Pensiero 1
«I pronto soccorso non sono luoghi facili. C’è il dolore e lo spavento, c’è quello che urla, quella che piange, quello che non vuole aspettare, ci sono il sangue, il pallore, lo sgomento, l’attesa e la paura. Ci si sente più indifesi, più guardinghi, più irascibili. In questo mare procelloso, mi è sembrato che soccorritori e barellieri, infermieri e medici, fossero forti e tranquilli, e non so se sarei capace di altrettanto. Ho avuto la fortuna (il caso a volte parla molto chiaro) di essere accolto e assistito da una specie di pool di sole donne, con l’eccezione dell’infermiere siciliano – di Licata – che mi ha portato in radiologia. Attorno alla mia barella insanguinata c’erano tre giovani dottoresse e una giovanissima infermiera che, se il mondo funzionasse per il verso giusto, dovrebbe essere nominata primario entro una settimana.
Ho pensato che il mondo funziona, incredibilmente, e a dispetto delle sue spaventose tare, per merito delle persone.
Che sono le persone, una per una, a impedire che prevalga il caos. Il mondo sembra disfarsi fino a che qualcuno, in fin dei conti non per obbligo ma per senso del dovere, provvede a rammendarlo».
Michele Serra, la Repubblica, 01.08.2025
Il Commento
L’ospedale pubblico non è un’impresa che vende prestazioni, ma un’istituzione fondata sulla fiducia che permette di realizzare lo scopo della Medicina: il bene concreto del paziente. Purtroppo, quando l’efficienza diventa scopo in sé, i mezzi divorano il fine. La cura nasce infatti da relazioni che richiedono ascolto, responsabilità condivisa continua, tutti elementi che non si misurano solo con le quantità prodotte. Questa verità è messa in scena anche nel film Heldin (L’ultimo turno) di Petra Volpe dove seguiamo Floria, infermiera in un reparto sottorganico, durante una notte densissima: una madre grave, un anziano in attesa, un paziente esigente, una tirocinante che impara, e un errore che la porta al limite. Il film stringe lo sguardo sul lavoro silenzioso che tiene insieme i malati, fa emergere l’umano dentro la pressione, e pone una domanda scomoda: è giusto aspettarsi “eroismo” ogni notte da chi cura? Da qui discendono argomenti etici chiari perché la qualità non è solo velocità o durata del ricovero, ma tempo per il colloquio, sicurezza, esiti a distanza e poi, senza margini di sicurezza e personale sufficiente, cresce il rischio di errore e si consuma il senso del lavoro. La giustizia esige che l’ospedale resti casa di tutti, soprattutto dei fragili, non luogo di selezione dei casi più semplici. In verità, dovremmo misurare e sostenere ciò che rende la cura umana e affidabile, non soltanto ciò che è più facile da contare. Solitamente , la fiducia pubblica nasce da esperienze vissute ed è lo sguardo del cittadino che riconosce la buona cura quando è competente, rispettosa e aperta a tutti. L’efficienza resta certo una virtù, ma solo se serve a questo fine: far stare meglio le persone, una alla volta, senza lasciarne indietro nessuna.
Pensiero 2
«Che cos’è il male Assoluto? Ne parliamo spesso, in questi tempi, mentre lo vediamo realizzato quotidianamente da quasi due anni, come mai avremmo creduto possibile, se non altro nella nostra prospettiva di occidentali cresciuti con il mantra del “mai più”.
Lo evochiamo spesso, si, eppure non sapremmo definirlo. Come se la sua intrinseca assolutezza lo rendesse estraneo a qualsiasi possibilità definitoria. Del resto, accade qualcosa di apparentemente contraddittorio: questo Male con la M maiuscola ci sembra aumentare senza tregua, come se crescesse giorno dopo giorno fino a toccare sempre nuove vette che neppure ci parevano immaginabili. Un aspetto incompatibile con la sua assolutezza.
Da un punto di vista teorico, infatti, ciò che è assoluto non può aumentare, non può mutare o crescere. È assoluto, punto. Non relativo. Il Male Assoluto, dunque, è tutt’altro rispetto al male relativo, ovvero il male che si produce in relazione a qualcosa, per via di cause che non lo giustificano ma lo spiegano, tanto da manifestarsi in modi che ci sembrano in qualche modo misurabili. C’è male e male, insomma, quando il male è relativo. Ma quando il Male è Assoluto, non ci sono misure che tengano. Eppure non c’è niente da fare. Questo Male Assoluto a cui assistiamo ci sembra diventare sempre più immenso e insostenibile. Come se si stesse allargando sopra di noi una nuvola nera, una cappa plumbea che ci imprigiona e rende la nostra vita da ora in avanti diversa, a tratti ridicola e impossibile.
Quel che vediamo ci tortura. Ci ripetiamo che ogni nostro lamento è incongruo, e tuttavia soffriamo, e poiché questo Male Assoluto diventa sempre più devastante, veniamo assaliti da una frustrazione senza limiti».
Matteo Nucci, Il Manifesto, 02.08.2025
Il Commento
Anche nella guerra peggiore, perfino di fronte a un nemico feroce, le Medical Humanities dovrebbero aiutarci a non considerare le situazioni belliche come possibili parentesi rispetto ai loro stessi principi sacrosanti: non essendo un abbellimento etico, devono mantenere un criterio operativo minimo per la cura dei vulnerabili, dai feriti, agli affamati, ai dispersi. Il diritto umanitario fissa una base di partenza morale, la dimensione umanistica lo rende vivo in scelte concrete come il triage trasparente e imparziale, la protezione della dignità dei corpi, la tutela di cibo e acqua quali terapie primarie indiscutibili e non solo per gli umani. Questo vale, naturalmente, anche per il nemico, perché la cura non chiede, di regola, adesione politica, ma il rispetto a priori della persona. Hannah Arendt ricordava il «diritto ad avere diritti» che sopravvive solo se il malato resta soggetto e non mezzo (il principio kantiano impone di «trattare l’umanità sempre come fine»: il ferito, amico o nemico, non è mai strumento) e anche Martha Nussbaum indica soglie che nessun conflitto può cancellare: l’integrità corporea, la nutrizione, l’affiliazione mentre Albert Camus richiama i termini valoriali di “misura” e di “decenza”: il gesto che nutre, sutura, conforta e rispetta è già resistenza al disumano. Se c’è una volontà di bene, più forte del fanatismo religioso e politico, che solitamente la ostacolano, le Medical Humanities possono orientare protocolli e priorità anche sotto il fuoco e in mezzo al Male, perché sanno definire che cosa vale la pena rendere efficiente per proteggere capacità umane minime e ricostruire pazientemente almeno un brandello di fiducia reciproca.
Pensiero 3
«Anni fa ho accusato i primi leggeri sintomi del distacco del vitreo, una patologia dell’occhio che comprende un’eccessiva distanza tra l’umor vitreo e la retina e che causa fotopsie (flash improvvisi), miodesopsie (le mosche volanti) fino al distacco della retina. Per fortuna, quei sintomi finora sono rimasti tali. Se guardo una superficie bianca, o comunque chiara, e presto attenzione, riconosco che piccoli segmenti neri attraversano il mio campo visivo al muoversi degli occhi. Tuttavia il fastidio e la preoccupazione che questo disturbo visivo avevano causato in me all’inizio, ora sono pressoché dissolti, in quanto non ci faccio più caso: la mia mente ha riassettato la vista in modo da non farmi accorgere del difetto, che tuttavia permane.
Tutto questo per dirti che un evento (uno dei tanti eventi che cambiano o spezzano le nostre vite) ha in qualche modo cambiato la mia capacità di vedere, ma la mia mente si è abituata a percepire con quel difetto le cose intorno a me. Vorrei dire “come non ci fosse” , ma non è corretto, perché basta concentrarmi su ciò che vedo ed ecco che il difetto compare, a ricordarmi che è sempre lì.
L’evento che ti ha cambiato resta sempre, esso si ricorda di te più che tu di lui, però nel momento in cui è accaduto ha fondato una nuova norma per te. Così l’incontro con la disabilità ti espone alla tua disabilità, che ti chiama a ritornare su di te. Non riguarda qualcosa di esterno che capita a te o altri altri, ma appartiene proprio al tuo modo di stare nel mondo, che accade nella tua mente».
Roberto Cescon, “Disabile chi?”, Mimesis, 2020
Il Commento
Ogni mattina il corpo ridisegna la nostra giornata: decide scale e soste, misura distanze e desideri. Ma, come ammonisce un mio collega, «non bisogna accompagnare il sintomo»: non lasciargli il timone. Il dolore è infatti un segnale, non certo un destino e lo si ascolta per comprenderlo, non per inchinarsi alla sua legge. In verità, la riabilitazione dovrebbe insegnare a ritessere possibilità, a trasformare il limite in orientamento perché la prudenza non coincide con la rinuncia, ma sceglie tempi, ritmi, ausili e la rinuncia riscrive i desideri per non soffrire. Ma è invece il desiderio che dovrebbe guidare la cura: senza una meta, gli esercizi sono mera ripetizione; con una meta, tornano promessa. Poi vale l’intuizione di Proust: «Il vero viaggio… è avere occhi diversi». Guardare con occhi diversi non è accontentarsi, è rimodellare il possibile attorno a ciò che conta. Se la colonna vertebrale non consente l’intera Biennale, non diciamo “l’arte contemporanea non mi interessa più come ai tempi”, ma lasciamo che sia l’interesse desiderato a ridisegnare la strada e allora la meta diventa misurabile e così la terapia esce dal linguaggio della privazione e rientra in quello del progetto, sapendo ascoltare senza fretta, spiegare con onestà, restare accanto nei passaggi critici, proteggere la dignità. Anche l’errore, in questo orizzonte, diventa apprendimento. E qui risuona Beckett: «Hai provato. Hai fallito. Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.» Non è culto dello sforzo, è metodo mite: piccoli passi, ascolto del corpo, aggiustamenti continui. Curare, nel senso più pieno, è restituire alla persona la possibilità di dire “io” davanti a ciò che ama. Anche quando fa male. Soprattutto quando ne vale la pena.
Pensiero 4
«La gerontofilia musicale, quand’è rivolta a interpreti benedetti dalla cartella clinica, è un territorio incantevole di scoperte e sorprese: pensiamo all’ultimo decennio di Claudio Abbado o di Pierre Boulez, alle esibizioni finali di Ar-thur Rubinstein, Vladimir Horowitz, Emil Gilels e Wilhelm Kempff o, oggi, alla ritrovata giovinezza di Bernard Haitink o alla spensierata inossidabilità di Herbert Blomstedt.
Pollini invece ha scelto di non invecchiare. Non vuole essere saggio per paura di venire meno al ruolo-missione civile e intellettuale, o di dover scendere a compromessi con i suoi principi critici. Suona come se il tempo non fosse passato, con le idee progressiste per le quali ha subito anche biasimi e embarghi ideologicamente umilianti. Continua a credere alla storia-processo in continua evoluzione, e alla storia della musica come cronaca di un pensiero musicale importante nella misura in cui guardava avanti. Quando suona, Pollini non è prudente; mette a dura prova la propria tecnica pianistica ma non devia dal bersaglio. Qualcuno, a fine concerto, era commosso. Non tanto (o solo) per l’emozionante furia della Coda dell’Appassionata ma per avere sentito la fatica nel voler essere a tutti i costi fedele a sé stesso e alla concezione beethoveniana attorno alla quale ha fatto ruotare buona parte della sua ‘rappresentazione’ del ruolo e dell’importanza della musica nelle vicende del pensiero umano.
Sembrava un leone, il 75enne Pollini con tutto il corpo e le dita saldate al pianoforte e intrise di Beethoven. Anzi un guerriero d’altri tempi. Di quelli che non vogliono ammettere che la guerra è finita e continuano a combattere. E lo fanno con tale convinzione che alla fine siamo noi a domandarci se non abbiano ragione loro».
Angelo Foletto, «Suonare News/Allegro non troppo», 2017
Il Commento
Nel cuore del Sessantotto italiano, segnato da fermenti politici, rivendicazioni operaie e proteste studentesche, la musica colta fu teatro e strumento di conflitto ideologico. Un episodio emblematico si verificò al Teatro alla Scala di Milano, quando il pianista Maurizio Pollini, già noto per il suo virtuosismo e per la sua precoce consacrazione internazionale, tentò di leggere un comunicato politico dal palcoscenico, in apertura di un recital pianistico. L’intento era chiaro: denunciare i bombardamenti americani su Hanoi e solidarizzare con le istanze pacifiste e anti-imperialiste che attraversavano l’Europa e gli Stati Uniti. Pollini concepiva la musica come pratica non neutrale, in grado di intervenire nel tessuto sociale. Il gesto fu però interrotto bruscamente per l’intervento della polizia, su richiesta della direzione del teatro, che impedì la lettura del messaggio e impose il proseguimento del concerto in forma “apolitica”. L’episodio generò forte scandalo: parte del pubblico applaudì Pollini, sostenendone il diritto di parola; altri denunciarono quella che percepivano come una strumentalizzazione della musica. Pollini, insieme a Claudio Abbado e altri musicisti, avrebbe poi promosso concerti nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nelle scuole, proseguendo una riflessione politica sulla funzione della musica classica nel mondo contemporaneo. L’episodio alla Scala, quindi, non fu un incidente isolato, ma parte di un più ampio movimento di politicizzazione della cultura, non escluso il cinema, anzi, che attraversò l’Europa nel 1968, cercando di rompere le barriere tra arte e società, tra palco e piazza, tra estetica e prassi etica,
Pensiero 5
«Mi aspetti qui ancora un momento» disse. «Mi danno l’esito della risonanza, e poi lo vediamo insieme».
Non c’è niente, pensai. Il medico mi aveva salutato in modo così cordiale, aveva addirittura sorriso, cosa mi ero messo in testa? Del resto non avevo alcun sintomo. Ero lì soltanto perché da un’analisi del sangue il Psa era risultato alto.
«Si vede qualcosa nella prostata» disse il dottor Francken quando fummo nel suo ufficio. Lanciò un’occhiata allo schermo del computer e poi a me.
«Solo che non posso dare ancora una risposta definitiva, ma per esperienza, e a giudicare dalla forma che ha, so che quasi sempre si tratta di cancro».
«Va bene» dissi.
«Le fa paura?»
«Possiamo anche semplicemente darci del tu. Io mi chiamo Herman».
«In questo stadio è ancora prematuro dire quanto sia grave» continuò Francken. «In genere questo tipo di tumori si può curare bene. Con un intervento o una radioterapia».
Nella mia testa cercai di formulare una frase da dire a mia moglie arrivando a casa. Non spaventarti, ma… No, così non andava bene: le persone che iniziano una frase così, poi raccontano che qualcuno è morto. Caduto dalle scale. Morto sul colpo. No, dovevo essere più diretto, venire subito al dunque. C’è qualcosa che non va, qualcosa che non deve essere lì, forse una cosa maligna ma lo sapranno solo dopo altri esami.
E poi naturalmente c’era anche Pablo. Lui all’epoca viveva a Barcellona già da quasi sei mesi. Non gli avrei telefonato subito o scritto un messaggio. Avrei aspettato di vederlo, dopo alcuni giorni. Devo dirti una cosa, non è molto grave. Potrebbe essere ancora di tutto…
«Faremo una biopsia al più presto» disse il dottor Francken. «Poi saremo sicuri»
[…]
Poco dopo l’iniezione in profondità avevo fatto ancora una battuta stupida. Francken aveva dovuto ridere, ma forse rideva sempre dei pazienti costretti ad affidarsi a lui e ai suoi lunghi aghi. Man mano che l’ago penetrava nelle parti più intime del corpo, le parti che non vedranno mai la luce del sole, mi passò ogni desiderio di fare qualsiasi commento.
Il dolore è un boccone di gelato troppo grande. Lo senti prima nei denti e alle mascelle. Per sputare è già ampiamente troppo tardi: lo avverti già sul palato, ancora mezzo secondo e ti arriverà al cervello.
Ora avvertivo il dolore in un punto che in genere non si sente. Dove non lo vorresti mai sentire: lì.
«Si tenga forte, che arriva il secondo» disse Francken.
Dopo un’eternità senza tempo (in realtà non ero stato sul lettino per più di venti minuti) entrai barcollando nella sala d’aspetto. In basso nel mio corpo una sensazione di vago torpore, come se fossi stato in sella a un cavallo per tutta la mattina.
Prendemmo il tram numero 3. Subito dopo la fermata dove eravamo saliti c’era una curva secca a sinistra. Persi l’equilibrio, e cercai di afferrare un sostegno.
Non venga in bicicletta. Dopo l’intervento non potrà guidare.
Pablo mi sostenne, mi strinse con le sue braccia forti in modo che non cadessi per terra già alla prima curva.
Per anni sei tu che sostieni tuo figlio, quel giorno, invece, i ruoli erano invertiti. Il figlio ormai molto più forte evita una caduta a suo padre. Era una cosa logica.
E io l’accettavo. Mi girava la testa, ero traballante, ma anche felice. Non ero solo. Eravamo in due.
«Che bello, che sei venuto con me» dissi a Pablo, mentre mi lasciavo sorreggere da lui per qualche secondo più a lungo dello stretto necessario. «Sono contento che tu sia qui».
Herman Koch, “Ne scriverai?”, Neri Pozza, 2025
Il Commento
In “La morte di Ivan Il’ic di Toltstoj” l’annuncio è come un “non-evento”: la diagnosi non è detta ma insinuata: perifrasi, protocolli, eufemismi costruiscono una menzogna condivisa che isola più del dolore. L’ospedale diventa macchina d’opacizzazione: il sapere resta al medico. Il tempo decisionale è sottratto al malato. Solo Gerasim rompe il dispositivo, praticando una parresia compassionevole: dire il vero senza infliggerlo, riconoscere la vulnerabilità senza spettacolarizzarla. Qui l’annuncio è kairòs etico: restituzione di voce, non mera consegna d’informazioni. Con Herman Koch la scena si rovescia: «Ne scriverai?» trasforma la cattiva notizia in incipit narrativo. La modalità teorica è meta-clinica: l’io che scrive si autolegittima come soggetto competente del proprio male. È un’epistemologia dell’autofiction terapeutica: la verità è negoziata, situata, narrativamente montata: il paziente riordina il caos, ma si espone al rischio d’estetizzare la sofferenza, capitalizzando il trauma come testimonianza. La parresia diventa stile cognitivo, non solo virtù morale. Clinicamente, il confronto illumina l’asse della Verità: nel modello tolstojano la verità è trattenuta “per proteggere”; in quello kochiano è co-autorizzata, calibrata alle preferenze del paziente; l’asse del Tempo: mentre Tolstoj pratica il differimento, la clinica contemporanea pratica la progressività, integra la prognosi come intervallo e non come sentenza, coltiva un “realismo della speranza”; l’asse della Relazione: dall’asimmetria paternalistica alla co-costruzione (decisione condivisa, giustizia epistemica). Nella pratica clinica, tutto ciò significa nominare l’oggetto con chiarezza sobria, tacere quando serve (silenzio ben condotto), restituire margini d’azione e continuità narrativa. Si tratta di scegliere ed esercitare un’etica del limite: dire la verità come cura, senza delegarla al romanzo né trattenerla per l’istituzione.
25 agosto 2025
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida