Pensiero 1
«Secondo Judith Butler, è cruciale tornare a parlare di gender: il movimento anti-gender è diventato un elemento cardine dell’autoritarismo contemporaneo, un veicolo per passioni d’odio che non riguardano solo il femminismo o le comunità LGBTQ. «Se pensiamo che privare le persone trans dei loro diritti, inclusi lo status legale e i diritti genitoriali, non abbia nulla a che fare con la deportazione dei migranti o la criminalizzazione degli sforzi per soccorrere i migranti in mare o l’accelerazione delle tendenze nel capitalismo e nella distruzione climatica, dovremmo ripensarci». L’anti-ideologia di genere si alimenta di paure che trovano soddisfazione in un maggiore controllo statale e in strutture autoritarie che colpiscono tutte e tutti.
Come rispondere a queste passioni autoritarie: non basta infatti denunciare le manipolazioni di chi travisa ed estremizza ogni rivendicazione per mobilitare attraverso la paura parte della popolazione. A queste emozioni occorre contrapporre un “contro-immaginario” altrettanto potente e appassionato. “La politica nei tempi bui, come quelli in cui viviamo, non può procedere senza un contro-immaginario, una visione appassionata che rivaleggi con e abbia il potere di sconfiggere il sadismo moralizzato delle passioni fasciste e il loro paesaggio fantasmatico”.
Questo contro-immaginario, secondo Butler, deve basarsi sull’idea dell’uguale valore di tutte le vite, inclusa la vita umana e animale e i processi viventi della terra. “Questo tema contiene ed eccede l’antropocentrismo mentre si estende a creature in pericolo, forme di vita e processi di vita opposti alle attività che danno la morte e privano dei diritti”.
Non si tratta semplicemente di un esercizio teorico, o di una utopia fine a sé stessa. La capacità di immaginare un mondo diverso è al contrario profondamente legata all’agire. “L’azione politica non è completamente separabile dall’immaginario, e l’immaginario si costruisce nel tempo e attraverso varie tecnologie che danno nuova e discutibile sintassi per comprendere il mondo”.
Ci si oppone e si denunciano le violenze in corso in varie parti del mondo perché si è convinti che si stia commettendo un’ingiustizia e che qualcosa di prezioso stia venendo distrutto nel nostro mondo. “Nella nostra obiezione e opposizione, nel nostro dire di no, un immaginare è già in gioco. Stiamo dicendo, forse senza dirlo esplicitamente, che vogliamo vivere in un mondo in cui guerre del genere non stiano accadendo”».
Ivo Silvestro, La Regione, 03.05.2025
Il Commento
Il “contro-immaginario” potrebbe essere un’alternativa non soltanto politica, ma pure simbolica, ipotizzando diversamente i nostri legami con il prossimo e la nostra libertà: in ambito socio-sanitario potremmo attuare un nuovo lessico delle responsabilità, capace di restituire vero valore alle parole nei confronti di chi è reso vulnerabile dalla disabilità, dalla vecchiaia, dalla marginalità e, naturalmente, dalla malattia. Quando Albert Camus scrive “Je me révolte donc je suis”, non si tratta soltanto di una dichiarazione esistenziale, ma di un rifiuto etico di ciò che umilia l’umano e riduce l’Altro soltanto a un mezzo, a un fastidio: soprattutto quando il potere si fa muto nei confronti di forme di sopraffazione militare ed economica. Nell’orizzonte della Cura, le parole non devono solo curare, ma anche rivoltarsi eticamente, rifiutando narrazioni riduzioniste che mettono a tacere l’Altro. La vera cura lega il linguaggio al gesto, che resiste alla verticalità cieca e alla standardizzazione che cancella le differenze: così nasce un “contro-immaginario” capace di restituire senso alla pratica concreta della libertà.
Pensiero 2
«C’è chi ha sostenuto che il bene si debba fare perché esiste dentro ogni creatura umana una legge interiore che non deriva da nessun comandamento divino, ma dalla ragione portata fino in fondo: è la ragione a dirci che, se vogliamo evitare il caos dei desideri contrapposti, dobbiamo comportarci come se il nostro agire fosse una norma universale; è l’estremo esito logico del “non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te”, che valeva per gli antichi Greci e Romani, per Confucio e poi per Kant.
Questa etica del reciproco esclude, per esempio, che il motore delle nostre azioni possa essere la ricerca della felicità, come invece impone la società dei consumi. Chi, d’altra parte, crede che il diritto alla felicità possa essere una buona guida deve escludere la felicità egoistica, fondandosi sul principio (molto difficile da ammettere e da seguire) che nessuno può essere veramente felice se intorno a lui ci sono troppi infelici; dunque le azioni giuste-sono quelle che porteranno la felicità al maggior numero di persone. L’infelicità può derivare dall’esterno o dall’interno, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo o dalla falsa coscienza e dai fantasmi della nostra psiche. Perfino la percezione pessimistica del nulla e dell’assurdo dell’esistenza può diventare un fondamento morale, se ci avvia a una condotta di dignità estrema in cui l’idea di Dio può essere addirittura sfidata, “non bacerò la mano che mi percuote”».
Walter Siti, Domani, 30.04.2025
Il Commento
La cura autentica deriva sovente da una relazione anche fragile e asimmetrica che crea una forma sottile di felicità condivisa, cioè nella sensazione di contare per qualcuno, di essere riconosciuti come degni di attenzione e pure capaci di accogliere un sentimento di amore reciproco. Simone Weil scrive che “l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità” e può concepire uno spazio relazionale in cui la sofferenza può essere accolta senza essere necessariamente risolta dove l’ammalato può continuare ad aver voce. Il “dolore innocente”, in particolare quello dei bambini, resta uno scandalo morale inaccettabile, come lascia intendere Ivan Karamazov in Dostoevskij: è il rifiuto profondamente etico della giustizia divina. Nello stesso senso, Marguerite Duras, con il suo sguardo tagliente, scrive che l’infelicità radicale è irrappresentabile perché ogni parola che pretende di spiegarla rischia di tradirla: nella Cura, talvolta, non conta soltanto il fare, ma l’essere lì, senza disertare.
Pensiero 3
Voilà plusieurs semaines qu’il commencé à marcher. Cardiologue à l’hôpital Henri-Mondor de Créteil, le professeur Thibaud Damy a quitté son établissement pour trois mois, le temps de réaliser un ‘tour de France’ à pied un peu particulier. Le médecin, spécialiste de l’amylose cardiaque, veut mettre en lumière un sujet qu’il juge essentiel, et encore tabou: la mort et ses répercussions sur les soignants. Troubles du stress post-traumatique, traumatisme vicariant – indirect -, burn-out… Les conséquences de la mort d’un patient sur la santé mentale, il les a lui-même vécues. ‘Je me suis senti alors bien seul. C’est aussi pour ça que je marche, pour dire qu’un cardiologue, chef d’unité, est tout autant concerné, raconte-t-il. C’est toujours ce que je vois au quotidien pour les soignants, la question n’est pas du tout prise en compte par l’institution’. […]
Au-delà de la santé mentale des professionnels de santé, c’est aussi la prise en charge des patients et de leur famille qui est en jeu, selon lui. ‘La mort peut survenir après une maladie chronique, longue, ou aiguë, de manière subite. Mais on peut dans tous les cas y être formé, s’y préparer, et limiter les deuils traumatiques, pour les soignants comme pour les familles, soutient-il. Comment un soignant qui n’arrive pas à faire une annonce à un patient, ou même parfois juste à prononcer le mot “mort”, peut-il ensuite: accompagner vers le bon parcours de soins?’.
Le sujet [de l’aide à mourir] est important, il faut statuer sur la question, mais la réalité qui touche aujourd’hui le plus grand nombre de personnes et les soignants, c’est l’impact des décès, au quotidien, à l’hôpital. Et son absence totale de prise en compte. ‘Même l’acte ultime de la toilette mortuaire n’est pas financé comme un soin’, regrette-t-il».
Le Monde, 24.04.2025
Il Commento
La toilette mortuaria, ovvero la preparazione della salma del proprio paziente dopo il suo decesso, rappresenta comprensibilmente un momento di alta intensità emotiva, simbolica e di giustificato stress, anche perché solitamente non si riduce a un gesto di tecnica di cura, ma richiede indirettamente una profonda consapevolezza del significato umano e relazionale del morire. Lo studio “BENE” condotto dall’Università di Genova nel 2023 evidenzia come la gestione della morte e la preparazione della salma siano un fattore significativo importante per il carico emotivo dei curanti. Il concetto di “compassion fatigue” descritto da Carla Joinson già nel 1992 lo spiega come “una perdita di capacità nel prendersi cura” a cui consegue uno stato di profondo consumo fisico e psichico accompagnato da una palpabile sofferenza professionale. Anche durante la pandemia da Covid-19, l’intensità delle morti ospedaliere hanno avuto un forte impatto sui sintomi di disagio post-traumatico con sintomi di ansia clinicamente rilevanti in più della metà degli infermieri dell’area critica italiana, come pubblicato in alcuni studi durante il 2021. Inoltre, la toilette mortuaria dovrebbe comportare sia di un supporto formativo sia di un adeguato riconoscimento finanziario da parte delle casse malati.
Pensiero 4
«Certo, non tutti accettano il tragico dibattersi degli uomini per qualcosa che va al di sopra di loro. Io ho avuto una formazione diversa, ero abituata a pensare che la vita è tragica nel senso cinquecentesco della parola – Racine, Pascal – dove il conflitto non si aggiusta, non si risolve, non c’è pacificazione».
Rossana Rossanda, la Repubblica, 2008
Il Commento
Nel pensiero di Racine e Pascal, il tragico prende forma nella tensione tra volontà e necessità, tra desiderio e legge. I loro personaggi non sono tanto artefici quanto testimoni della propria caduta: amano, lottano, ma dentro una cornice che li eccede, dove la libertà è tragicamente consapevole del proprio limite. La malattia, in questo scenario, è “esperienza-limite”: ci espone alla disgregazione dell’identità, al corpo che ci tradisce, alla perdita di controllo. Per Pascal, questa fragilità rivela la miseria dell’uomo senza Dio; ma anche al di là della sua fede, resta il nucleo tragico: l’uomo è un essere che pensa, ma non domina il senso della sua esistenza. Rosa Luxemburg, invece, disloca il tragico dal destino alla storia. Non esiste colpa <ontologica, ma scelta e conseguenza. La sofferenza nasce dallo scontro tra giustizia e realtà, tra l’utopia e la violenza sistemica. La malattia, in questo orizzonte, non è punizione né epifania, ma parte della nostra esposizione alla storia: il corpo fragile è anche il corpo resistente. Il tragico qui non cancella la possibilità della speranza, ma la rende consapevole del rischio che comporta ogni scelta etica. Albert Camus raccoglie e rilancia questa linea laica del tragico: per lui, il vero dramma umano è vivere in un universo muto, privo di risposte ultime, e nondimeno rifiutare la resa. La figura di Sisifo, che accetta la fatica assurda della propria condizione, è emblema di un’etica tragica della lucidità. Anche nella malattia, come racconta in La peste, non c’è salvezza metafisica, ma ci può essere solidarietà, resistenza, cura: “la decenza”, dice, “è fare bene il proprio mestiere”, anche quando tutto sembra crollare. Per quanto riguarda le Medical Humanities, è interessante il pensiero di Adriana Cavarero, che porta il tragico dentro l’etica della vulnerabilità: non c’è soggetto che non sia esposto all’altro, al ferire e all’essere ferito. In questa visione, il tragico non è solo esperienza individuale, ma anche relazionale. La malattia diventa così un’interpellanza etica: ci rivela che siamo dipendenti, interconnessi, e che ogni corpo sofferente chiede, senza potersi imporre, una risposta responsabile. Si potrebbe forse sostenere che il tragico non è una condanna, ma una condizione: non salva, ma dischiude. Ci sottrae l’illusione del controllo assoluto e, proprio per questo, restituisce alla vita tutta la sua serietà, la sua urgenza, la sua possibilità. La malattia, come il dolore, non porta senso: ma ci obbliga a cercarne uno, a sceglierlo, a costruirlo.
1 maggio 2025
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida