Pensiero 1
«Ognuno affronta la malattia a modo suo, scegliendo se darle voce o custodirla nel silenzio. Ognuno conosce i propri limiti e le proprie risorse. Ognuno sa cosa fare, nel profondo, di quell’annuncio, di quelle lotte, di quegli attimi di abbattimento o di sconforto e dei momenti di speranza. Non per dare senso alla malattia – credo che il dolore non abbia senso, mai. Eppure, esiste. E dargli spazio, talvolta, significa dare spazio alla vita, prima che la vita finisca. Anche se, purtroppo, finisce. E non è nemmeno una questione di coraggio, come talvolta si sente dire. Almeno, credo di no. Ma posso anche sbagliarmi: non c’è verità quando c’è dolore, ci sono solo parole che accompagnano. Forse è più una questione di sottrarsi al dominio della malattia. Di continuare, fino alla fine, a dire “io”. Una prima persona che resiste, illumina sé e gli altri, anche quando la malattia tenta di ridurre tutto all’impersonalità della terza. Come se fosse “lei” a decidere e a fare, “lei” ad avere l’ultima parola. Ma come scriveva già Italo Svevo: “Solo noi malati sappiamo qualcosa di noi stessi”. E quando ci troviamo davanti al bivio della malattia e del dolore, possiamo piangere, possiamo sperare nel miracolo, possiamo arrabbiarci. Ma è bello pensare che si possa continuare a dire “io”. E, magari, sorridere».
Michele Serra, la Repubblica, 04.03.2025
Il Commento
Il pensiero di Italo Svevo nella “Coscienza di Zeno” potrebbe significare che solo chi ha sperimentato la malattia e la sofferenza comprenda pienamente la condizione del paziente: nella realtà clinica non è condizione necessaria per essere un/a curante compassionevole, anche perché una buona e sperimentata capacità di entrare in relazione con l’altro può permettere sovente di capire le dimensioni emotive e sociali della malattia. È però vero che l’insegnamento delle Medical Humanities si sviluppò nella maggior parte delle facoltà di medicina attraverso la letteratura e il cinema proprio per supplire alla mancanza di vissuto personale di studenti e di molti medici rispetto al dolore diretto, con opere di grandi autori capaci di trasmettere empaticamente e genialmente la condizione dei pazienti sofferenti.
Pensiero 2
«Les réponses aux effets pervers de la massification éducative ne sont pas simples. Elles supposent de ne plus tout attendre de l’école, de reconnaître la multitude des savoirs, académiques ou non, d’inventer de nouvelles formes de coopération avec les familles, de valoriser des compétences comme la confiance en soi, le sens de la coopération et la maîtrise des émotions, facteurs de réussite. Mais la justice éducative suppose aussi la fin des hypocrisies d’un système qui affecte dans les quartiers populaires les enseignants les moins expérimentés et dépense trois fois plus pour un élève de classes prépa, massivement investies par les familles privilégiées, que pour un étudiant d’université.
Plutôt que de perpétuels changements de programme ou d’éphémères annonces politiciennes, la priorité ne devrait-elle pas être de rechercher tous les moyens pour que le système scolaire, instrument privilégié d’émancipation, cesse de produire autant de ressentiment et donc de carburant pour les démagogues? Redonner espoir en l’école, investir dans l’égalité des chances, voilà un beau programme».
Philippe Bernard, Le Monde, 06.01.2025
Il Commento
Nonostante una scolarizzazione massiccia, almeno in Occidente, molte persone faticano a seguire la complessità e la velocità delle nuove scoperte, per esempio in medicina e sembra che il pubblico si senta sempre più confuso e sopraffatto dalla disinformazione che i social-media diffondono, sovente con lo scopo di minare la fiducia nelle istituzioni scientifiche: le controversie sulle vaccinazioni ne sono un esempio sempre attuale. Certo è che una parte della sfiducia deriva pure, comprensibilmente, dalla percezione che le Big Pharma perseguano prioritariamente delle finalità economiche e non tanto scientifiche, mancando inoltre della indispensabile trasparenza durante i percorsi delle ricerche. Probabilmente l’insegnamento scolastico non è ancora stato in grado di educare in modo efficace al concetto di complessità tanto caro a Edgar Morin: la medicina non essendo né un’arte né una scienza semplici non può offrire certezze assolute. Probabilmente non si tratta soltanto di mancanza di conoscenze, ma pure di fattori che favoriscono la paura, non da ultimo causata dalle ingiustizie socio-economiche e fomentata da interessi politici.
Pensiero 3
«“Quando leggiamo un libro, ammiriamo un quadro, ascoltiamo un brano musicale, guardiamo un film o uno spettacolo teatrale, e capiamo, sentiamo di trovarci nei territori della grande arte, raramente ci capita di pensare al costo pagato dall’autore per raggiungere quel risultato di splendore estetico, di originalità compositiva, di trascinante forza emozionale” (Fabrizio Coscia). In fondo, è giusto non sapere. Un’opera d’arte, una rilucente manifestazione della creatività umana ci sono necessarie come antidoto alla barbarie, come se un umanesimo fosse ancora possibile in mezzo a tanta infelicità, a tanto morire. Eppure, sottolinea Coscia, il suicidio di uno scrittore, di una poetessa, di un cantante, di un’attrice, o di un pittore ci colpisce particolarmente. Perché sembra richiamarci con perentorietà a un’idea che generalmente preferiamo ignorare, ovvero che la creatività si nutre, quasi sempre, del lato oscuro della vita. Quel lato oscuro che la nostra società dello spettacolo cerca di bandire, tacere, rimuovere.
In Suicidi imperfetti (imperfetti sono quei suicidi rispetto ai quali sopravvive un dubbio tra la determinazione del gesto e la casualità) il «problema filosofico veramente serio» è certamente il suicidio, ma visto da una prospettiva capovolta: non come negazione della vita ma, paradossalmente, come più acuta affermazione della stessa. Ciò che va a finire non è la vita che, in ogni dove, anche nei più insperati momenti, può rivelare una luce, una sottile speranza. Ciò a cui si mette fine con un suicidio imperfetto è la sofferenza che rende quella vita impossibile da vivere nella pienezza che richiederebbe. La vita è più forte di ogni morte, sembrano dire questi autori di opere immense, anche quando non si può fare altro che affermarla in quel solo, smisurato istante in cui cessa l’assurdo del mondo e nessun pianto si ode più».
Carmen Pellegrinio, La Lettura, 05.01.2025
Il Commento
L’idea del suicidio come “affermazione della vita” piuttosto che come una sua negazione sottolinea la libertà individuale, l’autodeterminazione della propria fine piuttosto che l’epilogo di una sofferenza insopportabile. Per Albert Camus, nel “Mito di Sisifo”, ad esempio, il suicidio non può essere una risposta all’assurdo della vita, ma occorre invece abbracciare la sua assurdità trovando significato nella sua perseveranza; al contrario, per Emil Cioran, il suicidio significherebbe una risposta radicale e consapevole a una realtà che non ha alcun significato, assurda. Nella realtà clinica, molto sovente, il suicidio è vissuto comunque come un fallimento delle cure e della prevenzione dell’atto stesso, non riuscendo a proteggere la vita dei pazienti e le loro sofferenze, soprattutto nei casi di depressione grave, disturbi psicotici o di isolamento sociale. Un approccio Medical Humanities consisterebbe soprattutto nella comprensione rispettosa attraverso un ascolto empaticamente attento della tristezza e della disperazione esistenziale in particolare della gioventù e anche di una presenza sapientemente emotiva nei confronti dei pazienti che esprimono idee suicidarie.
Pensiero 4
«In manicomio si finiva per molto meno, migliaia sono le storie che abitano le stanze mediche (maschili) che attribuivano lo stigma (infamia, colpa, devianza eccetera) a un corpo (femminile) sicuramente malato, fastidioso, da mondare o espungere dalla scena pubblica in quanto uterino, senza misura, colmo di umori cui era vietato esondare o, semplicemente, attraversare. Una certa meticolosità vi è anche nell’elencare, decenni prima della rivoluzione basagliana e soprattutto in pieno regime fascista, le torture spacciate per rimedi; se, ad esempio, l’elettro-shock esordisce ufficialmente alla metà degli anni Trenta del Novecento, la piretoterapia, la malarioterapia o l’insulinoterapia erano già in uso ai tempi del ricovero di Venera. Quello che so di te di Nadia Terranova è allora l’immersione arrischiata in un amore, senza indulgenza né retoriche buoniste. E siccome il cuore è scriteriato, soprattutto quando affonda nel mare, la folla di chi arriva a visitarci è ancora più sorprendente, accurata, come l’osservazione delle cadute, dei misteri di un sole che batte forte sulle offese ricevute».
Alessandra Pigliaru, Il Manifesto, 11.01.2025
Il Commento
Nella “Storia della follia nell’età classica”, Michel Foucault costata come la psichiatria e la medicina del secolo scorso abbiano trasformato la follia da una condizione che veniva trattata all’interno della comunità a un fenomeno da controllare in istituzioni: la contenzione tratta gli/le ammalati/i come oggetti da normalizzare attraverso pratiche che venivano scambiate per trattamenti sanitari, quasi fossero una cura. La contenzione non è soltanto una forma di tortura in senso stretto, ma rappresenta una forma di marginalizzazione sociale con effetti umanamente devastanti: anche Thomas Szasz, psichiatra e filosofo, argomenta che essa non soltanto toglie dignità e libertà al paziente, ma lo opprime con un sistema caratterizzato da dominazione psicologica e sociale. Le convenzioni internazionali sui diritti umani, come la “Convenzione contro la tortura dell’ONU” stabiliscono che ogni trattamento che causa una sofferenza fisica o psicologica intensa rientra nella categoria della della tortura, soprattutto se non viene usata in modo responsabile, ma demonizzando la malattia mentale.
Pensiero 5
«Riconoscere la presenza del possibile come condizione originaria del vivere, significa assumerne tutta la sconfinata potenza come condizione dell’esistenza. Significa rimanere sempre aperti all’altrove, all’inatteso e al non ancora visto; insomma, significa accogliere il valore di quell’inquietudine esistenziale che sempre ci abita, aperta ad ogni esperienza di trascendenza rispetto ciò che siamo e a ciò che conosciamo, qui ed ora. Di per sé l’idea di possibilità rimanda ad un orizzonte per sua natura sconfinato, ma questo non significa che tutto sia sempre possibile. Pensare l’esistenza del possibile come presenza intrinseca alla vita non solo è compatibile con l’idea di limite, che della vita è la radice etica, ma ne è anzi la sorgente più luminosa. Ce lo ricorda quel “nulla di troppo” scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, che ci indica la via, fin dalle origini della nostra civiltà. Il valore della possibilità come feconda radice dell’esistenza, come apertura ideale verso un altrove, è intrecciato con il valore del limite che esprime la nostra umanità. Se dunque appare fondamentale riconoscere questa cornice etica, il problema nasce invece quando il valore esistenziale del possibile viene soffocato e tradito. Purtroppo è questo ciò che spesso accade oggi, come il nostro esempio credo abbia mostrato. Ridurre l’esperienza del possibile a ciò che in qualche modo è prevedibile significa ridurre e mortificare le potenzialità e le risorse creative e trasformative della vita».
Lina Bertola, Azione, 03.02.2025
Il Commento
In contesti scientifici e soprattutto biologici, il “possibile” è il riconoscimento che l’essere umano sia in continua evoluzione, espandendo le sue potenzialità fra genoma, ambiente ed esperienza e sollevando la domanda a sapere se vi sono e dove sono i limiti alle nuove creazioni per il corpo e per la mente. L’essere umano non è mai stato definito da un destino predeterminato, ma da un’apertura costante al suo futuro, potenzialmente aperta a qualsiasi nuova scelta. In questo senso, il “possibile” è strettamente legato al concetto di libertà sia di essere sia di agire, ma deve considerare anche la responsabilità che ne consegue, non da ultimo ragionando consapevolmente sui propri limiti morali: la creazione di nuovi significati dovrebbe dialogare costantemente con quel che potremmo diventare. A maggior ragione in campo sanitario, le capacità e le potenzialità offerte dalla tecnologia biomedica sarebbero da discutere in modo trasparente con i limiti e le responsabilità etiche che le accompagnano, radicandole, come suggerisce Emmanuel Levinas, nell’incontro con l’Altro che ci chiama e ci chiede di rispondere alla sua sofferenza e alla sua dignità.
3 marzo 2025
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida