Pensiero 1
«Si è tentati di attribuire alla tenacia con cui Hitler volle l’attuazione del suo Euthanasie-Programm in circostanze così poco favorevoli ai principi eugenetici che guidavano la politica nazionalistica. Ma da un punto di vista strettamente eugenetico, l’eutanasia non aveva alcuna particolare necessità: non soltanto le leggi sulla prevenzione delle malattie ereditarie e sulla protezione della salute ereditaria del popolo tedesco rappresentavano già una tutela sufficiente, ma i malati incurabili sottoposti al programma, in gran parte bambini e vecchi, non erano comunque in condizioni di riprodursi (da un punto di vista genetico, importante non è ovviamente l’eliminazione del fenotipo, ma solo quella del patrimonio genetico). D’altra parte non risulta in alcun modo che il programma fosse legato a considerazioni di ordine economico, al contrario, esso costituì un carico organizzativo non indifferente in un momento in cui la macchina pubblica era totalmente impegnata nello sforzo bellico. Perché allora Hitler pur essendo perfettamente consapevole dell’impopolarità del programma, ne volle a tutti costi l’attuazione? Non resta altra spiegazione che quella secondo cui, sotto l’apparenza di un problema umanitario, nel programma fosse in questione l’esercizio, nell’orizzonte della nuova biopolitica dello stato nazionalsocialista, del potere sovrano di decidere sulla nuda vita. “La vita indegna di essere vissuta” non è, con ogni evidenza, un concetto etico, che concerne le aspettative e illegittimi desideri del singolo: è, piuttosto, un concetto politico, in cui in questione è l’estrema metamorfosi della vita uccidibile dell’homo sacer, su cui si fonda il potere sovrano. Se l’eutanasia si presta a questo scambio, cio è perché in essa un uomo si trova nella situazione di dover separare in un altro uomo la zoe dalla bios ed isolare in lui qualcosa come una nuda vita, una vita uccidibile. Ma, nella prospettiva della biopolitica moderna, essa si colloca piuttosto all’incrocio fra la decisione sovrana sulla vita uccidibile e l’assunzione della cura del corpo biologico della nazione, e segna il punto in cui la biopolitica si rovescia necessariamente in tanatopolitica».
Giorgio Agamben, Homo sacer, 1995
Pensiero 2
«The Holocaust, the systematic, state-sponsored persecution and murder of 6 million Jews by the National Socialist (Nazi) regime and its collaborators, is arguably the most extreme instance of crimes against humanity and genocide in history. During its reign of terror, the Nazi regime committed innumerable acts of violence against Jews, Sinti and Roma, people with disabilities or psychiatric illnesses, political prisoners, prisoners of war, LGBTQ people and others. A distinctive and disturbing feature of these atrocities is the important role that health professionals played in formulating, supporting, and implementing inhumane and often genocidal policies. After World War 2, these crimes were important factors that contributed to the establishment of contemporary health professional ethics. Learning about, and reflecting upon this history can have various benefits for learners and practitioners of health sciences, as well as the patients and communities they serve. Health sciences curriculums, however, rarely cover this topic. The core values and ethics of health care are fragile and need to be protected. They require constant critical assessment and reinforcement».
The Lancet Commission on medicine, Nazism, and the Holocaust: historical evidence, implications for today, teaching for tomorrow, 08.11.2023
Pensiero 3
«Continuò a osservare il nuovo arrivato con insolenza. Forse era possibile vedere Marce nel corpo di un altro uomo, e comprese che l’esistenza si riordina ogni istante, in una miscela immorale di oblio e di rinascita. E vibrò, la sua anima vibrò con una gioia feroce che la estasiava, la cui origine era l’uomo che aveva davanti, con cui non aveva scambiato neanche una parola, non conosceva nemmeno il tono della sua voce. Semplicemente, lo guardava. Mentre lo guardava, frasi prendevano forma nei suoi pensieri; all’improvviso pensò questo: se la vita vuole andarsene dal mio corpo, fatti suoi, se è capace di commettere una stupidaggine simile, fatti suoi, non riesco a concepire una stupidaggine più grande. Mi sembra ridicolo che la vita dica: “Me ne vado dal tuo corpo”. In ogni caso, è una cosa che non mi riguarda. Può darsi che nessuno abbia mai affrontato così la morte. Cosa può importarmi di smettere di vivere se questo, in un certo qual modo, è impossibile. Perciò, se muoio, e lo vedremo, il problema sarà della vita, non mio. Vita, se abbandoni il mio corpo, sei tu a perderci, non io. Tutto questo grappolo di pensieri glielo produsse la contemplazione di quell’uomo che continuava a guardare. Dal suo corpo emanava una magia, un cammino, una forza. Gli occhi di quell’uomo, la pelle, i capelli. I capelli erano importanti».
Manuel Vilas, Amor costante, 2023
Pensiero 4
«[…] L’etica, come forma dell’agire in vista di fini, celebra la sua impotenza nel mondo della tecnica regolato dal fare come pura produzione di risultati, da cui discende un nuovo imperativo morale che trova la sua formulazione nel: “Si deve conoscere tutto quello che si può conoscere”, che ha come conseguenza: “Si deve fare tutto quello che si può fare”. In questo modo l’imperativo tecnico scientifico subordina sé e vanifica tutti gli imperativi dell’etica che, nella sua pretesa di porre un limite alla tecnica, diventa pat-etica, perché come può l’etica impedire alla tecnica che può fare ciò che può? […] Così la tecnica da mezzo diventa fine, non perché la tecnica si proponga qualcosa, ma perché tutti gli scopi e i fini che gli uomini si prefiggono non si lasciano raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica. A questo punto la tecnica non è più un mezzo, ma un mondo, il concetto di “mezzo” era radicalmente diverso dal concetto di “mondo”. Per effetto di questa eterogenesi dei fini, la tecnica si sostituisce all’uomo che, in una simile situazione, può scegliere solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili. E mentre nel mondo antico, ma anche nella modernità, ci si prefiggeva un fine a partire dal quale si sceglieva i mezzi, oggi invece dalla maggiore disponibilità dei mezzi dipende la realizzazione dei fini che, a questo punto, non sono più una scelta discrezionale della volontà umana a partire dai quali si va alla ricerca dei mezzi, ma piuttosto i fini sono il prodotto meccanicistico dell’estensione dei mezzi che generano una disponibilità dei fini».
Umberto Galimberti, L’etica del viandante, 2023
Umberto Galimberti, L’etica del viandante, 2023
Pensiero 5
« – Al di là di ciò che accade nel cervello, che cosa rimane di noi quando perdiamo la memoria? –
Guardò il quadro appeso dietro la scrivania della dottoressa. È l’immagine di un buco nero, il blu elettrico della circonferenza esterna è striato di bianco, il blu inghiotte qualunque cosa si avvicini troppo al centro.
– Chi siamo quando i ricordi svaniscono l’uno dopo l’altro, e sopravvivono soltanto alcune tracce del passato? Ho bisogno di capire che cosa resta di Annie ora che Annie non riconosce gli oggetti, non riesce a vestirsi o lavarsi da sola, pensa di essere ancora una bambina, non ricorda nulla del marito.
– Le sue sono domande esistenziali, Alessandra. Non hanno a che fare con la scienza, ma col senso della vita».
Michela Marzano, Idda, 2019
1 marzo 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida