Pensiero 1
«Un tempo, lo ricordo con amarezza, il suicidio era considerato dalla chiesa cattolica uno dei peccati più gravi e al suicida veniva vietato il funerale religioso e non trovava sepoltura nel camposanto, ma fuori, in terreno non consacrato, a monito dei vivi. Ma per grazia oggi la comprensione del suicidio è cambiata: si fanno funerali e il luogo di sepoltura è quello comune. Dovremmo comprendere il suicida e non condannarlo, perché le forze negative che ci vorrebbero precipitare nell’abisso sono umane, abitano il nostro cuore.
Ogni suicidio ricorda che questo mondo a volte non basta e che non si ha la forza per continuare l’esistenza sostenendo la fatica del mestiere di vivere. […] I suicidi dei carcerati sono un appello perché guardiamo alla situazione delle carceri e cerchiamo di far sì che ci siano condizioni umane. Sebbene colpevoli, va loro riconosciuta a piena dignità, sebbene incarcerati godono delle libertà personali, sebbene privati di alcuni diritti sono soggetti del diritto, sebbene giudicati è loro è loro dignità la giustizia, sebbene detenuti non devono essere esclusi dalla convivenza civile».
Enzo Bianchi, la Repubblica, 08.07.2024
Il Commento
Sacro è il rispetto della dignità e della vulnerabilità di ogni uomo e del suo ricordo, da vivo e da morto, indipendentemente dalle modalità di affrontare la nostra finitudine; d’altronde, nel “Mito di Sisifo”, Albert Camus dichiara che il n’y a qu’un problème filosofique vraiment sérieux: c’est le suicide.
Pensiero 2
«Il vecchio uomo
solleva una tazza
la sposta un po’
rimane in piedi a guardarla
poi la sposta di nuovo
la rimette dov’era
e poi si volta
fa qualche passo
si ferma
si volta di nuovo
rimane in piedi così
il vecchio uomo
si siede su una sedia
guarda davanti a sé
rimane seduto così
poi si alza
il vecchio uomo
e va verso il tavolo con la tazza
solleva la tazza
e torna alla sedia
si siede
e porta la tazza alla bocca».
Jon Fosse, “Ascolterò gli angeli arrivare”, 2024
Il Commento
Jon Fosse, nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, disse che in poesia e in prosa ho cercato di scrivere ciò che solitamente – nel linguaggio parlato comune – non può essere espresso a parole.
Pensiero 3
«La sofferenza non è immobile; è fluida, e le sue fiamme, più azzurre che arancioni e rosse, e talvolta di uno spaventoso verde pallido, ti torturano a un fianco all’interno del corpo, a volte all’altro fianco, a volte all’interno del corpo molto forte, fino a quando non ti trovi a gridare in silenzio come nel famoso quadro di Munch in cui una persona lancia un urlo su un ponte. Neppure il dolore fisico è più stabile, stando alle descrizioni che ho letto e da quanto ho sentito da Jacobo o dal povero Michael. Loro ricorrevano spesso alle metafore. “È come se prendessero una sega e ti segassero lentamente il bacino, mister David”, diceva Michael. “Alle volte è come se le mie gambe fossero allo stesso tempo congelate e avvolte da tizzoni ardenti. A essere sinceri, non so se valga la pena vivere se è per soffrire così tanto. Lei cosa ne pensa?” E il nostro povero Jacobo ci raccontava che talvolta era come se gli mettessero le dita dei piedi in una pressa. O come se gli dessero un pugno eterno nello stomaco. Entrambi in quelle descrizioni arrivavano al limite massimo del linguaggio, e il dolore tocca il punto in cui ‘indescrivibile’ è l’ultima parola da pronunciare prima che finiscano tutte le parole e rimanga solo la brutalità sorda e muta del fatto.
Tuttavia ho conosciuto, abbiamo conosciuto tutti l’allegria, e persino la felicità. Neppure nei momenti di peggior orrore l’armonia del mondo si rovina o si sporca. Lo sapeva Goya, e Bosch. Quando è morta Sara avrei voluto morire anch’io, ovviamente, e sono stato sul punto di suicidarmi. Nelle settimane successive ho pensato spesso di andare su uno di questi bellissimi precipizi nebbiosi che ci sono nella regione e buttarmi. Sarebbero bastati due rocce e due rimbalzi per fare a pezzi una persona della mia età. Avrei indossato i miei abiti eleganti, quelli da cerimonia, come si addice ad un vecchio romantico come me, e avrei aspettato, tutto ben vestito, morto, sporco e steso con le gambe divaricate, l’elegantissimo circolo che gli avvoltoi avrebbero iniziato a tracciare sopra di me».
Tomas Gonzales, “La luce difficile”, La Nuova Frontiera, 2024
Il Commento
Non tutti i pazienti con lesioni midollari soffrono di dolori neuropatici, circa il 65%, ma per un terzo di loro il dolore è spesso terribile, il tormento eccessivo, come se si infilassero le gambe in un falò.
Pensiero 4
«Se osservassimo la malinconia attraverso il linguaggio potremmo dire che rassomiglia all’amore, la maggior parte delle volte, le parole che usiamo per nominarla si rivelano inappropriate per descriverla. Oggi la chiameremmo depressione, liberandoci dell’immagine della ‘bile nera’ così cara all’anatomia antica e prendendo in prestito una parola più recente, che ricalca invece l’osservazione fisica di paesaggi materiali, a significare uno smottamento. […] Eva Meijer ne fornisce una definizione geografica – ‘immagina di camminare in un bosco’ scrive, ‘quando ti volti e non ricordi più da dove sei venuto. Attorno a te lo spazio cambia, si ingrandisce, e tu ti fai più piccolo. Non torni più a casa, rimani sospeso in questo momento per sempre’ . le persone depresse ‘non coincidono più automaticamente con se stesse’ scrive Meijer, è così che sul retro della coscienza s’innesta come un principio di scollamento dal proprio nucleo, sempre ammesso che ne sia esistito uno. Non si tratta di un destino, né semplicemente di un incidente: alla vita non tutti si abituano, ‘alcuni non imparano mai’. È così che può accadere di sentirsi ‘sprofondare in una melma invisibile’, lasciarsi trascinare nella terra ‘come per un eccesso di gravità’».
Il Manifesto, 05.07.2024
Il Commento
La malinconia spesso appare come una condizione riflessiva quando la vita non permette di trovare certezze e risposte chiare, quando si ha il dubbio di fare scelte che non corrispondono al proprio vero desiderio, lasciando un senso di vuoto e una difficoltà intensa nel vivere una vita autentica. Talvolta si può usare la malinconia non tanto per sfuggire a uno stato d’animo doloroso, ma, parafrasando Sheila Heti nel suo romanzo “Come dovresti vivere?” come una lente attraverso cui esaminare le grandi questioni della vita e quindi un motore di esplorazione che permette di confrontarsi con la complessità e la natura incerta dell’esistenza umana.
Pensiero 5
«Husserl, ma soprattutto la sua allieva Edith Stein affrontano il problema di capire come un io in quanto tale si possa relazionare con un altro io in quanto tale. La soluzione proposta dalla fenomenologia in questa fase non è la soluzione cognitivista, e cioè la relazione fra i due cogito, ma è una relazione che non può prescindere da quello che i fenomenologi chiamano il Leib, il corpo vivo. Per parlare di questa particolare accezione del corpo, visto come sorgente dell’esperienza vitale, in italiano non abbiamo una parola adatta; dobbiamo aggiungere l’aggettivo ‘vivo’ alla parola ‘corpo’, mentre in tedesco le parole per designare il corpo sono due: Körper e Leib. Il primo termine, Körper, designa il corpo materiale, l’oggetto di studio delle scienze della vita. Il secondo, Leib, si riferisce all’esperienza vitale che grazie al corpo facciamo nel mondo. La scommessa della nuova scienza dell’umano, quindi, è di riuscire a comprendere il Leibstudiando il Körper. Nel campo dell’esperienza, indipendentemente da come si connettono i due ego nella relazione individuale, secondo Husserl l’accesso all’altro non è mai diretto. È impossibile che sia diretto. Può essere solo una rappresentazione, così come quando vediamo un bicchiere che sta di fronte a noi e abbiamo l’esperienza di un bicchiere come unità completa, tale unità completa percettivamente non può che essere parziale, perché noi vediamo solo la parte anteriore del bicchiere, quella rivolta verso di noi. In questa esperienza parziale del bicchiere, il bicchiere nella sua interezza comunque lo realizziamo noi. Non vediamo, infatti, facce anteriori di oggetti, ma vediamo oggetti interi, anche se li vediamo solo parzialmente».
Vittorio Gallese e Ugo Morelli, “Cosa significa essere umani?”, Cortina, 2024
Il Commento
Oggi, soprattutto nell’ambito della comunicazione etica fra curante e ammalato, si parla molto dell’importanza di un comportamento empatico. È interessante ricordare che Edith Stein, già nel 1917 ne “il problema dell’empatia”, analizzava l’empatia come un’esperienza diretta e intuitiva che ci permette di percepire l’esistenza dell’altro essere umano e comprendere le sue emozioni e stati d’animo: occorre però saper riconoscere che l’Altro ha un’esperienza sentimentale soggettiva propria e, soprattutto, ben distinta dalla nostra, mantenendo fra curante e paziente le proprie autonomie individuali. In tutt’altro ambito, per esempio nel campo di Auschwitz, non esisteva soltanto la contrapposizione fra “io” e “tu”, ma, come scrive Primo Levi in “Se questo è un uomo”, anche la difficoltà della costruzione di un “noi”, che lo porta a un utilizzo psicologico particolare di “io”, “noi” e “voi”: certo è che la lotta quotidiana per la sopravvivenza metteva in costante competizione le vittime tra loro. L’anti-empatia tra i prigionieri dei campi di concentramento favoriva comportamenti di indifferenza, egoismo e persino ostilità verso gli altri, soprattutto per sopravvivere, facilitando la deumanizzazione: ne “I sommersi e i salvati” Levi introduce in tal senso l’area morale della zona grigia, che posa uno sguardo complesso sulla contrapposizione fra vittime e carnefici.
1 ottobre 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida