Dal romanzo di Lisa Genova: Alice è una brillante docente universitaria con una famiglia unita della quale va molto fiera. Poco dopo i 50 anni, le viene diagnosticato un Alzheimer presenile su base ereditaria e, in tempi dolorosamente veloci, si trova costretta a lottare per ricordare il più a lungo possibile ciò che è stata.
Perché guardarlo?
Ci sono film che per la tua professione sono da guardare per obbligo: sia per la tematica, che per le recensioni che hai letto. In realtà poi, tra una scusa e l’altra, riesci sempre a evitare di guardarli, come se avessi un presentimento che ti dice che non sarà una visione facile. E dire che sono abituata a vedere film su malattia, malati, famigliari e in fondo “riuscire” in qualche modo a guardarli con l’occhio professionale e quindi con una “distanza” che permette di non avere la storia, i fotogrammi, i personaggi nei pensieri dei giorni successivi. Poi una sera tardi, zappando, te lo ritrovi lì e cominci a guardarlo, senza il filtro della professione, del guardarlo per “lavoro”, ma “esposta totalmente” alla cruda narrazione. Così non solo il film continua a lavorarti in testa durante la notte, ma ti ritrovi anche a scriverne per “esorcizzare” la storia, la biografia, di questa donna che ha alcuni anni più di te, dei figli, un’attenzione alle parole, allo studio, …
Il film è misurato, essenziale, laico: non c’è una retorica della malattia, del possibile lato positivo. Alice cerca solo di essere ancora Alice: per lei in primo luogo. I famigliari sono realistici nella loro imperfezione, nella loro, a volte, inadeguatezza, nel loro tentare di andare avanti. Andare avanti, senza di lei. O meglio: senza l’essenza stessa di Alice.
La concezione, l’elaborazione e l’accettazione è, come sempre, la chiave di volta dell’esperienza di malattia anche in questo film. Per ognono dei famigliari arriva con tempistiche differenti. Il marito di Alice, si appiglia alle sue conoscenze mediche per tracciare un confine emozionale netto tra sanità e malattia, dimostrandosi in ultimo incapace di amare una persona così drammaticamente destrutturata. Sarà la figlia minore Lydia ad offrire alla madre una via di fuga attraverso la sua presenza forte ed amorevole, rappresentando un sostegno di straordinaria portata, suggerendo un linguaggio nuovo, fatto di poesia ed emozioni, di parole a volte insensate ma non per questo prive di significato, ritrovando un rapporto con la madre.
Per Alice è molto più complicato e potrà elaborarlo purtroppo solo fino a quando la memoria glielo permetterà. Mi ha colpito molto una frase che confida Alice a suo marito subito dopo la comunicazione della sua diagnosi: “vorrei avere il cancro”. Alice comunica così l’incontenibile rabbia verso un male che sembra aver colpito l’essenza stessa della sua persona: non il mero esistere biologico ma la vita intesa come quell’esperienza che definisce, caratterizza e completa.
Una citazione dal film
«Perdo l’orientamento, perdo degli oggetti, perdo il sonno, ma soprattutto: perdo i ricordi. In tutta la mia vita ho accumulato una massa di ricordi che sono diventati in un certo senso i più preziosi di tutti i miei averi: la sera in cui ho conosciuto mio marito, la prima volta in cui ho tenuto tra le mani un libro, la nascita dei miei figli, le amicizie che ho fatto, i viaggi per il mondo… Tutto quello che ho accumulato nella vita, tutto quello per cui ho lavorato con tanto impegno, ora inesorabilmente mi viene strappato via […..] Sto lottando per restare parte della realtà, per restare in contatto con quella che ero una volta». (Una frase di Alice Howland )
Recensioni
«(…) Se il cinema è un territorio inevitabilmente relazionale, Julianne Moore è il punto più intenso della relazione, una luce di evidenza e di chiarezza, che narra e fa conoscere allo spettatore una patologia crudele. Una crepa intima che spezza vene e cuore nella sequenza in cui Alice, riprodotta (sul computer) e ‘accesa’, parla al suo sé alterato e spento. La malattia al cinema è materia che richiede di connotare le proprie storie di uno spessore nuovo (quello dell’etica) e di una nuova articolazione narrativa. Glatzer e Westmoreland si prendono il rischio e realizzano un film che elude qualsiasi forma di patetismo o di esibizionismo, interrogandosi e misurandosi col dolore muto e ingrato dell’Alzheimer.
E la loro esposizione artistica finisce per proteggere la nostra fragilità, riconnettendo in una storia dotata di senso, i frammenti sconnessi di esperienza contro cui ci fa sbattere duro la vita. Proprio come fa Lydia (la figlia di Kristen Stewart) con la madre, ‘curandola’ con la letteratura drammatica. Perché la memoria del bello agisce sui circuiti emozionali, che irriducibili e sbalorditivi sopravvivono a quelli cognitivi. Probabilmente l’amore non impara mai a dimenticare». (Marzia Gandolfi, www.mymovies.it)
Martina Malacrida Nembrini
30 agosto 2020
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.