È impossibile che un uomo ci racconti la sua vita, sotto forma di romanzo, dopo la propria morte. Eppure, la grandezza della letteratura sta anche in questo: rendere possibile l’impossibile. Dopo questa doverosa premessa, utile per capire il geniale espediente usato dall’autore brasiliano Machado de Assis (classe 1839) possiamo parlare del libro più spassoso (ebbene sì!) che io abbia mai letto. La storia, narrata in prima persona, è quella del nobile Brás Cubas, un uomo che non si è mai sposato, non ha mai avuto figli, si è fatto raggirare più volte dalle compagne e le cui ambizioni di carriera sono state tanto temerarie quanto fallimentari. Tuttavia, al di là della trama, composta da un classico susseguirsi di piccoli drammi «da ricchi» (amanti, tradimenti, equivoci etc.), questo libro si deve leggere per Brás Cubas «per il suo candore disarmante, per il suo, pienamente meritato, disgusto di sé, e per le domande che ci suggerisce: cos’è la vita al di là dei suoi inconvenienti e di ciò che otteniamo? Cos’è un romanzo?» (New York Times, 2020). Inoltre, quello che stupisce di questo testo, pubblicato la prima volta nel diciannovesimo secolo, è la sua incredibile attualità. Se fosse possibile ripulirlo dai vari riferimenti storici dell’epoca, sembrerebbe di leggere un libro scritto ai giorni nostri. De Assis è un maestro della reticenza, della preterizione (affermare di non voler dire una cosa e intanto dirla) e della meta-narrazione (ci sono parecchie considerazioni divertenti dell’autore rispetto a ciò che scrive). Le trecento pagine del romanzo, composto da brevi capitoletti, si leggono in un baleno e con la sua sagace e raffinata ironia lo scrittore brasiliano riesce nella duplice impresa di criticare aspramente, ma senza inutile retorica, la società e di affrontare il tabù della morte… strappando sempre una genuina risata.
Perché leggerlo?
Perché per Susan Sontag, De Assis è «il più grande autore dell’America Latina», perché per José Saramago «ha prodotto un’opera immensa caratterizzata da un senso dell’umorismo inimitabile» e perché Woody Allen è rimasto scioccato «per quanto è affascinante e divertente» questo romanzo. Che dite, vi basta?
Una citazione dal libro
Capitolo 71, Il difetto del libro «Comincio a pentirmi di questo libro. Non che mi abbia stancato; non ho altro da fare; e sul serio, inviare qualche capitoletto striminzito nel vostro mondo è pur sempre un’attività buona a distrarre un poco dall’eternità. Però che libro noioso, puzza di cadavere, soffre di una certa rigidità sepolcrale; una mancanza grave, e d’altra parte minima, perché il difetto peggiore del libro, lettori, siete voi. Avete fretta di invecchiare, mentre il mio libro cammina lento; amate le trame dense e immediate, lo stile piano e regolare, e questo libro e il mio stile sbandano come ubriachi a destra e a manca, partono e subito si fermano, borbottano, schiamazzano, sghignazzano, minacciano i cieli, scivolano e cascano per terra… E cascano! Cadrete, miserabili foglie del mio cipresso, come qualsiasi altra foglia bella e appariscente; se ancora avessi gli occhi, verserei per voi una lacrima di rimpianto. È il grande vantaggio della morte, che se non lascia bocca per ridere non lascia nemmeno occhi per piangere… Cadrete».
Federica Merlo
30 ottobre 2020
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.