Hopper è un maestro della pittura americana della prima metà del XX secolo, e forse questo è il suo capolavoro più assoluto. E tra tutte le opere che ha dipinto con la luce del giorno, la sua arte tocca l’apice in una desolata notte americana del 1942. La luce è quella artificiale che dalla vetrina del locale si riflette sulla strada, permettendoci di vedere i protagonisti di quella notte: un uomo solo, una coppia e il barista. L’uomo solo, forse lì per dimenticare la giornata, per curarsi le ferite che le ore diurne gli hanno inflitto, sta di spalle e non ne cogliamo lo sguardo. Vediamo invece la coppia: lui e lei. Non sappiamo se una coppia formatasi per un incrocio di destini proprio lì, o se sono arrivati per curare la monotonia del loro rapporto. Non si guardano, vicini, ma entrambi assorti nei loro pensieri, cercando di scioglierli nelle tazze di caffè.
Poi c’è il barman, che dispensa agli avventori attenzioni, coglie i bisogni, se ne prende cura. Il camicie bianco lo avvicina a un infermiere in corsia. Allora la vetrina di un bar diventa quasi una di quelle finestre d’ospedale che di notte si vedono illuminate, dove c’è un dolore da curare, una vita da ripensare, una cura da elargire. Hopper coglie tutta la forza di una finestra illuminata nella notte, della vita che vi scorre dentro. Una luce che ancora non si spegne finchè c’è da prendersi cura del corpo, dell’anima, dell’uomo.
1 ottobre 2020
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.