Pensiero 1
«Da sempre i Pronto soccorso sono luoghi tristi e difficili, ma da qualche anno sono diventati anche violenti. Insulti e liti all’ordine del giorno mentre si contano 11mila aggressioni l’anno senza troppe distinzioni geografiche. È una delle ragioni per cui quasi nessuno vuole lavorare in prima linea e tutto ancora è affidato agli sforzi di uomini e donne di buona volontà. Di recente è addirittura nata un’organizzazione dal sintomatico nome “Nessuno tocchi Ippocrate”; e tutto lascia pensare che non sia servito fissare il 12 marzo come “Giornata internazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari”. Quegli stessi, si ricorderà, che al tempo del Covid la più strenua e rintronata retorica nazionale indicava come gli Eroi e gli Angeli, e che oggi vengono lasciati ad affrontare l’emergenza del rancore e del furore per due soldi e con le mani legare dietro la schiena, dopo tante resilienti promesse da Pnrr – in attesa che prima o poi qualche volpone non intenti e metta su un sistema di primo soccorso a pagamento. […]
È abbastanza chiaro – come dimostra in modo lampante una recentissima ricerca FNOMCeO-Censis – che il Pronto soccorso Sturm und Drang (tempesta e impeto) è il frutto incandescente dell’aziendalizzazione della sanità, del primato dei vincoli economici sulla salute, del dominio dei burocrati di partito sulla figura, il valore, a passione del medico e di chi ha scelto di vivere in un luogo di sofferenza».
Filippo Ceccarelli, il Venerdì – la Repubblica, 20.09.2024
Il Commento
Storie della vicina nazione meloniana, certo. Ma se i parenti di una ragazza morta durante un’operazione premono per aggredire il Pronto Soccorso, qualcosa è “mancato”: almeno una comunicazione Medical Humanities. In realtà, l’insegnamento dei principi della bioetica, il rispetto clinico e la presa a carico del dolore dei pazienti, dei famigliari, ma anche dei curanti restano una colonna della Cura. E la compassione.
Pensiero 2
«Il fondamento delle Enciclopedie non era tanto nell’estensione dell’aggregazione, nel coinvolgimento della datità, quanto nel tracciare il circolo di ciò che poteva “essere incorporato”: dagli occhi, dalla lettura, dalla memoria, dalla singola esistenza. Oggi “si scorporano” sempre più i saperi trasferendoli in un altrove letteralmente inafferrabile; e si capisce, per converso, che l’unico sapere che è rimasto incorporabile – e che non a caso trionfa – sia quello dei sapori e della cucina, dei cépages e dei loro vini. È certo una storia antica, che tuttavia Rebelais usò per aprire a nuovi mondi: tutte quelle liste di salsicce e andouillettes intercalate con il latino delle decretali servirono a scardinare stereotipi spenti e a fondare un mondo di esperienza e libertà.
Occorre riprendere quella lezione critica: il centro dell’uomo è l’uomo, la sua dignità, la sua esistenza che, a differenza delle cose e delle memorie digitali, è unica – e breve. Uno dei padri fondatori della semiologia, del commercio dei segni e della loro arbitrarietà, Roland Barthes (che pure recitava il teatro greco e suonava il pianoforte e componeva musica classica), ebbe il coraggio nella sua Lezione inaugurale al Collège de France, nel 1977, di affermare, riprendendo il significato letterale di enciclopedia: “Vorrei dunque che la parola e l’ascolto che si intrecceranno qui siano simili al va e vieni di un bimbo che giochi in cerchio intorno alla mamma, che si allontana e poi a lei ritorna per offrirle un sassolino, un filo di lana, disegnando in tal modo, intorno a un centro raccolto e calmo, come un’area di gioco, all’interno della quale il sassolino o la lana contano di meno che il dono pieno di fervore che ne è il principio».
Carlo Ossola, Il Sole 24 Ore, 01.09.2024
Il Commento
Per il filosofo Jean le Rond d’Alembert, già nel XVIII secolo, non c’è nulla di più incontestabile delle nostre sensazioni, principio delle nostre conoscenze: non tanto come primato dei sensi, ma come “sapere di essere” dove ogni scienza dovrebbe rafforzarci nel nostro essere uomini.
Pensiero 3
«Scrivere è diventato fisico in una maniera diversa; ora passa per la mia voce, non per le mie mani, dal momento che non posso digitare, né scrivere a penna, così compongo il materiale nella mia testa e cerco di ricordarmelo, di ricordare l’ordine dei paragrafi, la punteggiatura. Ho dovuto imparare un nuovo modo, ma è stato divertente. In fondo è più piacevole scrivere con altri che da soli. È simile a quando lavoravo per il teatro. Ora ho scritto questo libro, e ne ho scritto metà di un altro, e certo, la forma è molto diversa da quello che avevo fatto finora, perché ogni pagina è nata con qualcun altro attorno, che interviene, dà i suoi suggerimenti. Ogni mattina scrivo a mio figlio Carlo. Lui mi comanda, ha idee molto chiare su quello che dovrei fare e mi spinge a realizzare quello che ho in testa, suggerisce anche molti cambiamenti e mi inizia a processi diversi: ad esempio mi ha fatto scrivere al presente, cosa che non avevo mai molto praticato e per me è stato piuttosto interessante, poi molte idee che ho magari non gli piacciono e le rifiuta. È come avere perennemente un editor con te che discute parola per parola. Non ho mai lavorato in questo modo, ma mi piace. Insieme scriviamo il blog, stiamo lavorando alla sceneggiatura di un film che racconta quello che mi è successo nell’ultimo anno. Non credo che tornerò a scrivere romanzi veri e propri. La gravità della mia condizione mi fa sembrare impossibile abitare altri mondi, non ho voglia di inventare niente, ma d’altra parte ogni cosa che scriviamo è già sempre una finzione, anche quando raccontiamo una conversazione che abbiamo sentito in strada in realtà la stiamo trasfigurando per trasformarla in altro, in letteratura. […]
Io odio annoiarmi, e prima non mi capitava mai, incontravo altra gente, ascoltavo musica, leggevo un libro, guardavo i social, facevo tutto questo genere di cose. Poi di colpo mi trovo in ospedale, disteso in un letto a guardare il soffitto, letteralmente non potendo fare nulla. In momenti simili senti che il mondo ti ha dimenticato, ti ha lasciato indietro. Pensi a tutti quelli là fuori che stanno leggendo i tuoi dannati romanzi e intanto tu sei li, in ospedale, completamente solo, non puoi fare nulla. Inizi a sentirti depresso, poi iniziano a riaffiorarti alla mente i ricordi del passato, per questo poi nel libro c’è molto della mia infanzia, dei miei genitori. Nella vita noi siamo costantemente accompagnati dai ricordi, non stiamo però a pensarci tutto il tempo, ma quando sei lì, bloccato a letto, la tua mente diventa il tuo miglior amico, non puoi fare altro che pensare alle storie. Se ti capita una cosa imprevedibile come un incidente di questo tipo realizzi di colpo che viviamo in un universo di possibilità casuali che possono accadere da un momento all’altro e travolgerti. Siamo fragili. L’ospedale in cui mi hanno trasferito quando son arrivato in Inghilterra lo chiamavo l’ospedale degli incidenti perché lì dentro a tutti era capitato qualcosa di accidentale: alcuni avevano fatto una stupida caduta dalle scale, altri erano scivolati in una piscina vuota, un ragazzo si era spaccato l’osso del collo saltando dal trampolino, un altro cadendo dal letto da ubriaco nel mezzo della notte. È completamente casuale, alle volte cadi e va tutto liscio, altre ti spacchi il collo e ti ritrovi un vegetale».
Hanif Kureishi, la Lettura, 27.10.2024
Il Commento
Dice Hanif Kureishi, settantenne, immobile su una sedia a rotelle per una caduta, che “soltanto dettare può ricordarmi chi sono davvero”. Anni fa, il protagonista del suo romanzo “Nell’intimità” pensava che le perdite nella vita permettano uno spazio nuovo: d’altra parte la propria vulnerabilità genera un timore importante davanti al difficile bilancio di una vita contraddistinta da realizzazioni non colte.
Pensiero 4
«Ce fou du village, qui pourrait s’être échappé du film Ordet, de Carl Theodor Dreyer (1955), ne se souvient pas de cette époque délirante, quand il avait déserté la maison familiale et planté sa tente dans un vieux cimetière. Ce qu’il raconte, avec une rage qui rappelle l’irritation outrancière d’un autre écrivain autrichien, Thomas Bernhard (1931-1989), il le tient des souvenirs épouvantables qu’il a laissés dans la mémoire de sa communauté. ‘Ce qui sortait de moi: insultes et harangues toujours, et toujours neuves, autres, et toujours inouïes’.
Peter Handke n’explore pas la folie de son personnage par un biais psychologique. A travers cette ‘démonerie’ de langage, c’est toute la dimension symbolique de l’écriture qu’il questionne. Celui qui s’y engage prend le risque de se perdre dans l’abîme, mais il peut aussi refaire le monde pour y retrouver sa place. ‘Écrire m’a réveillé et m’a montré sur le seuil, tel que j’étais’, confie le narrateur. Pour Handke, la littérature est une expérience à double tranchant. Et, comme souvent dans ses récits, la terreur finit par céder le pas à la douceur. Lors d’un étrange voyage en barque d’un pays à un autre, son personnage revient miraculeusement à lui-même, grâce au regard ‘engageant, amical’ d’un inconnu. Dans cet épilogue magnifique, le monde visible s’ouvre à nouveau à lui, par une succession de sensations qu’il accueille sans prendre le risque de leur trouver un nom».
Amaury Da Cunha, Le Monde, 08.11.2024
Il Commento
“Ein Traum in einem anderen Land” di Peter Handke contiene una profonda riflessione filosofica che esplora, tra quello dell’identità, dell’alienazione e della memoria, il rapporto dell’individuo con il mondo, in particolare il suo desiderio di tentare di andare oltre i limiti imposti dalla realtà quotidiana: il sogno permette di superarla avvicinandosi con un certo distacco alle domande esistenziali che accompagnano la condizione umana.
Pensiero 5
«Benché il corpo ci sia, oggi – e paradossalmente – accade che svanisca via via, perdendo presenza nelle relazioni quotidiane come nella struttura sociale, e insieme per altro verso il corpo si afferma nell’attenzione ossessiva alle sue immagini, al controllo sulle tecniche di riproduzione o sui flussi migratori, oppure nelle somatizzazioni e in altri disturbi a cui il setting analitico, con le sue “dimensioni incarnate”, tenta di dare voce. In ogni caso, questa scomparsa, marginalizzazione, “sospensione” del corpo separa radicalmente il nostro secolo da quello precedente, di cui già Walter Benjamin, scoprendo l’attitudine delle masse novecentesche ad avvicinare gli oggetti, aveva messo in luce il carattere “tattile”: di qui l’urgenza di riportare al centro della scena un corpo ormai “umiliato, sedotto, contraffatto, idolatrato”, di accettarne l’enigma e di ammettere che il fatto stesso di essere un corpo, di avere un corpo, ci impedisce di conoscerci fino in fondo.
Mentre continuiamo a interrogarci stupefatti sulle ragioni per cui desideriamo – “È tutto di lui che desidero (una sagoma, una forma, un’aria)?”, si chiedeva Roland Barthes, “O è solamente una parte di quel corpo? E, in tal caso, che cos’è che, in quel corpo amato, ha per me il valore di feticcio? Quale porzione?” –, tendiamo a dimenticare che l’incantesimo dell’innamoramento è insieme “sensuale e cognitivo” e sottovalutiamo l’evidenza per cui il corpo ne è protagonista assoluto».
Barbara Chitussi, Alias – Il Manifesto, 10.11.2024
Il Commento
Il racconto di Vittorio Lingiardi nella sua ultima pubblicazione (Corpo umano-Einaudi) inizia con i versi di Wislawa Szymborska “Il corpo c’è, e c’è, e c’è” e poi percorre l’elenco dei nostri organi accompagnati da artisti e letterati affascinanti come Almodovar, Roth, Kahlo, Charcot, Tiziano con una modalità che potremmo senz’altro definire Medical Humanities. Il corpo non dovrebbe essere considerato come un caso clinico, ma come una parte essenziale da richiamare attraverso l’identità della vita interiore; il corpo come archivio di sofferenze e narrazioni; il corpo da curare con compassione per la sua vulnerabilità; il corpo da ascoltare nelle sue manifestazioni più intime; il corpo e la complessità della sua Cura da avvicinare attraverso l’arte, la cultura e l’etica politica.
1 novembre 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida