Passeggiando tra gli stand del Salone del Libro di Torino (14-18 ottobre 2021) che finalmente, dopo l’edizione on-line dell’anno pandemico, è tornato in presenza, mi sono fermato a quello della piccola casa editrice Carbonio, della quale abbiamo già recensito qualche mese fa La Tuffatrice di Julia Von Lucadou. Spulciando tra un romanzo e l’altro, attirato dalle loro bellissime copertine, ho fatto amicizia con la press editor Costanza. La bellezza di questo tipo di manifestazioni legate all’universo letterario è quello di poter incontrare tanti addetti ai lavori – non solo scrittori! – con i quali scambiare quattro chiacchiere sui propri interessi in termini di letture in un clima rilassato – perché è vero che c’è sempre una gran folla, ma quella del Salone è tranquilla, benevola.
Costanza, alla quale ho parlato anche della Fondazione Sasso Corbaro, in segno di gratitudine per aver recensito il romanzo della Von Lucadou, mi ha regalato una copia di Un paziente di Ben Watt, perché «questo tu lo devi leggere!».
Ammetto che del libro non ne sapevo nulla, ma scopro presto che si tratta del memoir, scritto da uno dei due membri – l’altra è la moglie di Watt, Tracey Thorn – del gruppo di musica alternativa anni ’90 Everything but the girl, il cui pezzo «Missing» ebbe in quegli anni un successo planetario.
Pur essendo parecchio scettico nei confronti di questi racconti, scritti dalla star di turno, soprattutto quando parlano di tematiche legate alla malattia, in questo caso mi sono voluto fidare di Carbonio e ho fatto benissimo. Un paziente è stata davvero una gran bella lettura.
Ma di cosa parla nello specifico? Allora, Ben Watt, dal 27 giugno all’1 settembre del 1992 è stato ricoverato al Westminster Hospital di Londra per una rara vasculite autoimmune, dal nome quasi impronunciabile, di Granulomatosi Eosinofila con Poliangioite – in precedenza anche nota come sindrome di Churg-Strauss. Nelle settimane di ricovero, Watt ha subito sei interventi chirurgici di resezione intestinale per rimuovere parti dell’organo definitivamente compromesse dalla malattia, rischiando più volte la vita. Dopo questo lungo calvario e dopo essersi riuscito a riprendere così bene da poter continuare la sua brillante carriera di musicista – «Missing» uscì nel 1994! – nel 1996 ha pubblicato Un paziente. Detto ciò, apparentemente, il libro non dovrebbe avere nulla di tanto diverso da molte altre narrazioni della malattia di questo genere. E invece diverso lo è, e lo si capisce sin da subito. Infatti, a parte lo stile di scrittura, molto schietto ma curatissimo, due sono state le scelte che elevano questo testo a vera e propria opera letteraria. La prima è il modo in cui l’autore narra quanto accadutogli. In tutto il libro si alternano al racconto in prima persona delle vicende, molte parti, in corsivo, dove Watt riporta i suoi pensieri o ci parla dei suoi sogni e dei deliri causati dai medicamenti che gli venivano somministrati. Queste parti si integrano perfettamente nella narrazione e ci proiettano nella mente del paziente, aumentando di molto l’effetto d’immedesimazione del lettore. La seconda scelta che Watt compie è quella di andare oltre al racconto di quanto ha patito e di coinvolgere, anche con interessanti digressioni sul suo passato (es. la partita di calcio della domenica col padre, la vita sempre in attesa dello squillare del telefono della madre giornalista, il periodo all’università di Hull con la moglie Tracey), altri personaggi che in qualche modo subiscono a loro volta il turbamento dell’ordine imposto dalla malattia, ma anche da tutti quegli episodi, a volte imbarazzanti, a volte ridicoli, a volte, invece, molto profondi (es. il rapporto con alcuni medici e infermieri) che a Watt accadono durante la sua lunga degenza ospedaliera. Una nota finale – ed è un aspetto che ha contribuito a farmi amare ancora di più questo libro – la rivolgo alla capacità dello scrittore di rifuggire da una facile retorica legata alla malattia e alla condizione di malato in cui troppo spesso, ultimamente, capita di imbattermi. Ben Watt, come a mio avviso la letteratura dovrebbe sempre fare, non ci dà i soliti consigli di chi ci è passato e non prova a consolarci, ma, con il potere della grande scrittura, che non trascura mai la ricerca dello stile e della forma, ci porta nel suo universo di sofferenza e ci lascia lì. A noi tocca riflettere, a noi tocca pensare al significato che diamo alla nostra salute, al suo venir meno e a tutto quello che questo comporta anche per chi ci sta vicino.
Perché leggerlo?
Buoni motivi per la lettura di Un paziente ne ho già dati parecchi… ma mi permetto di aggiungere che questo libro deve anche essere letto per scoprire – e chi lo conoscesse già, riscoprire – l’universo musicale degli Everything but girl, «and-I-miss-youuuu, like the deserts miss the raiiiinnnn, lalalalaaa la»
Una citazione dal libro
«E in queste ore, spesso passate in compagnia di Tracey che leggeva in silenzio, non provavo rabbia o risentimento, né un crescente senso di ribellione verso quella che sembrava una tale ingiustizia, una vita che non aveva nulla della vita, per il motivo che la domanda «Perché proprio io?» può portare solo alla successiva domanda «Perché chiunque?» e il mondo interiore in cui avevo iniziato ad abitare non era un luogo dominato dalla paura, dalla tensione e dall’acrimonia, ma un posto invece dove il riconoscimento della mia fragilità e della mia mortalità mi davano una sorta di nuova forza».
Nicolò S. Centemero
30 novembre 2021
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.