Pensieri

Luglio 2025

Pensiero 1

«Come la politica, anche l’etica non ha alcun potere sulla tecnica. Infatti come può l’etica impedire alla tecnica di fare ciò che può? Al massimo può mettere in guardia, può invocare, ma così diventa pat-etica.
E se l’etica cristiana dell’intenzione è inefficace nell’età della tecnica, lo è anche l’etica della responsabilità proposta da Max Weber che non guarda le intenzioni di chi agisce, ma gli effetti della sua azione di cui deve rispondere. E però è lo stesso Max Weber ad avvertire: «Finché gli effetti sono prevedibili». Ma è proprio della tecno-scienza, che procede per prove ed errori, produrre effetti imprevedibili. A questo punto resta in campo solo l’etica della tec-no-scienza secondo la quale si deve conoscere tutto ciò che si può conoscere e si deve fare tutto ciò che si può fare senza limite alcuno e senza avere in vista alcuno scopo».

Umberto Galimberti, la Repubblica, 10.07.2025

Il Commento 

Umberto Galimberti, riprendendo la lezione di Heidegger, ha più volte sostenuto che nell’epoca della tecnica l’uomo ha smarrito il proprio orizzonte di senso. La tecnica, da mezzo al servizio dell’uomo, è divenuta apparato autonomo, regolato unicamente dal criterio dell’efficienza. Anche in medicina, ciò si traduce in una progressiva funzionalizzazione dell’agire clinico, dove il gesto tecnico rischia di oscurare le finalità etiche della cura. Tuttavia, è altrettanto innegabile che la tecnica medica ha rappresentato una svolta storica nella qualità della vita umana: ha ridotto la sofferenza, prolungato l’esistenza, restituito autonomia a molte persone. In questo senso, la tecnica ha agito come strumento di emancipazione, ma, in verità, solo per una parte del mondo, prevalentemente quello occidentale e non povero: il divario globale nell’accesso alle tecnologie sanitarie rimane una delle più gravi forme di ingiustizia. Come osserva Hans Jonas ne “Il principio responsabilità”: l’aumento del potere tecnico impone un aumento proporzionale della responsabilità. Il medico e antropologo Paul Farmer, pioniere della salute globale, ha dimostrato come la povertà sia una determinante strutturale di malattia, e che ogni innovazione tecnica, se non accompagnata da un principio di giustizia distributiva, rischia di rafforzare le disuguaglianze sanitarie. Come scrive Paul Ricoeur, la tecnica deve restare subordinata alla relazione di cura e non sostituirsi ad essa: è compito della bioetica e della politica governarla verso una salute sufficiente per tutti, anche per reperire il vero senso della nostra esistenza.

Pensiero 2

«”Nella lettera c’era scritto che io non volevo fare offesa a Dio in nessun modo né lamentarmi per niente di lui: a questo non ci avevo pensato mai e mai, si capisce, e neanche c’è bisogno di dirlo. E c’era scritto anche che io capivo benissimo quello che dite voi preti, perché guai se non fosse così e il mondo chissà dove andrebbe. Questo io lo capivo. Ma siccome il mio era un caso speciale… No, no. Non state a voltare la faccia. Me l’avete promesso… Siccome il mio era proprio un caso speciale, tutto diverso dagli altri, e so che sarà sempre così, e ogni giorno che passa anche peggio (perché questo lo so, questo io proprio lo so, è la sola cosa che io so proprio bene…). Non voltate la faccia.
Guardate sempre di là per piacere… Allora, senza fare dispetto a nessuno, io chiedevo… No, ma io me l’immagino già quel che voi rispondete.”
“Senza fare dispetto a nessuno…”
“Ecco, nella lettera c’era scritto se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima.
Mi voltai senza aver ben capito.
“Anche uccidersi… sì,” spiegò lei con una tranquillità da bambina.
E si mise a guardarsi gli zoccoli.
Tutto questo mi prese così all’improvviso che sul momento non mi venne parola. Non riuscivo a trovarne. Nessuna. Ma poi no, non fu neanche così: alla bocca mi salirono parole e parole e raccomandazioni e consigli e “per carità” e “cosa dite” e prediche e pagine intere e tutto quel che volete. Tutte cose d’altri, però: cose antiche: e per di più dette mille e una volta. Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio, e tutto il resto era meno che niente.
“Ecco,” disse lei dopo un po’. “Lo sapevo che avreste fatto così.”
E la cosa più brutta era che lei stette ancora in attesa di qualcosa come un minuto e anche più. Stava lì e continuava a sperare.
“Lo sapevo che avreste fatto così,” ripeté con voce appena diversa. “Io l’ho sempre saputo. Fin dal primo momento l’ho detto.”
“Zelinda…” cominciai io, ma così goffamente da provare vergogna di me e di tutte le parole del mondo.
“Perché allora l’avete voluto sapere?” disse lei con un po’ di rimprovero. “Voi l’avete voluto sapere, e adesso, ecco, ve ne state così.”
E si mosse e sparì dentro casa. E io rimasi, lì sulla strada, davanti a quell’usciolo da ridere».

Silvio D’Arzo, “Casa d’altri”, Feltrinelli, 2023

Il Commento 

Il centro etico del racconto riguarda il turbamento di un prete a cui una donna anziana, poverissima e abbandonata da tutti, con una quotidianità ridotta a pura fatica, domanda se sia moralmente lecito chiedere di morire. L’autore ci turba con una citazione emblematica della vecchia: “una cosa io l’ho capita: che a questo mondo tutti vivono in casa d’altri”. La richiesta è posta con discrezione e dignità e dovrebbe imporci una sospensione di giudizio, un’apertura all’etica della compassione per affrontare la banalità del dolore quotidiano. Albert Camus si chiede, pure lui, come agire moralmente in un mondo in cui il male è assurdo e il dolore senza senso, ritenendo che la risposta all’assurdo può essere la fedeltà alla cura dell’altro, con uno sguardo laico e anche con l’etica dell’ascolto: Emmanuel Levinas direbbe che si tratta di un esercizio di prossimità morale e che l’etica vera inizia dove finiscono le risposte preconfezionate e sfuggenti. Il romanzo, definito da Eugenio Montale “un racconto perfetto,” è caratterizzato da un dialogo interrotto, ellittico, che ricorda Cesare Pavese per il quale l’incontro autentico non avviene mai completamente nel linguaggio.

Pensiero 3

«L’uomo si illude talvolta di non aver bisogno di fare il minimo sforzo per sopravvivere, e come un supereroe dotato di ultrapoteri accetta perfino la roulette russa del camminare sui binari. Poi però ci svegliamo dall’incubo, d’un tratto, di soprassalto, e realizzando che non siamo affatto come gli dèi, rompiamo il salvadanaio per aggiudicarci a tutti i costi il sedile 11A, e guai se la compagnia aerea ci dice che è già preso. Fra i rodei interiori delle nostre plurime identità, c’è insomma anche questo scontro fra il sentirci creature in bilico oppure esseri divini con la vita stretta nel pugno. Da qui dovrebbe forse partire il nostro manuale di sopravvivenza, dal ricordarci sempre che l’uomo si candida a morire proprio quando si inebria di una presunta immortalità. Più cresce la consapevolezza di essere vulnerabili e più probabilità hai di salvarti, come se avessi stampato sul tuo biglietto il numero 11A».

Stefano Massini, Robinson, 22.06.2026

Il Commento 

Nella catastrofe del Boeing 787 della Air India, l’unico sopravvissuto stava seduto al posto 11A, cioè il più vicino all’uscita di emergenza. A proposito di controllo della morte, le biotecnologie attuali – in particolare la medicina genomica, l’editing genico (CRISPR/Cas9) e la terapia anti-invecchiamento – riattivano l’antico sogno dell’immortalità fisica. In questo contesto, la genetica appare come un nuovo strumento di controllo sul destino biologico e riduce il ruolo del caso (malattie ereditarie, mutazioni casuali) a un fenomeno sempre più prevedibile e manipolabile. Da un punto di vista bioetico gli interrogativi urgenti sono: il nostro destino biologico può essere riscritto, chi decide cosa è bene correggere e cosa è “naturale”? Fino a che punto è lecito “progettare” un essere umano o tentare di sfuggire alla morte? La medicina genomica spesso presenta le mutazioni o le predisposizioni ereditarie come un “fato” inscritto nei geni, ma una vera prospettiva bioetica deve resistere a questo determinismo genetico tenendo conto che, in bioetica, il concetto di identità narrativa (Paul Ricoeur) si oppone all’idea di un’identità puramente biologica: non siamo solo il nostro DNA. Nel mondo pre-genetico, la malattia era spesso vissuta come caso crudele o come “destino cieco” mentre con la genetica predittiva, possiamo in parte prevenire il caso, ma comunque solo per chi può accedere a queste tecnologie. Come dice bene François Jullien, la civiltà dell’efficienza tende a eliminare l’imprevisto, ma la vita umana è anche apertura all’evento, accoglienza dell’altro anche nella sua fragilità. L’ossessione per l’immortalità (bio-tecnica) rischia di negare la morte come parte costitutiva della vita e in medicina la ricerca dell’immortalità può alimentare illusioni (ageismo, transumanesimo, negazione delle cure palliative): la medicina genetica dovrebbe servire la qualità della vita e non l’estensione infinita della sopravvivenza. Tornando alla superstizione dei passeggeri, secondo Claude Lévi-Strauss, i riti e i miti non sono segni di ignoranza, ma strutture simboliche che servono a dare ordine al mondo e senso all’esperienza e anche la superstizione moderna può essere letta come un “rito minore”, che aiuta a tollerare l’angoscia del rischio e l’incertezza. La superstizione non elimina il caso, ma lo rende “intelligibile”, lo inquadra in una logica simbolica. Non si tratta dunque di credere davvero che il posto 11A porti fortuna, ma di trovare un modo per partecipare simbolicamente al proprio destino e per non restare passivi.

Pensiero 4

«All’inizio provava vergogna per la sua malattia. «Ammalarsi è una cosa da ricchi» le ha sempre detto sua madre; in un ambiente piccolo come quello di Bellagio, dove la massima aspirazione di chiunque è passare inosservato, non far parlare di sé, perfino gli orzaioli che la domenica, a messa, si sforzava di nascondere con il trucco rubato a sua madre le sembravano una forma di in-discrezione.
«Che cosa vuoi? Di che cosa ti lamenti? Perché non sei come gli altri?» si è ripetuta spesso nei primi giorni di sanatorio, davanti allo specchio, saltellando sulle piastrelle fredde del bagno.

Poi, qualcosa è cambiato. Forse è stato il lago visto dall’alto, per la prima volta. O forse il ragazzo che il pomeriggio, durante l’elio-terapia, sul terrazzo, si sedeva sulla sdraio accanto alla sua con un libro in mano. O gli asciugamani morbidi che ogni mattina le inservienti le facevano trovare in camera, e che si strofinava fra le cosce prima di alzarsi. Si sente un po’ stupida, ripensandoci; eppure, è stato proprio così. Dopo tre settimane passate a Zelbio ha cominciato a sentirsi diversa, speciale.

Nell’atrio una radio trasmette ogni pomeriggio dei concerti di musica classica che solo pochi mesi fa considerava noiosi. Ora passa delle ore avvolta nelle spirali dei notturni di Chopin o degli impromptu di Schubert, e alla fine della giornata sente un nodo alla gola. Quando si corica, spesso le lacrime le bagnano le guance.

Non sa che cosa le stia capitando, ma sente che non deve contrastarlo. Non è più così ansiosa che il sangue – nei grumi di catarro che sputa nel fazzoletto, dopo gli attacchi di tosse – scompaia.
Sente che sangue e lacrime provengono da una sorgente segreta che si è aperta in lei, in una parte del suo io che non sapeva nemmeno esistesse, ma che le sembra ora il centro oscuro della sua esistenza.

Che cosa deve fare della sua vita? Può essere diversa da sua madre? Costanza ha nascosto a tutti in casa il suo cancro, la prima volta che ha bussato alla sua porta, e la mattina in cui è partita per l’Istituto dei tumori di Milano le ha fatto promettere che avrebbe detto ai curiosi che era andata a visitare un parente malato in ospedale. Mentre lei».

Giovanni Fontana, “Macchie azzurre, in una sera d’estate”, Castelvecchi, 2025

Il Commento 

Nel cuore dell’esperienza della malattia si nasconde spesso un sentimento oscuro, difficile da nominare: la vergogna. Vergogna del corpo che cambia, dell’identità che si incrina, della dipendenza che umilia. Nella “Malattia della morte” di Marguerite Duras, la malattia è esistenziale: è l’impossibilità di amare, di comunicare, di accedere all’altro. Il corpo malato diventa simbolo di una condizione interiore di vergogna e inadeguatezza che si sottrae alla cura. Duras ci mostra la vergogna come esperienza concreta e letteraria e, forse, ci suggerisce una medicina che non si limiti a guarire il corpo, ma che aiuti le persone a ricucire la propria storia. Una medicina capace di narrazione, di ascolto e di rispettoé.

Pensiero 5

«Dopo ogni visita, mentre aggiornavo la sua cartella clinica, mi chiedevo che cosa si aspettasse da me. Delle conferme, forse. La mia approvazione o addirittura la mia ammirazione. Certo non una soluzione ai suoi problemi, che sembrava aver già trovato da sola: una dieta improbabile a base di cibi fritti (pesce e mele, per lo più), uva e cioccolato e quei pochi farmaci di cui non poteva fare a meno – un integratore di enzimi pancreatici ormai quasi fuori commercio e una modesta dose di benzodiazepine, per tenere a bada i disturbi organici e lenire le ansie che (ripeteva spesso) la «divoravano».

Ma era davvero così? La donna che avevo davanti era assolutamente padrona di sé o, meglio, sembrava perfettamente assestata dentro un bozzolo di apprensioni, paure, angosce, ossessioni che la rivestivano come una pellicola aderente, non lasciando scoperto nemmeno un centimetro delle gambe slanciate che intravedevo sotto l’orlo della gonna.

Signora dei suoi fantasmi, pareva aver scelto me per un esperimento. Per verificare se un medico avrebbe resistito al fascino di una costruzione irrazionale ma, a suo modo, grandiosa. Per misurare la forza delle sue parole.

Ma forse mi sbagliavo. Forse non c’era sfida in ciò che mi diceva, non c’era superbia nella sua pretesa di ricette e di esami medici che supportassero le sue diagnosi.
Certe sere, il velluto delle sue ciglia sembrava trattenere a stento le lacrime, mentre i rumori dello studio, oltre le pareti che delimitavano la nostra intimità, andavano spegnendosi a poco a poco. La pronuncia ferma con cui di solito sigillava le sue frasi era rotta da una lieve incrinatura. Allora si alzava di scatto, come a mascherare un momento di debolezza, raccoglieva la borsetta e si avviava verso la porta.

La immaginavo davanti allo specchio, mentre si struccava dopo una giornata passata sui piccoli palcoscenici che le erano familiari – i supermercati dove conosceva tutti ma non legava con nessuno, i bar dove ogni giorno, da decenni, beveva un tè in compagnia del figlio maggiore (all’inizio anche col marito, che non avevo mai conosciuto), i circoli di cultura in cui faceva di tanto in tanto delle apparizioni, gentile ma impenetrabile.

Il rimmel un po’ sbavato sul viso, la ruga d’espressione un po’ più profonda di ieri. Forse nemmeno la bellezza di cui andava fiera fino a pochi anni prima bastava più a far tornare dei conti che di giorno in giorno si facevano sempre più difficili da regolare.
I filamenti di cui si componeva il tessuto un po’ sdrucito della sua vita stavano ancora insieme, stretti l’uno all’altro dall’ordito della volontà. Stasera poteva ancora dirsi senza arrossire “non ho sbagliato tutto, sono stata una buona moglie, sono una buona madre”. Ma domani, che cosa ne sarebbe stato di lei domani? Nel vuoto che si spalancava davanti a lei, chi le sarebbe stato accanto?

Io non contavo nulla, ma potevo regalarle ancora qualche anno ascoltandola, assecondandola. Tenendola per mano, mentre attraversava il terreno accidentato della sua seconda maturità, con un figlio malato a carico e un corpo che rispondeva solo a tratti alle sollecitazioni. Con un’anima scorticata. Fino a quando non avrebbe deciso di cercare altrove.

Questo mi capitava di pensare alla fine di quelle visite, mentre l’accompagnavo verso l’uscita e davo a Daniela le istruzioni sulle ricette da preparare per lei e gli esami di laboratorio da programmare per le settimane successive.

Poi, come prevedevo, si è stancata di me. Ma non posso impedirmi di pensare che, mentre lei si metteva in cerca di nuovi adepti della sua religione esclusiva, Pietro – che a cadenze regolari mi aggiorna sui suoi malanni e le sue bizzarrie – sia diventato il filo invisibile con cui ancora mi tiene legato a sé. E, provo, pensandolo, rabbia e tenerezza, ad un tempo.

Dire tutto questo a lui, così chiuso in un rancore immotivato, foderato di angoscia e di apprensione, non avrebbe senso. E così anche oggi l’ho ascoltato annuendo in silenzio, commentando qua e là con frasi di buon senso, che non impegnano chi le pronuncia più di quanto non faccia una pacca sulla spalla.

Anche lui, in fondo, è qui per raccontare la sua storia (o per riscrivere quella di sua madre). Tutti e due sono fatti di parole. Poca carne, poco sangue nelle vene – poca passione forse, a meno che il loro fuoco non bruci così, in questo loro dirsi di fronte a un estraneo, a un ascoltatore muto.
Strano destino, per uno specialista di corpi. Diventare un orecchio che cura, un occhio che medica».

Giovanni Fontana, “Macchie azzurre, in una sera d’estate”, Castelvecchi, 2025

Il Commento 

La bellezza straordinaria e l’accuratezza psicologica di questo testo, come se lo scrittore avesse praticato per decenni la medicina e accompagnato migliaia di pazienti, ricorda il medico Bernard Rieux de La peste di Albert Camus.

PENSIERI

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida

La Fondazione Sasso Corbaro mira a trasformare il modo in cui la Cura viene pensata, insegnata e vissuta attraverso il contributo delle Medical Humanities e dell’etica. Dà forma al suo impegno attraverso cinque ambiti di azione intrecciati: formazione, ricerca, consulenza, progetti editoriali e iniziative di divulgazione.

Iscrizione CAS
Modulo 11

×

La verità che cura: tra scienza, arte e narrazione

18 settembre 2026 / 08.00 – 17.00
Fondazione Sasso Corbaro

Iscrizione CAS "Modulo 11"
Costo: 300CHF

Iscrizione CAS
Modulo 10

×

Comunicare nei margini: famiglie, media, giustizia

5 giugno 2026 / 08.00 – 17.00
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione CAS "Modulo 10"
Costo: 300CHF

Iscrizione CAS
Modulo 9

×

Comunicare insieme: relazioni, neuroscienze, team

22 maggio 2026 / 08.00 – 17.00
Fondazione Sasso Corbaro 

Amici della Fondazione
Una comunità che sostiene la cura

×

LA MEMBERSHIP HA VALORE A DECORRERE DALLA DATA DI ACQUISTO. è NOMINALE E NON TRASFERIBILE.

Amici della Fondazione - Membership PROVA

Iscrizione CAS
Modulo 8

×

Quando sbagliamo: comunicare l’errore, trasformare il conflitto

24 aprile 2026 / 08.00 – 17.00
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione CAS "Modulo 8"
Costo: 300CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

15 aprile / 6 maggio / 3 giugno / 8 luglio / 5 agosto / 9 settembre / 7 ottobre / 11 novembre / 9 dicembre
18.00 – 20.00
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – programma completo
Costo: 200CHF

Iscrizione CAS
Modulo 7

×

Comunicare nella soglia: crisi, cure palliative, fine vita

13 marzo 2026 / 08.00 – 17.00
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione CAS "Modulo 7"
Costo: 300CHF

Iscrizione CAS
Modulo 6

×

Dalla vulnerabilità alla scelta: comunicare tra differenze e personalizzazione

20 febbraio 2026 / 08.00 – 17.00
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 2 dicembre 2026 / 18.00 – 20.00
Cinema e narrazione
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 2 dicembre
Costo: 30CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 11 novembre 2026 / 18.00 – 20.00
Arte e musica
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 11 novembre
Costo: 30CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 7 ottobre 2026 / 18.00 – 20.00
Auto-compassione
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 7 ottobre
Costo: 30CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 9 settembre 2026 / 18.00 – 20.00
Pratiche somatiche
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 9 settembre
Costo: 30CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 5 agosto 2026 / 18.00 – 20.00
Cammino consapevole
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 5 agosto
Costo: 30CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 8 luglio 2026 / 18.00 – 20.00
Natura e compassione
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 8 luglio
Costo: 30CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 3 giugno 2026 / 18.00 – 20.00 
Mindfulness
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 3 giugno
Costo: 30CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 6 maggio 2026 / 18.00 – 20.00 
Yoga e poesia
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 6 maggio
Costo: 30CHF

Iscrizione Spazio Curae
Un tempo e un luogo per prendersi cura di chi cura

×

Mercoledì 15 aprile 2026 / 18.00 – 20.00 
Scrittura autobiografica
Fondazione Sasso Corbaro 

Iscrizione evento "Spazio Curae" – 15 aprile
Costo: 30CHF

Acquisto
Tote bag

×

Un piccolo gesto, un grande messaggio 
CHF 25.–

FSC BAG

Richiesta informazioni
Partner

×

Costruire insieme nuovi spazi di conoscenza

Contatto – Partner fsc

Richiesta informazioni
Sponsor

×

Accanto alla Cura, con il proprio nome

Contatto – Sponsor

Richiesta informazioni

×

Costruiamo insieme il progetto dedicato al tuo contesto

Contatto – Consulenza - Su misura

Richiesta informazioni

×

Da un quartiere alla Casa: il ruolo della narrazione compassionevole come Cura del dolore ontologico

Contatto – Consulenza - Da un quartiere alla casa

Richiesta informazioni

×

Costruiamo insieme il percorso adatto alla tua organizzazione

Contatto – Formazione su misura

Richiesta informazioni

×

Allenamento alla compassione e auto-compassione
Percorso di 6-8 settimane per strutture sanitarie, aziende e istituzioni

Contatto – Formazione Allenamento compassione

Richiesta informazioni

×

Prendersi cura di sé per prendersi cura delle organizzazioni
Percorso di 2-4 ore per strutture sanitarie, aziende e istituzioni

Contatto – Formazione prendersi cura programma

Iscrizione
Al Centro
Radici di Medical Humanities

×

Sabato 23 maggio 2026 – 11.00
Biblioteca Fondazione Sasso Corbaro
CICLO DI letture pubbliche

Iscrizione evento "Al centro" – 23 maggio

Iscrizione
Al Centro
Radici di Medical Humanities

×

Sabato 25 aprile – ore 11.00
Biblioteca Fondazione Sasso Corbaro
CICLO DI letture pubbliche

Iscrizione evento "Al centro" – 25 aprile

Iscrizione
Al Centro
Radici di Medical Humanities

×

Sabato 14 marzo 2026 – 11.00
Biblioteca Fondazione Sasso Corbaro
CICLO DI letture pubbliche

Iscrizione evento "Al centro" – 14 marzo

Iscrizione
Porte aperte alla Fondazione Sasso Corbaro

×

Martedì 10 febbraio 2026 – dalle 17.00
Fondazione Sasso Corbaro

Iscrizione evento "Porte Aperte" - 10 febbraio

Iscrizione
Vivere, morire, dire
Tre libri attorno alla fine

×

11 MARZO 2026 – 18.30
Fondazione Sasso Corbaro
Ciclo di presentazioni

Iscrizione
Vivere, morire, dire
Tre libri attorno alla fine

×

4 MARZO 2026 – 18.30
Fondazione Sasso Corbaro
Ciclo di presentazioni

Iscrizione
Newsletter
Fondazione Sasso Corbaro

×

Iscrizione Newsletter

Iscrizione
Vivere, morire, dire
Tre libri attorno alla fine

×

25 MARZO 2026 – 18.30
Fondazione Sasso Corbaro
Ciclo di presentazioni

Iscrizione evento "Vivere, morire, dire" – 25 marzo