Pensieri

Gennaio 2026

Pensiero 1

«Kant è fondamentalmente rigido. La sofferenza è, per lui, sopportabile. L’esempio illustre è Gesù Cristo che non solo soffrì tanto, ma mostrò chiaramente che c’è rapporto tra sofferenza sopportata e bontà. In generale, alleviare la sofferenza non dipende da un diritto di chi soffre, ma da un dovere morale di chi assiste. Questo è un aspetto probabilmente curioso per molti noi, abituati a pensare più in termini di diritti che di doveri. Ma è tipicamente kantiano. Se noi vediamo un poco di buono che maltratta la sua compagna, per il filosofo tedesco non siamo chiamati a reagire per proteggere la malcapitata, ma piuttosto per tenere fede al nostro status di persona morale.
Tutelare chi soffre ingiustamente è, da questo punto di vista, parte essenziale della propria dignità, e il concetto di dignità è notoriamente al centro della visione kantiana dell’etica. Il concetto di dignità, poi, è in stretto rapporto con il principio che impone di trattare gli altri sempre come fini e mai come mezzi. In buona sostanza, il punto è che io devo aiutare chi soffre non perché mi emoziono o mi commuovo, come viene naturale credere, ma perché in quanto essere – morale non posso assistere impotente al fatto che ci sia chi soffre. Nel sostenere questa tesi, Kant è chiaramente influenzato da una visione stoica, per cui la sofferenza va sopportata senza lamentarsene»

Sebastiano Maffettone, Il Sole 24 Ore, 07.12.2025

Il Commento 

Per Kant la sofferenza non è un valore in sé, ma resta sopportabile finché non intacca l’agire morale autonomo. La dignità non coincide col benessere psicofisico, bensì con la capacità di determinarsi secondo la legge morale. Dolore, malattia e perdita appartengono al regno della natura; il rispetto di sé appartiene al regno della libertà: è la coscienza di essere autori delle nostre azioni. Finché il soggetto riconosce in sé la legge morale, la sofferenza ferisce il corpo e la psiche, ma non annulla la dignità. Gran parte della bioetica laica contemporanea prende le distanze non dall’idea di dignità, ma dal rischio che una concezione “alta” dell’autonomia svaluti la sofferenza concreta. L’esperienza clinica mostra come, dietro il richiamo alla forza morale, si possa tollerare il non riconoscimento del dolore o la prolungazione sproporzionata di trattamenti futili. Non è un caso che la medicina contemporanea punti a “ospedali senza dolore” e a una “società indolore”: la lotta contro il dolore tutela la dignità perché ridurre il dolore significa sostenere l’autonomia concreta, rendere il paziente in grado di comprendere, decidere, conservare una minima continuità biografica. Nella pratica clinica questo cambiamento appare doveroso: mettere al centro vulnerabilità e qualità di vita protegge da un eroismo imposto e da idealizzazioni della resilienza. In verità, portata all’estremo, la prospettiva di una “società indolore” rischia effettivamente di identificare la dignità solo con l’assenza di sofferenza. La sfida bioetica è tenere insieme i due poli: da un lato l’eredità kantiana, che insiste sul valore incondizionato della persona come fine in sé; dall’altro la consapevolezza che dolore, angoscia e paura sono mali da contrastare attivamente, perché limitano la libertà reale. In tal senso, ci si potrebbe meravigliare per l’attenzione particolarmente rispettosa nei confronti di un filosofo che pensava la sofferenza da una distanza che oggi ci appare eticamente così ingiusta verso le persone sofferenti.

Pensiero 2

«Uno dei nuclei più insistenti del libro, la misura forse più concreta attraverso cui Antelme [Robert Antelme, La specie umana, 1994, ndr.] mette alla prova ciò che resta umano, è la fame. Non solo come dato fisico, ma come forza capace di riorganizzare per intero l’esperienza. Nel campo tutto passa per la fame: il linguaggio si impoverisce, il pensiero si accorcia, la memoria si contrae, il rapporto con gli altri si ridefinisce secondo leggi elementari. La fame inchiodai corpi a un presente assoluto, l’accalcarsi dei mangiatori di scorze in cerca di cibo erode lo spazio di ogni progetto, senza per questo annientare la coscienza di sé.
Tra la piana di Jena e le prime alture dello Harz, si squaderna, nel ricordo di Antelme, il terreno di una nuova ontologia concentrazionaria, la produzione intenzionale di una subumanità, priva di volizione e ridotta allo stato elementare. Residua-ità organica, quasi oggettuale; non più pluralità di individui ma inerte somma di enti. Da qui, secondo la logica di questa tanatopolitica, viene la creazione di uno spazio ante mortem: ambulacro angusto, affollato da esseri senza volto e postural-mente identici, la cui singolarità è stata abrasa».

Massimiliano De Villa, Alias, 11.01.2026

Il Commento 

Restituire la fame al corpo significa sottrarla alla retorica. La fame, come esperienza, è un fatto fisiologico: freddo che sale dalle estremità, crampi, vertigini, irritabilità, insonnia, e soprattutto un pensiero che si restringe fino a coincidere con l’atto di cercare cibo. Il corpo ci obbliga a misurare soglie, tempi, danni che non sempre sono reversibili. Nei Lager nazisti la fame aveva lo scopo di sostenere la vita, ma di amministrare la lenta caduta delle forze, rendendo il prigioniero prevedibile, ricattabile, separato dagli altri. È qui che Antelme può dire che “la specie umana” non scompare: anche ridotto a puro metabolismo, l’uomo resta uomo, e proprio per questo la violenza deve insistere, giorno dopo giorno, sul corpo. La fame tende inoltre a spezzare la reciprocità; tuttavia, nel punto in cui tutto spinge alla competizione, possono affiorare gesti minimi che hanno il peso di un’affermazione ontologica: un pezzo di pane diviso, una cura elementare, una parola che impedisce di essere soltanto numero. In Duras, ne “La douleur”, al ritorno di Antelme, la fame rientra nella casa come problema clinico e morale: nutrire non è consolazione, è prudenza, soglia, responsabilità. Il cucchiaio è un atto che espone alla colpa e all’impotenza, perché il corpo affamato non “riprende” semplicemente: va riaccompagnato, senza illudersi che l’alimento cancelli ciò che l’ha prodotto. Anche a Gaza la fame resta corpo – e le analisi internazionali (WFP, IPC) descrivono livelli estremi di insicurezza alimentare e malnutrizione, con bisogni enormi soprattutto per bambini e per donne in gravidanza o allattamento. Parlare di fame “nel corpo” non confonde le epoche: le rende leggibili. Nei Lager nazisti, la fame è arma di disumanizzazione e di isolamento; il residuo di solidarietà è una resistenza contro la struttura stessa del sistema. A Gaza la fame è una catastrofe collettiva che mette alla prova la tenuta sociale e la solidarietà ricorda che l’aiuto è credibile solo quando diventa durata, non eccezione.

Pensiero 3

«Uno dei nuclei più insistenti del libro, la misura forse più concreta attraverso cui Antelme [Robert Antelme, La specie umana, 1994, ndr.] mette alla prova ciò che resta umano, è la fame. Non solo come dato fisico, ma come forza capace di riorganizzare per intero l’esperienza. Nel campo tutto passa per la fame: il linguaggio si impoverisce, il pensiero si accorcia, la memoria si contrae, il rapporto con gli altri si ridefinisce secondo leggi elementari. La fame inchiodai corpi a un presente assoluto, l’accalcarsi dei mangiatori di scorze in cerca di cibo erode lo spazio di ogni progetto, senza per questo annientare la coscienza di sé.
Tra la piana di Jena e le prime alture dello Harz, si squaderna, nel ricordo di Antelme, il terreno di una nuova ontologia concentrazionaria, la produzione intenzionale di una subumanità, priva di volizione e ridotta allo stato elementare. Residua-ità organica, quasi oggettuale; non più pluralità di individui ma inerte somma di enti. Da qui, secondo la logica di questa tanatopolitica, viene la creazione di uno spazio ante mortem: ambulacro angusto, affollato da esseri senza volto e postural-mente identici, la cui singolarità è stata abrasa».

Massimiliano De Villa, Alias, 11.01.2026

Il Commento 

La tentazione, antica quanto la teodicea (la giustificazione della bontà di Dio di fronte al Male), è quella di cercare un equivalente morale o metafisico che “pareggi i conti”, ma ogni teorema del dolore sfocia in una giustificazione dell’ingiusto. Sul piano morale, Ricoeur distingue tra patire e agire: dal patire può nascere un agire che ripara, ma Levinas rovescia l’ordine: è il volto dell’altro a obbligarmi, prima di ogni teoria. Camus rifiuta ogni contropartita perché nell’assurdo non c’è riscatto, c’è rivolta lucida. (il dottor Rieux della Peste non promette salvezze, ma esercita la decenza del mestiere, sapendo che nessun esito redime il male, ma che la cura può contenere l’epidemia morale). Anche Marguerite Duras, ne “La douleur” testimonia che la sofferenza non educa per diritto: semmai chiede ascolto, non consolazione. In concreto, necessitiamo di parole che accompagnano, che contano solo se riducono ansia e paura; altrimenti restano esercizi retorici. L’idea di una contropartita non è un bilancio che compensa, ma piuttosto un resto etico che eccede come la rivolta sobria in Camus, la scelta responsabile senza alibi in Sartre, la testimonianza che salva la realtà dei corpi e delle fratture del linguaggio nella Duras o, ancora, l’umiltà dei gesti ripetuti che prevengono il danno in Pavese. In ogni caso, non c’è mai un controvalore capace di restituire ciò che il dolore ha tolto, perché, se un senso esiste, non abita il dolore, ma il bene che riusciamo a fare mentre gli resistiamo con precisione professionale e misericordia laica.

Pensiero 4

Il Commento 

Davanti a questo autoritratto, Picasso, novantunenne, non si celebra, ma si misura: l’invecchiamento non è abbellito e le rughe diventano la topografia dell’esperienza, senza compiacimento, quasi come fossero una “disciplina dello sguardo”. Il quadro ci sembra una terapia della realtà che non cura la morte, ma cerca di ridurne l’angoscia. Per chi cura, questa immagine sembra un promemoria etico, nel senso che ci ricorda che la relazione d’aiuto inizia quando abbiamo imparato a sostenere uno sguardo così “nudo” senza accompagnarlo da rassicurazioni facili. Qui l’arte ci insegna che la dignità non è assenza di fragilità, ma capacità di darle forma.

PENSIERI

Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.

A cura di Roberto Malacrida

AGENDA 2026

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20 febbraio
08.00

CAS – MODULO 6
Dalla vulnerabilità alla scelta: comunicare tra differenze e personalizzazione

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Lunedì

23 febbraio
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Prognosi e destino | Conferenza
Giustizia spaziale: il nesso nascosto fra potere e territorio

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1° marzo

Apertura Call for Proposals
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Incontro con Angelo Ferracuti

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Vivere, morire, dire
Incontro con Andrea Moser

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Comunicare nella soglia: crisi, cure palliative, fine vita

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Sabato

14 marzo
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Al Centro: radici di Medical Humanities
Il corpo che narra

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Prognosi e destino | Conferenza

Dalla ‘formazione’ all’‘apprendimento’

LIceo cantonale, Bellinzona

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Vivere, morire, dire
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Scrittura autobiografica

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Quando sbagliamo: comunicare l’errore, trasformare il conflitto

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Curare è incontrare

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6 maggio
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6 maggio
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