Se è vero che riconosciamo alla cultura egizia un approccio medico quasi moderno, c’è però una grande differenza tra la medicina di oggi e quella di allora: l’elemento magico.
Il medico egizio infatti non disdegnava utilizzare degli incantesimi per aiutare la guarigione del malato. Oltre al sunu, il medico “tradizionale”, c’erano anche altre categorie di medici che utilizzavano principalmente la magia. Tra questi, i sacerdoti della dea Sekhmet, la Potente, dea dalla testa di leonessa.
Questa dea forte, indomita e crudele, aveva una natura ambigua: se da un lato con il suo alito caldo si riteneva portasse le malattie e le pestilenze, dall’altro era una potente dea guaritrice, chiamata Signora della vita. Diversi Faraoni hanno dedicato il loro regno al culto di Sekhmet, cercando di entrare nelle grazie della dea.
Tra le testimonianze più eloquenti c’è quella del faraone Amenhotep III: Malato e sovrappeso, il sovrano provò a ingraziarsi la dea Sekhmet, e per far questo fece scolpire 730 statue che la rappresentavano seduta in trono o in piedi. Queste statue vennero poi collocate all’interno del suo tempio funerario di Tebe Ovest. Disgraziatamente per lui, Sekmet restò sorda alle sue suppliche.
Quello che colpisce in questa simbologia però, non è tanto la scelta della leonessa, quanto il fatto di accumunare il potere della malattia e della cura in un unico soggetto. Una scelta che per una civiltà cosi antica come quella egiziana che ancora una volta sa di modernità. La cura e la malattia, due facce della stessa medaglia, due concetti che vanno a braccetto da sempre e che già 5000 anni fa l’uomo sentì il bisogno di rappresentare.
1 marzo 2023
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.