Svegliare i leoni è, in ordine di pubblicazione, il secondo dei tre romanzi (di tutti se ne parla un gran bene a livello internazionale) scritti fino ad ora dalla giovane e talentuosa autrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen.
Il libro, che definirei per un terzo un thriller e per due terzi una profonda analisi psicologica dei personaggi, parte da uno spunto di trama semplicemente geniale: provando il suo SUV tra le dune del deserto del Negev il neurochirurgo Eitan Green – persona dai solidi principi morali tanto da aver rinunciato ad una promettente carriera rifiutando la corruzione del suo superiore – uccide, investendolo, un lavoratore migrante eritreo e preso dal panico per quanto successo scappa.
Mi fermo qui con il racconto delle vicende perché non avrebbe senso rovinare le interessanti sorprese e i colpi di scena che il libro riserva.
Credo invece sia utile sapere, per chi ne volesse intraprendere la lettura, quali sono i due meriti a mio avviso maggiori di questo Svegliare i leoni. Il primo, è la scrittura perfetta. La Gundar-Goshen ha una prosa semplice ma molto elengante e il libro scorre dalla prima all’ultima pagina senza mai una sbavatura, senza mai un termine fuori posto. Il secondo è la trattazione di tematiche molto interessanti ed attuali. Da una parte, la colpa, la bugia, i non detti e i ricatti all’interno delle relazioni umane, dall’altra uno sguardo affascinante su Israele e sul rapporto di questo stato con i migranti (in questo caso in un campo profughi) che ci permette di confrontare la nostra realtà con un’altra più lontana… purtroppo solo geograficamente.
Quando lo si conclude, se gli si perdona qualche digressione descrittiva di troppo su aspetti o personaggi marginali e un finale, forse, un po’ frettoloso, Svegliare i leoni è uno di quei libri che, come si suol dire, «ti rimane dentro».
Perché leggerlo?
Per leggere «cultura ebraica». Nonostante sia da poco uscita un’edizione Feltrinelli, uno dei motivi che mi ha spinto a leggerlo è stato inizialmente il desiderio di scoprire qualche titolo pubblicato da Giuntina, casa editrice fiorentina, unica in Europa ad essere specializzata in cultura ebraica.
Una citazione dal libro
«L’unico denominatore comune era il nome con cui li definivano altre persone, che avevano la pelle di un altro colore. Cosa li accomunava al di fuori del tintinnio metallico delle catene del viaggio che li aveva legati? Emigrare significa lasciare un posto per un altro, trascinandoti attaccato alla caviglia con una catena d’acciaio il posto che hai lasciato. Se emigrare è difficile, è perché è dura camminare per il mondo con un intero paese legato alla caviglia».
Federica Merlo
30 settembre 2020
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.