Riparare i viventi, della filosofa e sociologa francese Maylis de Kerangal, è il racconto di 24 ore. Simon e suoi due amici Chris e John fanno surf in una gelida mattina di febbraio nella Francia del nord, a Le Havre (luogo dove l’autrice stessa ha trascorso l’infanzia). Dopo un’epica sessione tra le onde oceaniche, i tre fanno rientro verso casa in un vecchio furgoncino stile hippie. Chi guida, Chris, non si capisce se per un colpo di sonno o per colpa del ghiaccio esce di strada andando a sbattere contro un palo. L’impatto, che proietta Simon fuori dall’abitacolo, procurerà al giovane lesioni al cervello irreversibili, lasciandolo in stato di morte cerebrale. A questo punto l’infermiere Thomas Rémige, coordinatore della donazione di organi, avvia il complicato (burocraticamente ma soprattutto moralmente!) processo che permetterà al cuore di Simon, ancora in perfetta forma, di «riparare una vivente», la traduttrice Parigina Claire Méjan. A mio avviso, la grandezza di questo breve romanzo (218 pagine), definito sulla quarta di copertina da un blurb azzeccatissimo «bello come una tragedia antica», non sta solo nella vicenda narrata ma nella sua coralità. Più facile sarebbe stato concentrarsi su Simon, renderlo protagonista unico e assoluto della sua storia. De Kerangal, invece, liberando la medicina dal suo peculiare linguaggio tecnico (senza però che i dettagli più realistici vengano meno), riesce a descrivere con una prosa perfetta e in maniera mai superficiale, pietistica o scontata tutta la rete di personaggi che viene coinvolta dal tragico evento. Il risultato è quello di portare il lettore di fronte alla «vita stessa, la catena umana di tutte quelle persone – fra cui il medico e l’infermiera del reparto di rianimazione e i loro piccoli gesti quotidiani – che permeteranno di riparare alla intollerabile ferita nel tessuto sociale rappresentata dalla morte di Simon». (F. Musolino, minima&moralia, 2015).
Perché leggerlo?
Perché tocca argomenti fondanti la nostra natura di «essere umani». In particolare, il concetto ontologico del «dono», alla base della medicina dei trapianti, e la desacralizzazione del corpo, resa possibile dalle tecnologie a disposizione nelle terapie intensive dei moderni ospedali.
Una citazione dal libro
«Anche la strada è silenziosa, silenziosa e monocroma come il resto del mondo. La catastrofe si è propagata agli elementi, ai luoghi, alle cose, un flagello, come se tutto si conformasse a quanto è accaduto quella mattina, dietro le falesie […]».
Nota
Il 27.05.2020, in occasione del Premio Von Rezzoni XIV, l’autrice ha conversato con Philippe Lançon, scrittore francese finalista al premio con il suo libro La traversata (Edizioni e/o, Roma, 2020). La traversata è stato recensito nella Newsletter #2.
Federica Merlo
30 luglio 2020
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.