Questi capelli (pubblicato in italiano da poco da La Nuova Frontiera, ma uscito nel 2015 in portoghese) già dal prologo – bellissimo! – ci fa capire che quelle 150 pagine che abbiamo per le mani saranno qualcosa di non comune.
Il libro, infatti, esordio di Djaimilia Pereira de Almeida, portoghese arrivata a Lisbona a tre anni dall’Angola, è un memoir atipico e frammentario che si inserisce in quella letteratura che viene definita «post-coloniale». La protagonista Mila racconta in prima persona, usando l’espediente narrativo delle esperienze vissute dai suoi capelli – fatte di saloni sgangherati, parenti che si improvvisano parrucchieri e prodotti chimici per renderli lisci – quegli episodi della sua vita passati con i genitori, con i nonni e con gli amici che l’hanno resa la donna che è. Ne risulta una sorta di esplorazione di sé in rapporto con la sua storia, con quella della sua famiglia e con quella delle migrazioni dal continente africano… un po’ fallace però, per colpa della memoria. «Non possiamo negare che la nostra infanzia ha cambiato colore, la sua colorazione ora non è il seppia della fotografia, ma il seppia della nostra dimenticanza» dice a tal proposito Mila e anche «tutta la memoria è incognita».
Perché leggerlo?
Perché contiene la verità nei dettagli, una struttura indomabile e tante riflessioni profonde che spesso sfidano chi legge… a rileggere.
Una citazione dal libro
«Non c’è molto da imparare dalla maggior parte delle cose che ci succedono, nonostante quello che si dice sul fatto che tutto ci renda persone migliori. Tantomeno esiste qualcosa che possiamo imparare da soli, anche se esaltiamo i camminatori solitari e le loro chiamate individuali che non nascondono però il broncio che hanno preso dai nonni, il rimorso altero che hanno ereditato dalle madri. Si è soliti dire che tutto ha un significato, ma non è che è un modo, per il terrore umano, di convivere con l’ingiustizia».
Federica Merlo
Newsletter #29
30 giugno 2022
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Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.