L’imponente scultura marmorea di 277 cm fa parte della serie dei Prigioni “non-finiti” per la tomba di Giulio II. L’Atlante deve il suo nome alla forma del blocco non scolpito, che sembra pesare come un masso retto con sforzo sopra la testa. In realtà il blocco doveva contenere la testa stessa e un braccio, senza distinzione. Le gambe sono divaricate e piegate, un braccio sospeso, e tutta la muscolatura è in tensione come nel tentativo di sollevare un gravoso peso che incombe sulle spalle. In questa posizione è più che negli altri Prigioni, evidente il senso di energia compressa, che sembra esplodere dal marmo.
Proprio lo stato non-finito è all’origine della straordinaria energia che coglie la figura in una sorta di atto primordiale nel liberarsi dal carcere della pietra grezza. Tutta la superficie è resa vibrante dalle tracce dei diversi scalpelli e raschietti usati nella scolpitura da Michelangelo.
Questa sensazione di “prigionia” da cui cerchiamo di liberarci da quasi due anni a causa della pandemia ci opprime proprio come il personaggio che sembra divincolarsi nel blocco di marmo. Volendo fare un discorso più generale sul concetto di cura, il processo di uscita dallo stato di malattia ci impone di essere opera e artista allo stesso tempo. Opera oppressa che cerca di liberarsi e darsi una forma e artista che cerca di liberare dal marmo la figura che ha in mente. Proprio come quando siamo malati e a letto pensiamo a cosa vorremmo fare una volta guariti. Lì inizia la liberazione dalla roccia opprimente, lì inizia il nostro processo di cura. La cura come percorso verso una nuova vita, verso una ridifinizione di sé, togliere il marmo che imprigiona e che opprime e tornare a risollevarsi.
1 gennaio 2022
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.