Jon Fosse, scrittore norvegese che per i suoi meriti letterari vive nella residenza onoraria di Grotten, a Oslo, concessagli dal Re, è universalmente considerato uno dei massimi autori viventi (ogni anno il suo è uno dei nomi più quotati per la vittoria del Nobel). Tuttavia, nonostante sia molto prolifico e poliedrico – scrive raccolte di poesie, romanzi, libri per bambini e soprattutto testi teatrali – in italiano è arrivato ancora pochissimo della sua produzione, e, oltre a questo L’altro nome, La Nave di Teseo ha, per ora, pubblicato soltanto la novella Mattino e sera.
L’altro nome è il primo di tre volumi di una settologia (sette parti), e contiene la parte uno e la parte due (Fosse stesso preferisce parlare di parti e non di libri). La storia narrata è molto semplice: Asle, un pittore anziano di buon successo, in grado di mantenersi con la sua arte, rimasto vedovo, vive da solo in un piccolo paesino norvegese ed è amico di Asle, il suo doppelganger, pittore anch’egli ma privo di alcun successo e consumato dall’alcool. Dopo un incidente che costringe quest’ultimo a un ricovero all’ospedale, l’Asle pittore di successo, si prende cura dell’amico e del suo cane Brage. Un altro aspetto importante della storia è che l’Asle pittore di successo sta dipingendo un quadro, una croce di Sant’Andrea composta da una linea marrone e una viola. Il quadro è al centro delle riflessioni su Dio e sull’arte, di cui la narrazione è intrisa.
In realtà, entrambe le due parti di questo romanzo non sono altro che un lungo flusso di coscienza, privo di punti, in cui il lettore segue i pensieri che si affastellano nella mente dell’Asle di successo, che è il narratore in prima persona. A prescindere quindi dalla semplicità della storia – nel libro, fondamentalmente non succede nulla più di quanto accennato poc’anzi – la prosa di Fosse è qualcosa di incredibile e parecchio diverso da tutto quello che si può trovare oggi nelle librerie. Ripetitiva, quasi ecoica. Lo stesso messaggio, come a riprodurre quanto accade nelle nostre menti, viene spesso reiterato e, nel corso della lettura, che procede lenta come è giusto che sia per un libro che richiede costanti momenti di riflessione (quando non la rilettura di interi paragrafi!), ci sembra di intuire che il fine ultimo dello scrittore possa essere quello di volerci descrivere la monotonia dell’esistenza dell’uomo, il suo continuo interrogarsi sulla vita, sulla morte, sull’altro e sull’arte, e il rapporto con il trascendente, con la fede e con Dio.
Perché leggerlo?
Perché nonostante sia innegabile che, soprattutto all’inizio, la lettura de L’altro nome richieda un certo sforzo per riuscire ad accedervi, una volta che si è metabolizzato lo stile di Fosse, ci si rende qui davvero conto della forza della parola e delle possibilità che la letteratura ha d’indagare nel profondo l’animo umano.
Una citazione dal libro
«[…] e mi fermo davanti a osservarli, sono così belli, così belli che, se cercassi di dipingerli paragonandoli a quello che vedo, si trasformerebbero in un brutto quadro, penso, perché è così, è quasi sempre così, ciò che è bello nella vita su un quadro si imbruttisce perché è come se contenesse troppa bellezza, un buon quadro deve avere in sé un che di brutto per poter splendere come si deve, deve avere in sé elementi di buio […]».
Federica Merlo
Newsletter #27
30 aprile 2022
Sullo scaffale
Consigli di visione, spunti di riflessione, recensioni di film e libri raccolti nel Centro di documentazione della Fondazione Sasso Corbaro.