo questo trauma. È questa la nostra paura più grande. Ma come diceva bene Jung: "Là dove è più grande la paura, questo è il nostro compito"».

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«La sventura ci priva di noi stessi, ci priva di quell’Io che è il nostro naturale sostegno. È come se nella sventura il tempo si frantumasse in mille schegge che si conficcano in un presente improvvisamente senza più storia né avvenire. Si, la sventura ci fa perdere il tempo e ci fa perdere il mondo. E ci fa sanguinare l’anima. […]  Tra i risvolti di questa crisi [dovuta alla pandemia, ndr] c’è la riscoperta della lentezza, del tempo lento, molto più vicino a quello interiore. Sono giorni questi in cui la solitudine imposta dall’emergenza potrebbe indurre giovani e non più giovani a riflettere sul senso della vita e a riscoprire proprio quel tempo lento o interiore che consente di ridare senso al passato sottraendoci alla famelica egemonia del presente».

Eugenio Borgna in Antonio Gnoli, Follia e poesia sono sorelle, Robinson - La Repubblica, 11.04.2020

«La sventura ci priva di noi stessi, ci priva di quell’Io che è il nostro naturale sostegno. È come se nella sventura il tempo si frantumasse in mille schegge che si conficcano in un presente improvvisamente senza più storia né avvenire. Si, la sventura ci fa perdere il tempo e ci fa perdere il mondo. E ci fa sanguinare l’anima. […]  Tra i risvolti di questa crisi [dovuta alla pandemia, ndr] c’è la riscoperta della lentezza, del tempo lento, molto più vicino a quello interiore. Sono giorni questi in cui la solitudine imposta dall’emergenza potrebbe indurre giovani e non più giovani a riflettere sul senso della vita e a riscoprire proprio quel tempo lento o interiore che consente di ridare senso al passato sottraendoci alla famelica egemonia del presente».

Eugenio Borgna in Antonio Gnoli, Follia e poesia sono sorelle, Robinson - La Repubblica, 11.04.2020

«La sventura ci priva di noi stessi, ci priva di quell’Io che è il nostro naturale sostegno. È come se nella sventura il tempo si frantumasse in mille schegge che si conficcano in un presente improvvisamente senza più storia né avvenire.

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«Può anche darsi che la paura sia roba da femmine. Non per caso i Paesi nei quali il Covid ha fatto meno vittime, notizia giustamente stra-citata da settimane, sono tutti governati da donne. Di conseguenza, si capisce che gli animosi maschi di destra preferiscano perire nella pugna (Trump armi in pugno, Bolsonaro a cavallo, Sgarbi gridando «capra!» al virus) piuttosto che chinare il capo all’evidenza. Non fosse che levarsi la mascherina, come ormai sanno anche i bambini delle scuole elementari nonostante la chiusura delle stesse, non espone all’inclemenza della malattia solo il proprio bel volto intemerato; espone gli altri al tuo fiato. Circolare senza mascherina è dunque il più classico dei “me ne frego”, da pronunciare petto in fuori. Questo ci rimanda, inesorabilmente, alla domanda iniziale: la mascherina non è di destra né di sinistra, ma non mettersela è una forma di arditismo a costo zero. Il prezzo lo pagano gli altri.». 

Michele Serra, L'amaca - "Veri maschi contro il virus", La Repubblica, 13.06.2020

«Può anche darsi che la paura sia roba da femmine. Non per caso i Paesi nei quali il Covid ha fatto meno vittime, notizia giustamente stra-citata da settimane, sono tutti governati da donne. Di conseguenza, si capisce che gli animosi maschi di destra preferiscano perire nella pugna (Trump armi in pugno, Bolsonaro a cavallo, Sgarbi gridando «capra!» al virus) piuttosto che chinare il capo all’evidenza. Non fosse che levarsi la mascherina, come ormai sanno anche i bambini delle scuole elementari nonostante la chiusura delle stesse, non espone all’inclemenza della malattia solo il proprio bel volto intemerato; espone gli altri al tuo fiato. Circolare senza mascherina è dunque il più classico dei “me ne frego”, da pronunciare petto in fuori. Questo ci rimanda, inesorabilmente, alla domanda iniziale: la mascherina non è di destra né di sinistra, ma non mettersela è una forma di arditismo a costo zero. Il prezzo lo pagano gli altri.». 

Michele Serra, L'amaca - "Veri maschi contro il virus", La Repubblica, 13.06.2020

«Può anche darsi che la paura sia roba da femmine. Non per caso i Paesi nei quali il Covid ha fatto meno vittime, notizia giustamente stra-citata da settimane, sono tutti governati da donne.

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«Je pense qui c’est bien si le public comprend que la science ne produit pas des vérités. Ce qu’elle fait, c’est diriger vers la vérité, qu’elle n’atteint jamais complètement. Cela signifie qu’il y a toujours de la place pour l’erreur, l’incertitude et le doute. C’est toujours mauvais quand les politiciens disent avoir pris des décisions en accord avec la science. Cela ne veut absolument rien dire. De quelle science parlez-vous? Quelles preuves, quelle incertitude, à quel point êtes-vous sûr des résultats? La «science» dans ce sens-là est une invention des politiciens pour se protéger des critiques. Dons nous devons expliquer qu’une telle chose, «la vérité» ou «la science», cela n’existe pas. Il y a seulement des probabilités, et des possibilités». 

Richard Horton, "Le COVID-19 montre une faillite catastrophique des gouvernements occidentaux", Le Monde, 20.06.2020

«Je pense qui c’est bien si le public comprend que la science ne produit pas des vérités. Ce qu’elle fait, c’est diriger vers la vérité, qu’elle n’atteint jamais complètement. Cela signifie qu’il y a toujours de la place pour l’erreur, l’incertitude et le doute. C’est toujours mauvais quand les politiciens disent avoir pris des décisions en accord avec la science. Cela ne veut absolument rien dire. De quelle science parlez-vous? Quelles preuves, quelle incertitude, à quel point êtes-vous sûr des résultats? La «science» dans ce sens-là est une invention des politiciens pour se protéger des critiques. Dons nous devons expliquer qu’une telle chose, «la vérité» ou «la science», cela n’existe pas. Il y a seulement des probabilités, et des possibilités». 

Richard Horton, "Le COVID-19 montre une faillite catastrophique des gouvernements occidentaux", Le Monde, 20.06.2020

«Je pense qui c’est bien si le public comprend que la science ne produit pas des vérités. Ce qu’elle fait, c’est diriger vers la vérité, qu’elle n’atteint jamais complètement.

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«I can’t breathe. Non riesco a respirare. Le ultime parole dell’afroamericano George Floyd – soffocato dal ginocchio di un poliziotto di Minneapolis dopo dieci minuti di agonia – sono le stesse di Eric Garner, ucciso a Staten Island nel 2014. Parole diventate uno slogan di chi combatte per i diritti civili. Le stesse che avranno pensato i ‘frutti strani’ di Billie Holiday, quelli appesi ai pioppi dopo i linciaggi, “sangue sulle foglie e sangue sulle radici”, ormai incapaci di aprire la bocca al vento. “Un corpo nero dondola nella brezza del Sud”».

Lorenzo Erroi, "Perdere il corpo (in morte di George Floyd)", LaRegione, 30.05.2020

«I can’t breathe. Non riesco a respirare. Le ultime parole dell’afroamericano George Floyd – soffocato dal ginocchio di un poliziotto di Minneapolis dopo dieci minuti di agonia – sono le stesse di Eric Garner, ucciso a Staten Island nel 2014. Parole diventate uno slogan di chi combatte per i diritti civili. Le stesse che avranno pensato i ‘frutti strani’ di Billie Holiday, quelli appesi ai pioppi dopo i linciaggi, “sangue sulle foglie e sangue sulle radici”, ormai incapaci di aprire la bocca al vento. “Un corpo nero dondola nella brezza del Sud”».

Lorenzo Erroi, "Perdere il corpo (in morte di George Floyd)", LaRegione, 30.05.2020

«I can’t breathe. Non riesco a respirare. Le ultime parole dell’afroamericano George Floyd – soffocato dal ginocchio di un poliziotto di Minneapolis dopo dieci minuti di agonia – sono le stesse di Eric Garner, ucciso a Staten Island nel 2014.

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«Oggi tutti parlano e nessuno sta a sentire. Bisogna fare silenzio per poter ascoltare. Un silenzio attivo, che ti aiuta a percepire non solo il suono ma anche te stesso, la tua anima».

Ezio Bosso, Intervista a cura di Giuseppina Manin, Sette - Corriere della Sera, 02.08.2019

«Oggi tutti parlano e nessuno sta a sentire. Bisogna fare silenzio per poter ascoltare. Un silenzio attivo, che ti aiuta a percepire non solo il suono ma anche te stesso, la tua anima».

Ezio Bosso, Intervista a cura di Giuseppina Manin, Sette - Corriere della Sera, 02.08.2019

«Oggi tutti parlano e nessuno sta a sentire. Bisogna fare silenzio per poter ascoltare. Un silenzio attivo, che ti aiuta a percepire non solo il suono ma anche te stesso, la tua anima».

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«La psyché nationale sort durablement ebranlée de cette [pandémie]. Réparer les vivants sera plus ardu que de lâcher des millards pour redresser le tourisme. "Reconnaître que les endeuillés ont été maltraités par les mesures sanitaires, qu'il y a eu des morts injustes, ferait beaucuoucp de bien", dit Marie-Frédérique Bacqué. Une cérémonie nationale? "Ne pas en faire serait une erreur", poursuit-elle; "une catastrophe", renchérit Emmanuel Hirsch, car "il faut qu'on intègre ces morts dans notre histoire, qu'ils ne soient pas dans l'errance"».

Véronique Groussard e Marie Guicoux, "Réparer les vivants", L'OBS, 24.05.2020

«La psyché nationale sort durablement ebranlée de cette [pandémie]. Réparer les vivants sera plus ardu que de lâcher des millards pour redresser le tourisme. "Reconnaître que les endeuillés ont été maltraités par les mesures sanitaires, qu'il y a eu des morts injustes, ferait beaucuoucp de bien", dit Marie-Frédérique Bacqué. Une cérémonie nationale? "Ne pas en faire serait une erreur", poursuit-elle; "une catastrophe", renchérit Emmanuel Hirsch, car "il faut qu'on intègre ces morts dans notre histoire, qu'ils ne soient pas dans l'errance"».

Véronique Groussard e Marie Guicoux, "Réparer les vivants", L'OBS, 24.05.2020

«La psyché nationale sort durablement ebranlée de cette [pandémie]. Réparer les vivants sera plus ardu que de lâcher des millards pour redresser le tourisme.

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«Dobbiamo liberarci dalla corsa folle che ci ha intrappolati e dal credere che il tempo sia solamente denaro; dalla bramosia del superfluo; dalla tirannia delle cose, che ci allontana dall'Uomo; [...] dal credere che la felicità sia solo un diritto, quando il sorriso è un nostro dovere verso il mondo.».

Paolo Rumiz, "Liberiamoci dal male", Robinson - La Repubblica, 25.04.2020

«Dobbiamo liberarci dalla corsa folle che ci ha intrappolati e dal credere che il tempo sia solamente denaro; dalla bramosia del superfluo; dalla tirannia delle cose, che ci allontana dall'Uomo; [...] dal credere che la felicità sia solo un diritto, quando il sorriso è un nostro dovere verso il mondo.».

Paolo Rumiz, "Liberiamoci dal male", Robinson - La Repubblica, 25.04.2020

«Dobbiamo liberarci dalla corsa folle che ci ha intrappolati e dal credere che il tempo sia solamente denaro; dalla bramosia del superfluo; dalla tirannia delle cose, che ci allontana dall'Uomo; [...] dal credere che la felicità sia solo un diritto, quando il sorriso è un nostro do

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Piccolo manifesto per una normalità nuova

Tornare alla normalità, ma a quale normalità? Come costruire insieme una normalità nuova, che sia anche buona, giusta e gentile?

Quali allora gli ingredienti di questa esperienza nuova di vita e di società, che sappia coniugare e rendere possibile la Bellezza, che è anche Bontà, come dice la parola greca Kalòs, nel momento che incontra la Giustizia, la Dignità di ogni uomo, per poi trovare un posto alla Felicità.

“Ingredienti” che stanno in 21 parole + altre, racchiuse nello scrigno della lettera S, che qui raccolgo come un “giardiniere”, che cura i fiori e le erbe del suo “giardino”. Parole, che disegnano l'orizzonte di quelle che noi chiamiamo social-existential humanities. Il “giardino“ di una normalità nuova ha però bisogno di...


1. Saggezza, che non è erudizione, non solo sapienza e non solo competenza;

2. Silenzio, per una società della musica e non del rumore;

3. Solidarietà, come segno di fratellanza;

4. Solitudine, che non vuol dire “essere soli”;

5. Sollecitudine, una condizione per la Cura di Sé , dell'Altro e del Mondo; Cura e preoccupazione;

6. Simpateticità, come gesto ed emozione di amicizia per essere in sintonia con Sé stesso, con gli Altri e con il Mondo;

7. Sogno, che crede nell'utopia che è il “sale della vita”;

8. Sessualità, come le “953 finestre aperte Taj Mahal”, aperte per riprendersi il corpo, per dare “casa” alla passione;

9. Spiritualità, per non smettere di guardare il cielo e gli orizzonti dietro la collina, come nell'”infinito” leopardiano;

10. Salute, non come assenza di malattia, ma come capacità di dialogare e adattarsi alla malattia;

11. Salubrità, come Cura dell'aria, delle acque, dei venti, della terra;

12. Simbolicità, per dire che le cose hanno anche un valore altro, che sfugge alla loro materialità;

13. Sacralità, per rianimare il valore dei gesti, che ci aprono all'invisibile;

14. Socievolezza, ma non superficialità;

15. Sicurezza, ma non sorveglianza;

16. Serendipità, come “fortuna di fare felici scoperte per puro caso o trovare una cosa non cercata e imprevista mentre ne stavi cercando un'altra“ (Horace Walpole, 1754 - da Wikipedia);

17. Solarità, perché è bello dare sorrisi e ricevere sorrisi;

18. Sordità “selettiva” nel non ascoltare la grande “Giostra mass-mediatica”;

19. Speranza, che deve essere curata come un fiore colorato del giardino della vita;

20. Serenità, che non è frenesia, eccitazione, forse nemmeno lapilli di felicità , ma solo un dolce mare in cui navigare, lasciandosi cullare dalle onde in attesa di una nuova alba.

21. Sensibilità, non come “poulailler des émotions”, ma come forma del pensiero, come stile della Ragione, non mero “problem solving”, ma diverso spiracolo di conoscenza;

22. ... e altro ancora, come Sincronicità, Sequenzialità, che tiene aperte le “ali del tempo” contro una simultaneità, che le vuole racchiudere nell'istantaneo del presente e poi Stupore verso le cose del mondo, capace di sconfiggere il banale e permettere l'infinita Scoperta.

Non so dire quale sia tra questi “ingredienti”, come fossero “buone semenze”, prezioso e il più immediatamente utile, ognuno coltiverà i fiori che preferisce. Quello che veramente conta è il mescolamento dialogico di questi ingredienti, fiori e erbe aromatiche, che ora sembrano tutti preziosissimi semi per la cura del “Giardino della vita”, in cui far nascere una normalità nuova, che ci invita, accanto alle cose abituali della quotidianità, come già suggeriva nel 1917 nel suo “Testamento spirituale” Pavel Florenskij, ad osservare “più spesso le stelle”...

e... “Quando avrete un peso sull'animo, guardate le stelle o l'azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all'aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete".

Graziano Martignoni, Comano, 14.05.2020
Tratto dall'undicesima lettera al Parco San Rocco

Piccolo manifesto per una normalità nuova

Tornare alla normalità, ma a quale normalità? Come costruire insieme una normalità nuova, che sia anche buona, giusta e gentile?

Quali allora gli ingredienti di questa esperienza nuova di vita e di società, che sappia coniugare e rendere possibile la Bellezza, che è anche Bontà, come dice la parola greca Kalòs, nel momento che incontra la Giustizia, la Dignità di ogni uomo, per poi trovare un posto alla Felicità.

“Ingredienti” che stanno in 21 parole + altre, racchiuse nello scrigno della lettera S, che qui raccolgo come un “giardiniere”, che cura i fiori e le erbe del suo “giardino”. Parole, che disegnano l'orizzonte di quelle che noi chiamiamo social-existential humanities. Il “giardino“ di una normalità nuova ha però bisogno di...


1. Saggezza, che non è erudizione, non solo sapienza e non solo competenza;

2. Silenzio, per una società della musica e non del rumore;

3. Solidarietà, come segno di fratellanza;

4. Solitudine, che non vuol dire “essere soli”;

5. Sollecitudine, una condizione per la Cura di Sé , dell'Altro e del Mondo; Cura e preoccupazione;

6. Simpateticità, come gesto ed emozione di amicizia per essere in sintonia con Sé stesso, con gli Altri e con il Mondo;

7. Sogno, che crede nell'utopia che è il “sale della vita”;

8. Sessualità, come le “953 finestre aperte Taj Mahal”, aperte per riprendersi il corpo, per dare “casa” alla passione;

9. Spiritualità, per non smettere di guardare il cielo e gli orizzonti dietro la collina, come nell'”infinito” leopardiano;

10. Salute, non come assenza di malattia, ma come capacità di dialogare e adattarsi alla malattia;

11. Salubrità, come Cura dell'aria, delle acque, dei venti, della terra;

12. Simbolicità, per dire che le cose hanno anche un valore altro, che sfugge alla loro materialità;

13. Sacralità, per rianimare il valore dei gesti, che ci aprono all'invisibile;

14. Socievolezza, ma non superficialità;

15. Sicurezza, ma non sorveglianza;

16. Serendipità, come “fortuna di fare felici scoperte per puro caso o trovare una cosa non cercata e imprevista mentre ne stavi cercando un'altra“ (Horace Walpole, 1754 - da Wikipedia);

17. Solarità, perché è bello dare sorrisi e ricevere sorrisi;

18. Sordità “selettiva” nel non ascoltare la grande “Giostra mass-mediatica”;

19. Speranza, che deve essere curata come un fiore colorato del giardino della vita;

20. Serenità, che non è frenesia, eccitazione, forse nemmeno lapilli di felicità , ma solo un dolce mare in cui navigare, lasciandosi cullare dalle onde in attesa di una nuova alba.

21. Sensibilità, non come “poulailler des émotions”, ma come forma del pensiero, come stile della Ragione, non mero “problem solving”, ma diverso spiracolo di conoscenza;

22. ... e altro ancora, come Sincronicità, Sequenzialità, che tiene aperte le “ali del tempo” contro una simultaneità, che le vuole racchiudere nell'istantaneo del presente e poi Stupore verso le cose del mondo, capace di sconfiggere il banale e permettere l'infinita Scoperta.

Non so dire quale sia tra questi “ingredienti”, come fossero “buone semenze”, prezioso e il più immediatamente utile, ognuno coltiverà i fiori che preferisce. Quello che veramente conta è il mescolamento dialogico di questi ingredienti, fiori e erbe aromatiche, che ora sembrano tutti preziosissimi semi per la cura del “Giardino della vita”, in cui far nascere una normalità nuova, che ci invita, accanto alle cose abituali della quotidianità, come già suggeriva nel 1917 nel suo “Testamento spirituale” Pavel Florenskij, ad osservare “più spesso le stelle”...

e... “Quando avrete un peso sull'animo, guardate le stelle o l'azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all'aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete".

Graziano Martignoni, Comano, 14.05.2020
Tratto dall'undicesima lettera al Parco San Rocco

Piccolo manifesto per una normalità nuova

Tornare alla normalità, ma a quale normalità? Come costruire insieme una normalità nuova, che sia anche buona, giusta e gentile?
Quali allora gli ingredienti di questa esperienza nuova di vita e di società, che sappia coniugare e rendere possibile la Bellezza, che è anche Bontà, come dice la parola greca Kalòs, nel momento che incontra la Giustizia, la Dignità di ogni uomo, per poi trovare un posto alla Felicità.
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«[Con la scrittura] la mia idea è quella di andare a guardare dentro un'esperienza vissuta che cosa c'è da illustrare e portare alla luce per gli altri. Non è quello che accadrebbe se facessi, ad esempio, psicanalisi; quello sarebbe un percorso personale, troverei sollievo per me. Ciò che io riesco a fare con la scrittura, e solo con essa, è rendere universale un'esperienza altrimenti soltanto intima e individuale». 

Annie Ernaux, Fahrenheit - Speciale Salone del Libro di Torino, RAI Radio 3, 15.05.2020

«[Con la scrittura] la mia idea è quella di andare a guardare dentro un'esperienza vissuta che cosa c'è da illustrare e portare alla luce per gli altri. Non è quello che accadrebbe se facessi, ad esempio, psicanalisi; quello sarebbe un percorso personale, troverei sollievo per me. Ciò che io riesco a fare con la scrittura, e solo con essa, è rendere universale un'esperienza altrimenti soltanto intima e individuale». 

Annie Ernaux, Fahrenheit - Speciale Salone del Libro di Torino, RAI Radio 3, 15.05.2020

«[Con la scrittura] la mia idea è quella di andare a guardare dentro un'esperienza vissuta che cosa c'è da illustrare e portare alla luce per gli altri.

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«Situation d'enseignement: en classe, l'image est toujours partielle et nous ne sommes soumis à nul autre regard. Ici l'écran de la classe virtuelle offre une sorte de panorama presque complet. Cette accumulation de fenêtres, de vues, de regards, de reflets me fait penser aux Ménines de Vélasquez. Dans Les mots et les choses, Michel Foucault analyse ce chef-d'oeuvre. Il y évoque "un réseau complexe d'incertitudes, d'échanges et d'esquives", un tableau dans lequel "le spectateur et le modèle inversent leur rôle à l'infini"».

Mara Goyet, "Voilà ce qui se passe dans ma web-salle de classe", L'OBS, 23.05.2020

«Situation d'enseignement: en classe, l'image est toujours partielle et nous ne sommes soumis à nul autre regard. Ici l'écran de la classe virtuelle offre une sorte de panorama presque complet. Cette accumulation de fenêtres, de vues, de regards, de reflets me fait penser aux Ménines de Vélasquez. Dans Les mots et les choses, Michel Foucault analyse ce chef-d'oeuvre. Il y évoque "un réseau complexe d'incertitudes, d'échanges et d'esquives", un tableau dans lequel "le spectateur et le modèle inversent leur rôle à l'infini"».

Mara Goyet, "Voilà ce qui se passe dans ma web-salle de classe", L'OBS, 23.05.2020

«Situation d'enseignement: en classe, l'image est toujours partielle et nous ne sommes soumis à nul autre regard. Ici l'écran de la classe virtuelle offre une sorte de panorama presque complet.

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«Dopo il Covid-19 saremo fra coloro che hanno vissuto la condizione dei reduci. Cosa ci unirà ai nostri predecessori? Prima di tutto, la sensazione che sia accaduto qualcosa che andasse la nostra immaginazione. E per questo non siamo oggi in grado di immaginare l’avvenire né di avere un lucido ricordo del passato di appena qualche settimana fa. La catastrofe ha spezzato il tempo e ha sospeso il presente. Soprattutto sappiamo oggi che nell’esperienza del reduce di una fine del mondo, c’è un lutto, difficile da elaborare perché legato al senso di inadeguatezza che porta a provare una sensazione di colpa. La catastrofe porta con sé l’arbitrarietà della morte. Molti di noi si chiederanno: perché sono sopravvissuto e per quale motivo se ne sia andato un prossimo?». 

Wlodek Goldkorn, "Saremo chiamati reduci", L’Espresso, 29.3.2020

«Dopo il Covid-19 saremo fra coloro che hanno vissuto la condizione dei reduci. Cosa ci unirà ai nostri predecessori? Prima di tutto, la sensazione che sia accaduto qualcosa che andasse la nostra immaginazione. E per questo non siamo oggi in grado di immaginare l’avvenire né di avere un lucido ricordo del passato di appena qualche settimana fa. La catastrofe ha spezzato il tempo e ha sospeso il presente. Soprattutto sappiamo oggi che nell’esperienza del reduce di una fine del mondo, c’è un lutto, difficile da elaborare perché legato al senso di inadeguatezza che porta a provare una sensazione di colpa. La catastrofe porta con sé l’arbitrarietà della morte. Molti di noi si chiederanno: perché sono sopravvissuto e per quale motivo se ne sia andato un prossimo?». 

Wlodek Goldkorn, "Saremo chiamati reduci", L’Espresso, 29.3.2020

«Dopo il Covid-19 saremo fra coloro che hanno vissuto la condizione dei reduci. Cosa ci unirà ai nostri predecessori? Prima di tutto, la sensazione che sia accaduto qualcosa che andasse la nostra immaginazione. E per questo non siamo oggi in grado di immaginare l’avvenire né di avere un lucido ricordo del passato di appena qualche settimana fa. La catastrofe ha spezzato il tempo e ha sospeso il presente. Soprattutto sappiamo oggi che nell’esperienza del reduce di una fine del mondo, c’è un lutto, difficile da elaborare perché legato al senso di inadeguatezza che porta a provare una sensazione di colpa. La catastrofe porta con sé l’arbitrarietà della morte. Molti di noi si chiederanno: perché sono sopravvissuto e per quale motivo se ne sia andato un prossimo?».

Wlodek Goldkorn, "Saremo chiamati reduci", L’Espresso, 29.3.2020
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«On nous enfon­cera dans le crâne, comme on intube les malades du coronavirus, des statistiques, des projections et des déficits. Ces chiffres investiront notre cerveau comme le virus les poumons du contaminé. Car les pires microbes sur terre ne sont pas ceux des épidémies, mais les chiffres. La vérole, ce sont les chiffres ; la peste, ce sont les statistiques ; le cancer, ce sont les courbes. Tout peut être traduit en chiffres, nous avait expliqué, triomphant, notre professeur de mathématiques au lycée, car lui les maîtrisait, alors que ses élèves, pas du tout. Dominer les autres par les chiffres, ce vice existe donc. La durée de votre vie, la longueur de votre bite, la masse de vos nichons, la tension de votre prostate, toute votre existence peut se résumer en chiffres. Sauf la pensée. On n’a pas encore réussi à convertir en chiffres nos émotions, nos rêves, nos désirs. Par conséquent, ils n’existent pas. Ce qui ne peut être transformé en chiffres n’a pas d’existence politique. On ne sait donc pas quantifier la valeur de notre existence, alors qu’on peut déterminer la valeur d’un bâtonnet pour réaliser le prélèvement dans notre narine qui détectera le coronavirus. Un Coton-Tige a plus de prix que notre vie, car on ne sait comment la chiffrer, alors qu’un Coton-Tige, si».

Riss, "Ignobles chiffres", Charlie Hebdo, 08.04.2020

«On nous enfon­cera dans le crâne, comme on intube les malades du coronavirus, des statistiques, des projections et des déficits. Ces chiffres investiront notre cerveau comme le virus les poumons du contaminé. Car les pires microbes sur terre ne sont pas ceux des épidémies, mais les chiffres. La vérole, ce sont les chiffres ; la peste, ce sont les statistiques ; le cancer, ce sont les courbes. Tout peut être traduit en chiffres, nous avait expliqué, triomphant, notre professeur de mathématiques au lycée, car lui les maîtrisait, alors que ses élèves, pas du tout. Dominer les autres par les chiffres, ce vice existe donc. La durée de votre vie, la longueur de votre bite, la masse de vos nichons, la tension de votre prostate, toute votre existence peut se résumer en chiffres. Sauf la pensée. On n’a pas encore réussi à convertir en chiffres nos émotions, nos rêves, nos désirs. Par conséquent, ils n’existent pas. Ce qui ne peut être transformé en chiffres n’a pas d’existence politique. On ne sait donc pas quantifier la valeur de notre existence, alors qu’on peut déterminer la valeur d’un bâtonnet pour réaliser le prélèvement dans notre narine qui détectera le coronavirus. Un Coton-Tige a plus de prix que notre vie, car on ne sait comment la chiffrer, alors qu’un Coton-Tige, si».

Riss, "Ignobles chiffres", Charlie Hebdo, 08.04.2020

«On nous enfon­cera dans le crâne, comme on intube les malades du coronavirus, des statistiques, des projections et des déficits. Ces chiffres investiront notre cerveau comme le virus les poumons du contaminé. Car les pires microbes sur terre ne sont pas ceux des épidémies, mais les chiffres. La vérole, ce sont les chiffres ; la peste, ce sont les statistiques ; le cancer, ce sont les courbes. Tout peut être traduit en chiffres, nous avait expliqué, triomphant, notre professeur de mathématiques au lycée, car lui les maîtrisait, alors que ses élèves, pas du tout. Dominer les autres par les chiffres, ce vice existe donc. La durée de votre vie, la longueur de votre bite, la masse de vos nichons, la tension de votre prostate, toute votre existence peut se résumer en chiffres. Sauf la pensée. On n’a pas encore réussi à convertir en chiffres nos émotions, nos rêves, nos désirs. Par conséquent, ils n’existent pas. Ce qui ne peut être transformé en chiffres n’a pas d’existence politique. On ne sait donc pas quantifier la valeur de notre existence, alors qu’on peut déterminer la valeur d’un bâtonnet pour réaliser le prélèvement dans notre narine qui détectera le coronavirus. Un Coton-Tige a plus de prix que notre vie, car on ne sait comment la chiffrer, alors qu’un Coton-Tige, si».

Riss, "Ignobles chiffres", Charlie Hebdo, 08.04.2020
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«Stiamo vivendo una tripla crisi: quella biologica di una pandemia che minaccia indistintamente le nostre vite, quella economica nata dalle misure restrittive e quella di civiltà, con il brusco passaggio da una civiltà della mobilità all’obbligo dell’immobilità. Una policrisi che dovrebbe provocare una crisi del pensiero politico e del pensiero in sé. Forse una crisi esistenziale salutare. Abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato, che attinga alle sorgenti dell’etica: la solidarietà e la responsabilità, presenti in ogni società umana. Essenzialmente un umanesimo planetario».

Edgar Morin, “Per l’uomo è tempo di ritrovare sé stesso”, Avvenire, 15.04.2020

«Stiamo vivendo una tripla crisi: quella biologica di una pandemia che minaccia indistintamente le nostre vite, quella economica nata dalle misure restrittive e quella di civiltà, con il brusco passaggio da una civiltà della mobilità all’obbligo dell’immobilità. Una policrisi che dovrebbe provocare una crisi del pensiero politico e del pensiero in sé. Forse una crisi esistenziale salutare. Abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato, che attinga alle sorgenti dell’etica: la solidarietà e la responsabilità, presenti in ogni società umana. Essenzialmente un umanesimo planetario».

Edgar Morin, “Per l’uomo è tempo di ritrovare sé stesso”, Avvenire, 15.04.2020

«Stiamo vivendo una tripla crisi: quella biologica di una pandemia che minaccia indistintamente le nostre vite, quella economica nata dalle misure restrittive e quella di civiltà, con il brusco passaggio da una civiltà della mobilità all’obbligo dell’immobilità. Una policrisi che dovrebbe provocare una crisi del pensiero politico e del pensiero in sé. Forse una crisi esistenziale salutare. Abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato, che attinga alle sorgenti dell’etica: la solidarietà e la responsabilità, presenti in ogni società umana. Essenzialmente un umanesimo planetario».

Edgar Morin, “Per l’uomo è tempo di ritrovare sé stesso”, Avvenire, 15.04.2020
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«Avec la crise sanitaire liée au Covid-19, les soignants s’efforcent de faire face à l’urgence, de traiter la maladie, mais ils ne peuvent plus prendre le temps des soins. […] La disparition du temps des soins donne un sentiment de déshumanisation des actes, de par l’exigence d’efficacité dans ce contexte de surcharge de l’activité et d’angoisse de contamination. Le temps d’échange avec les familles est réduit drastiquement puisqu’elles ne peuvent plus venir voir leur proche hospitalisé. Le temps de communication, de contacts et de soins corporels aux patients, se dérobe du fait de la charge de travail et de la gravité des cas. En outre, le caractère homogène de la pathologie Covid-19, rendant les patients semblables et la prise en charge technique répétitive, empêche l’individualisation des soins en fonction du terrain».

"Coronavirus : «Les réanimateurs souffrent de la disparition du temps de soin»", Le Monde, 29.04.2020

«Avec la crise sanitaire liée au Covid-19, les soignants s’efforcent de faire face à l’urgence, de traiter la maladie, mais ils ne peuvent plus prendre le temps des soins. […] La disparition du temps des soins donne un sentiment de déshumanisation des actes, de par l’exigence d’efficacité dans ce contexte de surcharge de l’activité et d’angoisse de contamination. Le temps d’échange avec les familles est réduit drastiquement puisqu’elles ne peuvent plus venir voir leur proche hospitalisé. Le temps de communication, de contacts et de soins corporels aux patients, se dérobe du fait de la charge de travail et de la gravité des cas. En outre, le caractère homogène de la pathologie Covid-19, rendant les patients semblables et la prise en charge technique répétitive, empêche l’individualisation des soins en fonction du terrain».

"Coronavirus : «Les réanimateurs souffrent de la disparition du temps de soin»", Le Monde, 29.04.2020

«Avec la crise sanitaire liée au Covid-19, les soignants s’efforcent de faire face à l’urgence, de traiter la maladie, mais ils ne peuvent plus prendre le temps des soins. […] La disparition du temps des soins donne un sentiment de déshumanisation des actes, de par l’exigence d’efficacité dans ce contexte de surcharge de l’activité et d’angoisse de contamination. Le temps d’échange avec les familles est réduit drastiquement puisqu’elles ne peuvent plus venir voir leur proche hospitalisé. Le temps de communication, de contacts et de soins corporels aux patients, se dérobe du fait de la charge de travail et de la gravité des cas. En outre, le caractère homogène de la pathologie Covid-19, rendant les patients semblables et la prise en charge technique répétitive, empêche l’individualisation des soins en fonction du terrain».

"Coronavirus : «Les réanimateurs souffrent de la disparition du temps de soin»", Le Monde, 29.04.2020
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«Non si tratta di eliminare l’incertezza, perché occorre sempre privilegiare il dubbio rispetto alla creazione artificiale del vero. Purtroppo non esistono garanzie per affrontare l’avvenire: in presenza di una pandemia valgono soltanto le conoscenze, i ragionamenti, i valori discussi e le decisioni conseguenti. E, come unica bussola, una coscienza inquieta e non fatalista della nostra comune fragilità». 

Bertrand Kiefer, "Coronavirus, responsabilité et fragilité", Revue Médicale Suisse, 2020, n. 685

«Non si tratta di eliminare l’incertezza, perché occorre sempre privilegiare il dubbio rispetto alla creazione artificiale del vero. Purtroppo non esistono garanzie per affrontare l’avvenire: in presenza di una pandemia valgono soltanto le conoscenze, i ragionamenti, i valori discussi e le decisioni conseguenti. E, come unica bussola, una coscienza inquieta e non fatalista della nostra comune fragilità». 

Bertrand Kiefer, "Coronavirus, responsabilité et fragilité", Revue Médicale Suisse, 2020, n. 685

«Non si tratta di eliminare l’incertezza, perché occorre sempre privilegiare il dubbio rispetto alla creazione artificiale del vero. Purtroppo non esistono garanzie per affrontare l’avvenire: in presenza di una pandemia valgono soltanto le conoscenze, i ragionamenti, i valori discussi e le decisioni conseguenti. E, come unica bussola, una coscienza inquieta e non fatalista della nostra comune fragilità».

Bertrand Kiefer, "Coronavirus, responsabilité et fragilité", Revue Médicale Suisse, 2020, n. 685
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«L’etica deriva dalla capacità di immaginare il dolore degli altri».

Dacia Maraini in T. Numerico, "Approvami. E rendimi un corpo pensante", Il Manifesto, 28.03.2020

«L’etica deriva dalla capacità di immaginare il dolore degli altri».

Dacia Maraini in T. Numerico, "Approvami. E rendimi un corpo pensante", Il Manifesto, 28.03.2020

«L’etica deriva dalla capacità di immaginare il dolore degli altri»

Dacia Maraini in T. Numerico, "Approvami. E rendimi un corpo pensante", Il Manifesto, 28.03.2020
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Il concetto e la pratica del “triage”

Il triage è nato con la medicina di catastrofe e in tempo di guerra con lo scopo di trovare una soluzione quando le risorse sono molto inferiori ai bisogni. Ovvero quando il numero di “feriti” è superiore alle possibilità di curarli tutti. Le direttive etiche durante una catastrofe, naturale o bellica, prevedono che venga curato prima chi rischia la vita ma può salvarsi. Chi non è in pericolo di morte non viene curato con la stessa qualità di quanto si farebbe in tempi di pace. E chi non ha possibilità di sopravvivenza non viene curato in modo attivo, ma lo si libera almeno dal dolore. In tempi “normali” la possibilità del paziente di uscire dall’ospedale è uno dei parametri che si usano per decidere se metterlo a beneficio di terapie intensive e sovente dolorose. Si tratta di decisioni difficili e complesse che vanno prese tramite criteri biografici, clinici e di laboratorio (l’età ma non solo: anche le malattie pregresse o attuali, la frequenza cardiaca, la quantità d’ossigeno nel sangue, lo stato di coscienza, eccetera) per capire quali sono le possibilità di sopravvivenza del paziente. Inoltre e soprattutto si seguono i quattro principi della bioetica. In un contesto “normale” il primo principio è quello dell’autonomia: si comincia col capire se il paziente desidera o no una terapia intensiva. E qui entrano in gioco le direttive anticipate. Ci sono anziani che decidono, dopo aver sentito il parere e le spiegazioni del loro medico, che in cure intensive le sofferenze per loro sarebbero maggiori dell’eventuale beneficio ottenuto a corto termine. Il secondo principio è quello della benevolenza. Le cure cioè devono fare il bene del paziente. Il terzo è quello del non nuocere. Ovvero non fare del male accanendosi inutilmente o proseguendo con terapie superflue quando la prognosi è ormai irreversibile. In tempi di pandemia o di catastrofe subentra il quarto principio: quello della giustizia distributiva: la valutazione dei rischi rispetto ai benefici deve tener conto non soltanto del soggetto, ma anche della collettività. Durante questo ultimo mese di pandemia, per non arrivare a scelte troppo tragicamente complesse ecco che si sono moltiplicati i letti di cure intense totalmente attrezzati, aumentati e allungati i turni dei curanti: il tutto ha finora permesso di poter offrire un letto in ospedale rispettivamente in cure intense a tutti i pazienti che ne necessitavano ed esaudivano i criteri di ammissione.

Roberto Malacrida

Il concetto e la pratica del “triage”

Il triage è nato con la medicina di catastrofe e in tempo di guerra con lo scopo di trovare una soluzione quando le risorse sono molto inferiori ai bisogni. Ovvero quando il numero di “feriti” è superiore alle possibilità di curarli tutti. Le direttive etiche durante una catastrofe, naturale o bellica, prevedono che venga curato prima chi rischia la vita ma può salvarsi. Chi non è in pericolo di morte non viene curato con la stessa qualità di quanto si farebbe in tempi di pace. E chi non ha possibilità di sopravvivenza non viene curato in modo attivo, ma lo si libera almeno dal dolore. In tempi “normali” la possibilità del paziente di uscire dall’ospedale è uno dei parametri che si usano per decidere se metterlo a beneficio di terapie intensive e sovente dolorose. Si tratta di decisioni difficili e complesse che vanno prese tramite criteri biografici, clinici e di laboratorio (l’età ma non solo: anche le malattie pregresse o attuali, la frequenza cardiaca, la quantità d’ossigeno nel sangue, lo stato di coscienza, eccetera) per capire quali sono le possibilità di sopravvivenza del paziente. Inoltre e soprattutto si seguono i quattro principi della bioetica. In un contesto “normale” il primo principio è quello dell’autonomia: si comincia col capire se il paziente desidera o no una terapia intensiva. E qui entrano in gioco le direttive anticipate. Ci sono anziani che decidono, dopo aver sentito il parere e le spiegazioni del loro medico, che in cure intensive le sofferenze per loro sarebbero maggiori dell’eventuale beneficio ottenuto a corto termine. Il secondo principio è quello della benevolenza. Le cure cioè devono fare il bene del paziente. Il terzo è quello del non nuocere. Ovvero non fare del male accanendosi inutilmente o proseguendo con terapie superflue quando la prognosi è ormai irreversibile. In tempi di pandemia o di catastrofe subentra il quarto principio: quello della giustizia distributiva: la valutazione dei rischi rispetto ai benefici deve tener conto non soltanto del soggetto, ma anche della collettività. Durante questo ultimo mese di pandemia, per non arrivare a scelte troppo tragicamente complesse ecco che si sono moltiplicati i letti di cure intense totalmente attrezzati, aumentati e allungati i turni dei curanti: il tutto ha finora permesso di poter offrire un letto in ospedale rispettivamente in cure intense a tutti i pazienti che ne necessitavano ed esaudivano i criteri di ammissione.

Roberto Malacrida

Il concetto e la pratica del "triage"

Il triage è nato con la medicina di catastrofe e in tempo di guerra con lo scopo di trovare una soluzione quando le risorse sono molto inferiori ai bisogni. Ovvero quando il numero di “feriti” è superiore alle possibilità di curarli tutti. Le direttive etiche durante una catastrofe, naturale o bellica, prevedono che venga curato prima chi rischia la vita ma può salvarsi. Chi non è in pericolo di morte non viene curato con la stessa qualità di quanto si farebbe in tempi di pace. E chi non ha possibilità di sopravvivenza non viene curato in modo attivo, ma lo si libera almeno dal dolore. In tempi “normali” la possibilità del paziente di uscire dall’ospedale è uno dei parametri che si usano per decidere se metterlo a beneficio di terapie intensive e sovente dolorose.
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«Come spieghi ad una persona con ritardo mentale e uno spettro autistico che la passeggiata che fa sempre alla mattina non la farà? E come spieghi alla ragazza in carrozzella e che non parla che oggi la doccia le verrà fatta con la mascherina, perché nell’altra stanza un altro utente ha la febbre? [...] È un popolo silente e nascosto, oggi più che mai. E il personale educativo è un esercito di persone che di punto in bianco si trovano ad affrontare una cosa più grande di loro, certo come tutti, ma a dispetto dei loro colleghi infermieri negli ospedali, senza nessuna preparazione alla gestione di un’emergenza sanitaria. [...] Curanti dell’ombra, di quella parte di società a cui, malgrado anni di lotta per l’inclusione sociale, il mondo “normodotato” fatica ad approcciarsi perché toccato nel profondo, nei sentimenti della colpa e della compassione. Curanti dell’ombra, non alla luce del sole, dei riflettori o dei neon di corsia e dei supermercati. Ma senza ombra non ci sarà più nessuna luce».

Gherardo Caccia, "I curanti dell'ombra", GAS, 24.03.2020

«Come spieghi ad una persona con ritardo mentale e uno spettro autistico che la passeggiata che fa sempre alla mattina non la farà? E come spieghi alla ragazza in carrozzella e che non parla che oggi la doccia le verrà fatta con la mascherina, perché nell’altra stanza un altro utente ha la febbre? [...] È un popolo silente e nascosto, oggi più che mai. E il personale educativo è un esercito di persone che di punto in bianco si trovano ad affrontare una cosa più grande di loro, certo come tutti, ma a dispetto dei loro colleghi infermieri negli ospedali, senza nessuna preparazione alla gestione di un’emergenza sanitaria. [...] Curanti dell’ombra, di quella parte di società a cui, malgrado anni di lotta per l’inclusione sociale, il mondo “normodotato” fatica ad approcciarsi perché toccato nel profondo, nei sentimenti della colpa e della compassione. Curanti dell’ombra, non alla luce del sole, dei riflettori o dei neon di corsia e dei supermercati. Ma senza ombra non ci sarà più nessuna luce».

Gherardo Caccia, "I curanti dell'ombra", GAS, 24.03.2020

«Come spieghi ad una persona con ritardo mentale e uno spettro autistico che la passeggiata che fa sempre alla mattina non la farà? E come spieghi alla ragazza in carrozzella e che non parla che oggi la doccia le verrà fatta con la mascherina, perché nell’altra stanza un altro utente ha la febbre? [...] È un popolo silente e nascosto, oggi più che mai. E il personale educativo è un esercito di persone che di punto in bianco si trovano ad affrontare una cosa più grande di loro, certo come tutti, ma a dispetto dei loro colleghi infermieri negli ospedali, senza nessuna preparazione alla gestione di un’emergenza sanitaria. [...] Curanti dell’ombra, di quella parte di società a cui, malgrado anni di lotta per l’inclusione sociale, il mondo “normodotato” fatica ad approcciarsi perché toccato nel profondo, nei sentimenti della colpa e della compassione. Curanti dell’ombra, non alla luce del sole, dei riflettori o dei neon di corsia e dei supermercati. Ma senza ombra non ci sarà più nessuna luce».

Gherardo Caccia, "I curanti dell'ombra", GAS, 24.03.2020
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«[...] A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora -
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro».

Mariangela Gualtieri, "Nove Marzo Duemilaventi", Doppiozero, 09.03.2020

«[...] A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora -
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro».

Mariangela Gualtieri, "Nove Marzo Duemilaventi", Doppiozero, 09.03.2020

«[...] A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora -
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro».


Mariangela Gualtieri, "Nove Marzo Duemilaventi", Doppiozero, 09.03.2020
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Etica e pandemia

Occorre sottolineare la priorità del valore della protezione della salute in generale, ma soprattutto della collettività, la più fragile a confronto delle preoccupazioni economiche nazionali, anche se le difficoltà economiche della post-pandemia avranno un impatto sulla salute delle classi più fragili della nostra società. La sfida etica è quella di saper ben bilanciare la difesa della salute individuale e collettiva con gli interessi dell’economia».

Roberto Malacrida

Etica e pandemia

Occorre sottolineare la priorità del valore della protezione della salute in generale, ma soprattutto della collettività, la più fragile a confronto delle preoccupazioni economiche nazionali, anche se le difficoltà economiche della post-pandemia avranno un impatto sulla salute delle classi più fragili della nostra società. La sfida etica è quella di saper ben bilanciare la difesa della salute individuale e collettiva con gli interessi dell’economia».

Roberto Malacrida

Etica e pandemia

«Occorre sottolineare la priorità del valore della protezione della salute in generale, ma soprattutto della collettività, la più fragile a confronto delle preoccupazioni economiche nazionali, anche se le difficoltà economiche della post-pandemia avranno un impatto sulla salute delle classi più fragili della nostra società.
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Lo stato di paura, che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui, si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale.

Giorgio Agamben, Il Manifesto, 26.02.2020

Lo stato di paura, che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui, si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale.

Giorgio Agamben, Il Manifesto, 26.02.2020

Lo stato di paura, che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui, si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale.

Giorgio Agamben, Il Manifesto, 26.02.2020
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Il linguaggio è la filosofia degli umanisti: perché il linguaggio porta alla filologia, cioè all’interpretazione: «nessuna cosa – scrive Cacciari –, mai, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio, dono divino. Qui sta davvero l’acquisizione filosofica fondamentale dell’umanesimo…». E con il linguaggio sta la libertà dell’uomo.

Nicola Gardini, Il Sole 24 Ore, 24.03.2019

Il linguaggio è la filosofia degli umanisti: perché il linguaggio porta alla filologia, cioè all’interpretazione: «nessuna cosa – scrive Cacciari –, mai, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio, dono divino. Qui sta davvero l’acquisizione filosofica fondamentale dell’umanesimo…». E con il linguaggio sta la libertà dell’uomo.

Nicola Gardini, Il Sole 24 Ore, 24.03.2019

Il linguaggio è la filosofia degli umanisti: perché il linguaggio porta alla filologia, cioè all’interpretazione: «nessuna cosa – scrive Cacciari –, mai, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio, dono divino.

Nicola Gardini, Il Sole 24 Ore, 24.03.2019
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«È nata una primula»: alcune parole attorno al libro di Ornella Manzocchi

       

“Venite da me  a curarmi a casa dove io sto, dove non stanno le nostre parole pubbliche"
Carlo Sini 

E` attraverso questo strano monito di Carlo Sini che bisogna, a mio modo di vedere, affronatre l`avvincente percorso, che il lavoro, fattosi scrittura, di Ornella Manzocchi ci offre. Superate le “alture” dei Saperi si assapora, vicino ai suoi pazienti, la brezza di una affettuosa “domiciliarietà”,  che si è fatta “casa”  per l` anima, una “casa” di ombre, ma anche di calda luce. Come  lasciar nascere una  “primula” - da “primus”  per la precocità fragile della sua fioritura-, appena le pesantezze dell`inverno teorico, racchiuso nell` ingombro delle nostre competenze , dei “saperi già saputi” , che  assediano le nostre menti, ci hanno lasciati liberi  di pensare e di sentire diversamente ? Essere operatori della cura ( dell`anima, del corpo ma anche del mondo), viaggiatori della “valle del fare anima”, come la chiama il poeta Keats, vuole dire infatti divenire capaci di navigare nell`ignoto , accettandone l`incertezza e l`incompiutezza, aperti a quell` Ereignis, che cambia nell`esistenza l`ordine delle cose  e del tempo rivelandone la forza del suo kairos. Alla “ macchina della Ragione “ si oppone qui un  sapere dell`ombra, che pulsa per divenire storia. E`in questa battaglia, non nuova  nelle terre dell`anima, che abita in tensione anche il lavoro di Ornella Manzocchi , aperto al pensiero del Sensibile …

Vi sono così tre buone ragioni per essere lieti della pubblicazione da parte della Fondazione Corbaro del lavoro di Ornella Manzocchi. La qualità del libro in primo luogo, ma anche la sua utilità nella formazione delle nuove generazioni di operatori della cura. A  questo si aggiunge la felice scelta della collana Corbaro, che abita lo stesso orizzonte del libro, quello delle  humanitas, e non da ultimo lieti per la rinascita del  sogno editoraile, che fui quello di Alice . La prima ragione è  bella e dice del valore di un libro, che naviga tra riflessione teorica e racconto di esperienze di cura vissute in prima persona, e che diviene exemplum per le nuove generazioni di operatori della cura e dell`aiuto di una pratica teorica e di una riflessione clinica costantemente bagnata nel “fiume dell`esperienza”.  Un “fiume”  in cui fare esperienza dell`esperienza stessa, liberi dai vicoli delle ideologie psicologiche e dalle mode interpretative, che sono sovente vere e proprie “gabbie” conoscitive e  operative  dell` esistenza dell`Altro e del suo mondo-della-vita. Un libro, questo di Ornella Manzocchi, centrato sull`esperienza, che è , come scrive Giacomo Marramao nel suo “Kairos. Apologia del tempo debito”,  Er-fahrung , viaggio , navigazione . 

«Il termine esperienza, scrive Giacomo Marramao” , va qui assunto nel suo significato di Er-fahrung, esperienza-viaggio, non in quello di Er-leben o Er-lebnis, esperienza-vita. L'esperienza è un er-fahren: equivale a intraprendere un viaggio. Per la stessa ragione è necessario riallacciarsi anche al termine greco em-peiría, di cui il termine latino ex-perientia è un fedelissimo calco: esso indica il movimento di un passare attraverso le strettoie del saggio, della prova. E - fatto assai poco considerato - discende dalla stessa radice di per-iculum». 

Un libro per essere capace di parlare all`anima e dell`anima deve essere infatti rischioso, disposto al viaggio con sulle spalle la sua “casa”. Un libro, direi persino avventuroso, per scuotere  le “catene“ di una psicologia e di una encefaloiatria, che come ricorda Michel Foucault , “mai potrà domare la follia”, che resta ospite inquieta e  indomabile della cultura  e come della nostra interiorità. “Catene” ideologiche da cui il libro “E` nata una primula”, cresciuto in un alveo  psicologico con aperture alla lezione fenomenologica,  prova a liberarci. Un libro che ha un titolo generativo nel tentativo di prendere paradossalmente  le distanze persino dal suo più blasonato sottotitolo.  Un libro, che ha il coraggio di sconfiggere nel gesto di cura il già saputo , ciò che sovente nutre velenosamente le competenze specifiche, per condividere con il proprio paziente  la dimensione della presenza , del so-stare nella cura, in quell` être-déja-là, être-là,  être-encore-là- dell` incontro. La seconda ragione sta nel vedere con questo libro rinnovarsi il progetto editoriale che fu,  a partire dal 1984, quello  dell`Assocazione Alice.  L `Associazione Alice, che si occupava tra gli  anni Sessanta e Ottanta attraverso le sue Antenne dei problemi di tossicodipendenza, diede infatto inizio ad un progetto editoriale, -le Edizioni Alice-, che accompagnarono i suoi 21 Seminari annuali di Vacallo- , nella consapevolezza che la relazione di aiuto e di cura non potesse evitare di porre alla società stessa e alle sue professioni delal  cura anche un problema di cultura. Tra le numerose iniziative  di quel progetto vi fu anche quello che ha visto nascere una collana bianca  - era il 1991- più orientatta al tema inter e trans-disciplinare della Cura. Una collana chiamata Corbaro, che segnò l`inizio di una collaborazione con la Fondazione Corbaro per le  medical humanities di Bellinzona. Dopo anni di silenzio nel settembre 2019, le edizioni Casagrande di Bellinzona accolgono con la stessa impostazione grafica di Bruno Monguzzi , la collana Corbaro nel proprio catalogo, garantendone la continuità organizzativa e culturale . Infatti  questo passaggio di testimone renderà possibile, proteggendone lo spazio editoriale, la continuazione di una riflessione critica sui dilemmi e gli intrighi delle humanitas nel campo della medicina, del lavoro sociale e psico-sociale, perché mai dobbiamo scordare le parole del Carmide di Platone ,

l'anima, o caro , si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i discorsi belli"  (157a).

Il libro di Ornella Manzocchi appartiene infatti ai discorsi belli.

 

Graziano Martignoni

 

 

«È nata una primula»: alcune parole attorno al libro di Ornella Manzocchi

       

“Venite da me  a curarmi a casa dove io sto, dove non stanno le nostre parole pubbliche"
Carlo Sini 

E` attraverso questo strano monito di Carlo Sini che bisogna, a mio modo di vedere, affronatre l`avvincente percorso, che il lavoro, fattosi scrittura, di Ornella Manzocchi ci offre. Superate le “alture” dei Saperi si assapora, vicino ai suoi pazienti, la brezza di una affettuosa “domiciliarietà”,  che si è fatta “casa”  per l` anima, una “casa” di ombre, ma anche di calda luce. Come  lasciar nascere una  “primula” - da “primus”  per la precocità fragile della sua fioritura-, appena le pesantezze dell`inverno teorico, racchiuso nell` ingombro delle nostre competenze , dei “saperi già saputi” , che  assediano le nostre menti, ci hanno lasciati liberi  di pensare e di sentire diversamente ? Essere operatori della cura ( dell`anima, del corpo ma anche del mondo), viaggiatori della “valle del fare anima”, come la chiama il poeta Keats, vuole dire infatti divenire capaci di navigare nell`ignoto , accettandone l`incertezza e l`incompiutezza, aperti a quell` Ereignis, che cambia nell`esistenza l`ordine delle cose  e del tempo rivelandone la forza del suo kairos. Alla “ macchina della Ragione “ si oppone qui un  sapere dell`ombra, che pulsa per divenire storia. E`in questa battaglia, non nuova  nelle terre dell`anima, che abita in tensione anche il lavoro di Ornella Manzocchi , aperto al pensiero del Sensibile …

Vi sono così tre buone ragioni per essere lieti della pubblicazione da parte della Fondazione Corbaro del lavoro di Ornella Manzocchi. La qualità del libro in primo luogo, ma anche la sua utilità nella formazione delle nuove generazioni di operatori della cura. A  questo si aggiunge la felice scelta della collana Corbaro, che abita lo stesso orizzonte del libro, quello delle  humanitas, e non da ultimo lieti per la rinascita del  sogno editoraile, che fui quello di Alice . La prima ragione è  bella e dice del valore di un libro, che naviga tra riflessione teorica e racconto di esperienze di cura vissute in prima persona, e che diviene exemplum per le nuove generazioni di operatori della cura e dell`aiuto di una pratica teorica e di una riflessione clinica costantemente bagnata nel “fiume dell`esperienza”.  Un “fiume”  in cui fare esperienza dell`esperienza stessa, liberi dai vicoli delle ideologie psicologiche e dalle mode interpretative, che sono sovente vere e proprie “gabbie” conoscitive e  operative  dell` esistenza dell`Altro e del suo mondo-della-vita. Un libro, questo di Ornella Manzocchi, centrato sull`esperienza, che è , come scrive Giacomo Marramao nel suo “Kairos. Apologia del tempo debito”,  Er-fahrung , viaggio , navigazione . 

«Il termine esperienza, scrive Giacomo Marramao” , va qui assunto nel suo significato di Er-fahrung, esperienza-viaggio, non in quello di Er-leben o Er-lebnis, esperienza-vita. L'esperienza è un er-fahren: equivale a intraprendere un viaggio. Per la stessa ragione è necessario riallacciarsi anche al termine greco em-peiría, di cui il termine latino ex-perientia è un fedelissimo calco: esso indica il movimento di un passare attraverso le strettoie del saggio, della prova. E - fatto assai poco considerato - discende dalla stessa radice di per-iculum». 

Un libro per essere capace di parlare all`anima e dell`anima deve essere infatti rischioso, disposto al viaggio con sulle spalle la sua “casa”. Un libro, direi persino avventuroso, per scuotere  le “catene“ di una psicologia e di una encefaloiatria, che come ricorda Michel Foucault , “mai potrà domare la follia”, che resta ospite inquieta e  indomabile della cultura  e come della nostra interiorità. “Catene” ideologiche da cui il libro “E` nata una primula”, cresciuto in un alveo  psicologico con aperture alla lezione fenomenologica,  prova a liberarci. Un libro che ha un titolo generativo nel tentativo di prendere paradossalmente  le distanze persino dal suo più blasonato sottotitolo.  Un libro, che ha il coraggio di sconfiggere nel gesto di cura il già saputo , ciò che sovente nutre velenosamente le competenze specifiche, per condividere con il proprio paziente  la dimensione della presenza , del so-stare nella cura, in quell` être-déja-là, être-là,  être-encore-là- dell` incontro. La seconda ragione sta nel vedere con questo libro rinnovarsi il progetto editoriale che fu,  a partire dal 1984, quello  dell`Assocazione Alice.  L `Associazione Alice, che si occupava tra gli  anni Sessanta e Ottanta attraverso le sue Antenne dei problemi di tossicodipendenza, diede infatto inizio ad un progetto editoriale, -le Edizioni Alice-, che accompagnarono i suoi 21 Seminari annuali di Vacallo- , nella consapevolezza che la relazione di aiuto e di cura non potesse evitare di porre alla società stessa e alle sue professioni delal  cura anche un problema di cultura. Tra le numerose iniziative  di quel progetto vi fu anche quello che ha visto nascere una collana bianca  - era il 1991- più orientatta al tema inter e trans-disciplinare della Cura. Una collana chiamata Corbaro, che segnò l`inizio di una collaborazione con la Fondazione Corbaro per le  medical humanities di Bellinzona. Dopo anni di silenzio nel settembre 2019, le edizioni Casagrande di Bellinzona accolgono con la stessa impostazione grafica di Bruno Monguzzi , la collana Corbaro nel proprio catalogo, garantendone la continuità organizzativa e culturale . Infatti  questo passaggio di testimone renderà possibile, proteggendone lo spazio editoriale, la continuazione di una riflessione critica sui dilemmi e gli intrighi delle humanitas nel campo della medicina, del lavoro sociale e psico-sociale, perché mai dobbiamo scordare le parole del Carmide di Platone ,

l'anima, o caro , si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i discorsi belli"  (157a).

Il libro di Ornella Manzocchi appartiene infatti ai discorsi belli.

 

Graziano Martignoni

 

 

«È nata una primula»: alcune parole attorno al libro di Ornella Manzocchi

“Venite da me a curarmi a casa dove io sto, dove non stanno le nostre parole pubbliche", Carlo Sini
E` attraverso questo strano monito di Carlo Sini che bisogna, a mio modo di vedere, affronatre l`avvincente percorso, che il lavoro, fattosi scrittura, di Ornella Manzocchi ci offre. Superate le “alture” dei Saperi si assapora, vicino ai suoi pazienti, la brezza di una affettuosa “domiciliarietà”, che si è fatta “casa” per l` anima, una “casa” di ombre, ma anche di calda luce.
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La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

(parafrasando Antonio Gnoli)

La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

(parafrasando Antonio Gnoli)

La scienza sa vincere superstizioni, reticenze e avversità: che cos’è il progresso se non riparare e prendersi cura delle vite altrui?

(parafrasando Antonio Gnoli)
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La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.
La presa a carico di queste situazioni complesse comporta una “presa di decisione etica” che accompagnerà i pazienti fino alla loro morte, protetti dai loro curanti senza interventi inutilmente aggressivi, se non il doveroso supporto contro dolore, sofferenze e paure oppure, se del caso, interverranno, con il loro consenso, a sospendere le terapie che hanno perso ogni possibilità di migliorare il decorso biologico.
Trent’anni or sono, a Bellinzona, praticammo nel quotidiano quel che noi pensavamo dovesse essere uno “stile Medical Humanities”: lo realizzammo attraverso un reparto di “cure intense aperte”, cioè aperto alle visite dei famigliari e delle persone care al paziente giorno e notte, sempre. Fu una delle prime esperienze europee e fu di grandissimo insegnamento per tutti i curanti, infermiere e medici: imparammo a comunicare le “cose difficili” riguardanti soprattutto diagnosi complesse e prognosi cattive, dovendo tener conto della estrema vulnerabilità del paziente e di chi gli stava attorno al letto, cercando di rispettarlo sempre nella sua dignità, modulando speranza e verità, compassione e professionalità, ma soprattutto fiducia reciproca. Ci sembrava importante cercare di capire e far capire l’”esilio” che la malattia produce nell’uomo, la sua ripercussione psichica, il dolore e la sofferenza che in ogni tipo di cura occorre eliminare, se l’ammalato lo desidera, senza necessariamente passare attraverso la metafisica.
Con gli anni, abbiamo individuato nelle Medical Humanities soprattutto un umanesimo clinico al letto del malato cha fa da sentinella del dolore, della sofferenza, della speranza e del senso dell’esistenza: ci siamo lasciati condurre dal principio della reciprocità e dall’”etica della resistenza” per poi trasformarsi in un’etica pubblica, direi di un’etica politica, che sappia accogliere il diverso e chi viene da lontano.
Questo sguardo Medical Humanities si fonda certo sulla bioetica, ma pure sulla narrazione della storia biografica oltre che biologica del paziente, mediante un percorso interprofessionale e transdisciplinare: il tentativo didattico è quello di intrecciare dinamicamente le teorie bioetiche con la grande letteratura sulla malattia o con i capolavori cinematografici, non da ultimo per approfondire il confronto fra la clinica e i progressi dell’intelligenza artificiale rispettivamente della robotica nella medicina, già da domani.
Anche la cultura si deve relazionare con le Medical Humanities, perché entrambi fanno capo a un sistema di valori che condiziona la salute e il benessere sia dell’individuo sia della comunità attraverso competenze culturali dinamiche. In realtà, appartengono alla Medicina non soltanto coloro cui attribuiamo una malattia, ma tutti i fragili che non sanno difendere la loro autonomia. Oggi la cultura delle humanities non è più un dato acquisito da trasmettere, ma un dato da ricercare: occorre un linguaggio di condivisione dove il quotidiano è narrato dalle persone stesse e non soltanto dai curanti, ma anche dagli epidemiologici, dagli antropologi, magari attraverso la fotografia e il documentario.

 

Roberto Malacrida

La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.
La presa a carico di queste situazioni complesse comporta una “presa di decisione etica” che accompagnerà i pazienti fino alla loro morte, protetti dai loro curanti senza interventi inutilmente aggressivi, se non il doveroso supporto contro dolore, sofferenze e paure oppure, se del caso, interverranno, con il loro consenso, a sospendere le terapie che hanno perso ogni possibilità di migliorare il decorso biologico.
Trent’anni or sono, a Bellinzona, praticammo nel quotidiano quel che noi pensavamo dovesse essere uno “stile Medical Humanities”: lo realizzammo attraverso un reparto di “cure intense aperte”, cioè aperto alle visite dei famigliari e delle persone care al paziente giorno e notte, sempre. Fu una delle prime esperienze europee e fu di grandissimo insegnamento per tutti i curanti, infermiere e medici: imparammo a comunicare le “cose difficili” riguardanti soprattutto diagnosi complesse e prognosi cattive, dovendo tener conto della estrema vulnerabilità del paziente e di chi gli stava attorno al letto, cercando di rispettarlo sempre nella sua dignità, modulando speranza e verità, compassione e professionalità, ma soprattutto fiducia reciproca. Ci sembrava importante cercare di capire e far capire l’”esilio” che la malattia produce nell’uomo, la sua ripercussione psichica, il dolore e la sofferenza che in ogni tipo di cura occorre eliminare, se l’ammalato lo desidera, senza necessariamente passare attraverso la metafisica.
Con gli anni, abbiamo individuato nelle Medical Humanities soprattutto un umanesimo clinico al letto del malato cha fa da sentinella del dolore, della sofferenza, della speranza e del senso dell’esistenza: ci siamo lasciati condurre dal principio della reciprocità e dall’”etica della resistenza” per poi trasformarsi in un’etica pubblica, direi di un’etica politica, che sappia accogliere il diverso e chi viene da lontano.
Questo sguardo Medical Humanities si fonda certo sulla bioetica, ma pure sulla narrazione della storia biografica oltre che biologica del paziente, mediante un percorso interprofessionale e transdisciplinare: il tentativo didattico è quello di intrecciare dinamicamente le teorie bioetiche con la grande letteratura sulla malattia o con i capolavori cinematografici, non da ultimo per approfondire il confronto fra la clinica e i progressi dell’intelligenza artificiale rispettivamente della robotica nella medicina, già da domani.
Anche la cultura si deve relazionare con le Medical Humanities, perché entrambi fanno capo a un sistema di valori che condiziona la salute e il benessere sia dell’individuo sia della comunità attraverso competenze culturali dinamiche. In realtà, appartengono alla Medicina non soltanto coloro cui attribuiamo una malattia, ma tutti i fragili che non sanno difendere la loro autonomia. Oggi la cultura delle humanities non è più un dato acquisito da trasmettere, ma un dato da ricercare: occorre un linguaggio di condivisione dove il quotidiano è narrato dalle persone stesse e non soltanto dai curanti, ma anche dagli epidemiologici, dagli antropologi, magari attraverso la fotografia e il documentario.

 

Roberto Malacrida

La Cultura e le Medical Humanities

Le Medical Humanities, proprio perché “centrate” sull’uomo in quanto umano, senza il condizionamento della natura e del divino, possono aiutare a definire le soglie che delimitano il “senso” e il “non senso” delle cure, correlato al rispetto dei desideri e delle volontà dei pazienti: centrale è la futilità terapeutica, soprattutto nei riguardi dei pazienti particolarmente precari da un punto di vista prognostico.
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