Da sempre la Fondazione Sasso Corbaro si occupa del tema delle demenze. Nel settembre dello scorso anno, ad esempio, si è parlato di uno scrittore italiano, Daniele Del Giudice – un grande di fine Novecento – che purtroppo ne ha sofferto (qui potete recuperare la serata). Un’altra occasione invece, ci sarà a breve, il 22 febbraio alle 20.30 on-line, all’interno del ciclo «Gli scrittori e la malattia» insieme a Beppe Sebaste e al suo romanzo autobiografico Una vita dolce (già recensito in «Sullo scaffale»).
Proprio la demenza di Alice, madre della narratrice, è la protagonista di Nuoto libero, breve e fulminante romanzo di Julie Otsuka, scrittrice americana di chiare origini nipponiche. Il libro, scritto quasi interamente in prima persona plurale (scelta non comune e già per questo degna di nota) narra un rapporto madre-figlia di intimità e rimpianto. Otsuka, che utilizza uno stile minimale e ricorre spesso a elenchi di dettagli capaci di trasmettere la semplicità del quotidiano, decide di strutturare il romanzo in due parti. La prima, dedicata a una piscina e ai suoi nuotatori habitué, tra cui anche Alice, contraddistinti dalle loro peculiari caratteristiche e idiosincrasie che fan sorridere il lettore. La seconda, nella quale protagonista diventa la malattia degenerativa che intacca ricordi e funzioni e rende Alice «persona con cui è difficilissimo vivere» costringendola a trasferirsi al Bellavista «residenza a lungo termine for profit per disturbi della memoria». Senza svelare troppi dettagli di trama che rovinerebbero il gusto della lettura di un romanzo che si termina in poche ore, ho trovato molto interessante il ricorso che Otsuka fa alla «crepa», concreta all’inizio quando compare sul fondale della piscina e poi – a legare prima e seconda parte – metafora di quanto accade in un cervello che si ammala.
Perché leggerlo?
Perché Nuoto libero è un ottimo esempio di quella letteratura che parla di malattia, capace di far riflettere sulle domande, umanissime, che ci facciamo noi esseri umani: cosa diventiamo senza i nostri ricordi? Cosa facciamo quando non siamo più in grado «di fare»? Come scendiamo a patti col fatto che i nostri cari si ammalano e non sappiamo curarli?
Una citazione dal libro
«Non ricorda come si è fatta quei lividi sulle braccia, né di essere uscita a passeggio con te questa mattina. Non ricorda di essersi chinata, durante la passeggiata, per cogliere un fiore dal giardino di un vicino e infilarselo tra i capelli. Magari tuo padre mi bacerà, adesso. Non ricorda cos’ha mangiato ieri sera a cena, né quando ha preso la medicina. Non si ricorda di pettinarsi».
Federica Merlo
Newsletter #37
28 febbraio 2023
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.