Tra le più famose statue concepite dal genio di Michelangelo, il Mosè è stato oggetto di molti studi. Vanta anche l’onore di essere stato psicanalizzato dallo stesso Freud. Mosè è raffigurato nel momento preciso in cui, ricevute le tavole dei dieci comandamenti, si volta e vede il popolo ebraico in adorazione del Vitello d’oro.
Mosè è ricordato nell’Antico Testamento per aver liberato il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, guidandolo verso la Terra promessa. Un cammino lungo 40 anni. Un percorso in cui Mosè si è preso cura del suo popolo; come un curante (che sia un medico, un infermiere, operatore o famigliare) che, portato il paziente fuori dalla fase acuta della malattia, lo accompagna nel suo percorso di convalescenza.
Ci sono momenti in cui prendersi cura dell’altro è difficile, perché il paziente non segue le indicazioni, non assume le terapie, non risponde alle cure prestate come ci si aspetta. Prendersi cura è anche dover gestire la frustrazione. Il Mosè di Michelangelo è rappresentato in quel momento, nella gestione della frustrazione. Addirittura le tavole della legge che ha sottobraccio sembrano delle cartelle cliniche che gli stanno per scivolare di mano per lo scoramento. Il momento è tragico, ma il Mosè di Michelangelo è già oltre, ha afferrato le tavole prima che cadessero, stringendole a se e impigliandosi anche un po’ le dita tra la folta barba. Le gambe in tensione sono pronte a rialzarsi.
Cosi come il curante sa che è nel momento della difficoltà che il paziente ha bisogno di lui, cosi il Mosè è pronto a rialzarsi per tornare a prendersi cura del suo popolo.
Il curante che spesso si sente solo, il curante che soffre, che prova sconforto e rabbia; il curante che ha coraggio, che si rialza e torna alla sua missione del prendersi cura.
2 novembre 2020
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.