Edgar Degas si distingue nella corrente impressionista per la su capacità di ritrarre in maniera impietosa e realistica la società a lui contemporanea. Di questa visione della realtà disincantata e disincantevole L’assenzio è un esempio emblematico.
Protagonisti sono due persone provate dalla vita: lei, prostituta abbigliata in modo pateticamente lussuoso, mentre lui è un corpulento barbone parigino, dall’aria burbera, sanguigna ma immensamente volgare.
Personaggi di un’umanità vuota, ferma nel tempo e nello spazio, fredda come il marmo dei tavolini del cafè. Pur essendo seduti uno accanto all’altro, i personaggi sembrano lontanissimi fra loro, con lo sguardo perso nel vuoto, annebbiato dalla moltitudine di tristi pensieri che si affollano nelle loro menti, abbruttite dai tristi trascorsi biografici e dall’alcol. Rappresentano due solitudini che non si incontrano, nemmeno con lo sguardo.
In questa rubrica abbiamo cercato in questi anni di individuare il concetto di Cura e la rappresentazione di esso nelle opere che abbiamo analizzato. Questa volta la scelta cade su un’opera da dove trasuda nella sua gravità l’assenza della Cura. Non c’è quel contatto umano che racchiude il processo curativo, non vi è interazione tra i soggetti, che anzi tendono ad autodistruggersi nell’incapacità di prendersi cura di sé o di chi gli sta vicino. La Cura, nella sua assenza, si eleva come un grido tra e pieghe della miseria umana e Degas, nel suo ritratto impietoso, sa mettere in luce anche quello che non c’è.
1 marzo 2025
Curare ad arte
Una ricerca sul tema della cura nel mondo dell’arte, perché curare è un’arte e l’arte può essere cura.