Naja Marie Aidt, fresca vincitrice del Nordiska Pris 2022 – il piccolo Nobel – è una scrittrice e poetessa danese classe ’63 con all’attivo già parecchie pubblicazioni. In italiano, però, arriva solo ora grazie ai tipi di Utopia, piccola, giovane ed eccellente casa editrice milanese che ha affidato alle sapienti mani di Ingrid Basso la traduzione di un libro – già finalista al National Book Award nel 2019 – a metà tra la prosa e la poesia.
Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo, racconta la dolorosa esperienza personale di Aidt che nel 2015 ha perso uno dei suoi quattro figli, il venticinquenne Carl (il ragazzo, dopo aver ingerito con un amico dei funghetti allucinogeni, si è lanciato dalla finestra del suo appartamento al quinto piano, a Copenhagen).
Siamo qui molto distanti dal memoir, forma letteraria spesso impiegata per questo tipo di narrazioni. Aidt, infatti, produce un ibrido di difficile definizione, fatto di frammenti diaristici in prosa, mischiati sapientemente a componimenti poetici. Inoltre, in costante dialogo con le sue parole, fa entrare quelle di altri scrittori, tra cui Whitman, Didion, Mallarmé e Dickinson e lavora parecchio sulla struttura del testo, affidando ai cambi di carattere tipografico e alle scelte d’impaginazione parte del coinvolgimento emotivo del lettore.
Come avrete intuito, è estremamente complesso riportarvi quanto si trova all’interno di questo libro, la cui grandezza letteraria è pari alla sofferenza che si prova leggendolo. Ha quindi più senso concludere con la risposta di Aidt alla domanda «perché ha scritto questo libro?» postale dallo scrittore e editor John Freeman in questa bella intervista: «Beh, perché sono una scrittrice. Mi sono chiesta molte volte: perché dovrei sopportare il dolore che mi genera la scrittura di questo libro – scrivendolo nel mezzo del mio dolore crudo, nel mezzo del mio shock e del mio trauma? Ma penso di essere stata una scrittrice per molti, molti, molti anni, e questo è il mio ventinovesimo libro, quindi è quello che faccio. Non so come affrontare nulla in modi diversi, e inoltre ho avuto la sensazione molto forte di dover scrivere questo libro per poter scrivere qualcos’altro in futuro. Non volevo che la storia di mio figlio si mescolasse in ogni libro che avrei scritto in futuro, e sapevo anche, soprattutto, di essere completamente cambiata come essere umano, come persona e forse anche come scrittrice. Quindi ho sentito di non avere altra scelta che trovare un modo per esprimere questo, o esplorare questo momento orribile della mia vita».
Perché leggerlo? Perché questo libro è un’opera d’arte che parla di lutto, e, in quanto tale, è capace d’illuminare anche uno dei traumi più dolorosi della nostra esistenza.
Una citazione dal libro «Tutta la concezione per cui il lutto sarebbe una pratica che bisogna espletare mi ripugna. Tutta la teoria per cui il dolore è una pratica che deve essere espletata per poter guarire mi rende furiosa. Io non avevo forze per lavorare. Desideravo che qualcuno mi accarezzasse la guancia e mi consolasse. Volevo cure, non lavoro. Desideravo che qualcuno sollevasse il dolore dal mio petto, per un istante soltanto».
Federica Merlo
Newsletter 26
30 marzo 2022
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