Ci sono autori che vorresti leggere da un po’, ma non si sa perché, restano lì. Poi, quando ti decidi, è difficile scegliere da dove iniziare: si va in ordine di pubblicazione? Ci si butta subito sul libro migliore?
Anche con Percival Everett, scrittore statunitense classe ’56, noto per essere l’afroamericano che non parla degli afroamericani, mi è successo così. Finché a luglio di quest’anno i tipi de La Nave di Teseo non hanno pubblicato Telefono, ultima fatica di Everett con la quale è arrivato in finale al Pulitzer 2021 (vinto da Louise Erdrich con «The Night Watchman», che sarà tradotto da Feltrinelli e arriverà in autunno).
Questo Telefono è un romanzo «di sentieri che si biforcano», come recita la quarta di copertina, nel quale il protagonista Zack Wells, professore di geologia losangelino e prototipo di quell’americano realizzato al quale apparentemente non dovrebbe mancare nulla, viene sconquassato dai drammi che la vita gli riserva. La grandezza del romanzo, al di là dell’interesse che possano suscitare le molte vicende (e i molti plot twist) che con l’andare delle pagine si accumulano l’una sull’altra senza mai veramente concludersi, sta nel brillante talento letterario di Everett, capace di tenere tutto insieme senza mai disorientare o annoiare il lettore. Per concludere, penso che ancora tre cose meritino di essere menzionate di Telefono. La prima è il personaggio Zack Wells, narratore in prima persona della vicenda, che per me è tra i più profondi e memorabili scritti ultimamente. La seconda è la bravura di Everett nel descrivere il percorso di sofferenza affrontato da Wells e dalla moglie Meg quando alla figlia Sarah viene diagnosticata una gravissima malattia. La terza è che il romanzo ha tre finali e comprandone una copia il lettore potrà leggerne soltanto uno. So che questa trovata farà arrabbiare molti, ma a me ha intrigato parecchio.
Perché leggerlo?
Perché, come dice l’amico e bookblogger Angelo Cennamo su Telegraph Avenue (trovate qui la sua recensione di Telefono) «Leggere Percival Everett è come saltare nel buio: occorre fidarsi, lasciarsi condurre senza fare tante domande».
Una citazione dal libro
«Il modo in cui ci trattiamo a vicenda cambia a un ritmo che in tutte le altre aree dell’esperienza umana ci risulterebbe intollerabile. Potremmo definire tale ritmo lento, rilassato o, più correttamente, glaciale. Un ghiacciaio è una massa di ghiaccio e firn, neve compatta, che mostra segni di movimento, creatasi dove la produzione di neve è superiore all’ablazione e così perdurante da un anno all’altro, persistendo anche quando un cambiamento nel clima annulla le condizioni che le hanno consentito di esistere. Lo stesso accade con le oscenità, le offese e il dolore che ci infliggiamo a vicenda, con il pregiudizio, la negligenza, la tortura e la schiavitù. Come i ghiacciai, queste cose non sono confinate in un’unica parte della terra».
Federica Merlo
30 agosto 2021
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.