Pensiero 1
«L’esternalizzazione implica anche una debolezza, perché il supporto esterno può andare perso o distrutto.come pure rischia la dipendenza di chi non ne controlla le procedure per non parlare delle questioni legate alla proprietà. Insomma, i problemi da risolvere sono molti. Senza dimenticare che, affidando la memoria e le conoscenze agli oggetti tecnologici, a poco a poco si perdono alcune funzioni intellettuali. Tuttavia, ogni volta che si perde qualcosa, il vuoto viene riempito da qualcos’altro. La perdita ci fa paura, ma è portatrice di una potenzialità che per ora non possiamo neanche immaginare. Stiamo perdendo la memoria, ma l’oblio è una facoltà cognitiva molto importante. In fondo, Galileo ha potuto interessarsi all’esperienza perché ha “dimenticato” Aristotele. È per questo che resto ottimista, anche se ogni tanto me lo rimproverano».
Michel Serres intervistato da Fabio Gambaro, la Repubblica, 18.4.2015
Il Commento
La longevità comporta generalmente una perdita di memoria, ma l’oblio è comunque una facoltà cognitiva indispensabile e, sovente, persino molto gratificante.
Pensiero 2
«Ho sempre visto la pittura come la mia strada verso la felicità. Fra i sette e i ventidue anni volevo fare il pittore e passavo tantissimo tempo a disegnare, specialmente da adolescente. La mia famiglia mi sosteneva: mi avevano ricavato addirittura un piccolo studio in un appartamento di Istanbul, pieno di vecchi mobili. Vent’anni dopo, nessuno di quei sogni si era realizzato: scrivevo romanzi a Istanbul e me li pubblicavano. La pittura rimaneva però una promessa di felicità futura, invece di qualcosa che mi potevo godere nel presente. Negli anni Ottanta, ogni volta che mi imbatteva nel lavoro di grandi artisti come Anselm Kiefer, venivo colto da un’emozione a metà strada fra la gelosia e il rimpianto per non aver vissuto la vita che volevo vivere. Ma una parte di me era consapevole che la felicità che tanto desideravo era fuori dalla mia portata.
[…] L’arte eccezionale di Kiefer dimostrava che contrariamente a quello che credevo da bambino e da ragazzo, pensare per immagini e sognare occhi aperti era garanzia di realizzazione artistica. La forza che sta dietro ogni vigorosa pennellata e la presenza fisica del pittore erano due componenti essenziali di quell’equazione magica che chiamiamo arte. Il mio corpo, la mia spalla, il mio braccio, la mia mano non sarebbero stati in grado di creare niente del genere, e la forza dell’arte di Hansel Kiefer mi aveva parzialmente aiutato a scendere a patti con questa dolorosa verità.
Nell’estetica di Kiefer, i libri sono sacri, come i testi che veicolano. Quando guardiamo gli enormi libri che Kiefer ha scolpito negli ultimi anni con lamine di piombo e altri metalli, ci dicono che il sacro che è in loro non esiste solo nei testi che contengono, ma anche nella loro tessitura. È quasi come se i libri di Kiefer ci dicessero di guardare oltre quello che le parole rappresentano e significano, per osservare invece la loro struttura e le connessioni che formano fra loro».
Orhan Pamuk – Premio Nobel, la Repubblica, 18.4.2015
Il Commento
A Firenze, a Palazzo Strozzi, fino al 21.7.2024, Anselm Kiefer ha ideato una magnifica mostra attorno al tema della caduta degli angeli ribelli, cacciati da Dio in una terra abitata da un’umanità anch’essa caduta.
Pensiero 3
«A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato scelto. / Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più? / Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn».
Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947
Il Commento
Ne Il mito di Sisifo, Albert Camus considera la sproporzione ontologica fra l’aspirazione alla felicità umana e la vita carica di dolore e di nonsenso: occorre immaginare Sisifo felice che guarda alla realtà facendo rotolare e rispingere in vetta all’infinito il proprio masso
Pensiero 4
«Scénarios peut donner l’impression d’un chaos bégayant, dont le montage avancerait par association des motifs, des couleurs, d’images, hanté par la vieillesse et le départ. En s’arrêtant à chaque citation, l’ensemble s’avère beaucoup plus ténu qu’il en a l’air. Après un silence, les premiers mots que l’on y entend sont prononcés en choeur par une voix de femme et une voix d’homme extraites de la bande-son de la Puissance de la parole. […] La suite est une série des morts, mais des morts qui sont des fuites – ‘Art de la fugue’ dit un intertitre d’Allemagne année 90 neuf zéro – ou des arrêts. Un montage enchaîne des morts d’actualité et de cinéma : images de guerre ; mort de Rita Hayworth dans La Dame de Shanghai, mais sans le ‘I don’t want to die’ (bien sûr) ; mort de Camille dans Le Mépris ; l’aviateur de Seuls les anges ont des ailes qui s’envole pour ne jamais revenir ; un homme qui tient une femme dans ses bras, et celle ci qui s’écroule, alors que l’on découvre qu’il avait un couteau dans la main (quel film ?) ; la route jonchée de cadavres de Week-end et Jean Yanne qui gueule ‘Ils sont morts tous ces cons !’ ; Magnani qui tombe sous les balles dans Rome ville ouverte. Des morts en plein mouvement, accidents de la route (la mère de Godard est morte dans un accident de scooter), marches et courses interrompues, stoppées net ; soit le contraire de l’agonie, qui consume et éteint. Un peu avant ce montage rapide, on a revu la mort d’Arthur dans Bande à part, accompagnée par la voix du jeune Godard : ‘La dernière pensée d’Arthur avant de mourir fut consacré au visage d’Odile. Dans le noir brouillard qui tombait sur lui, il aperçut cet oiseau fabuleux dont on parle dans les légendes indiennes et qui paraît-il vient au monde sans pattes de sorte qu’il ne se pose jamais. Il dort dans les grands vent plus haut que l’œil peut voir et on ne le voit vraiment jamais sauf quand il meurt. Il a les ailes transparentes plus longues que celle d’une aigle et quand elles sont refermées l’oiseau tendait dans les creux d’une main’. Arthur meurt en marchant, mourir, c’est ne plus avoir ni pattes ni alies. Au moment où le personnage s’avance vers celui qui le tue, Godard supprime au plan une autre image, déjà vu un peu avant : un vieillard très courbé qui arpente le désert. Deux âges de la vie marchent côte à côte, dans une vue latérale aussi nette qu’une chronophotographie de Marey. Ce vieil homme est le biologiste et explorateur Théodore Monod, qui a des liens de parenté avec Godard (Monod est le nom de jeune fille de sa mère) : c’est l’aïeul, le vieillard que les siens portent en eux et qu’ils sont appelés à devenir, à rejoindre.
Dans toutes ces images d’instant de mort, la mort n’est jamais abstraite, elle vient toujours d’une autre : on la donne, elle est donné. Donner la mort – la mort comme don, dans les deux sens du terme : l’offrande (décidée, accueillie) et l’art (de la fugue). Dans l’ultime plan, juste avant de lire son texte, Godard dit : ‘Fin, alors’. La fin, c’est la coupe et le noir qui suit. La mort n’est pas un drame, c’est juste le dernier jour. Et le scénario, Scénarios, ça vient après. C’est l’oiseau des légendes indiennes quand il ne tient plus que dans l’creux d’une main, tremblant et recroquevillé».
Marcos Uzal, Cahiers du Cinema, Mai 2024
Il Commento
Jean Luc Godard, genio inimitabile del cinema moderno, ha lavorato a “Scénarios” fino alla sera prima del suo suicidio assistito. L’ultimo piano del film, che lo vede intervistato sul suo letto, la camicia completamente aperta, che non nasconde il corpo segnato dalla malattia, ricorda uno degli ultimi quadri di Picasso, dal titolo “Autoportait face à la mort”.
Pensiero 5
«Wer einen Patienten mit Demenz pflegt, wird immer wieder feststellen, dass diese Menschen genauso unverwechselbar sind wie Menschen ohne Demenz: Jeder hat andere Vorlieben, Stärken oder Schwächen, jeder freut sich über etwas ande- res und leidet an etwas anderem. Zwar zeigen sie ähnliche Symptome; zum Bei- spiel haben alle sehr bald Schwierigkeiten damit, vertraute Menschen wiederzu- erkennen. Aber es wäre voreilig, aus dieser verloren gegangenen Fähigkeit allzu schnell den Schluss zu ziehen, sie verfügten über gar keine Erinnerung mehr. Beschäftigt man sich näher mit ihnen, wird man erkennen, dass sie voller Erfah- rungen stecken. So kann ein Musikstück spontan Gefühle wecken, ein Duft aus ihrer Kindheit ruft unwillkürlich Erinnerungen wach. Es ist daher Bestandteil einer Pflege der Zuwendung, Erfahrungen eines solchen »Aufwachens« zu er- möglichen. Die Erinnerungen sind nicht einfach getilgt, sie sind lediglich zuge- schüttet und damit verdeckt, verborgen und schwerer zugänglich. Das Erleben eines an Demenz erkrankten Menschen ist daher vor allem von Diskontinuität geprägt, von der fehlenden Verbindungslinie zwischen früheren Erlebnissen und dem, was ihm jetzt und heute begegnet. Der Demenzpatient erlebt immer wieder neu und verliert so das Gefühl einer historischen Kontinuität seiner Biografie. Das erscheint Außenstehenden als narrativer Bruch seiner Lebensgeschichte; dabei wird jedoch verkannt, dass das Erlebenkönnen genauso erhalten bleibt wie die grundsätzliche Fähigkeit, Altes trotz fehlender Kohärenz wieder hervorzuho- len. Es wird nur nicht mit dem aktuell Erlebten zu einer neuen geschichtlichen Ganzheit zusammengeführt, sondern bleibt fragmentarisch.
Im Grunde ist diese Diskontinuität nichts anderes als die verlorene Fähigkeit, sich reflexiv zu sich selbst zu verhalten. Trotzdem hat der Demenzpatient noch immer eine Identität: Er empfindet, er fühlt, er denkt – im Hier und Jetzt. Es bleibt demnach durchaus ein Selbstbezug erhalten, aber es ist kein kognitiver, sondern ein leiblicher Selbstbezug, ein Bewusstsein vom eigenen Selbst als leibli- cher Gewissheit des Hierseins. Umso wertvoller werden daher die aufflackernden Bruchstücke echter Empfindungen. Auch wenn sie im Blick auf die »extensio- nale«, räumliche Zeit nicht zu einem Ganzen verbunden werden können, bleiben sie doch (mit einem Ausdruck Henri Bergsons) »intensional« Ausdrücke eines durchaus umfassenden Empfindens, und durch die Echtheit dieser Empfindun- gen in der gegebenen Situation werden sie zu etwas Wertvollem, zu etwas, was es seitens der Pflegenden zu fördern und zu entwickeln gilt.
Der angemessene Umgang mit demenzkranken Menschen kann daher nur ein Umgang sein, der den Spielraum situativer Erfahrungen neu zu entdecken ver- mag, ohne das punktuell Erfahrene sogleich zu einer »extensionalen«, narrativen Ganzheit zusammenführen zu wollen. Es geht darum, sich auf die Reise zu ma- chen, um die zugeschütteten Erfahrungen und Erinnerungen aus der Tiefe der erkrankten Person freizulegen und sie punktuell neu aufleben zu lassen».
Giovanni Maio, Mittelpunkt Mensch, Schattauer, 2017
Il Commento
L’immensa difficoltà nella cura di un/a ammalato/a demente sta nel riconoscergli/le la sua individualità, caratterizzata da ricordi nascosti e ingarbugliati, che causano una mancante continuità dei suoi sentimenti e della sua biografia.
1 luglio 2024
PENSIERI
Brevi approfondimenti, estratti di articoli, citazioni, idee, spunti o semplici annotazioni per riflettere insieme sulle tematiche più dibattute e attuali nel campo delle Medical Humanities.
A cura di Roberto Malacrida