Già vincitore nel 2004 del premio Femina con Una vita francese, il prolifico scrittore Jean-Paul Dubois (più di venti romanzi all’attivo, non tutti però tradotti in italiano) nel 2019 si è aggiudicato con questo Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo l’ancor più prestigioso premio Goncourt. Curioso il suo commento all’annuncio della vittoria «On ne mérite jamais le prix Goncourt, on a la chance de l’avoir. Ça tombe sur la personne qui est sur un alignement de planètes cette année-là une convergence, un bon alignement des planète… ». Che si creda o no alla sua modestia o alla fortuna «siderale», siamo di fronte a un testo sicuramente meritevole della più importante onorificenza letteraria di Francia. Il romanzo è ambientato nel carcere di Montréal dove il protagonista Paul Hansen, condannato per un crimine minore «né gravissimo, né insignificante» e di cui fino alla fine non sapremo nulla, condivide la cella con un motociclista della banda Hell’s Angel. Paul, in questo ambiente soffocante, descritto da Dubois con attenzione ai dettagli più disumanizzanti, condurrà il lettore in un viaggio della memoria, tra i ricordi e i fantasmi del suo doloroso passato. Oltre alla scrittura, capace di avvolgere il racconto in un costante e voluto freddo grigiore malinconico, la cosa più interessante del romanzo è la presenza di un elemento che accomuna tutti i personaggi. La moglie di Paul (un’indiana algonchina che pilota aerotaxi), i genitori (il padre, un pastore protestante di origini Danesi, la madre, una femminista coinvolta nelle lotte politiche del 1969), il grosso e tatuato compagno di cella e persino gli anziani proprietari delle case del residence di cui il protagonista era custode, subiscono un destino avverso, una rottura improvvisa, che ad un certo punto della loro esistenza ne decreta il fallimento. Quello che rimane a lettura ultimata è una profonda «tristezza dell’ineluttabile», ma anche la consapevolezza che pur se «non stiamo tutti al mondo nello stesso modo» quello per cui tutti possiamo lottare è la ricerca di una «serenità dell’accettazione» (Giorgia Tolfo, www.illibraio.it, 2020).
Perché leggerlo?
Perché oltre ai temi poc’anzi citati (colpa, destino, fallimento), Dubois ha scritto un romanzo che parla anche di spazio e tempo. Paul, dalla sua cella, ci fa viaggiare tra la Danimarca, la Francia e il Québec (anche dal cielo) e ripercorre le rivolte degli anni ’60 e ’70, l’elezione di Obama e la storia del cinema (a tal proposito si parla anche di Godard e del famoso scandalo del film Gola Profonda).
Una citazione dal libro
«la mia vita di prima mi manca a tal punto che a volte mi ritrovo, nottetempo, a stringere i denti e farli digrignare. La mia vita di prima, quella che conducevo quand’ero saldo ai comandi dell’Excelsior, quando Winona, bardata come un pioniere dell’aereopostale posava il suo monomotore Beaver sui laghi dei Laurentides, quando Nouk, la mia eterna cagna, nuotatrice di stagno e corritrice di prato, intratteneva con me lunghe conversazioni di cui lei sola conosceva il tenore. Quella vita non esiste più, e quando le porte del carcere torneranno ad aprirsi per me, mi ritroverò sul marciapiede, davanti al numero 800 di boulevard Gouin, a dover scegliere una direzione, e a proseguire la mia pena irriducibile sotto un’altra forma».
Federica Merlo
30 ottobre 2020
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.