Quando esce in italiano il libro che ha vinto l’ultima edizione del premio Goncourt (il più prestigioso premio letterario francese), è per me sempre una festa. La ragione è semplice: sin dalla sua prima edizione, nel 1903, la qualità delle opere premiate ha pochi eguali al mondo. Anzi, vi consiglio caldamente di guardare, per trarre ispirazione per le prossime letture, il palmares qui e di leggere le recensioni già comparse in precedenza «Sullo scaffale», di alcuni dei titoli premiati (Dubois e Sarr).
L’ultima edizione, quella del 2022 (il premio viene consegnato nel mese di novembre), è stata vinta dal memoir Vivi veloce, della scrittrice Brigitte Giraud, nata in Algeria ma lionese d’adozione.
Il libro autobiografico racconta, a vent’anni di distanza dai fatti, la morte del marito di Giraud, l’allora quarantunenne Claude, giornalista musicale, disarcionato da una potente motocicletta Honda, il 22 giugno 1999.
Giraud, che con il marito, poco prima che questo morisse, aveva comprato una nuova casa dove si sarebbero trasferiti con il figlio, parte proprio dalla recente vendita di questo immobile, diventato ormai per lei una sorta di simbolo della sua relazione brutalmente distrutta dall’assurdo incidente, per raccontare la sua personalissima elaborazione del lutto. Così, praticamente ogni capitolo in cui è diviso il libro, è un «Se»: «Se Claude non avesse preso la moto di mio fratello», «Se non avessi visto quella casa»… che tenta di trovare le connessioni tra un evento – significativo o di poco conto – capace di aver determinato o meglio, essere stato la colpa, di quanto accaduto a Claude.
Devo confessare che questo tipo di approccio mi ha parecchio spiazzato. Non sono convinta che, almeno per me, possa funzionare una visione di questo tipo: «se non avessi fatto X o se Tizio o Caio non avessero fatto Y allora Z non sarebbe successo». Tuttavia, la lettura di Vivi veloce, libro che, al di là delle drammatiche vicende narrate, è indubbiamente scritto bene, con una prosa asciutta ed elegante, mi ha stimolato a riflettere su quanto quello che facciamo e quello che ci capita nel nostro quotidiano siano in grado di determinare, in maniera potentissima, ciò che potrebbe accaderci. Alla fine, resto però con questa domanda che rivolgo anche a voi: ha senso cercare a posteriori le ragioni di ciò che ci succede?
Perché leggerlo?
Perché questo libro può piacere oppure no (anche la critica si è molto divisa e, come avrete intuito, pure a me non ha del tutto convinto), ma gli va certamente riconosciuto il merito di toccare in maniera molto intima e senza eccessi di retorica il tema universale della perdita e della solitudine che ne deriva.
Una citazione dal libro
«Era forse l’eco lontana, conservata nel ricordo, della terrazza di Algeri dove andava in triciclo da bambino. Quel grande cielo, nel quale a volte risuonavano gli spari. Ma io preferivo stare in basso. Sulla terraferma. Ricordo quello slancio, che solo dopo mi è sembrato sospetto, quel desiderio sempre più ossessivo».
Federica Merlo
Newsletter #40
30 maggio 2023
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.