A due anni dall’esordio con il romanzo Io sono la bestia, Andrea Donaera, giovane e talentuoso poeta e scrittore di origini pugliesi, ora trapiantato a Bologna, esce, sempre per i tipi di NN con Lei che non tocca mai terra. Come fu per il precedente, anche in questo secondo libro le ambientazioni sono quelle dei paesini della campagna salentina, luoghi vicini geograficamente ma lontani anni luce dal turismo chiassoso di famose località come Gallipoli e Otranto. Infatti Donaera, che non nasconde la passione per la musica gothic metal (diverse sono le citazioni musicali e il titolo stesso è un verso della canzone Capricorn at her feet del gruppo Moonspell, She/ Who never touches ground) continua anche in questo libro una ricerca, già iniziata con Io sono la bestia, che lo porta, sia per temi che per atmosfere che per lessico (interessante l’uso in alcuni capitoli del dialetto o l’assenza di congiuntivi), a scrivere quello che potremmo definire un «gotico pugliese». Al centro delle vicende ci sono Miriam, diciannovenne in stato vegetativo dopo un incidente, il suo «morosino» Andrea e lo zio di lei, papa Nanni, una sorta di santone che pratica esorcismi in un santuario della zona. Attorno a questi tre personaggi, tuttavia, in quello che è, a tutti gli effetti, un romanzo corale e di voci, c’è anche spazio per altre figure: la mamma e il papà di Miriam e la sua amica Gabry. Volendo, come sempre, rinunciare a riferimenti di trama che rovinerebbero il gusto della lettura, mi sento di suggerire caldamente questo romanzo a chi pensa che la letteratura italiana e soprattutto i giovani scrittori non abbiano niente da dire. Lei che non tocca mai terra dimostra proprio l’esatto contrario e adempie perfettamente al ruolo che i romanzi devono avere: dare pugni nello stomaco, sbatterci in faccia, senza retorica e omissioni, la dura realtà, e soprattutto, lasciarci, a libro concluso, pieni di domande.
Perché leggerlo?
Perché su La lettura del Corriere della sera (19 settembre 2021), Ermanno Paccagnini fa notare – e ammetto che mi era sfuggito! – che questo è anche un romanzo di «occhi», «occhi vuoti, mangiati da tutte le robe dolorose che c’ha nella testa», «occhi grandi grandi», «bellissimi e devastati», «buoni», «occhi aperti strani, come se sono gli occhi di ’n’altra», «spenti», «animali e rossi», «fieri e incattiviti», «occhi suoi nerissimi» etc. … un romanzo di «occhi»… stupendo, non credete?
Una citazione dal libro
«Le tragedie forse servono a questo. Se Dio esiste ce le manda per questo, le tragedie: per capire dov’è che vogliamo stare. E con chi. No?».
Federica Merlo
30 ottobre 2021
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.