Epistole Corbariane

Nate durante il periodo di confinamento imposto dalla pandemia, le «Epistole Corbariane» rappresentano un tentativo di mantenere vivo quel dibattito, quello scambio di idee e quel fertile confronto che da sempre animano la Fondazione Sasso Corbaro. Ogni mese, a turno, ciascuno dei membri, dei collaboratori e degli amici della Fondazione presenta una lettera concepita per rispondere ad una domanda di partenza; prima fra tutte: che forma avrà il ‘giorno dopo’?


Laura Lazzari Vosti

Washingon DC, 18 ottobre 2021

Care lettrici e cari lettori,

Che forma avrà “il giorno dopo”? Pensavo che dopo più di un anno e mezzo dall’inizio della pandemia avremmo trovato il modo di rispondere con certezza a questa domanda. Invece per molti aspetti, la forma e l’essenza del “giorno dopo” ci sfuggono ancora. Sconfiggeremo il virus? Quando e come ricominceremo a viaggiare? Come interagiremo con amici e conoscenti? Torneremo a stringerci la mano? Ad abbracciarci senza mascherina? Troveremo punti di incontro e di dialogo? Oppure ci allontaneremo sempre di più e ci ascolteremo sempre meno, ancorati e isolati nelle nostre certezze? Mi auguro che un sano dibattito, l’apertura e lo scambio costruttivo abbiano sempre la meglio. Le epistole corbariane sono nate anche per contribuire a mantenere vivo questo spirito di confronto che da sempre anima la Fondazione Sasso Corbaro.

La pandemia ci ha insegnato a ritrovare una lentezza che pensavamo persa, a ristabilire le nostre priorità, limitare contatti e spostamenti e lavorare in modo diverso, a volte più produttivo e creativo. Abbiamo passato più tempo all’aperto, ritrovato spazio per la famiglia, anche se abbiamo salutato i nonni dalle finestre e lasciato la spesa davanti alle loro porte, senza entrare nelle loro case. Ci siamo congedati dai nostri cari, sorridendo con gli occhi, parlando forte per farci sentire da dietro la mascherina, accarezzando le loro mani per l’ultima volta attraverso guanti, cuffia e tuta protettiva.

Che cosa rimarrà di tutto questo “il giorno dopo”? Sicuramente la nostra ritrovata resilienza e la rinnovata capacità di stupirci, come diceva Anaïs Martignoni nella sua precedente “lettera corbariana”. Personalmente, se la pandemia mi ha appreso qualcosa, è stato vivere di più nel presente, come solitamente riescono a fare solo i bambini e gli esseri illuminati. E in questo, oltre alla pandemia, di grande insegnamento è stata proprio una bambina, mia figlia. La capacità di stupore, di adattamento, l’inventiva di Emily Sofia, i suoi piccoli e grandi progetti mi hanno abituata a prendere giorno dopo giorno. Contare i vagoni dei treni merci, saltare nelle pozzanghere, comporre puzzle sempre più complessi. All’inizio temevo che la pandemia potesse cambiarla, addirittura traumatizzarla. In fondo i contatti con i suoi coetanei e con i nonni si erano drasticamente limitati e la sua vita era stata completamente stravolta. Tuttavia, mi sono ben presto accorta che le sue capacità di adattamento erano di gran lunga superiori alle mie. E continua ad essere così. Da poco più di un mese ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, dove la mascherina dev’essere indossata già a partire dai due anni. Sorprendentemente, questo obbligo non le ha procurato nessun problema. La sua flessibilità e la sua capacità di adattarsi a regole e contesti diversi è stato per noi un esempio. Guardare i bambini è incoraggiante ed è così che mi immagino prendere forma il “giorno dopo”: con la capacità tipica del “fanciullino” di adattarsi, lasciarsi stupire ed entusiasmare. Per crescere e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

A tutte le lettrici e a tutti i lettori auguro di riuscire sempre a trovare l’entusiasmo necessario per affrontare le sfide e le sorprese del “giorno dopo”.

Laura Lazzari Vosti


Anaïs Martignoni

Care Lettrici,

Cari Lettori,

questa pandemia ha sicuramente stravolto la vita di tutti portando sofferenza, paura e frustrazione, ma ci ha anche dato tempo per riflettere, per capirci meglio e guardarci dentro, analizzarci e perché no, anche sorprenderci di noi stessi e del nostro modo, magari inaspettato, di reagire di fronte ad un momento storico così particolare, che forse non avremmo nemmeno lontanamente immaginato di vivere.

“Non tutto il male viene per nuocere”, che frase banale potrebbe pensare qualcuno, eppure in questo anno trascorso nella paura e nell’incertezza sicuramente un insegnamento, anzi, sicuramente più di uno, lo possiamo trovare tutti. Per quanto mi riguarda la pandemia è stata, ed ancora, in parte, un male che sicuramente ci ha danneggiati, ma di cui, allo stesso tempo, personalmente, farò tesoro e spero che voi possiate fare lo stesso. Mi ha permesso di fermarmi, passare molto tempo con me stessa, soprattutto durante il primo lockdown dove ho passato tanto tempo da sola, nel mio monolocale, lontana dai miei cari e dai miei cani, ma dove ho imparato ad ascoltarmi se non addirittura a stupirmi. Si, perché se dovessero chiedermi di indicare una parola significativa con cui descrivere questo anno e più di pandemia, personalmente userei “stupore”. Stupore?! Ebbene si. Mi sono stupita, perché in quel periodo di quasi totale allontanamento dai miei cari, mi sono trovata, quasi costretta, a far affidamento a quella parte tanto nascosta e forse ancora mai trovata e mostrata di me; una parte che davanti ad una situazione così difficile, a tratti catastrofica, è uscita, in maniera inaspettata, ed è riuscita ad affrontare tutto rimanendo molto calma, speranzosa e facendo affidamento a quella forza interiore che spesso pensiamo di non avere, che pensiamo appartenga ad altri ma non a noi; a noi che pensiamo sempre di essere meno forti, emotivamente, di altri ed invece…

Ecco, dovremmo tutti andare a cogliere quell’aspetto “resiliente” che abbiamo, ma che spesso, per una ragione o l’altra, seppelliamo nel profondo, ma che sono convinta possediamo tutti. Questo periodo storico così particolare deve avere un qualcosa che lo renda “d’insegnamento”, di “stupore”, qualsiasi esso sia, altrimenti senza dare un significato importante e profondo, sarebbe solo un momento vissuto nel panico, nella paura, nella tristezza ed invece dobbiamo sempre cercare quella piccola fiammella lucente che ci permetta di riflettere su qualcosa che per noi è stato o è, motivo di crescita, momento di rifessione che ci permetta di stupirci positivamente e sorprenderci, anche di noi stessi.

Per allacciarmi alla domanda di partenza con la quale nascono le “epistole corbariane”, su che forma avrà il giorno dopo, ebbene io spero che per tutti noi, sia caratterizzato dalla scoperta della propria resilienza. Mi rendo conto che questa parola, soprattutto negli ultimi anni, è stata utilizzata quasi abusivamente, ma credo fortemente nel suo significato. Spero quindi, che il giorno dopo la pandemia possa essere caratterizzato da un attenzione maggiore a quei piccoli, ma grandi regali che la vita ci offre ogni giorno. Che si possa dare maggiore significato alla percezione di se stessi, trovare maggiore fiducia in noi, nel nostro modo di reagire di fronte agli eventi, talvolta anche traumatici e farne tesoro e insegnamento. A fermarci più spesso su quelle cose a cui spesso diamo un valore scontato, come, ad esempio, il bel tramonto, che sto guardando ora, mentre scrivo queste righe.

Con questo mio breve scritto auguro a tutti voi di poter trovare, quanto prima, la vostra parte resiliente.

Anaïs Martignoni


Che forma avrà il ‘giorno dopo’?

Martina Malacrida Nembrini

Care lettrici e cari lettori della nostra Newsletter,

all’inizio della pandemia avevo sperato, complici anche parecchi articoli e prese di posizioni di personaggi importanti, che il nostro modo di vivere, il nostro modo di stare assieme e soprattutto l’iniziale ondata di solidarietà potesse modificare la nostra società e renderla più equa, più ecologica, più solidale. Purtroppo questo, lo sappiamo molto bene dopo un anno, non è avvenuto. Anzi. La recente indagine Oxfam, sfociata nel rapporto “Il virus della disuguaglianza”, lancia un grido di allarme, affermando che questo aumento generalizzato delle disuguaglianze economiche potrebbe rivelarsi più letale del virus stesso. Come sempre capita, anche da noi, saranno le frange più fragili della popolazione a pagare maggiormente le conseguenze della crisi.

E in realtà la pandemia non è ancora finita, si intravvede una luce in fondo al tunnel, al meno dal punto di vista sanitario, con l’aumento delle vaccinazioni non solo per gli anziani, ma anche per i disabili e per i malati cronici. Finalmente!

Le parole di moda ora sono il passaporto vaccinale, l’obbligatorietà del vaccino per i curanti, il tempo di efficacia del vaccino, la querelle su Astrazeneca… Ma al discorso pubblico manca una parte indispensabile per quanto riguarda la problematica dei vaccini: la loro accessibilità a tutti gli abitanti del mondo. E si, perché siamo tutti collegati e con delle responsabilità nei confronti di chi sta meno bene, di chi parte già svantaggiato. Non possiamo pensare solo a noi stessi - inteso come comunità svizzera o occidentale – ma dobbiamo pensare al mondo. Non si può e non si deve, a mio avviso, ampliare ulteriormente il divario sanitario ( e di conseguenza economico e di benessere) tra le nazioni. La pandemia ha dimostrato che il virus si espande più velocemente del resto e per “sconfiggerlo” bisogna che la cura – il vaccino- sia accessibile a tutti.

Auguro a tutte e tutti voi e anche alle vostre famiglie di stare in salute.

Un sorriso,

Martina Malacrida Nembrini


Graziano Martignoni, «Le parole del giorno dopo»

Comano, 7 febbraio 2021

Care e cari Corbariani,

è trascorso apppena un anno da quando la nostra vita quotidiana è stata travolta dalla pandemia, che sembrava venire da luoghi e da tempi lontani, là dove, si dice, che la gente mangiasse i pipistrelli, eppure la sensazione che ne ho è quella di un tempo lunghissimo e quel 25 febbraio 2020 data lontanissima. Il Virus ha occupato velocemente la scena, l’ha conquistata da vero “predatore di esistenza”, cancellando tutte le altre parole, facendo, come un maligno “prestigiatore”, sparire dai media, ad esempio, tutto ciò che occupava sino ad alora le prime pagine dei giornali.

Il Virus da vero “dittatore del presente” ha imposto velocemente il suo lessico. È trascorso un anno e ora il “giorno dopo” può riprendere la parola, che è parola di ancora tenue, ma certa luce. Parole che a volte hanno il sapore della liberazione, della speranza, man anche fortemente del dubbio e della confusione. Ecco perché dobbiamo curare le parole, farsi cura delle parole. La parola sulla bocca di tutti è oggi vaccino. Un parola a cui dare la missione non solo di proteggerci, ma di ridare vita e movimento al tempo immobilizzato, aprendo l’orizzonte della luce, che parla già il linguaggio del domani, anche solo banalmente quello ravvicinato delle prossime vacanze agostane. Ma lei, la parola vaccino, non basta, anche se efficace. Abbiamo bisogno di nuove e altre parole. Ne saremo capaci? Ma quali saranno le nuove e altre parole-guida? Non so ancora bene quali siano, ancora troppo irretito nel lessico sanitario, ma sento che dovranno essere parole primaverili, liberate da quella sorta di militarizzazione del linguaggio, che ci ha in questi mesi imprigionato. A parole come al fronte, in prima linea, in trincea, isolamento, contagio, coprifuoco, triage, per sapere chi poteva essere curato e chi meno, – un’evocazione alla medicina di guerra –, sapremo riscoprire parole che profumano di primavera o di calda estate, parole di allegrezza, di leggerezza, di apertura al mondo? Le parole che preparano i gesti, gli abbracci ritrovati, i baci innamorati, quel toccarsi, che da vita; parole, che scrivono le storie in cui collocarci, sperando di essere ospiti graditi, e che devono costantemente essere curate, perché la cura delle parole è cura della vita. “La parola, scrive Gorgia da Lentini, un filososo sofista del quinto secolo a.c, è un gran dominatore che con piccolissimo corpo e invisibilissime, divinissime cose sa compiere, riesce infatti a calmare la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia e ad alimentare la pietà”. Ma anche, aggiungo io, a terrorizzare, ad escludere, ad evocare spiriti maligni, a suscitare odi e violenze. Le “parole di guerra” di questi mesi, che ci hanno protetto ma anche impaurito, lasciano ora il posto a nuove “parole di pace” capaci di risvegliarci. Ecco perché le parole non si devono perdere di vista, devono essere curate come i fiori di un giardino, da sole rischiano sempre il loro decadimento.

Il giorno dopo ha così bisogno di parole nuove. Nei Dialoghi di Confucio, “Tzu-lu disse: “Il principe di Wei attende di affidarti un incarico di governo. Che farai per prima cosa? “È assolutamente necessario ridare ai nomi il loro vero significato” rispose Confucio”. Nei paesaggi del giorno dopo, che saremo chiamati ad abitare e a governare, le parole smarrite, che parlano dei sentimenti e che orientano e danno senso ai gesti, devono ritrovare infatti la loro “casa” e il loro significato più vero. Parole, che ritrovano la loro origine, che sta nelle piccole cose domestiche, che rifuggono al lessico dominante dell’homo psico-tecno-digitalicus globalizato. Parole nello stesso tempo capaci di sfuggire alle malie sin troppo facili del "nuovo", senza rifiutarne però all’occasione la sua forza di trasformazione. Abbiamo bisogno di parole nuove per "stare tra i tempi", per poter sopportare una stagione, che ha scolorato il paesaggio emotivo della nostra quotidianità, ma anche le nostre piccole abitudini e i gesti di tutti i giorni . Abbiamo bisogno di parole “ostetriche di vita”, che ci facciano risvegliare, rinascere, a volte con calma e prudenza, altre con l’entusiamo della giovane età, come brezza di giovinezza (che non si esaurisce nella gioventù, ma sale sino al tramonto della vita). Parole per scongiurare il rischio di spegnersi in quel regno delle rovine, evocato da T.S Eliot nella sua “La terra desolata” del 1922.

l giorno dopo, lo aspettiamo, non è ancora qui. Quando tornerà la luce dopo l’oscura notte, quando potremo smettere di aggirarci in una sorta di sonnambulismo sociale nelle nostre piazze vuote, sarà il giorno del risveglio, persino di una possibile rinascita. È però anche il giorno in cui si fa la conta dei danni, che questo annus horribilis ha provocato. Danni visibili, ma anche danni più profondi, che solo il tempo rivelerà in tutta la loro gravità. Il Virus, come più volte è capitato nella storia delle pandemie, che il giorno dopo forse avremo numericamente lasciato alle spalle insieme alle sue quotidiane liste di contagiati, intubati, decessi, guariti, sembra aver contaggiato, come già altre volte ho scritto, anche le strutture fodamentali e fondanti della stessa esistenza. Il danno psico-antropologico e sociale sarà certo più grande di quello, già doloroso, di mero ordine sanitario. Ma allora che cosa è veramente la rinascita, che tutti attendiamo? Pensare alla possibile ripresa economica, a rapporti geopolitici più equi, ad un’attenzione maggiore per il clima, ad un rapporto meno predatorio con la Natura, a rapporti umani più gentili, – non siamo certo divenuti migliori –, è certo necessario, ma non basta. “La rinascita, scrive Jung in una famosa conferenaza tenuta agli Incontri Eranos di Ascona nell’agosto del 1939, proprio in quell’estate, che annunciava la guerra, non è un processo, che si possa in qualche modo osservare. Non lo possiamo misurare, soppesare, fotografare. Si sottrae completamente ai nostri sensi. Abbiamo a che fare con una realtà completamente psicologica”. La più autentica rinascita appartiene infatti ai nostri mondi interiori, prima che a quelli esterni a noi, all’esser-ci prima che al fare. Appartiene alla nostra Anima, che per risvegliarsi e rinascere deve passare attraverso una vera e propria “catastrofe” personale e collettiva, nel suo senso etimologico di kata (giù) e stréphein (rovesciare, voltare). La “catasrofe” non è così la fine, ma l’inizio in cui e da cui si gira pagina, ci si rovescia rispetto ad una normalità, condizione di naufragio. Concediamoci qui una frase decisiva, che suona più o meno così: affinché il mondo cambi, noi dobbiamo cambiare!

Il giorno dopo è anche il giorno in cui proviamo a dimenticare, per tornare al “giorno prima”, a quel Natale del ‘20, in cui l’impensabile non era ancora accaduto. Ma a che cosa tornare? Ad una società dell’accelerazione, che mangia il tempo, ad un mondo fattosi mero oggetto di consumo, all’individualismo “egotico”, che ci fa attori, o forse è meglio dire “comparse”, della “cultura del narcisismo”(Christopher Lasch,1979), all’uomo predatore e nello stesso tempo schiavo dei nuovi idoli? Vi è però anche una “antica” quotidiana normalità da ritrovare e proteggere. Una normalità, a misura delle persone, del loro bisogno di vicinanza, di abbracci, di contatti affettuosi, di viaggi, di piacevolezze della vita, che il Grande Contagio ha reso pericolanti. Quali allora le parole-guida di questo possibile risveglio? Un risveglio per generare e rendere possibile la Bellezza, che è anche Bontà, come dice la parola greca Kalòs, nel momento che incontra la Giustizia, la Dignità di ogni uomo, per poi trovare il luogo della Felicità. Il giorno dopo ritroviamoci allora “tessitori” di nuove reti sociali solidali e ospitali, “costruttori” di una nuova idea di comunità, “giardinieri” di un paesaggio in cui possano essere coltivati, custoditi, comunicati i migliori fiori della nostra vita. Un “giardino” per il giorno dopo.

Graziano Martignoni


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