Léon vive da solo conducendo un’esistenza quasi maniacale dedita esclusivamente al suo mestiere di sicario e apparentemente priva di qualsiasi emozione; uniche eccezioni a questa apatia sono le cure amorevoli che riserva a una pianta in vaso, a cui si sente simile perché priva di radici come si sente lui. Un giorno, la famiglia che abita nell’appartamento a fianco di Léon, viene trucidata a causa di traffici di droga del padre. Dal massacro si salva Matilda, la figlia dodicenne, poiché si trovava fuori casa. Al suo rientro, rendendosi conto di quanto è accaduto, suona al campanello di Léon, il quale, dopo un attimo di indecisione e avendo osservato l’accaduto, la fa entrare in casa…
Inizia così il rapporto tra i due, caratterizzato dall’iniziale difficoltà di Léon a rapportarsi con una ragazza e dal desiderio di Matilda di vendicare il fratellino e dal suo scoprirsi invaghita dell’uomo. Léon accetta di insegnarle il mestiere del sicario mentre Matilda in cambio si occupa della casa e gli insegna a leggere.
Perché guardarlo?
Potrebbe essere la trama di un qualsiasi film d’azione con sparatorie, killer e sequenze mozzafiato, ma tutto questo fa solo da corollario alla vera storia del film che Luc Besson racconta con maestria. Una storia di cura, quella tra Léon e Matilda, dove ognuno cerca di prendersi cura dell’altro nel modo migliore che conosce, secondo il proprio percorso di vita. I due personaggi sono soli, senza radici, entrambi bisognosi di qualcuno che si prenda cura di loro e trovano nell’altro proprio quel qualcuno.
La differenza d’età è un’altra trovata del regista per uscire dagli schemi, scongiurando i cliché della classica storia d’amore. Il sentimento, l’affetto che cresce tra i due è semplice frutto del rapporto di cura che si instaura tra i due. Non esistono pazienti e non esistono curanti in questo film, o forse convivono nell’animo dei protagonisti, come convivono in ognuno di noi. Il coraggio di chiedere cura, l’umiltà di accettarla, l’impegno di prendersi cura e farsi prendere in cura. Due personaggi così diversi ma accumunati dallo stesso bisogno di cura e dal piacere di scoprire che prendersi cura di qualcuno, alla fine, è l’inizio per prendersi cura di sé e ritrovare un terreno per le proprie radici.
Critiche
«II primo film nuovayorkese dello snob francese Besson, da tempo inattivo, proseguendo nella poetica che gli ha dato gloria con ‘Nikita’, e formalmente molto seducente, trascina lo spettatore in un vortice di sensazioni mai casuali, gestite con un ritmo ineluttabile di cinema, muovendo un racconto variopinto, cinico, divertente e oltraggioso. Dove non solo Jean Reno, truccato alla Sergio Leone ma anche alla Salvatores, è eccezionale nel dare un’ottusa, bieca tristezza al killer che cura le piante, cucina col guanto a maialino e fa i piegamenti, ma anche l’esibizionista Gary Oldman sembra un vampiro, una scheggia freudiana impazzita; e da ex ‘Beethoven’ pronuncia battute di nemesi storica. Infine Danny Ajello fa l’oste mafioso e banchiere e la debuttante Natalie Portman, con tutti i suoi eccessi e le sue sgradevolezze, la sigaretta e lo sguardo obliquo, sembra nata dentro questa storia che le si attorciglia addosso. (…) Il racconto non ha cadute di tono, la cinepresa crea un’altra realtà di mali odori, carne sfatta, marciume: è l’apoteosi del mezzo cinematografico, anche a rischio di restare con la sola facciata, alla Gaudì. Nel mezzo di un inferno dl pallottole appare anche una Madonnina che eccezionalmente non piange; viene anche lei sparata».
(Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 13 aprile 1995)
«Il più bel film di Clint Eastwood, Bird, era dedicato ‘a Sergio (Leone) e Don (Siegel)’, due figure decisive nella vita e nel cinema del regista-attore. L’ultimo lavoro di Besson non porta dediche in testa ma iscrive il suo ‘padrino’ direttamente nel titolo: Léon. La scena d’apertura parla chiaro: primissimi piani, Little Italy, un killer assoldato dai mafiosi, uno sguardo sull’America sovraccarico di mitologia, eccetera. Che Besson invece possa fregiarsi del titolo di erede di Leone è un altro paio di maniche».
(Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 13 aprile 1995)
«Léon’ è, alla base un film d’amore e di sentimenti. Ma il suo universo a fumetti (guardate i primi cinque minuti, con quei dettagli ravvicinatissimi alla Liechtenstein) è attraversato dalla violenza elettrica di Gary Oldman, bravissimo e terrificante nella sua furia esplosiva come l’agente antidroga corrotto che ascolta Beethoven, si fa, strafà e diventa tutto rosso sotto l’occhio della cinepresa. E in questa fiaba nera, che usa pezzi di realismo cinematografico per comporre un racconto assolutamente irrealistico, l’incalzare continuo della musica accompagna un montaggio di precisione cronometrica e sigla l’atmosfera delle diverse situazioni: un ulteriore esercizio di stile, perfetto ma eccessivo, che si aggiunge a un film troppo stilizzato, calcolato, metacinematografico per convincere davvero».
(Irene Bignardi, La Repubblica, 21 aprile 1995).
Martina Malacrida Nembrini
30 dicembre 2020
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.