Beppe Sebaste è uno scrittore emiliano classe ’59, laureatosi a Bologna con Luciano Anceschi e amico, tra gli altri, del compianto fotografo Luigi Ghirri, che nel libro appare così: «seduto di spalle su una sedia di vimini a contemplare il mondo – quel mondo che ci insegnava a vedere e ci invita a guardare sempre di nuovo, come il grande cortile della reggia di Versailles punteggiato di turisti a colori».
La sua ultima fatica si intitola Una vita dolce. Uscito in maggio tra i Bloom di Neri Pozza, collana che sta sfornando un capolavoro dietro l’altro – Due vite di Emanuele Trevi (recensione) e Un uomo sottile di Pierpaolo Vettori (recensione) (quest’ultimo sarà ospite on-line della Fondazione il 14.09) sono solo due esempi – questo romanzo è tanto bello quanto difficile sia da definire che da raccontare. Per tale motivo, mi permetto di rubare le parole scritte da Mauro Portello in un articolo uscito sulla la rivista on-line Doppiozero, perché credo si avvicinino molto a quanto voglia essere Una vita dolce: «il fluttuare dei pensieri che liberamente si incontrano e si scontrano, e poi sbattono contro la malattia di S., contro il “velo di cemento”, come lei lo definisce, cioè “l’invisibile e spesso insormontabile separazione o estraneità tra sé e tutto il resto, le cose, le parole, i pensieri, e naturalmente se stessa”». Infatti, con una frammentarietà che non disturba il lettore e tra le tante citazioni musicali, letterarie, artistiche e cinematografiche, Sebaste ci consegna una meravigliosa – e meravigliosamente scritta! – storia di sé e del rapporto con la compagna S. all’inizio dello «svaporarsi della memoria» di quest’ultima a causa della malattia di Alzheimer.
Perché leggerlo?
Perché, pur non essendo un libro soltanto sull’Alzheimer – chi lo leggerà si accorgerà di quanti contenuti io abbia dovuto escludere in questo spazio di poche righe – in Una vita dolce, Sebaste è stato capace di parlare con franchezza di chi direttamente o di riflesso questa malattia la vive, in tutte le sue manifestazioni, da quelle più tragiche «I pazienti sono impediti proprio laddove più dolorosamente pulsa l’organo che sovrintende alla sorgente delle parole, cioè del mondo» a quelle più quotidiane «“che fai, ti metti i pantaloni?” e lei risponde ridendo: “no, no, me li tolgo”. Invece li sta infilando, e per poco non discutiamo perché le faccio notare la differenza».
Una citazione dal libro
«Per questo continuo a scrivere. Lei sa che sono alla ricerca di frasi pulite, possibilmente quasi perfette, non per addobbarci ma spogliarci. Approva la disperazione capace di creare e donare energia. Le faccio leggere quello che scrivo e non so che cosa sia, salvo ‘una cosa nuova’. Chi più sapiente di lei, per la quale tutto è ogni volta nuovo e sempre uguale, come il jazz e le carezze?».
Federica Merlo
Newsletter #32
30 settembre 2022
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.