Emmanuel Carrère torna in libreria con V13, reportage narrativo che ha per argomento il processo per gli attentati terroristici avvenuti a Parigi il 13 novembre 2015 (fuori dal e nel Teatro Bataclan e allo Stade de France). Il libro, a onor del vero, raccoglie e amplia contributi già comparsi a puntate su alcuni quotidiani europei (in Italia su Robinson de La Repubblica).
Carrère in V13 racconta in prima persona quanto è accaduto per molti mesi – tra il 2021 e il 2022 – nell’aula dell’Ile de la Cité, allestita appositamente per accogliere il gran numero di persone coinvolte in quello che possiamo definire, senza ombra di dubbio, uno dei processi più importanti della recente storia francese ed europea.
Per i Carrèriani (Carrère è forse uno dei pochi provenienti dal mondo letterario che può vantarsi di essere diventato negli anni una vera e propria star!), siamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto a quanto lo scrittore parigino ci aveva abituato con le sue ultime pubblicazioni (Vite che non sono la mia o Yoga, solo per fare due esempi, quest’ultimo, tra l’altro, recensito in «Sullo Scaffale». In V13, infatti, Carrère si allontana da quella narrazione autofinzionale del sé che l’ha reso famoso, per dare voce agli altri: vittime, attentatori e legali presenti nelle varie udienze. Il risultato però, nonostante questo cambio di rotta è sempre eccellente, sia dal punto di vista narrativo – la sua prosa è straordinaria – sia dal punto di vista contenutistico, soprattutto per quanto riguarda la prima parte, nella quale i protagonisti sono i parenti delle vittime.
Che dire di più… questo V13 è un libro davvero tosto (come d’altronde lo è stato anche La traversata di Philippe Lançon che parlava dell’attentato a Charlie Hebdo), che ci fa rivivere scene strazianti e indicibili sofferenze (quelle dei genitori e dei compagni delle vittime) e ci mette di fronte, senza filtri, al male di cui gli esseri umani sono capaci.
Perché leggerlo?
Perché nonostante questo grande, enorme male, Carrère riesce a dimostrarci come si possa comunque trovare del bene. Molto bella è, a tal proposito, una frase di Simon Weil citata nel libro: «Il male immaginario è romantico, romanzesco, vario; il male reale incolore, desertico, noioso. Il bene immaginario è noioso; il bene reale è sempre nuovo, meraviglioso, inebriante»
Una citazione dal libro
«La mattina del 14 novembre 2015 all’obitorio due vittime sono state confuse. I genitori di una hanno creduto che la figlia fosse morta mentre era viva, quelli dell’altra hanno avuto la folle speranza che fosse viva mentre era morta. Chiamato al banco dei testimoni, il direttore dell’obitorio si giustifica: non si erano mai trovati a gestire una situazione del genere, l’arrivo in poche ore di “centoventitré corpi interi e diciassette brandelli di corpi”».
Federica Merlo
Newsletter #40
30 maggio 2023
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.