Pensieri

Settembre 2024

Pensiero 1

«Fino a circa un secolo fa non ci si poneva il problema di ritardare la morte. Si preferiva credere che il dopo potesse essere meglio. In un secolo o poco più, nel mondo occidentale, abbiamo raddoppiato l’aspettativa di vita. Abbiamo inventato la vecchiaia come condizione normale, non più eccezionale. Scoprendo la biologia dell’invecchiamento. Oggi, grazie alla scienza medica siamo sempre più numerosi a invecchiare e si dice che siamo prossimi a triplicare l’aspettativa di vita rispetto a circa un secolo e mezzo fa. Allora perché non pensare di poter prolungare ancora e ancora, la durata della vita, e magari raggiungere l’immortalità? Alcuni scienziati lo pensano? La laicizzazione porta a dubitare di un altrove per il Sé dopo la morte; quindi, sarebbe il caso di darsi da fare per cercare di far persistere il più possibile – il Sé o qualunque cosa sia».

Gilberto Corbellini, Il Sole 24 Ore, 18.08.2024

Il Commento

Venki Ramakrishnan, Premio Nobel per la chimica, ritiene che l’invecchiamento sia dovuto al ripetersi costante di danni chimici, difficili da riparare soprattutto quando l’energia necessaria è già stata usata nella fase riproduttiva dell’uomo. Per neutralizzare i loro effetti negativi occorrerebbe curare soprattutto l’esercizio fisico che favorisce la rigenerazione dei mitocondri, il sonno quando avviene la manutenzione del nostro organismo e una dieta di frutta e di verdura, ma pure cercare di ridurre lo stress sociale.

Pensiero 2

«Hanno provato in tutti modi ad abbatterlo [Mimmo Lucano, ndr.], non ci sono riusciti. Ho seguito la sua campagna elettorale con attenzione: è stato molto parco di parole, non ha partecipato a nessuna gara di insulti in tv, non credo abbia un social media manager. L’ho trovato un po’ in tono minore, una luce diversa negli occhi, ho pensato che, certo, su tutti noi la vita lascia i segni: fa i suoi giri, dicevo, ma restano cicatrici. A volte ti ammali, a volte ti ritiri, a volte incupisci. Comunque, sei ancora qui».

Concita De Gregorio su Mimmo Lucano, la Repubblica, 12.06.2024

Il Commento

La pazienza è fondamentale per cercare di vivere bene affinché la vita abbia il tempo di restituirci quello di cui abbiamo diritto: non sempre sa arrivare in tempo, ma, incapaci di aspettare, perderemmo la possibilità di una restituzione dei torti ingiustamente subiti.

Pensiero 3

«Ascolterò gli angeli che provengono dai miei amici morti
silenziosi come la neve evidenti come la neve
Vedrò la neve sciogliersi e diventare acqua
La vedrò scomparire
e tornare, come aquile
Vedrò le aquile arrivare
Scomparire
e sentirò la musica
nel movimento che creiamo
e che ci crea, così evidenti, nel buio.
Jon Fosse

È proprio in questo territorio o ambito paradossale, che è percettivo, fisico e insieme concettuale – la sfuggente, sempre indeterminata compresenza tra il visibile e l’invisibile, il senso e il non senso, la veglia e il sogno, la parola e il silenzio – che Fosse gioca l’onore della sua poesia. […]
“Dar voce all’indicibile” mette il dito nel punto giusto e più rovente della sua scrittura. Possiamo un po’ tutti intuire di cosa si tratti, quale sia il nocciolo della questione, insomma. Quanto a questo, nei suoi versi Fosse è stato invece precisissimo, chirurgico addirittura (e va ricordato che proprio la precisione espressiva costituisce un vanto della sua scrittura, non soltanto poetica). C’è una breve lirica che al riguardo dice: “Così sai che esiste / l’incomprensibile / che tutti comprendono / perché ciò che è detto / è sempre il contrario / ma proprio allora esiste / allora capiamo / allora al contrario siamo presenti / nelle belle oscurità della pioggia / nella luce nera della pioggia”.
Fosse ci sta dicendo – e questo porta luce sulla sua stessa poesia – che l’“incomprensibile”, che poi altro non è che il mistero della nostra vita e della realtà tutta si può sentire e perfino riconoscere come una certezza solo per via negativa, vale a dire sul rovescio o nel contrario di tutto ciò che appare, che si può vedere, che si può dire o scrivere».

Roberto Galaverni, La Lettura, 18.08.2024

Il Commento

Dice bene Roberto Galaverni che “è proprio come accade nella vita, in cui bene o male si è sempre per via. È una specie di dramma sacro – l’incontro primo e sempre rinnovato dell’io (o dei nostri diversi io) con sé stesso e col mondo – quello che si celebra in questi versi. Ed è proprio il dramma, cioè il rinnovarsi del rito poetico tra smarrimento e orientamento, a risultare distintivo dell’umano destino, e non la sua soluzione”. Sembra proprio che lo smarrimento poetico corrisponda all’umano destino.

Pensiero 4

«Allora ho pensato questo: ogni psichiatra che non lega si assomiglia; e non lega per un motivo molto semplice, perché ha compreso che non è giusto, non è terapeutico, anzi anti-terapeutico, è una tortura, è un crimine. E per questo è felice. Ecco, così ho pensato: uno psichiatra che non lega è felice. Viceversa, ogni psichiatra che ritiene giusto, utile, terapeutico legare un altro uomo è infelice a modo suo. E quindi, in questa infinita varietà di infelici, c’è chi lega perché ha imparato a legare e non l’ha mai contestato: è come una scimmia ammaestrata che esegue. C’è chi lega perché ha paura, troppa paura, e non sa gestire in un altro modo. C’è chi lega perché è un autoritario non tollera la disubbidienza dell’uomo in crisi. C’è chi lega perché in ospedale di notte vuole dormire. C’è chi lega perché è un sadico. C’è chi lega perché non ha sufficiente empatia, non ce la fa proprio a immedesimarsi in quell’essere umano legato, non ha mai fatto l’esperimento di pensare un attimo che potrebbe essere lui, o sua sorella, o suo padre, o suo figlio, a essere legato su quel letto. C’è chi lega perché non conosce bene i farmaci, è un pavido, non vuole rischiare, e tra ignoranza e vigliaccheria sceglie le fasce. C’è chi lega perché così si sente più figo. Ma la classificazione sarebbe infinita. Gli infelici, ho pensato, legano per motivi diversi. Gli psichiatri felici, invece, non legano. E non legano per un solo motivo.
All’infermiera che non ha mai visto le fasce avrei voluto dire questa cosa. Ho pensato, anche, che non si parla mai molto degli infermieri, perché sembra che la decisione ultima, legare o non legare, spetti solo al medico, dato che in questa obsoleta gerarchia sanitaria il medico decide, l’infermiere esegue, il medico cura l’infermiere assiste. In realtà, riguardo a questo argomento, mi sa che gli infermieri sono più importanti dei medici: perché sono loro che stanno costantemente con il paziente, e se vogliono che il paziente venga legato, il medico, per quanto ben intenzionato, non potrà farci niente, e il paziente verrà legato, ma se gli infermieri non vogliono che il malato venga legato, in quel caso ogni medico  avrà seri difficoltà a imporre una contenzione. Ho visto infermieri riuscire a fare incazzare un paziente appena sciolto semplicemente con il modo sgarbato e arrogante con cui gli porgevano la terapia farmacologica. Ho visto altri infermieri perdere ore a stare accanto al paziente per prevenire la sua aggressività, portarlo a fumare, a mangiare, a giocare, a fare la doccia. Ecco che pure gli infermieri mi sa che si dividono in felici e infelici».

Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale, 2013

Il Commento

L’attuale “cultura manicomiale” italiana corre il rischio di ricadere nelle vecchie abitudini, quando la burocrazia prevaleva nel rapporto verso gli ammalati, venendo a mancare la gestione umanistica delle crisi psichiatriche. Occorre evitare il ritorno al vecchio manicomio dove l’ammalato, come dice bene Cipriano, è la “macchina biologica rotta da aggiustare” e quando il farmaco non basta più, torna automaticamente la contenzione.

Pensiero 5

«Non è una buona cosa: ecco cosa mi viene in mente quando penso la timidezza. O quantomeno, sono abbastanza certa che non dovrebbe esserlo. Timidezza è una parola ancora in uso nel vocabolario della gente comune? Mi sembra soprattutto una parola del Diciannovesimo secolo, evocatrice di immagini di zitelle povere che in quanto a vitto alloggio dipendevano dalle loro famiglie rancorose. Di generazioni di bambini vittoriani vestiti alla marinara che ci si aspettava di “vedere ma non sentire”. E forse anche di timidi corteggiatori, ai balli eleganti dell’alta società, che non osavano aggiungere il loro nomi al carnet di ballo dell’amata. Tutto questo per dire che sembra una descrizione di persone che non ci aspettiamo più di incontrare in questi tempi in cui si è quasi smesso di arrossire. Mi sembra infatti che oggi la timidezza sia considerata un tratto quasi incomprensibile, indizio di una qualche forma di squilibrio mentale. Gl iinguaribilmente timidi necessitano addirittura di una diagnosi per giustificare al mondo il loro stato comportamentale. D’altronde, cosa c’è di più difficile da capire di una persona reticente nell’usare la propria “voce” per “accrescere la consapevolezza”? Per fare una pratica costruttiva o, necessariamente, distruttiva? Per rendere il mondo un posto migliore come solo il loro contributo, declamato senza citazioni e possibilmente divulgato in ogni dove, può fare? Ogni variante del “farsi i fatti propri” oggi viene spesso denunciata come nient’altro che una forma di complicità tattica al servizio dell’oppressione. Se fossimo ancora tutti credenti, ciò potrebbe essere spiegato ricorrendo alla parabola dei talenti del Vangelo di Matteo. In soldoni: se tieni il tuo talento sepolto e sotto terra, invece di decuplicarlo – con visualizzazioni e like – non meriti altro che ad essere gettato nelle tenebre eterne, dove sarà pianto e stridore di denti».

Eimear McBride, la Repubblica, 12.06.2024

Il Commento

La timidezza potrebbe indurci a una riflessione più prudente, come avviene in chi sa di non saper tutto: ci permetterebbe comunque di guardare oltre e trovare cose buone in chi è molto differente da noi, ascoltandoli e facendoci ascoltare per aderire meglio alla società.

PENSIERI

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida

La Fondazione Sasso Corbaro mira a trasformare il modo in cui la Cura viene pensata, insegnata e vissuta attraverso il contributo delle Medical Humanities e dell’etica. Dà forma al suo impegno attraverso cinque ambiti di azione intrecciati: formazione, ricerca, consulenza, progetti editoriali e iniziative di divulgazione.

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