La discriminazione a cui ancora oggi è soggetto il trattamento della malattia mentale e di chi ne soffre è un tema molto vecchio, anzi antico, che trova le sue origini già nelle popolazioni più antiche. Tra streghe, deviati sessuali, visionari, eccentrici e pazzi, le nomenclature con cui sono stati additati coloro che non rispondono alle tanto professate norme comportamentali dominanti nelle varie epoche e nei diversi territori e ambienti sociali sono tante, ma sempre insidiose, mefitiche, a tratti criminali.
C’è un’opera nella Storia dell’arte, che parla in modo particolare del disagio, di chi ha sofferto in vita di disturbi mentali, nel non essere compreso o semplicemente ascoltato dalla sua contemporaneità, dalla società che gli sta attorno. Si tratta evidentemente de L’Urlo di Edvard Munch, tra i dipinti più celebri e significativi della storia dell’arte mondiale, di cui si conoscono quattro versioni.
Il dipinto è una rappresentazione della sofferenza dell’uomo, del sentimento di irrequietezza interiore e del disagio. Il protagonista appare solo, i due passanti lo ignorano, il cielo e il paesaggio circostanti sono a dir poco inquietanti: al limite del reale, al limite dell’onirico, al limite della visione. Disperazione e angoscia si fanno epidermiche, sovrastano lo spettatore. Quest’opera testimonia quanto il pittore norvegese soffrisse per la discriminazione dei suoi, conclamati, disturbi mentali, ma anche del semplice fatto che le sue opere d’arte, nate per esprimere sentimenti come angoscia, malinconia e dolore, invece di portare ad un’empatia partecipativa, trovavano invece solo derisioni e critiche.
Come molto spesso capita, solo i posteri hanno saputo riconoscere a Munch e alla sua opera, quell’importanza non solo artistica, ma anche di capacità descrittiva del malessere dell’uomo, del suo stare al mondo tra angosce, solitudini e paure.
1 agosto 2023
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.