L’isola dei morti è considerato l’indiscusso capolavoro di Böcklin. Si tratta di un dipinto che l’artista realizzò in diverse versioni, tra il 1880 e il 1886. Senza dubbio, però, l’opera riesce a cogliere a pieno il mistero del trapasso come pochi altri dipinti della Storia dell’Arte. L’atmosfera di doloroso enigma, che si esprime attraverso l’esaltazione di un sublime potente e spaventoso, rimanda alle atmosfere del Romanticismo. La miscela impeccabile di antico e moderno e la ricchezza di simboli ne fanno un indiscusso capolavoro del Simbolismo europeo.
Perché un’opera dedicata alla morte in una pubblicazione dedicata alla Cura? La morte non è forse la fine della cura?
La storia dell’uomo ci dice il contrario: una delle primissime forme d’arte è senza dubbio l’arte funeraria. In un certo senso da sempre l’essere umano ha sentito il bisogno di prendersi cura del passaggio dalla vita alla morte. Come non citare gli Egizi con le piramidi e le tombe ricolme di oggetti e cibi per permettere al defunto il passaggio nel regno di Osiride. Gli Egizi, una delle prime civiltà ad approfondire studi sulla cura delle malattie e delle ferite, ma anche molto attenti a prendersi cura dei propri morti.
Ma non è solo un prendersi cura del trapasso che rende unico l’uomo, ma quello dell’arte attorno al tema della morte è senza dubbio un prendersi cura della memoria, del ricordo. Ogni quadro, ogni scultura, ogni scritto lasciato ai posteri trasuda di questo enorme bisogno spiccatamente umano: ricordare e farsi ricordare.
Ricordare per continuare a prendersi cura anche di chi non c’è più, e nel suo ricordo continuare a prendersi cura di chi ancora c’è, a volte anche di noi stessi.
1 febbraio 2022
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.