Pensiero 1
«La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi. Per quanto ostico ci appaia il compito, per quanto insostenibile, per quanto ostile, abbandonarci a noi stessi, abbandonare noi stessi non è contemplato tra le molte possibilità. È alla vita che dobbiamo piuttosto, direi addirittura, arrenderci: alla vita e al suo costante fluire. A questo scorrere non possiamo imporre alcun argine, né potremmo tentare di deviarlo o di mutarne la traiettoria. Ciò sarebbe assai sciocco e per molti versi pericoloso. Se vogliamo inimicarci la vita, se vogliamo davvero averla contro sappiamo come fare: rinunciamo a viverla. Vi sono numerosi modi per ottenere questo, l’ultimo dei quali, il più stupido e spietato, è troncarla con le nostre stesse mani. Questo sì è il supremo peccato. Se ci teniamo al di sopra di questo baratro potremo sempre, in ogni caso, imporre alla vita un corso predeterminato, forzarla o sorprenderla, in una parola dirigerla. Abbiamo infiniti compiti che possiamo imporci infinite mete verso le quali orientarci. Tutto ciò fa pur sempre parte della nostra vita, ma ciò che la nostra vita ci chiede? La vita che abbiamo scelto per noi potrebbe infatti rivelarsi ben diversa da quella che avrebbe scelto noi».
Gianrico Carofiglio, L’orizzonte della notte, 2024
Pensiero 2
«L’Europa è nota per la sua attenzione “alle persone prima di tutto” nella regolamentazione della tecnologia e credo che possa stabilire uno standard internazionale che protegga i cittadini nell’uso di questa nuova classe di tecnologie. Li applaudirei e li incoraggerei a farlo.
Riconoscere la vulnerabilità degli individui è essenziale per salvaguardare realmente la loro libertà di pensiero. Ad esempio, nell’era digitale, i pensieri e le opinioni possono essere facilmente influenzati o manipolati attraverso la disinformazione mirata e altre forme di coercizione digitale. Il riconoscimento di un diritto alla vulnerabilità potrebbe sensibilizzare sull’importanza di proteggere gli individui dalla manipolazione e da influenze indebite.
Le neurotecnologie possono accedere e rivelare dettagli intimi dei nostri pensieri e delle nostre esperienze, senza le giuste tutele: ciò potrebbe compromettere la nostra capacità di controllare le informazioni personali e di andare oltre gli eventi passati. Quindi, sì, dobbiamo rafforzare i quadri giuridici ed etici per garantire che queste tecnologie non erodano i diritti fondamentali come quelli dell’oblio».
Nita Farahany, La Lettura, 25.02.2024
Pensiero 3
«Gli stranieri non ci piacciono, ma quello poveri ci piacciono ancora meno. È l’aporofobia, il rifiuto, l’avversione e il disprezzo per i poveri. Un fenomeno al quale l’autrice ha dedicato il suo ultimo libro. Come la xenofobia è una forma di odio sociale, indistinto. Non riguarda questa o quella persona conosciuta, ma questa o quella categoria di persone sconosciute: gli stranieri, quello che hanno la pelle di colore diverso, o i poveri e i miserabili. E infatti quando i ricchi pensionati inglesi o italiani si trasferiscono in Spagna o in Portogallo o gli infermieri spagnoli e le badanti bielorusse vanno a lavorare in Gran Bretagna o vengono qui da noi, nessuno ha da obiettare.
Il problema non è lo straniero, ma il suo conto in banca. Questo atteggiamento è in palese contrasto con l’etica scritta e pensata che ratifichiamo in pompa magna nei trattati e nelle dichiarazioni internazionali. […]
È la reciprocità il collante della cooperazione, della sopravvivenza e dello sviluppo. Ma reciprocare significa dare e ricevere. E chi non può dare? Chi si trova per qualche ragione nell’impossibilità di contribuire attivamente? Questi sono gli “esclusi”, i poveri che dal pleistocene fino ai nostri giorni non hanno diritto di cittadinanza in un gruppo che si regge sul mutuo beneficio. Per l’aporofobo il povero, ora come allora, è colui che non ha niente da dare e tutto da perdere, uno con cui, al di là delle dichiarazioni illuministiche dei dirtitti più vari, non vogliamo avere nulla a che fare.
Se poi tale posizione viene rinforzata come capita spesso da discorsi d’odio e della retorica meritocratica le conseguenze sono ancora più forti: il povero va allontanato e combattuto, perché la povertà è la sua colpa. Se questa impostazione può far risparmiare al governo di turno qualche miliardo in politiche sociali può anche innescare numerose derive cilturali.
Lo straniero non va bene, neanche il povero. E il disabile? Anche i disabili, soprattutto quelli gravi, hanno tutto da perdere e nulla da dare».
Vittorio Pelligra, Il Sole 24 Ore, 25.02.2024
Pensiero 4
«Il pericolo implicito in ogni azione di rinnovamento che tenda ad organizzarsi, è di ridursi – dopo la prima fase critica – alla traduzione in termini ideologici (quindi schematici, chiusi, definiti) di ciò che era nato come un’esigenza di rifiuto e di rottura pratici. La realtà che è stata modificata da un’ipotesi e della negazione che quest’ipotesi ha comportato non è più quella che esigeva misure cui è stato risposto in modo immediato e concreto. Essa richiede critiche ed ipotesi ad un livello diverso, per mantenere in atto un processo di trasformazione capace di evitare il cristallizzarsi della situazione. Il pericolo di generare nuove contraddizioni nella realtà sotto una nuova ideologia che le spieghi o le copra è presente in ogni azione di rinnovamento. Si rischia sempre di finire per reggere la corda di un vestito che non c’è, finché un altro bambino non gridi che l’imperatore non ha niente addosso. Ma ciò che si evidenzia nel graduale progredire di questa specificazione particolare che – al di là di ogni significato tecnico scientifico – l’istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l’oggetto della violenza di un’istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l’oggetto della violenza di una società che ha rifiutata la malattia mentale, ma è, insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a questo violenze, cade definitivamente il potere dell’istituto deputato a controllarlo».
Franco e Franca Basaglia, Morire di classe, 1969
Pensiero 5
«In generale la morte è una faccenda penosa. Ammettiamo pure che molti muoiono senza accorgersene o in stato di incoscienza e che pochi fortunati vivano effettivamente in pace consapevolmente il commiato alla fine di una malattia terribile; ammettiamo che ogni anno qualche migliaio di persone muoia inaspettatamente, dopo qualche attimo di malessere, e che le vittime di incendi mortali trovino nella morte e la liberazione da terribili sofferenze; anche con tutte queste limitazioni, resta sempre il fatto che neppure una persona su cinque muore in tali fortunate circostanze. E anche coloro che se ne vanno in pace hanno spesso le loro spalle giorni settimane di tormenti corporali e spirituali».
S. B. Nuland, How we die, 1995
2 aprile 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida