Parto dal dire che, ormai, ogni uscita di Casagrande, editore bellinzonese con un catalogo di pregio assoluto, è per me una certezza ancor prima di sfogliarla. E già questo, in un mondo editoriale dove si pubblica troppo e male (in maniera frettolosa, con poca cura per il prodotto e con poca attenzione alla promozione dello stesso) è un valore aggiunto di questa casa editrice che le va assolutamente riconosciuto.
A scatola chiusa e, devo ammettere, anche su suggerimento dell’amico scrittore Sebastiano Marvin (grazie Seba!), ho quindi comprato anche la loro ultima uscita di narrativa, Le malorose, esordio della luganese Sara Catella.
Il romanzo, frutto di una meticolosa ricerca fotografica (alcuni spunti derivano dall’archivio di Roberto Donetta, fotografo ticinese che visse a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo) è una sorta di monologo lungo una 80ina di pagine e composto da brevi capitoli, nel quale, la protagonista Caterina Capra, levatrice di Corzonesco, è «costretta» a causa del suo saper prendersi cura e della conoscenza dei rudimenti della pratica infermieristica ad assistere il curato del paese, don Antonio Bolgeri, ormai definitivamente allettato, totalmente inabile e non più in grado nemmeno di parlare. Tutto il racconto risulta essere una specie di confessione – dove il confessore ha solo orecchie per sentire – nella quale Caterina riversa tutte le frustrazioni della sua vita e di quella delle altre malorose, donne disgraziate, fiaccate dal lavoro, da una vita di stenti e spesso lasciate sole a portare avanti un paese che si svuota dei suoi uomini a causa della guerra o del tentativo di far fortuna altrove – in Francia nelle miniere, in Inghilterra e in America (interessante l’episodio legato al Titanic, che lascio scoprire ai lettori).
Quello che, oltre al valore di denuncia – se avessimo una macchina del tempo Caterina Capra ai giorni nostri sarebbe, senza dubbio, una paladina dei diritti delle donne! – e alla memoria storica, mi ha stupito del libro è la capacità di Sara Catella di creare una lingua «sua», missando in maniera misurata il dialetto con l’italiano, ma senza che questa operazione pregiudichi in alcun modo la comprensione (c’è comunque un dizionario alla fine del volume) e anzi, riuscendo a sfruttare a pieno la potenza sonora ed evocativa della lingua parlata nei luoghi in cui la vicenda si svolge.
Perché leggerlo?
In questo caso, non vi do i miei “perché”, ma vi invito ad andare in libreria, aprire il libro e leggere la prefazione di Laura Pariani… di sicuro filerete diretti alla cassa con Le malorose tra le mani.
Una citazione dal libro
«O quella cosa di chiudere forte gli occhi, di riaprirli e sperare che quella disgrazia sia sparita. Lo saprà anche il beato lassù, che anche i pòura gent hanno dei sogni? Crescendo si diventa più tristi e desolati, alla fine non ci si spera neanche più. La vita è questa, quella da tütt i dì».
Nicolò S. Centemero
Newsletter #29
30 giugno 2022
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Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.