Pensiero 1
«51’433 rifugiati minorenni sono attualmente dispersi in Europa. Questo è il risultato di un’inchiesta a livello europeo della rete di giornalisti europei “Lost in Europe”, che è stata pubblicata martedì (30 aprile). Secondo il rapporto, circa 18.300 bambini erano ancora dispersi tre anni fa. La ricerca segnala carenze nella raccolta di dati sui rifugiati minorenni scomparsi. Mentre alcuni paesi, come l’Italia e l’Austria, riportano numeri particolarmente elevati, con 20.000 o più bambini scomparsi ciascuno, altri paesi, come la Grecia e la Spagna, non raccolgono informazioni sui bambini e gli adolescenti non accompagnati. Il commissario europeo per la migrazione e gli affari interni non ha potuto confermare le cifre: “Non so se le vostre cifre siano corrette. Posso dire che in Europa abbiamo un sistema migratorio che non funziona”. Finora non esistono requisiti a livello europeo per la registrazione e lo scambio di informazioni sulla sorte dei rifugiati minori non accompagnati».
Elena Panagiotidis, NZZ, 30.4.2024
Pensiero 2
«Leggere a volte fa venir voglia di scrivere, ma più spesso di vivere. Leggere per piacere è un privilegio, spero che chi di voi lo fa se ne ricordi sempre: a volte quando siamo felici non ci facciamo caso. Leggere per lavoro è anche bello, ma stanca. A me stanca, perlomeno. Diventa un fatto meccanico, leggo tantissimo sovente anche la notte, leggo veloce, vado di corsa alle cose che mi interessano perché più o meno ormai so dove trovarle. Leggo perché mi è necessario per quel che devo scrivere o dire. Va bene così, funziona, ma non mi fa venir voglia di vivere. Perciò mi capita, specie ultimamente in questo tempo nuovo e assai sgombro, di non leggere quando non devo: di non averne voglia. Mi chiedono: consigliami un libro bello e sempre vado indietro, ai libri belli del secolo scorso dei quali a volte non ricordo più la trama – cruciale, la trama: di cosa parla? – ricordo solo quella che ero quando li leggevo».
Concita De Gregorio, “Chi si sente di passaggio”, D, 09.03.2024
Pensiero 3
«Quando si patisce una malattia grave, la nostra mente si interroga sul senso di ciò che ci accade e sulla dignità della vita in tale condizione di vulnerabilità. Il male può pertanto sollecitare sotto diversi aspetti il pensiero, ma questa non è una giustificazione (una ragione della presenza del male nel mondo) che ci convince. Del resto, il male che ci ghermisce a volte ci impedisce di pensare in modo fluido, ci spaventa, ci induce a una distrazione ossessiva.
Per converso, anche il bene, nel suo comparire sorprendente e fascinoso alla nostra coscienza, può innescare la riflessione sul senso del mondo. Non occorre quindi patire una patologia infausta per domandarci come mai possiamo soffrire ingiustamente. Non è necessaria l’idea della morte per guadagnare un atteggiamento saggio nei confronti della vita e indurci alla decisione in favore di un’etica della cura. Il male è un’occasione attraverso la quale possiamo cogliere nuove verità sul mondo, ma non è una condizione necessaria di questa maturazione. Anzi il male, oltre a non essere un fattore necessario, è in molte circostanze un pesante ostacolo all’approfondimento personale: la malattia severa ci distrae, deprime, irrita, spossa, abbatte e risucchia le nostre energie.
Bisognerebbe quindi più cautamente dire che l’esperienza di contrasto (fra bene e male, tra piacere e dispiacere, tra soddisfazione e frustrazione) possono dare da pensare e quindi contribuire a innescare una domanda filosofica autentica. In alcune pagine, che avevamo dedicato ai Salmi d’invocazione, mostravamo che la domanda a Dio di avere ciò che ci manca o di essere difesi da qualcosa che ci schiaccia è sempre innervata da un desiderio di senso. Invocando, noi apriamo un’indagine circa l’identità di ciò che chiediamo (conta veramente questa o quella cosa di cui manchiamo?), di colui che invochiamo (che dio è quello a cui facciamo appello?), di chi realmente noi siamo (davvero ci conosciamo se stiamo pregando in questo modo?) e in merito al mondo in cui abitiamo (è un mondo stile? Oppure popolato da altri soggetti che ci amano?).
Un medico, che fa il suo lavoro durante un’epidemia, si domanda inevitabilmente il significato, ateo o religioso, di ciò che fa: “No, padre, io mi faccio un’altra idea dell’amore; e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”. Così replicava il dottor Rieux al padre Paneloux ne La Peste di Albert Camus (1947). Una vera disputatio teologica! Lo stesso Camus apriva il suo scritto Il mito di Sisifo (1942) affermando che: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio”. Ma molti secoli prima di Camus, gli antichi greci intuirono che tanto la meraviglia quanto l’orrore segnavano niente meno che l’inizio della filosofia.
Invece che una felicità beota, Dio pare voglia da noi (secondo questa tesi) una passione per la verità, serena o dolorosa che sia, poiché di tale verità egli, Dio, sarebbe il garante, la condizione formale e assieme il contenuto finale».
Paolo Cattorini, Perché il male, 2023
Pensiero 4
«Secondo la prospettiva esistenzialista della filosofia, il genere umano si caratterizza infatti per la capacità di trascendere la sua condizione animale, ovvero di realizzarsi come esistenza singolare, dotata di coscienza e libertà. Detto con le parole di Beauvoir, “l’umanità non è una semplice specie animale: non cerca di conservarsi come specie; non si propone di ristagnare: tende sempre a superarsi”. La vita animale, immanente al ciclo rigenerativo della natura, secondo Beauvoir, ristagna nella funzione biologica di una conservazione della specie che è ripetizione, iterazione del medesimo. La vita dell’essere umano, propriamente chiamata esistenza, consiste invece nell’abbracciare la via della trascendenza, ossia della progettualità e della trasformazione del sé e del mondo. L’essere umano è caratterizzato da una creatività che, mediante una “presa” sul mondo stesso, ne oltrepassa continuamente i limiti e lo forgia sempre di nuovo, superandosi. È utile sottolineare che questo superamento, che esprime “la volontà di vivere integralmente la condizione umana”, secondo Beauvoir qualifica l’umanità in quanto tale, comprensiva di uomini e donne. La filosofia esistenzialista ha una concezione sessualmente neutra dell’aspirazione degli esseri umani a realizzarsi come soggetti liberi. La condizione originaria dell’esistente, che tende a porsi nella sua singolarità radicale affermando la sua esistenza come libera e autonoma, è insita in ambedue i sessi».
Adriana Cavarero, Donne che allattano cuccioli di lupo, 2023
Pensiero 5
«Gli illuminati che non accettano altro giudizio che la propria coscienza rispetto al proprio operato sono seriamente pericolosi, e lo sono ancora di più i gruppi di fanatici che uccidono senza pietà per qualche fede collettiva, quale che sia. Pertanto è fondamentale formare la coscienza personale attraverso il dialogo, e mai attraverso il monologo, e neanche attraverso il solo dialogo con il gruppo a noi più vicino, che sia familiare, etnico o nazionale. Siamo umani e niente di ciò che è umano può risultarci alieno, il dialogo deve tenere in considerazione chi è distante nello spazio e nel tempo.
La capacità di negoziare non è l’unico modo a disposizione degli esseri umani per creare vincoli tra loro; non viviamo solo di scambio, di dare e avere. Alla base delle relazioni umane esiste un vincolo che non è stabilito volontariamente, ma che esiste già a prescindere, e che si può solo provare a spezzare o consolidare. In fin dei conti, ogni persona è tale perché altre la riconoscono come tale, il riconoscimento reciproco costituisce un vincolo, una legatio, in cui questa persona si ritrova. Non esiste l’individuo isolato; esistono persone umane legate da un vincolo, in relazione tra loro».
Adele Cortina, Aporofobia, 2023
1 maggio 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida